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CAPITOLO III.

Antonio Careddu.

I banditi in generale, e in particolare quelli della Nurra, furono sempre avvicinati e protetti dai signori di Sassari, solo perchè questi, alla loro volta, speravano di essere spalleggiati nei loro odî e rancori di parte.

Erano tempi di lotta e di rappresaglie, e si aveva bisogno del braccio forte dei fuorusciti.

Nei primi anni che mi diedi alla macchia (verso il 1850) ogni partito aveva a disposizione i propri _bravi_ per servirsene al bisogno. Ond’è che la protezione dei signori non tornava che a danno dei latitanti, poichè accendeva non di rado fra banditi e banditi una gara accanita, che si risolveva colle fucilate. Non si aveva talvolta altra ragione d’odio, che quella dei propri protettori. I banditi sposavano i dispetti ed i risentimenti altrui, con soddisfazione della giustizia; la quale si compiaceva di vederci distruggere l’un l’altro, senza mettere a repentaglio la vita dei carabinieri, e senza sborsare denaro per pagare le spese.

Abbiamo veduto la protezione di Cambilargiu pagata cara a _Monte Fenosu_; e potrei accennare ad altre persone ragguardevoli di Sassari, che coprivano altissime cariche.

L’amicizia dei signori ci tornò sempre fatale, ed è perciò che in ogni tempo ne diffidai. Conoscevo troppo quelli del mio paese! Legati talvolta a noi dalla sola paura, cercavano segretamente il mezzo per poterci distruggere. Io li odiavo, ma cercai di non inasprirli; li volevo male, ma li trattavo bene perchè non maltrattassero i miei congiunti di Florinas.

Non ci fidavamo neppure degli avvocati; poichè essi non difendono che i propri clienti, accusando talvolta il bandito avversario per il trionfo della propria causa.

Curiosi misteri che potrei rivelare! Oh, quanti porcetti, rubati al povero, comparvero alla mensa dei nostri avvocati! Quanti barbari omicidî commessi colla polvere e le palle regalateci dai nostri generosi protettori!

* * *

Fra gli uomini più ragguardevoli della Nurra, per ingegno, ricchezza e aderenze, era Antonio Careddu, che conobbi fin dai primi anni che mi diedi alla macchia. Dirò di lui quanto so per mia coscienza, o per narrazione fattami da pastori e compagni miei di esilio.

Antonio Careddu, di Sassari, era cognato di Giovanni Macioccu, avendo costui sposato una sua sorella. Stava nella Nurra, perchè comproprietario (insieme alla sorella) di tre buoni ovili: _Guggiareddu, Guggia manna_ e il _Calzolaio_.

Antonio Careddu era un repubblicano, amico e compagno di Antonico Satta, insieme al quale aringava il popolo a _Baddimanna_ ed altrove. Era stato studente, e ne sapeva più di un avvocato. Alla Nurra si andava tutti a consultarlo, ed egli ci affascinava colla calda parola e colla saggezza de’ suoi consigli, sempre giusti, retti, inappuntabili.

A Sassari erano allora due forti partiti: quello del _vecchio sistema_ che aveva per _bravi_ i fratelli Saba — e quello del _nuovo governo_, che aveva per difensori i Careddu e suoi congiunti[8].

Partito Antonico Satta per il continente, fu sostituito da Antonio Careddu per continuare le prediche rivoluzionarie. Dalla politica, che poco intendevamo, gli odî scivolarono nei rancori privati, accendendo le inimicizie fra diversi gruppi.

Ciccio Saba pretendeva, che la figliuola di Antonio Careddu fosse data in moglie al proprio figlio — quasi a base di una pace che avrebbe fatto cessare le ostilità fra le due famiglie.

Antonio Careddu diceva con disprezzo:

— Ho capito: io dovrei dare mia figlia ai sicari Saba, per servirsene più tardi a portar loro il pane in carcere, quando saranno arrestati! Tutt’altro che la mia figliuola concederò ai Saba, se non metteranno giudizio!

