CAPITOLO XI.
Vita nuova.
Dopo il ritiro della mia bambina da Florinas, io sentiva nell’anima un sentimento che non sapevo spiegarmi, una gioia mai provata, che mi rendeva quasi felice. Sopportavo con più rassegnazione il disagio e la solitudine; sentivo più vivo il bisogno di amare, e meno intenso l’odio verso i miei nemici Mi sembravo un altro! Un repentino cambiamento si era in me operato. Vi erano momenti in cui mi sentivo capace anche di perdonare.
Quella bella creatura ingenua, quella bambina innocente aveva portato un raggio di sole nella mia anima: mi aveva fatto dimenticare tutte le amarezze che la madre aveva versato nel mio cuore.
Oramai non ero solo: io aveva una casa, avevo una famiglia, per formar la quale ero andato incontro all’odio di tutti.
Preoccupato com’ero di quella fanciulla, per più mesi non avevo potuto pensare ad altri: a null’altro, tranne che a preservarmi dalla persecuzione delle spie e dei carabinieri; perocchè la vita e la libertà mi erano divenute care, dopo aver avvinto al mio destino il destino della mia figliuola, alla quale dovevo procurare tutte quelle felicità, che a me erano state tolte.
Singolare sentimento! Io avevo pietà degli infelici; sentivo il bisogno di proteggere i deboli contro i prepotenti; diventavo buono.
Pensai ch’era necessario dedicarmi al lavoro: preparare un avvenire alla mia figliuola. Non potevo, come prima, sprecar danaro a capriccio — ogni soldo faceva bisogno in casa.
Colla vendita della cera, tolta al legno naufragato, io ero riuscito a raggruzzolare una bella sommetta, gran parte della quale avevo già speso per la bandiera di San Paolo. Ma non ero stato inoperoso. Avevo acquistato un po’di grano, che davo in prestito per il seminerio a’ miei fratelli ed ai cognati, dividendo con essi gli utili a metà. Ne avevo pur prestato ad altri, e nelle mie escursioni non dimenticavo di sorvegliare i campi seminati, per vedere se i lavori erano stati eseguiti con cura e coscienza. Seguivo ansiosamente il corso delle stagioni, preoccupandomi degli eccessivi caldi e dei freddi eccessivi: ogni vento mi turbava, perchè pensavo a’ miei germogli. Mettevo a frutto i danari, che di tanto in tanto mi davano gli amici e i proprietari, e vedevo giorno per giorno crescere il mio piccolo patrimonio. Meno ricercato dalla giustizia, io più non menavo la vita oziosa dei primi anni di banditismo: lavoravo, quasi, come ai bei tempi della mia giovinezza.
Avevo quasi dimenticato l’odio a’ miei nemici.
* * *
Una mattina, recatomi presso Florinas, mi trovai con Giovanni Antonio Piana, il marito della serva di prete Pittui, già ferito al braccio, e col quale, come dissi altra volta, mi ero riconciliato.
Sedemmo insieme in aperta campagna, e scambiammo alcune parole sui casi della nastra vita. Non so come, egli fece cadere il discorso sul ferimento del suo braccio, avvenuto nove anni addietro. Si doleva vivamente di non aver potuto sfogare la sua collera contro gli autori del tiro, attribuito ai due ladri, da lui fatti arrestare come capitano dei barracelli.
— Ma non li ho perdonati! Se mi verranno a tiro non li risparmierò sicuro! — così esclamò Piana, minacciando l’aria coi pugni stretti.
Io dissi pacatamente, senza guardarlo:
— E faresti male!
— Perchè?
— Perchè uccideresti due innocenti. Essi non ti hanno offeso. Fui io che ti ho sparato!
Giovanni Antonio impallidì, fece un brusco movimento, e mi guardò fissamente, quasi dubitando di uno scherzo. Io rimasi serio.
— Tu?! — ripetè, fissandomi sempre.
— Proprio io! — gridai con forza, piantandogli gli occhi in faccia, quasi per avvertirlo ch’ero disposto a ripetere il colpo, se non smetteva il piglio minaccioso.
