CAPITOLO XIII.
A «Monte Rasu.»
Le paci fatte a _Puttu Esse_, nonchè la riconciliazione dei coniugi Piu, valsero a rendermi popolare nella Nurra, attirandomi le simpatie di molte persone rispettabili di Sassari e Portotorres.
La mia riabilitazione cominciava.
Datomi alla macchia nel 1851, per sette anni i miei casi si erano svolti in un’alterna vicenda di bene e di male. La mia vita era stata come un’incostante giornata di novembre: — qua un lembo d’azzurro, là una nuvoletta che offuscava il sole; a levante uno sprazzo di luce, a ponente un orizzonte nero, che preannunziava il temporale.
Forte nell’amore della mia figliuola, da tre anni vivevo tranquillo. L’odio non aveva più tormentato il mio cuore, e la giustizia era stata meno feroce nel perseguitarmi. Ma forse non meritavo tanta felicità, poichè il destino volle mettermi di nuovo a dura prova.
Sull’imbrunire di un giorno di maggio, in _Badde Cubas_, percorrevo a cavallo un _cammino reale_ (così noi chiamiamo una strada di passaggio, e di molto trafico in aperta campagna). Tormentato da più giorni da un foruncolo all’anca, avevo ripiegato a mo’ di cuscino il mio cappotto sulla sella, per meno inasprire la piaga.
Ad un tratto mi trovai di fronte ad una brigata di sette uomini, che cavalcavano di conserva. Li credetti carabinieri, poichè uno di essi montava un cavallo grigio, simile a quello che soleva portare il brigadiere.
Piedi di sprone al cavallo e mi cacciai in un _cammino falso_ (scorciatoia poco battuta).
La trottata a precipizio mi aveva inasprito il foruncolo, in modo che n’ebbi la febbre per parecchi giorni.
Non senza disagio giunsi a _Monte Rasu_, all’ovile della vedova di Paolo Sechi (l’amico del famoso bandito Alvau) dove con frequenza solevo recarmi. Deciso di fermarmi colà fino a guarire, consegnai il mio cavallo ad un servo, perchè me lo custodisse in una tanca vicina, per averlo pronto in caso di bisogno.
Parecchi giorni dopo il mio arrivo all’ovile, erano usciti dalla stazione di Portotorres quattro carabinieri a cavallo, diretti alla Nurra. Essi passarono in _Puttu Esse_, dove un certo Cosimo Mannu lavorava la terra, insieme ad altri compagni.
Era costui ritenuto dal popolo come un _indovino_, perchè in fama che ogni notte i morti lo portassero in giro.
Vedendo passare i quattro carabinieri, egli aveva esclamato rivolto ai compagni:
— È strano! Io vedo due morti su quel cavallo!
— Non ti accorgi che sono quattro carabinieri vivi? — gli dissero i compagni per canzonarlo.
— No, vi dico! due di essi li vedo morti, e non ritorneranno a Portotorres!
Questa predizione, che mi venne riferita più tardi dagli stessi lavoratori, aveva fatto il giro della Nurra, e fu argomento di chiacchiere, le quali avvalorarono la chiaroveggenza di Cosimo Mannu.
Io intanto me ne stavo tranquillo a _Monte Rasu_, poichè l’ovile era un ritiro sicuro.
Dopo essermi aggirato una mattina nei d’intorni di _Monte Rasu_, entrai un momento nella capanna isolata, dove si trovava Maria Antonia Dore, vedova di Paolo Sechi, intenta alla lavorazione dei formaggi.
Entrato per mangiare un boccone in fretta e furia, mi ero chinato sul focolare (scavato nel centro della capanna) per accendermi la pipa con un po’ di bragia.
Mentre stavo curvo, frugando colla pinzetta nella cenere, intesi il latrato del mastino, ch’era legato a poca distanza dall’ovile, e in pari tempo lo scalpitare di più cavalli che si avvicinavano.
Mi rizzai in piedi sgomentato, ed armai i due grilletti del fucile, che impugnavo colla sinistra.
La capanna aveva due porte d’ingresso (l’una di contro all’altra) chiuse da battenti, in cui era praticato un largo finestrino, per lasciar passare l’aria e la luce — come è uso in quasi tutte le case di campagna, e specialmente nella Nurra.