Il rifiuto reciso inasprì Ciccio Saba, che si dichiarò nemico dei Careddu.

I Saba, falegnami costruttori di molini ad olio e di farina, erano stabiliti a Sassari, e speravano sulla protezione di persona influente presso la giustizia come magistrato.

Antonio Careddu si unì allora ai mugnai fratelli Vacca, osilesi, i quali un giorno chiamarono i quattro Saba, padre e figli, per accomodare un loro molino, situato verso _Logulentu_. Aggiustato il molino, come d’intelligenza, i Vacca, dopo il pranzo loro offerto, proposero il tiro al bersaglio, per passare la sera. Lo scopo non era altro che di far consumare le munizioni di polvere e di palle agli avversari.

Terminato il divertimento si apprestarono tutti a far ritorno a Sassari.

Antonio Careddu, con dodici uomini, si era impostato verso _Baddimanna_, aspettando il passaggio della comitiva.

I figli Saba, prevedendo qualche brutto tiro lungo la strada, attraversarono gli oliveti saltando i muri. Il padre Ciccio, insieme ai Vacca e ad altri, avevano invece preso la viottola.

Ciccio Saba, che era alto di statura, esplorava di qua e di là gli oliveti, dubitando di qualche tranello. Come scorse gli uomini appiattati, si diede a gridare rivolto ai figli:

— Guardatevi, chè siamo morti!

E in così dire fece fuoco, uccidendone uno, certo Luzzu, pastore di Antonio Careddu.

Avvenne allora un terribile conflitto, in cui rimasero uccisi Antonio Delogu (servo di Luzzu) e Salvatore Saba. Due fratelli Vacca inseguiti dai Saba fino a _Porta Rosello_, furono feriti entrambi, come fu ferito gravemente Ciccio Saba, che in seguito guarì.

I Vacca, Giovanni Saba e qualche altro vennero arrestati.

* * *

Ma Antonio Careddu non era ancora soddisfatto, e pensò di distruggere i Saba superstiti, servendosi di certo Antonio Desini di Ploaghe, capo di una compagnia di sicari. Altro capo sicario volle Giovanni Macioccu, cognato di Careddu, e combinò con un certo _Giacinto_. Il primo di essi, Desini, si associò a certo _Biddisò_ — il secondo, _Giacinto_, scelse per coadiutore un tal _Cabriolu_, già studente.

Il colpo doveva eseguirsi la mattina del lunedì di carnevale, all’uscita del ballo del Teatro civico.

Fu concertata la posta all’imbocco della _Via dei Corsi_, prospiciente al vicolo di S. Andrea, dov’era la casa di Saba.

Come Ciccio Saba e i suoi figli, di ritorno dal teatro, giunsero dinanzi alla chiesa, i congiurati fecero loro fuoco addosso in mezzo alla folla che transitava nel Corso. Giovanni cadde fulminato, e Gavino morì poche ore dopo. Fu pur colpito a morte, accidentalmente, il figlio settenne del fabbricante di paste _Dionisio_, che trovavasi nel suo magazzino.

Della famiglia Saba non rimaneva che il padre Ciccio e il più giovane dei figli. Furono offerti cento scudi per togliere quest’ultimo dal mondo, ma i sicari si rifiutarono, ritenendolo troppo giovine[9].

* * *

L’agguato ai Saba era stato veramente ordito e condono a termine da Desini, da _Biddisò_ e da _Cabriolu_; tuttavia _Giacinto_ si era affrettato a presentarsi in casa di Macioccu, il quale gli sborsò subito i 300 scudi, prezzo convenuto per l’eccidio consumato.

Trascorso qualche giorno, il sicario Desini si presentò allo stesso Macioccu per essere pagato.

— Ho già versato la somma all’autore del colpo! — gli rispose.