Egli chinò la fronte, e ammutolì tutto tremante. Io continuai con vivacità:
— Fui io, sì! Ti ho sparato perchè tu facevi parte dei misteriosi congiurati, che nell’inverno del 1851 (nove anni fa!) si riunivano in casa di prete Pittui, col proposito di uccidermi, o di farmi cadere nelle mani della giustizia. Insieme ai fratelli Rassu, ai fratelli Dore, allo Zara, al Serra, e parecchi signori di Florinas, tu dichiarasti ch’era facile il colpirmi. Ma volle Iddio che i colpiti foste voi!... Se io ti ho ferito al braccio, anzichè al cuore od alla testa, tu devi solamente ringraziare i tre compagni, coi quali quel giorno stavi, e ch’io non volevo offendere. Al mio occhio non rimaneva scoperto che il tuo braccio, ed al braccio ho puntato per darti una lezione![20]
Giovanni Antonio, colla testa bassa, ascoltava e taceva. Pensai alla mia bambina, e conchiusi:
— Non se ne parli dunque più! Il tuo braccio è ormai guarito, e i tuoi complici sono quasi tutti morti di palla, o di pugnale. Se oggi te ne parlo per la prima volta, è solo perchè voglio risparmiarti l’uccisione di due innocenti.
Da quel giorno non ebbi più alcuna questione con Piana, che tacque questo nostro dialogo. Avevo deciso di far punto alle mie vendette, e di vivere tranquillo insieme alla mia figliuola.
* * *
In una brutta giornata d’inverno era stato ucciso, nella _Viddazzone_, un toro ad Antonio Sechi, uno dei fratelli degli amici miei della Nurra.
I sospetti di Antonio caddero su Salvatore Dachena. Risentito del colpo, risolvette di vendicarsi, e venne a trovarmi.
— Mi fai un piacere? — mi disse.
— Sentiamo.
— Dimmi prima se me lo fai!
— Non lo so.
— Ti voglio meco per una notte.
— Per che fare?
— Uccideremo Salvatore Dachena, quando uscirà dalla sua capanna per qualche bisogno. Mi ha ucciso il toro!
— Scherzi? questo è un uomo che fa il fatto suo; non è mai andato alla _Viddazzone_ per ammazzar buoi. Il toro te lo avrà ucciso qualche altro.
— No. So che me lo ha ucciso lui!
— Lasciami pensare, e poi ne riparleremo. Trattandosi del fratello de’ miei cari amici, voglio occuparmene.
Ci separammo. Io mi recai subito da’ suoi fratelli Paolo, Ambrogio e Giovanni Sechi.
— Sono in dovere di avvertirvi, che Antonio ha deciso di uccidere Salvatore Dachena, che egli crede l’uccisore del suo toro. Spetta a voi decidere se questa vendetta sia giusta, o inconsiderata.
— Nostro fratello fu sempre senza testa — disse Paolo — Farebbe invero un bell’affare togliendo dal mondo uno dei nostri più cari amici!
— Aggiustatevela tra voi — risposi — Vi prevengo che egli ha chiesto la mia cooperazione per sbarazzarsi del nemico; ed io son ben lontano dal prestarmi a tali servizi!
Allora i Sechi chiamarono il fratello Antonio e lo rimproverarono acerbamente per le sue sfuriate. Gli fecero osservare, che, non avendo figli, ei poteva sbizzarrirsi a suo talento; mentre essi avevano famiglia, nè volevano fastidi di sorta. Se egli era ben sicuro del suo fatto, poteva compensare il danno col togliere un altro bue dalla tanca del nemico: non però con un assassinio, che avrebbe tolto la pace e la tranquillità a due famiglie.
Le cose si aggiustarono e non si parlò più di vendetta. Io intanto ero riuscito a scuoprire il vero autore dell’uccisione del toro, ma non volli denunziarlo per non suscitare nuovi guai. Tacqui, e non mancai alle regole di cavalleria.
Da qualche tempo Antonio Sechi mi teneva il broncio, ed un bel giorno lo fermai:
— Perchè quel muso lungo con me? Metti giudizio!
— Non credevo che tu fossi così facile a riferire ai miei fratelli quanto ti avevo confidato!
— Miserabile! Non ti accorgi che sei appassionato e cieco, e che i tuoi fratelli vedono più lontano col naso, che tu cogli occhi? Io ho fatto il mio dovere, e tu farai il tuo desistendo da una vendetta insensata.
Antonio, che in fondo era di buon conto, finì per persuadersi che aveva torto, e mi ringraziò di avergli fatto risparmiare un eccesso.
— Sì: ti ho risparmiato un carico di coscienza; e so quello che mi dico. Un uomo non si uccide per un bue: si uccide per gravi ragioni d’onore e di odio fondato!
I fratelli Sechi mi ringraziarono di non essermi prestato ai capricci di Antonio, il quale era eccitato per il toro rubatogli. Io però non meritava i suoi ringraziamenti, ch’erano dovuti solo a Maria Antonia — alla mia bambina[21]!