Chapter 24 of 31 · 1491 words · ~7 min read

CAPITOLO XXII.

In difesa del debole.

Un certo prete Pinna, abitante in Sassari verso il _Molino a vento_, amministrava come procuratore l’ovile di _Filigheddu_. Lo aveva dato in affitto a quel tale Migheli, già occupante la cascina di _Monte Fenosu_, quando vi avvenne lo scontro dei carabinieri con me e con Cambilargiu.

Dopo tre anni di esercizio, Migheli morì; e il prete tormentava la vedova ed i figliuoli per il pagamento di oltre 400 scudi, asserendo di non aver mai ricevuto somma alcuna dal defunto.

La vedova, intanto, aveva lasciato _Filigheddu_ per ristabilirsi a _Monte Fenosu_, dove spesso capitavo, nel breve tempo che mi ero unito al bandito Ibba, già compare di battesimo del Migheli.

Un giorno la povera donna, dinanzi a me e ad Ibba, si era scagliata contro l’ingordigia di prete Pinna, il quale pretendeva di essere pagato d’una somma, che lei protestava di non dovere.

— Prendo impegno di occuparmene io! — esclamai vivamente.

E infatti scrissi alla bella meglio una lettera insolente al prete, invitandolo a rifare i conti. Gli scrivevo fra le altre cose: «— questa volta non potrà certo valersi delle _fatucchierie_, a cui ella ricorre per acciecare la mente dei gonzi.»

Non avendo ricevuto risposta alla mia lettera, glie ne scrissi una seconda più pepata, che feci pur firmare dal mio compagno Ibba.

Il prete consegnò le due lettere al procuratore del re Cav. Dore; il quale mi chiese spiegazioni per mezzo dell’amico Antonio Giuseppe Zara, suo vicino di casa.

Capitato un giorno a Sassari con salvacondotto, mi presentai al Dore, e gli esposi i fatti. Egli chiamò subito la serva del prete, la quale era a conoscenza delle somme versate dal Migheli in acconto del suo debito.

Le donne — a quanto io so per lunga esperienza — sono capaci di un giuramento falso per nascondere il proprio peccato — ma quando trattasi dei peccati degli altri dicono sempre la verità.

— Se il mio padrone ha ragione — ella mi disse — saprà farla valere; se poi avrà torto, dovrà rassegnarsi a soddisfare la vedova Migheli!

Il Cav. Dore, che mi aveva promesso di aggiustare lui la facenda, si fece dar nota (con testimonianza della serva) di quanto il prete Pinna aveva ricevuto dai Migheli in danaro, in latte, ed in montoni. Rifatti i conti, risultò che la famiglia del pastore era debitrice, a saldo, di soli 30 scudi, non di 400 come si pretendeva.

La lite per questo credito pendeva da parecchi anni presso il tribunale; ma fu per il mio mezzo che i Migheli la videro risolta, ricuperando un credito che ormai credevano perduto.

Questo fatto mi procurò nuovi rancori, per parte dei partigiani di prete Pinna, e nuove simpatie per parte delle persone oneste e di buon cuore.

* * *

Tralascio di enunciare altre simili pratiche, da me fatte in favore dei deboli e degli ignoranti, eterne vittime della prepotenza e della furberia. Dirò solamente di un caso avvenutomi, reso popolare per opera dei beneficati, non mia, chè anzi avevo interesse a tenerlo celato.

Un giorno mi trovavo in un punto alto, sopra una collina posta nella _Gianna de su ferru_, in vicinanza della strada maestra, che dalla miniera dell’Argentiera conduce a Portotorres.

Siccome quel punto è battuto dai carabinieri, esploravo dall’alto la campagna circostante, per evitare le solite sgradite sorprese.

A un tratto, sulla strada, scorsi due operai continentali, che venivano dall’Argentiera, dove pur lavorava mio fratello Peppe, in qualità di operaio _caporale_. Volendo chiedere notizie di lui, scesi dalla collina per interrogare i due viaggiatori.

— Buona sera! — dissi, movendo loro incontro.

— Buona sera! — risposero quelli, senza quasi guardarmi, e con un accento di profonda mestizia.

— Che cosa avete? — chiesi loro.

— Ci hanno rubato i pochi soldi che avevamo addosso.

— Chi ve li ha presi?

— Il bandito Giovanni Tolu, ch’era in compagnia di altri due.

Fui sorpreso della strana risposta, che in sulle prime credetti una canzonatura.

— Che uomini erano?

— L’uno aveva un fucile a due colpi; l’altro, giovanotto, era pure armato; il terzo, uomo maturo, conduceva a mano un cane, legato con una corda. Dopo averci tolto il danaro, il più robusto ci disse: — Se voi svelerete l’accaduto, vi ricorderete del bandito Giovanni Tolu!

I birbaccioni si erano serviti del mio nome per atterrire i viandanti, ed io non doveva lasciare impunita una simile audacia.

— Fatemi il piacere di condurmi sul punto, dove vi hanno preso i soldi.