— Il colpo è stato eseguito da noi, e perciò io credo non abbiate sborsato somma alcuna ad altri. Pagateci!

Macioccu, dopo essersi rifiutato ad altro pagamento, volle consultarsi con suo cognato Antonio Careddu, che trovavasi nel suo ovile della Nurra.

Non tardarono a recarsi colà Desini, _Cabriolu_ e _Biddisò_, i quali si fecero accompagnare dal bandito Pietro Cambilargiu.

Come Macioccu li vide venire, voleva spararli addirittura; ma Careddu lo calmò, persuadendolo a lasciar loro esporre le ragioni.

Dopo aver persistito nell’affermare il pagamento già fatto, Antonio Macioccu finì per rivelare il nome di _Giacinto_, a lui presentatosi come capo sicario ed autore dell’eccidio dei fratelli Saba.

— Possiede nulla questo _Giacinto_? — domandò Desini.

— Possiede un oliveto a Sassari.

— Ebbene, allora ci farete il piacere di chiamar costui con un pretesto nella vigna. Noi ci nasconderemo dentro la casa rustica, e voi lo interrogherete. Alla nostra presenza egli vi rivelerà i veri autori dell’agguato. Lo costringeremo allora a firmare un atto d’ipoteca sul suo oliveto, a risarcimento del danno recatoci coll’indebita appropriazione.

Antonio Careddu approvò il ragionamento dei tre sicari; ma Macioccu esternò il sospetto che essi avrebbero ucciso _Giacinto_.

— Dubbio puerile! — osservò Desini — Finchè non siamo soddisfatti del nostro avere, ci diventerà più cara la sua vita!

Fu accettata la proposta. Nascostisi i tre _bravi_ nella casetta della vigna, Macioccu trovò mezzo di attirarvi _Giacinto_, invitandolo a declinare i nomi de’ suoi complici, col pretesto della riconoscenza.

Accortisi che il sicario esitava a rispondere, i tre compagni sbucarono dal nascondiglio:

— Dillo dunque: chi ha fatto il colpo?

_Giacinto_ impallidì, e confessò di non aver preso parte all’uccisione dei Saba.

— Restituisci, dunque, il danaro preso!

— Non l’ho più.

— Ma l’oliveto, ce l’hai ancora?

— Sì.

— Sei disposto a sottoscrivere lo strumento di cessione?

— Dispostissimo!

Venne in seguito firmato l’atto notarile, col quale _Giacinto_ vendeva l’oliveto a Macioccu.

Fatta la cessione, quest’ultimo sborsò altri 300 scudi a Desini, a _Cabriolu_ ed a _Biddisò_, i quali finalmente si dichiararono soddisfatti.

Questa storiella, da molti ignorata, mi venne riferita da alcuni degli interessati e da Cambilargiu.

* * *

Antonio Careddu — ricercato dalla giustizia dopo l’assalto di _Baddimanna_ — si era dato a fare il bandito nella Nurra.

Lo conobbi di persona, gli ero molto amico, e gli fui compagno di ventura per alcuni mesi.

Egli si recava da un ovile all’altro, si dilettava di caccia, e faceva il signore. Era un uomo piuttosto pingue e molto frugale; non beveva mai vino, nè liquori, ma prendeva il caffè tre volte al giorno. Si faceva portar tutto da casa, poichè aveva molto bestiame ed estesa proprietà.

Era ben voluto, stimato e rispettato dai pastori, poichè nè sapeva più di un avvocato. Lo consultavano tutti, e i suoi consigli erano seriamente apprezzati. Contava moltissimi amici fra i signori di Sassari, ed era in buoni rapporti coi nobili, e specialmente col marchese di Sant’Orsola.

Egli venne arrestato nell’ovile della _Stantarida_ da dodici carabinieri, fra i quali erano il maresciallo Scaniglia e certo Pietro Puzzone, già carbonaio della Nurra e pratico di tutti gli ovili. Dicevasi che quest’ultimo si servisse dei parenti per facilitare le ricerche dei latitanti in quella regione.

