CAPITOLO VII.
Strumento d’odio altrui.
L’ho detto: sono tre gli obbiettivi di un bandito: — vendicarsi anzitutto dei nemici che furono causa della sua disgrazia; liberarsi dai traditori e dalle spie; difendersi dalla forza pubblica, quando da essa viene assalito. L’uomo, uscito onesto dal suo paesello natìo per darsi alla campagna, non pensa ad altro. Il miserabile invece, approfitta della condizione in cui fu messo dal destino, per fare anche il grassatore ed il sicario. Ciò però non esclude, che anche il bandito buono, molto spesso, non finisca per decidersi a fare il sicario e il grassatore, sedotto al malfare dai cattivi compagni, o da coloro che vogliono sbarazzarsi di un nemico incomodo, pur conservando la riputazione di benefici e onesti cittadini.
Ond’è che il bandito nato onesto, invece di poter contare sul consiglio di chi dovrebbe metterlo sulla buona via, si vede costretto a lottare, non colla propria coscienza, ma con la coscienza di coloro che hanno in animo di traviarlo.
Rifuggente per indole dai compagni; abborrente per istinto dalla rapina; sdegnoso di chiedere l’altrui aiuto nelle mie vendette, nonchè di prestarmi di strumento alle vendette altrui, io pervenni a non intingere mai nei due misfatti per me orrorosi. Non fui mai ladro, nè sicario — e me ne vanto!
Nè crediate che da siffatti eccessi io rifuggissi per forza di virtù, o per sentimento di religione: no! Non rubavo, perchè non sentivo il bisogno di rubare, e perchè tenevo alla fama di non essere un ladro. Tutti mi davano danaro, anche spontaneamente, se sapevano che io versavo in istrettezze. A che rubare, quando i pastori e non pochi signori mi offrivano rifugio e pasto? Dirò più tardi com’io sia riuscito a ragranellare un po’ di patrimonio, dopo che il pensiero di formarmi una casa nuova ed una nuova famiglia tornò a carezzarmi il cuore, avido sempre di pace, di affetto e di conforto.
Non volli ad altri prestare il mio braccio, perchè me lo sentivo debole quando l’ira e l’odio non mi acciecavano la mente. Quanto al servirmi del braccio altrui per colpire un mio nemico, lo ritenevo maggior debolezza e vigliaccheria. Dirò crudamente, che non avrei provato soddisfazione alcuna nella vendetta; io volevo tutto il vanto di affrontare il nemico e di ucciderlo con le mie mani; se altri me lo avesse ucciso, ne avrei sentito vergogna e umiliazione. Temevo troppo il disprezzo e le beffe dei compagni banditi, i quali avrebbero detto: Se ha ricorso a noi, è segno ch’ei _non è buono_, od ha paura!
Ho errato, forse, nei primi tempi del mio banditismo, quando cioè — giovane ardente e inconsiderato — ho commesso azioni, che nella età virile ho in seguito deplorato, quantunque mai me ne sia pentito. I fatti d’armi, le avventure audaci, il coraggio bellicoso furono sempre — e lo sono anche oggidì — le mie letture predilette. Esse mi esaltavano. Chiuso nel crepaccio di una roccia, sdraiato in seno ad un macchione — sotto ai raggi del sole, o quando sulla campagna imperversava un temporale — io seguiva sulle pagine dei libri le gesta degli eroi, senza curarmi degli uragani, delle spie, e dei carabinieri, dai quali mi credevo al sicuro.
Ma torniamo ai sicari.
Certi signori, o ricchi proprietari, non proteggono solamente il bandito perchè ne hanno paura o ne ambiscono la difesa; non mancano i malevoli (più tristi assai di noi!) che al bandito ricorrono, per servirsene come di strumento di odî privati, di rancori di parte, od anche talvolta per avidità di lucro, togliendo di mezzo un erede incomodo.
Ben pochi a me ricorsero, poichè conoscevano la mia natura; ma i miei compagni erranti si prestavano assai spesso a questi servizi per scopo di guadagno, e specialmente Cambilargiu, Antonio Spano e Derudas.
— Omicidio più, omicidio meno — essi dicevano — non aggrava nè alleggerisce la nostra condizione.
* * *
Ho già accennato più volte ad inviti fattimi per uccidere un terzo. Citerò ora qualche caso isolato.
Mentre battevo la campagna, venni invitato a recarmi in casa di Pietro Pintus, dove trovai l’amico suo, Antonio Luigi di Banari.
Questi mi disse, che voleva parlarmi a quattr’occhi.
Mi fece attraversare tre camere, l’una dentro l’altra, e dopo aver chiuso con precauzione la porta e aver origliato alle pareti, tornò a me, e mi disse:
— Mi chiamo Antonio Luigi, sono ricco, ho cavalli, ho buoi, ho grano, ho danaro. Sono furibondo perchè mi hanno ucciso due nipoti: Vendicami, e domanda quello che vuoi!
Io risposi risoluto:
— A quest’ora lei sarà informato, ch’io non sono buono a nulla. Se mi fossi sentito un uomo di abilità, avrei già fatto molto per mio conto, in odio a’ nemici miei.
Il ricco proprietario riprese:
— Per me dovresti fare un’eccezione. Io potrei non poco giovarti nelle tue cause, perchè sono in relazione con persone influenti. Tu ben sai che i fratelli Solinas, oggi a Sassari, sono miei cugini, ed ho colà diversi amici impiegati presso la Reale Governazione. Dunque, servimi, e sta tranquillo: sarà per il tuo bene. Non sarai da me abbandonato finchè vivi e finchè vivo. Che rispondi?