— Siamo in viaggio per Portotorres, poichè dobbiamo prendere imbarco.

— V’imbarcherete un altro giorno. Oggi vi porterò nel mio ovile, dove troverete da mangiare e da bere; prima, però, ho bisogno di vedere il posto in cui foste derubati.

I due operai continentali, forse per paura, non volevano tornare indietro; ma io imposi loro di appagare la mia curiosità.

Si rifece insieme un po’ di strada, fino al punto detto _Sa punta de su ferru_, che m’indicarono come il luogo della grassazione.

Non era quello un sito di ladri, perchè in vicinanza abitavano alcuni pastori.

Pregai i due operai che mi aspettassero là per alcuni minuti.

Io conosceva l’uomo anziano che conduceva a mano il cane, e m’internai nel boschetto, fino ad una punta, in cui i pastori solevano radunarsi.

Il cane non avvertì il mio passo, e non prese ad abbaiare, poichè aveva il _vento cattivo_[34].

Come arrivai alla distanza di una ventina di passi dalla punta, tesi l’orecchio, e m’accorsi che i pastori si bisticciavano per la divisione del bottino.

Mi diedi allora a tossir forte, e m’avvicinai indifferentemente.

— Buona sera!

— Buona sera, zio Giovanni. Che buon vento vi conduce a queste parti?

— Fatemi un piacere. Ho scovato testè un cinghiale in una macchia, ma non c’è verso di farlo venir fuori. Ho bisogno di prenderlo oggi, perchè devo farne un presente. Aiutatemi.

— Ben volentieri!

Mi vennero tutti e tre dietro.

— State attenti, veh? chè il cinghiale non scappi, deviando dal mio filo!

Camminai così avanti, sempre col fucile spianato, fino a che portai i tre compagni vicino alla strada, dove mi aspettavano i due forestieri.

Fingendo girare di qua e di là, come per non lasciarmi sfuggire il cinghiale, mi avvicinai agli operai, dicendo loro piano:

— Fissateli bene: sono questi gli uomini che vi hanno preso il danaro?

— Sì, signore: proprio questi!

— Qual somma vi hanno rubato?

— Novantasette lire.

Corsi allora verso i tre pastori, e gridai loro, cambiando tono:

— Restituite subito a costoro il danaro rubato!

I tre uomini mi fissarono sorpresi e sgomentati, ma non fecero alcuna resistenza. Senza dir motto, tolsero da tasca il danaro, e me lo porsero abbassando gli occhi.

Dopo aver restituito ai tre operai le 97 lire, dissi ai pastori:

— E badate che non vi accada una seconda volta! Guai a voi, se minaccierete chicchessia servendovi del mio nome!

I pastori, mortificati, ammutolirono, poichè in fondo non erano perversi. Io dissi allora, rivolto ai due operai:

— Lo vedete? Io sono appunto Giovanni Tolu, il bandito; il quale non ha bisogno di rubare, perchè ha qualche cosa del suo; e se non ne avesse, i signori glie ne darebbero!

Gli operai volevano ad ogni costo che io accettassi in ricompensa la metà della somma.

— No: tenetela tutta, perchè siete più poveri di me. Io non ne ho bisogno, mentre voi siete forestieri, che venite da lontano per lavorare. Datemi solamente notizie di mio fratello Peppe, _caporale_ alla miniera. Lo conoscete?

— Sì, signore. Gli parliamo ogni giorno. Egli sta bene in salute.

— Grazie. Di che paese siete?

— Siamo piemontesi.

— Continuate pure la vostra strada, e fate buon viaggio!

Arrivati la sera a Portotorres, i due forestieri narrarono il caso a molte persone, fra le quali a Cosimo Cucinotto, più tardi mio teste di difesa a Frosinone.

Ricevetti in quel tempo diverse lettere da Sassari e da Florinas, colle quali mi si chiedevano schiarimenti sul fatto, che si voleva pubblicare. Io però non volli dargli importanza, nè risposi ad alcuno, per non dar dispiacere ai miei amici della Nurra. Temevo anche di pregiudicare i tre pastori, che in fondo erano buona gente. Essi avevano ceduto ad un’allucinazione momentanea, e mi confessarono d’esser stati trascinati a quell’eccesso, senza ponderarne le conseguenze.

L’anno seguente — all’apertura del nuovo esercizio della miniera — si presentò un operaio all’ovile di Peppe Sechi, in _Palmadola_, chiedendo ospitalità per la notte.

— Non mi conosce?

— Io no: chi sei?

— Sono uno dei due operai derubati, a cui Giovanni Tolu fece restituire il danaro.

— Mi fa piacere. Passa pure la notte nel mio ovile, e cena co’ miei uomini.

Quando Sechi, all’indomani, mi riferì le parole dell’operaio, gli risposi:

— Mi dispiace che si meni tanto rumore di un fatto, che potrebbe mettere in mala vista i poveri pastori della Nurra. Ladri di pecore e di porci, forse sì! — ma ladri di danaro, no certo!