[Illustrazione: I carabinieri a Monte Rasu]
Come levai gli occhi al finestrino che avevo di fronte, vidi un carabiniere che guardava dentro la capanna col fucile _sul pronti_. Gli altri tre compagni, arrivati subito dopo, erano smontati da cavallo, fermandosi a buon tiro verso le due porte — in modo da impedirmi l’uscita, se avessi tentato scappare.
Era l’identico caso di _Monte Fenosu_ — ma con maggior probabilità di riuscita per parte dei carabinieri, poichè sicuri che la belva si trovava al sicuro.
Raccolsi tutto il mio sangue freddo, e pensai di sfuggire all’agguato, ricorrendo ai mezzi che mi erano abituali: all’audacia ed al coraggio.
Puntai addirittura il carabiniere che avevo di fronte, e feci fuoco. La mia palla lo aveva passato da parte a parte, ed egli precipitò di sella.
La vedova di Paolo Sechi, che accudiva ai formaggi, si era data a correre di qua e di là, strillando come forsennata; ma io, che volevo non risentisse alcun danno, fui pronto ad afferrarla per la vita, e la buttai in un canto della capanna, dicendole:
— Che fai? Vuoi morir forse crivellata dalle palle?
Così dicendo mi voltai di scatto verso la porta opposta; posi il dito sul grilletto della canna carica, e mi precipitai con impeto all’aperto. Veduto l’altro carabiniere, che alla distanza di 45 passi cercava di colpirmi, mi fermai di botto, lo presi di mira, feci fuoco, lo vidi cadere, e continuai la corsa verso il largo.
Raggiunto il muro di cinta della tanca, e non riuscendo a scavalcarlo per il foruncolo che mi tormentava l’anca, mi diressi all’imbocco della viottola vicina, dov’era legata la cagna che allatava i piccini. Questa mi si avventò come una tigre, addentandomi la giacca. Liberatomene con uno strappo, presi allora una seconda viottola, dove i due carabinieri mi raggiunsero, facendomi tre scariche quasi a bruciapelo.
Continuai a correre come un capriolo, fra le palle che mi fischiavano all’orecchio.
Seppi in seguito, che i carabinieri, credendo di avermi gravemente ferito, erano venuti a frugare fra le macchie, sperando di rintracciare il mio cadavere. Ma io in quel momento ero già lontano, salvo, e recitavo il rosario per l’anima dei trapassati.
I due carabinieri, da me feriti gravemente, furono la stessa sera trasportati su due carri a Portotorres, ed entrambi morirono.
Fu asserito da taluni, che i quattro carabinieri non erano venuti a _Monte Rasu_ in cerca di me, ma bensì in cerca d’acqua per abbeverare i cavalli. Niente di più falso! Essi non avevano bisogno di spingersi fino all’ovile di Paolo Sechi per provvedersi d’acqua. Usciti da Portotorres avevano passato la notte nell’ovile di Vigliano Addis e dei fratelli Gianichedda, dov’era molt’acqua. La mattina seguente, verso le 9, avevano attraversato il fiumicello di _Boturru_, coll’acqua al ginocchio, e vi potevano abbeverare i cavalli. Percorso altro breve tratto di strada, erano passati dinanzi all’abbeveratoio della _Sposada_, con acqua abbondantissima e buona. Di là a _Monte Rasu_ non sono che 10 minuti di strada; motivo per cui non era la sete dei cavalli che li spingeva alla capanna isolata, dov’io mi trovavo, sofferente per il foruncolo.
Era precisamente a _Boturru_ che essi avevano a lungo conferito con certo Domenico Tignosu, loro fiduciario; e già sognavano di avermi nelle mani.
Domenico Tignosu, dopo lo scontro di _Monte_ _Rasu_, si era infatti affrettato a lasciar la Nurra per stabilirsi a Sassari, prevedendo giustamente ch’io non gli avrei risparmiato la pelle.
È questa la verità vera; tutte le altre sono fandonie, messe in campo per scusare la poca accortezza di quattro carabinieri imprudenti, i quali si lasciarono sfuggire un bandito, dopo averlo bloccato in una capanna isolata[23].
* * *
Sfuggito per miracolo alle fucilate di due carabinieri, continuai a correre per una mezz’ora in campagna aperta, fino a che mi cacciai in un macchione, dove rimasi quasi tre giorni senza prender cibo. Avevo la febbre, perchè il foruncolo all’anca mi si era alterato, e non potevo muovermi.
