CAPITOLO XXII.
Gita notturna.
Ho bisogno di risalire a un mezzo anno addietro per parlarvi di Salvatore Moro.
Era costui un pastore proprietario d’Osilo, col quale correvo in buoni rapporti. Cercai sempre di proteggerlo, ma egli non corrispondeva con pari lealtà ed affetto alla mia benevolenza. Giunsi persino, per volerlo difendere, ad accapigliarmi con Cambilargiu. Questi un giorno mi disse:
— Fammi il piacere di tenermi compagnia fino ad Osilo. Salvatore Moro ha voluto ritenersi otto scudi sul salario dovuto a un mio nipote, col pretesto di presunti danni arrecatigli durante il servizio prestato. Se oggi non mi paga, ho risoluto di ucciderlo!
— Tu non lo ucciderai. Anche i padroni vantano diritti verso i servi. Noi rifaremo i conti, valuteremo i danni, e regoleremo le partite.
— Lo ucciderò se non mi paga! — ripetè Cambilargiu colla solita sua prepotenza.
— Lascia le furie! Se tu l’uccidi, io ucciderei te!
Cambilargiu ammutolì, ed io lo compiacqui.
Ci recammo insieme da Moro, e riveduti i conti risultò che i danni fatti dal servo ammontavano a soli tre scudi.
Nacque allora una viva contestazione fra le parti; ma la moglie di Salvatore, spaventata dal piglio minaccioso di Cambilargiu, corse a un forziere, ne tolse il danaro, e lo porse a me, dicendo:
— Ecco gli otto scudi! Vi è Dio per pagare mio marito!
Cambilargiu intascò senz’altro il danaro, ed uscimmo dall’ovile. Aveva raggiunto il suo intento, nè chiedeva di più. A simili estorsioni ricorreva ei sempre, quando si trovava corto a soldi.
* * *
Continuai nei rapporti amichevoli con Salvatore Moro, però non me ne fidavo.
Da qualche tempo mi ero accorto ch’egli covava il disegno di far soldi, traendo partito dai banditi che bazzicavano nella sua capanna. La polizia, in quel tempo, aveva messo in giro i suoi cagnotti, sperando d’impadronirsi dei banditi coll’aiuto delle spie, giacchè non lo poteva colla forza delle armi. Non tutti i pastori erano incorruttibili dinanzi alla lusinga del danaro o della impunità. La speranza del lucro acciecava Moro, ed io stetti all’erta per non dare nella rete.
Un giorno ch’io scorrazzava per la campagna d’Osilo, insieme al bandito Derudas, ci fermammo all’ovile di Moro, che si era mostrato con noi di una cortesia insolita, epperciò a me sospetta.
Egli ci disse:
— Mi sembrate di cattiva cera. Il continuo strapazzo non può che nuocere alla vostra salute. Vi abbisogna un po’ di riposo. Come sapete, ho a mia disposizione la vicina chiesa campestre. Vi è acceso un buon fuoco, ed è un asilo sicuro per voi. Con qualche soldo che riuscirete a strappare ai vostri amici, e col poco che procurerò di darvi, potrete vivere tranquilli per una quindicina di giorni, senza bisogno di correre per monti e per balze da mattina a sera.
— Non mancheremo di approfittare della tua cortesia — disse il Derudas.
Io non risposi nulla. Allontanatici da lui, dissi al mio compagno:
— Senti: Salvatore non ha buone intenzioni; la sua generosa offerta mi è sospetta, perchè non può celare che un’insidia. Guardati dal venir qui! — io certo non ci vengo!
L’intenzione di denunziare qualche bandito era salda nell’animo di Salvatore Moro. A Cambilargiu non poteva certo pensare, poichè questo era suo compaesano, aveva molti parenti ad Osilo, ed il Moro non avrebbe potuto a lungo godere del frutto del suo tradimento, se il tiro gli fosse riuscito. Io invece ero florinese, Derudas era d’Ossi, e il colpo poteva da lui tentarsi con probabilità di successo.
Ebbi pazienza, e dissimulai. Fu sempre mio sistema quello d’indugiare nella vendetta fino a procurarmi le prove che un nemico realmente mi offendesse. Ben sapevo che la calunnia è anch’essa un’arma valevole per sbarazzarsi di una persona molesta; poichè certi malevoli, non riuscendo talora a comprare il nostro braccio, tentano assai spesso d’insinuarci nell’animo l’odio implacabile verso una supposta spia.