— Le ripeto che ogni insistenza torna vana. La servirò in tutt’altro, ma non in quest’affare. Non sono buono a nulla!
E dal mio labbro non trasse altro, che la promessa del silenzio sulla proposta.
* * *
Un’altro giorno ebbi un abboccamento con un proprietario di Banari, certo Gian Paolo, che mi disse:
— È già un anno che Matteo Trudda mi tormenta, facendomi dispetti d’ogni genere. Vorrei liberarmene!
— E perchè non l’uccidete? — gli dissi con sarcasmo.
— Tu sei un bandito... e potresti più facilmente imbatterti in lui. Sarei disposto a dare cento scudi subito!
— Sarò franco. Io non posso ucciderlo per due ragioni: la prima perchè non faccio il sicario; la seconda, perchè Matteo Trudda è mio amico!
Il proprietario sbarrò tanto d’occhi e impallidì. Certo egli pensava, che cercando di togliersi un nemico, se ne aveva creato due. Lo vidi turbato, ed ebbi pietà di lui.
— Vi toglierò io d’impaccio — dissi — Voi cercherete di non far male a Matteo Trudda, che è un bonaccione, quantunque faccia lo spavaldo. Dal mio canto, mantenendo il segreto, io cercherò di persuadere il vostro nemico di vivere in pace con voi.
E così feci. Abboccatomi con Trudda, gli raccomandai di non far torti a Gian Paolo.
Il risultato delle mie pratiche fu questo: che i due nemici vissero in buoni accordi, e si protessero a vicenda, solo perchè temevano l’ira mia. Li misi in pace colla paura!
* * *
Un signore di Tissi venne un giorno a trovarmi nelle campagne di Florinas. Egli mi disse:
— Tu devi tenermi compagnia per uccidere un uomo. Appena lo avremo ucciso, tu ti accompagnerai col prete Salvatore Masala, mio cognato, il quale si è dato alla macchia.
Io gli risposi secco:
— Che vuoi? non sono tagliato per queste cose!
— Ci sono io! tu, forse, non sparerai. Finchè vive quell’uomo, mio cognato non potrà riacquistare la sua libertà. Bisogna toglierlo di mezzo!
— In mia compagnia tu non potresti far nulla. Se è vero che il dente ti fa male, strappalo colle tue mani. Odio i nemici miei, non quelli degli altri!
Il prete Masala era in relazione con una donna. Accusato di averle ucciso il marito, si era dato alla macchia, e venne alla Nurra per fare il bandito. Era il più alto prete della Diocesi. Dopo un po’ di tempo volle costituirsi in carcere; venne processato, ed assolto.
La compagnia di un prete bandito m’avrebbe certo giovato, poichè con lui avrei appreso a leggere correntemente ed a scrivere; ma io ne diffidai, temendo che finisse per denunziarmi. Ai preti non mi piacque dar mai confidenza; li veneravo in chiesa, ma li sfuggivo fuori.
* * *
Tralasciando alcuni altri episodi dello stesso genere, che riporterò nel corso della narrazione, voglio chiudere con uno speciale.
Non fu solamente dai privati, che mi si propose di fare il sicario: ebbi l’invito anche dal Governo.
Per gli eccitamenti di un notaio e di un sotto ispettore demaniale piemontese (persone amiche e influenti, cui stava a cuore la mia trista condizione) mi lasciai convincere ad invocare la grazia sovrana. La supplica fu fatta capitare nelle proprie mani del re, per mezzo del fratello dell’ispettore, impiegato nella Casa reale.
Trascorsero tre mesi, senza una risposta.
Un giorno il brigadiere dei carabinieri di Codrongianus si rivolse a mio fratello Peppe, dicendogli che mi voleva comunicare cosa di molta importanza; e che se io rifiutavo a presentarmi a lui disarmato, avrebbe incaricato della missione il sindaco di Florinas, come di dovere.
Io risposi, che preferivo presentarmi al sindaco.
Il sindaco, in tutta segretezza, mi comunicò: che il Governo era disposto a concedermi la libertà provvisoria, per procurarmi l’impunità colla denunzia di tre banditi: il mio compagno Derudas, Antonio Spano e Pietro Cambilargiu. Mi si dava inoltre la piena facoltà di agire da solo, o di servirmi dei carabinieri, che si sarebbero messi a mia disposizione.
Rifiutai sdegnosamente, poichè non volevo macchiare il mio nome e quello del paese con una simile infamia[14].
Il sindaco si scusò meco di esser stato costretto come ufficiale pubblico a comunicarmi la proposta del Governo. Soddisfatto del mio rifiuto, egli mi battè sulla spalla, mi disse _bravo!_ e mi regalò uno scudo[15].
* * *
Io continuai ne’ miei propositi di vendetta. I frequenti messaggi dei signori di Florinas non valsero a disarmare l’ira mia. Io non doveva perdonare. Perdonano i deboli ed i vigliacchi — ed io non ero vigliacco, nè debole! Che poteva farmi la giustizia? Non avevo che una vita da darle, contro le cento che avrei tolte ai nemici.
Con questi propositi feroci continuavo a scorrazzare tra la Nurra e Florinas, aspettando che gli avversari venissero a tiro del mio fucile.
Correva l’anno 1856, da me chiuso colla morte di Salvatore Moro. Da soli cinque anni battevo la campagna. Cinque anni che mi parvero secoli. Ma non avevo fretta!