Vivamente impressionato della morte dei due disgraziati, non ringraziai neppure il Cielo di essere uscito illeso dalle palle dei carabinieri.
Ciò non deve recar meraviglia: era l’effetto d’una mia fissazione. Sentivo dentro di me una forza superiore, che non sapevo spiegarmi. Più cresceva il pericolo, e più diventavo audace. Se mi avessero detto: «là vi sono tre uomini appiattati che bisogna affrontare!» non avrei esitato un momento a scagliarmi contro di essi. Nessuno de’ miei compagni vantava quest’impeto temerario. Lo stesso Cambilargiu invocava spesso la mia compagnia, confessando che meco sentiva più coraggio. Se però ero audace in campo aperto, diventavo all’incontro un pusillanime all’imbocco d’una viottola stretta, o dinanzi ad un nero macchione. Ero capace di fare un lunghissimo giro, pur di non avventurarmi in una viottola sospetta. Dicevo a me stesso:
— Quando l’uomo ha la fede in Dio, o la coscienza della propria ragione, egli deve affrontare qualsiasi pericolo. Se la nostra causa è ingiusta, soccomberemo; ma se è giusta, riusciremo a sfuggire alle palle di cento fucili.
Molti credettero che io possedessi un talismano, che mi rendesse invulnerabile. Dicerie ridicole! Il mio talismano era la cieca fede nel volere del destino.
* * *
Dopo essere stato tre notti e due giorni dentro ad un cespuglio, mi diressi ad una capanna, dove mi sfamai con pane fresco. Di là passai nell’ovile di un amico, col quale pochi giorni prima avevo scambiato il fucile. Come mi vide, mi disse sorridendo:
— Vedo che il mio fucile ti va bene!
— Benissimo — risposi — In mia mano stanno bene tutti i fucili. Quando la canna è diritta, l’occhio non può trovarsi a disagio nel prendere di mira un bersaglio.
Dopo lo scontro di _Monte Rasu_, molte squadriglie di carabinieri si aggirarono nella Nurra per darmi la caccia. Vennero anche disposti alcuni appiattamene nella speranza di cogliermi; ma io seppi deludere gli agguati.
Dirò anzi, che appunto in quel tempo ebbi a tiro diverse volte i carabinieri. Una mattina, fra le altre, tre di essi vennero a mangiare e a chiacchierare sotto il crepaccio d’una roccia, nel quale mi ero cacciato un’ora prima. Se io lo avessi voluto, avrei potuto ucciderli facilmente; ma a quale scopo? Ho sempre risparmiato i carabinieri, poichè per essi non avevo mai nudrito odio — come mai ne hanno nudrito i miei compagni. Non conobbi mai bandito, anche fra i più efferati, che siasi vantato di aver fatto fuoco contro un carabiniere, quando da questi non era stato molestato.
L’autorità giudiziaria si preoccupa molto dello _sparar prima_ o dello _sparar dopo_ in uno scontro coi carabinieri. Ma, santo Iddio! vorrei vederli i signori giudici nei panni di un bandito, in simili frangenti! Il problema parmi facile a risolvere. Non già chi spara prima, ma chi spara dopo corre il pericolo della vita. Ognuno può riuscire a sparar _primo_, ma nessuno riuscirà a sparar _secondo_, se il primo ha l’occhio buono. Una sola cosa bisogna notare: che tutti i carabinieri io li ho colpiti al petto!
Confesso che mi spiacque l’incidente di _Monte Rasu_, e compiansi sinceramente i due poveretti, che caddero vittima della propria imprudenza, più che del proprio dovere. Da tre anni non perseguitavo nessuno. Non solo andavo in cerca di miei nemici, ma pregavo il destino che non li mettesse sui miei passi nei giorni dell’ira. Dopo l’incontro colla mia bambina erano altri i miei intendimenti!
Non devo però qui tacere, che la vista dei carabinieri a _Monte Rasu_ mi gelò il sangue. In quel momento non pensai che a Maria Antonia — alla mia figliuola, la quale, se fossi stato là ucciso, sarebbe rimasta orfana e sola sulla terra. Divenni feroce, perchè mi sentivo più attaccato alla vita.
Non da me, ma dal destino vennero uccisi i due carabinieri di _Monte Rasu_. E fu questo l’ultimo sangue umano sparso dal bandito Giovanni Tolu!