Avevano intanto arrestato Derudas ed ucciso Cambilargiu a _Luogolentu_. Restavo io solo, ghiotta preda per un perfido pastore. Avevo sulla testa 400 scudi — la taglia più alta messa dal Governo finallora sul capo dei banditi sardi. Salvatore adocchiava dunque la mia pelle preziosa, e pensava di conciarla per ricavarne 2000 lire. Molti miei amici e parenti mi mettevano sull’avviso, ma io scrollavo le spalle dicendo: — Le prove mancano; non ho fretta!
Una notizia messa in giro mi colpì vivamente. Salvatore Moro si era dato alla latitanza per sfuggire alle ricerche della giustizia.
Latitante perchè? Qual delitto aveva egli commesso? Perchè darsi alla campagna senza una causa palese? C’era sotto un mistero! I delitti sono noti ai banditi, e delitto alcuno non si era commesso nel circondano di Osilo, del quale il Moro potesse venir accusato. Dunque si trattava di una latitanza simulata per poter carpire la mia confidenza; di un’impunità fittizia che si voleva tirar fuori per giustificare una perfidia; di un mezzo escogitato per poter intascare il danaro della taglia, sfuggendo all’accusa di venale!
Questo piano — certamente concertato colla polizia — non rivelava che l’imbecillità di Salvatore Moro; nè io ero così babbeo da addentare all’amo.
Stentavo a prestar fede anche alla latitanza, quando un nuovo fatto mi diè motivo a sospettare del tranello.
Nel sito detto le _Anime del purgatorio_, a breve distanza da Sassari, nel punto dove si aprono le due strade di Osilo e di _Scala di Ciogga_, era avvenuto uno scontro fra Salvatore ed i carabinieri. Vennero scambiate alcune fucilate da ambe le parti, e la notizia fu recata la stessa sera ad Osilo e a Florinas, dai villici che transitano in quella regione, per il continuo commercio con Sassari.
Era stato un finto attacco a sola polvere, senza spargimento di sangue, e fatto ad arte in quel punto, perchè la notizia pervenisse pronta ai due villaggi.
Nessuno credette che quello scontro fosse avvenuto sul serio, ma io mi guardai dall’esternare i miei dubbi ad alcuno. Finsi di credere, mi contenni, e per evitare pericoli me ne andai per un po’ di tempo alla Nurra.
Dopo avvenuto l’attacco delle _Anime del purgatorio_, il finto latitante aveva reso più frequenti le sue visite all’ovile di mio fratello Giomaria, chiedendo sempre mie nuove. Questo contegno insospettiva i miei parenti e gli amici, che m’informavano di tutto.
Un giorno il barracello Giulio Sechi — amico e collega di Giomaria — venne segretamente all’ovile per abboccarsi con lui. Egli gli disse:
— Trova il modo di avvertirmi non appena Salvatore Moro verrà nel tuo ovile. Ho bisogno di pedinarlo, poichè l’ho sorpreso due volte in colloquio con carabinieri.
— Possibile?!
— So quello che mi dico.
Venuto Moro all’ovile, mio fratello mandò un suo fido ad avvertire l’amico, il quale accorse e si pose in vedetta. Come Salvatore venne fuori dalla capanna, egli lo tenne d’occhio seguendolo per più di un’ora, finchè lo vide accostarsi a dodici carabinieri, coi quali scambiò alcune parole, in vicinanza d’una cantoniera.
Dopo quell’incontro, il finto latitante osò recarsi per altre tre volte nella capanna di Giomaria, per chiedere con insistenza dov’io mi fossi. Egli diceva d’essere un disgraziato che aveva bisogno della mia compagnia.
Impensierito dal complesso delle circostanze, Giomaria non stette più sul dubbio. Montò a cavallo, venne alla Nurra, e mi narrò l’accaduto per mettermi sull’avviso.
Confidai al mio antico padrone Paolo Sechi, nel cui ovile bazzicavo con frequenza, i casi capitati.
— Per carità, fa attenzione — mi disse — poichè la cattiva pietra è quella che fa crollare un buon muro!
— Non ho paura — risposi — poichè conosco le cattive pietre!
* * *
Mi portai difilato a Florinas. Lasciai la cavalla in casa dei parenti, e mi ricoverai in campagna. Ivi feci venire mia madre, che condusse seco una sarta col marito, per prendermi la misura di un cappotto, di cui avevo bisogno.
Poco prima che mia madre arrivasse, mi ero recato ad un terreno poco lontano dal paese, posto in _Sa pigalva_, per abboccarmi con Giomaria, che vi lavorava.
Mio fratello esclamò nel vedermi:
— Guarda combinazione! se tu fossi venuto un momento prima, avresti qui trovato Salvatore Moro!
— Da molt’ora?
— Da cinque minuti.
— Procura di vederlo... e chiamalo!
Mio fratello si spinse fino al ciglione, ed esplorò la campagna all’intorno.
