CAPITOLO XXI.
Arma bianca e bestia nera.
Pur fuggiasco di balza in balza, riparavo ogni tanto a _Lèccari_ per visitarvi i miei figliuoli, o indicavo loro un posto sicuro, per poterli parlare con animo più tranquillo. Avevo sempre qualche consiglio da dare per il buon andamento dell’azienda, o per la conservazione della pace domestica.
Verso quel tempo m’imbattei in un povero carbonaio di Alghero, venuto alla Nurra in cerca di un compare per tenergli a battesimo un bambino. Si era rivolto a molti amici nurresi, presso i quali aveva lavorato, ma tutti si erano rifiutati ad appagarlo, dichiarandosi sprovvisti di abiti decenti per poter assistere in città ad una simile cerimonia.
Mosso a pietà di quel poveretto gli dissi:
— Domanda al parroco di Alghero se la chiesa permette ad un bandito di fare un battesimo in procura. Se ti dice di sì, io sarò il tuo compare.
Tornato a me colla risposta affermativa, feci di buon grado le spese necessarie: uno scudo per la procura, tre scudi e mezzo per dolci e vini, e sette _reali_ e mezzo per la candela. Per mio procuratore era stato scelto il fratello dello stesso carbonaio, un soldato venuto di recente in congedo.
Riconoscente per il servizio resogli, il carbonaio mi fece dono di una baionetta, regalatagli dal fratello. Non sapendo che farmi di quell’arma bianca, la cedetti a certo Giomaria Bacchile, il quale l’adattò ad un bastone, per servirsene ad uccidere i porci.
Ora avvenne, che questo Bacchile, imbattutosi un bel giorno nella mandria di porci del suo nemico Paolo Agus, glie ne uccise otto per dispetto.
Dalle ferite triangolari prodotte dalla baionetta, non tardò Agus a scoprire il reo; ed unitosi a Chiccu Mulas, un bel giorno l’uccisero.
Chiccu Mulas venne subito arrestato, ma Paolo Agus prese la macchia e si fece bandito. Quest’ultimo morì d’indigestione tre mesi dopo, per aver mangiato la carne d’una cinghialotta magra, forse affetta da malattia.
Come vedete, il regalo del mio compare algherese era stato fatale a tre persone!
I fratelli Paolo e Baingio Agus, nurresi, mandavano molti regali agli avvocati di Sassari, loro compari di battesimo. Debbo però confessare, che erano gente di buon conto ed onesta. Diverse volte si erano a me rivolti per denunziare i porci d’altri, entrati nelle loro mandre.
Ero diventato una specie di mediatore; ed a me si ricorreva sempre, tanto da chi smarriva, quanto da chi trovava un capo di bestiame. Quasi sempre riuscivo a rintracciare il padrone, che mi era grato e mi regalava qualche cosa.
Conoscevo pure Giomaria Bacchile. Poco tempo innanzi era venuto da me, pregandomi di aiutarlo a sbarazzarsi di Chiccu Mulas, da cui più tardi fu ucciso.
— Caro mio! — gli risposi — se ci hai rischio della vita, devi pensare ad aggiustarti da solo. Io non estraggo il dente che non mi duole.
Giomaria Bacchile mi tenne il broncio. Egli intanto cominciò coll’uccidere i porci del suo nemico... ma fu tradito dalla mia baionetta. Tristo colui, che cerca il braccio d’altri per strappare il dente che gli dà fastidio!
* * *
Ho già detto che l’accorto bandito, a piedi od a cavallo, viaggia sempre la notte. Per scorciatoie o per la via maestra, attraversando poderi o saltando muri, egli percorre cinque o dieci ore di strada per recarsi da un punto all’altro.
Quantunque da molti anni non facessi male a nessuno, e menassi una vita quieta, senz’altro pensiero che quello de’ miei figliuoli e dei ladri che perseguitavo, pure non potevo liberarmi dall’incubo dei carabinieri. Debbo però confessare, che invece di essere loro a darmi la caccia, d’ordinario ero io che andavo a cacciarmi fra i loro piedi, senza volerlo; e l’ho già dimostrato con alcuni casi narrati.
Moltissime volte, sullo stradone di Florinas e di Portotorres, trottando a cavallo col cappuccio sugli occhi, mi ero imbattuto in carabinieri mandati per _espresso_ dall’una all’altra stazione. Non ebbi però mai a lamentare il minimo disturbo; poichè i carabinieri, di notte, ben di rado recano molestia a chi va diritto per la sua strada... e fanno benissimo!
Mi ero recato io quel tempo nelle vicinanze di Banari per salutare alcune vecchie conoscenze. Venuto a me un proprietario del paese, si lamentò della mancanza di un bellissimo bue nero, rubato in quei giorni ad un amico di Don Ignazio Corda. Promisi di occuparmene al mio ritorno nella Nurra.
Passando, infatti, dinanzi all’ovile di un mio nipote, in _Santa Barbara_, lo resi avvertito che mi era stata denunziata la mancanza... di una cavalla, appartenente ad un amico di Sassari.
Mio nipote esclamò ingenuamente:
— Una cavalla, no; ma fu trovato un bellissimo bue nero, del peso di sette od otto cantari. So che fii ritirato da Giuseppe Fraizzu di Ossi.
— Non cerco buoi: cerco una cavalla — risposi affettando noncuranza, ma lieto di essere sulle traccie del fatto mio.
Ritornato la stessa notte a Banari (non frapponevo indugio in simili affari!) diedi relazione del rintracciamento, soggiungendo:
— Indicherò il ladro, ma a condizione che egli venga arrestato insieme al bue. Se non si farà così, mi chiuderò nel silenzio.
Ero inesorabile, poichè avevo deciso di far dare una seria lezione ai ladri di bestiame.
Siccome in Banari comandavano allora i fratelli Don Ignazio e Don Pietro Corda, stretti in parentela a persone dell’alto clero e dell’alta magistratura di Sassari, fu fatto rilasciare un porto d’armi, valevole per una settimana, ai quattro incaricati di ritirare il bue nero dalla Nurra.
Io mossi con essi da Banari, per indicar loro il luogo dove il bue era stato condotto.
Giunti però a una certa distanza, non volendo mostrarmi, ordinai ad un uomo di mia confidenza (certo Antonio Tontu) di accompagnare i banaresi fino al muro della tanca di Fraizzu, senza però farsi vedere.
Quello stupido però, credendo forse di farmi piacere, guidò gli uomini fin dentro alla tanca, e la sua presenza fu subito avvertita dal servo, che ne informò il padrone.
Giuseppe Fraizzu, per sua fortuna, era assente da più giorni, e perciò non venne arrestato.
Mentre i banaresi riconducevano in paese il bue nero, s’imbatterono a _Scala di Ciogga_ nel pretore, che si restituiva ad Ossi. Come vide la bestia nera, egli rammentò la denunzia fattagli, chiese schiarimenti, ed ordinò ai conduttori del bue di recarsi la stessa sera nella pretura. Ivi i banaresi dichiararono, di aver rinvenuto il bue rubato nella tanca di Giuseppe Fraizzu.
Chiamato costui dal pretore, fu sottoposto ad un rigoroso interrogatorio; e finì per sborsare oltre cento scudi, riuscendo con impegni a liberarsi dalla prigione.
Non gli fu difficile accertarsi, che il brutto tiro gli veniva da me. Inasprito per la restituzione del bue nero; dolente per il danaro sborsato; punto sul vivo per la vergogna subìta, Giuseppe Fraizzu giurò di vendicarsi; ed ho ragione per credere, che realmente egli si sia vendicato — come diremo a suo luogo.