Messo in carcere Antonio Careddu, non si tardò a fargli il dibattimento; ma per i molti amici che contava a Sassari, e per la sua buona condotta, venne assolto e rimesso in libertà.

Un suo amico calzolaio — certo Salvatore, condannato a molti anni di galera — gli aveva raccomandato la moglie... ch’ei fece propria. La moglie vera ed i figli di Antonio Careddu passarono allora sotto tutela della zia — sorella di lui e moglie di Macioccu.

Per questa sua condotta un po’ libertina, e per essersi separato dalla famiglia, Careddu fu abbandonato dagli amici signori di Sassari, i quali non ebbero per lui stima, nè riguardi di sorta.

Antonio Careddu visse molti anni nella Nurra consultato anche per questioni legali, tanto era d’ingegno.

Salvatore, intanto — il calzolaio che gli aveva affidato la moglie — era ritornato da galera. Appresa la tresca della sua compagna, meditò l’uccisione del falso protettore e dell’amico infedele.

Questo Salvatore aveva per compare di battesimo certo Baingio Deroma, un pastore sfacciato, che di frequente faceva pascolare il proprio bestiame nelle terre di Antonio Careddu. Costui lo pregava di dargli almeno qualche piccolo compenso, ma quegli faceva il sordo.

Un altro pastore vicino d’ovile — certo Giovanni Luigi Manunta — imitando Deroma, introduceva il suo gregge nei tenimenti di Careddu, e questi tornò a dolersene con entrambi:

— Pagatemi almeno una trentina di scudi all’anno. Anch’io ho diritto di trarre qualche lucro dalle mie terre, nè parmi giusto che voi approfittiate del mio pascolo senza offrirmi compenso alcuno.

Consultato dai contendenti, io diedi piena ragione a Careddu, poichè il danno che gli recavano i due pastori oltrepassava i cento scudi, mentre l’amico era discreto nel domandarne soli trenta.

Manunta e Deroma promettevano di risarcire il danno, ma non pagavano mai.

Un giorno Careddu, inasprito più del solito, minacciò di far loro pagare la contravvenzione.

I due pastori vollero cogliere l’occasione, e concertarono di liberarsi del creditore importuno.

Vicino agli ovili di Manunta e di Deroma abitava un giovane — certo Gio. Andrea Ilde — il quale faceva all’amore colla figliastra di quest’ultimo.

— Se riuscirai ad uccidere Antonio Careddu — gli disse Deroma — ti darò in moglie la mia figliastra.

— Solo non mi attento: aiutami tu!

— Andremo insieme. Dopo che l’amico sarà ucciso, ti manterrò la promessa!

Si unirono, infatti, e diedero la caccia a Careddu, che tolsero di mezzo con una fucilata.

Il giovane Ilde fu preso dalla paura e si diede subito alla macchia; Deroma stette sul sospeso, fra il bandito e l’uomo libero. Entrambi vennero arrestati.

Mentre batteva la campagna, Gio. Andrea Ilde mi pregò più volte di prenderlo in mia compagnia; ma io lo tenni sempre lontano per aver ceduto ai consigli di Deroma. Acciecato dall’amore, egli si era lasciato trascinare ad un’azione indegna.

Il potente partito di Deroma, colle deposizioni in tribunale, seppe aggravare la causa di Gio. Andrea Ilde, scagionando il compagno; ond’è che questo fu assolto, e il giovane fu condannato alla galera in vita. Solite cose della giustizia!!

L’uccisione di Antonio Careddu non fu che una vigliaccheria. Quest’uomo non meritava simile fine, perchè era buono ed aveva tutte le ragioni del mondo.

Il calzolaio tradito aveva vendicato il suo onore, senza compromettere la propria libertà!