— È strano: non si vede più!
— Allora dev’essere qui vicino. È facile che siasi ritirato nel boschetto. Guardaci!
Giomaria tornò quasi subito:
— È addormentato, supino, in mezzo agli alberi.
— Va, sveglialo, e digli che ci sono io. Osservalo bene in faccia. Mi dirai l’impressione che gli avrà fatto il mio nome.
Pochi minuti dopo, Giomaria comparve con Salvatore. Mio fratello trovò modo di dirmi, che egli aveva trasalito quando seppe che io lo volevo.
Salvatore Moro si fece avanti, armato di fucile, di pistola e di pugnale, come lo sono tutti i banditi. Io gli dissi con finta commiserazione:
— A te pure è toccata la trista sorte d’essere un bandito come me!
— Eh, fratello caro! sono proprio rovinato!
— Via, non lo sarai come tu credi!
— Sono rovinato, ti dico! La passata settimana ho avuto un attacco coi carabinieri, a pochi passi dalle _Anime del purgatorio_.
Ed io con affettata premura:
— Sei stato ferito, forse?!
— No, grazie a Dio.
— Avrai ferito qualche carabiniere, almeno?
— Non ne ho saputo niente!
Poi, cambiando tono, gli dissi:
— Sono ben lieto di trovarti qui. Fui incaricato di procurare uno starello di grano rosso d’Osilo per seminerio. Andremo insieme al tuo paese per farne ricerca, poichè debbo favorirlo ad un amico.
Salvatore non potè celare un movimento di soddisfazione, che tradiva un proposito da lungo tempo preso.
— Figurati se troveremo uno starello di grano rosso d’Osilo!
Intanto era venuta mia madre colla sarta per farmi prendere la misura del cappotto nuovo e per portarmi la biancheria di bucato, come soleva fare di tanto in tanto.
Come mia madre scorse Salvatore Moro, si turbò e impallidì. Essendo già informata da Giomaria delle continue insidie che mi tendeva il delatore, indovinò tutto. Ella certamente lesse nel mio sorriso sinistro il pensiero che mi dominava. Ne fu spaventata, e divenne inquieta.
Salvatore, dal suo canto, colla venuta di mia madre e della sarta, si era forse rassicurato sul motivo che mi conduceva a Florinas.
La vecchia e mio fratello avevano portato da mangiare e da bere, e facemmo pranzo assieme, compreso Salvatore.
Mia madie non faceva che lagrimare, poichè era a parte del tradimento di Salvatore e prevedeva quanto sarebbe avvenuto.
Io le dissi con tono di scherzo e con doppio significato:
— Sei una madre che piange i figli altrui, a quanto pare!
Appena pranzato caricai la pipa, ed offersi a Salvatore ed al marito della sarta un buon tabacco di contrabbando.
— È proprio eccellente! Dove lo hai? — mi domandò Salvatore.
— Ne ho due grossi mazzi presso un amico qui vicino; te ne regalerò un poco stassera, quando passeremo dinanzi al suo ovile per recarci ad Osilo. È meglio che noi partiamo sull’imbrunire.
— Certamente. Nella notte i latitanti viaggiano più sicuri!
Verso l’imbrunire presi commiato da mia madre e da mio fratello, e dissi a Salvatore che ero a sua disposizione.
Mia madre continuava a lagrimare, e mi seguì cogli occhi per un buon tratto di strada. Qualunque fosse l’esito della nostra gita notturna, la povera vecchia non poteva che addolorarsene. La sua anima così buona e così pia non faceva che pregare — pregare per me... e per gli altri. Ma che doveva io farci? Così voleva il mio destino.
Lungo il cammino io invocai colla mente la Beata Vergine perchè mi illuminasse la coscienza, rivelandomi se il mio compagno meritasse la morte. La coscienza mi rispose di sì, e fui tranquillo. Raccomandai pure l’anima mia al Signore, nel caso in cui fossi rimasto soccombente.
Non ho mai trascurato simili pratiche religiose lungo il corso della mia vita. Ero stato sagrestano, e conoscevo la dottrina cristiana.
Camminammo entrambi per un’ora. Si era di gennaio, aveva nevicato, e la notte era molto fredda, quantunque non spirasse un alito di vento.
Tanto l’uno, quanto l’altro, badavamo a non darci mai le spalle.
Ci fermammo all’ovile di un comune amico, dove chiacchierammo per tre ore. Verso la mezzanotte ci rimettemmo in cammino. Salvatore doveva sentirsi contento, sapendosi mia guida e compagno per le terre del suo paese, di cui non ero abbastanza pratico. Per avventurarsi in un territorio quasi sconosciuto, bisognava nutrire cieca fede nel proprio compagno: condizione disgraziata di tutti i banditi!
Giunti a un certo punto in cui la strada si apriva fra due fitte macchie di lentischio, sentimmo le pedate del bestiame, che scappava al nostro avvicinarsi.
— Cammina piano e fa silenzio! — dissi al mio compagno.
— Perchè?
— Perchè questo è un punto in cui di frequente si appiattano i carabinieri. Io lo so!
— Tieniti pronto — soggiunsi, armando i grilletti del fucile — io sono più esperto di te in queste faccende.
Salvatore montò anche lui i due grilletti del fucile, e stette all’erta colle canne abbassate.
— Sta attento a destra... io terrò d’occhio la sinistra. Oltrepassate le piante d’elce ci troveremo al sicuro.
Le tenebre si erano addensate, ma la strada era abbastanza chiara per il riflesso della neve.
Eravamo a _Pala Montedda_, in territorio di Ossi.
Si camminava sempre di conserva, a dieci passi l’uno dall’altro, ma sempre sbirciandoci colla stessa diffidenza e collo stesso intento sinistro. L’occasione era ghiotta per entrambi, poichè a lungo aspettata, e non dovevamo lasciarcela sfuggire. La vittoria è degli audaci.
Ad un certo punto mi fermai di botto, come in ascolto; e colla rapidità del lampo, puntando il fucile alla testa del mio compagno, feci fuoco.
Si udì una detonazione, e il sordo rumore di un corpo che stramazzava. Null’altro — non un gemito, non un sospiro.
Prima mia cura fu quella di ricaricare il mio fucile, appoggiando il calcio sul corpo del caduto; indi recitai un’_Ave Maria_ ed un _Requiem_ per il trapassato. Io ho sempre ucciso il corpo, non l’anima dei nemici; l’anima ce l’ha data Iddio, e Dio deve riprendersela; il corpo è della terra, e alla terra deve ritornare[2].
[Illustrazione: Uccisione di Salvatore Moro]
Recitata la preghiera, afferrai per un braccio il cadavere, lo trascinai per breve tratto, e lo lasciai cadere nello spacco d’una roccia vicina.
Dopo di che, coll’animo tranquillo, continuai tutto solo la mia strada.
Regnava in campagna il più profondo silenzio; non si vedeva anima viva. Nessuno mai seppe di quel duello a morte, avvenuto a mezzanotte in quella viottola deserta. Le piante d’elce e le macchie di lentischio furono i soli testimoni della scena di sangue.... ma mantennero il segreto![3]
* * *
Due giorni dopo compiuta la vendetta, io aveva insellato la mia cavalla, ed ero ritornato alla Nurra. Presentatomi all’ovile di Paolo Sechi, questi si fece alla soglia, e mi chiese con curiosità premurosa:
— Ebbene...?
— La cattiva pietra è tolta! — risposi — Speriamo, almeno per ora, che il buon muro non crolli!
* * *
La moglie di Salvatore Moro, non vedendo più ricomparire il marito, dopo due settimane ne aveva dato relazione alla polizia.
Un mese dopo, il pastore Antonio Giavesu riferì alla giustizia di aver rinvenuto un cadavere nel territorio di Ossi. Era stato spogliato da qualcuno, per appropriarsene le vesti.
Diverse autorità, i carabinieri, e i barracelli d’Ossi e di Florinas (fra i quali era mio fratello Giomaria) si recarono sul luogo per vederlo. Nato dubbio sull’identità dell’individuo, il pretore mandò a chiamare la moglie di Salvatore; la quale, dopo aver fissato il cadavere, diede in urli, esclamando:
— È lui!... è mio marito! L’uccisore non può essere stato che Giovanni Tolu!
Il pretore lasciò scapparsi alla presenza di tutti:
— Come sai, che fu Tolu? Dunque tuo marito gli faceva la spia!
Questa credenza era fondata nella popolazione.
Nel susseguente maggio, mentre mia madre trovavasi alla _Grotta de Marmaru_ nell’ovile di mio cognato Bazzone — in territorio di S. Gavino _scapezzato_ — vi capitarono una signora ed un prete per chiedere un bicchiere di latte caldo. Essi affermarono di essersi trovati presenti nell’ufficio della pubblica sicurezza di Sassari, quando Salvatore Moro conferiva coll’ispettore, pronunciando più volte il nome di Giovanni Tolu. Era a cognizione di molti, che Moro avesse ricevuto in acconto ottanta scudi, incaricandosi della mia morte o della mia cattura.
PARTE TERZA
IL BANDITO DELLA NURRA
[Illustrazione: Testata allegorica sui personaggi della storia]