CAPITOLO IV.
Il mistero.
Con queste parole Giovanni Tolu chiuse la sua storia.
Come se si fosse liberato da un gran peso, egli si alzò, tolse da tasca le inseparabili pinzette, si chinò sul camino, frugò nella cenere, e vi prese un po’ di bragia per riaccendere la pipa.
Anch’io avevo deposto la penna, fedele raccoglitrice della narrazione del bandito, quasi parola per parola.
— Ho detto la verità — soggiunse Giovanni Tolu, premendo il tabacco nella pipa coll’unghia del pollice. — Non ho dimenticato alcun mio delitto, mentre ho voluto omettere non pochi atti di beneficenza[46]. — Molto ho peccato, ma ho molto perdonato. I miei vent’anni di buona condotta hanno forse cancellato i dieci anni che si dicono di condotta cattiva. Non è questo un merito mio: è merito della mia figliuola. Con trent’anni di vita errante, trascorsi fra disagi ed amarezze indicibili, credo di aver espiato le mie colpe. Non mi resta oramai che aspettare serenamente la morte, confortata dall’ultimo bacio dei miei nipotini. Altro non desidero, poichè la vita non può offrirmi nuove attrattive. Ho dimenticato le offese fattemi, ed ho perdonato ai nemici tutti, meno ad uno: al prete Pittui, causa unica di tutte le mie sciagure. Chi lo sa? Forse riuscirò a perdonarlo il giorno della mia morte!
Giovanni Tolu tacque, e si diede a stuzzicare nervosamente il tabacco, il quale si ostinava a non voler bruciare.
Io lo guardavo di sottocchi, titubante se dovevo, o non, rivolgergli una domanda che più volte mi era venuta sulle labbra.
Mi feci alfine coraggio e gli dissi:
— Giovanni Tolu; avrei bisogno di uno schiarimento. Prima però di domandarlo, dichiaro che mi asterrò dall’insistere, se troverete indiscreta la mia curiosità.
Il vecchio bandito tolse la pipa di bocca, e mi fissò con un senso di stupore. Io gli chiesi:
— Non avete altro a dirmi a riguardo di prete Pittui?
— Nulla.
— Non mi avete taciuto, per riguardi di famiglia, qualche sua azione disonesta?
— Nessuna. Ma perchè simile dubbio?
— Sarò schietto. Nel pubblico è fondata la credenza, che Giovanni Tolu siasi vendicato del prete, solo perchè costui gli aveva oltraggiato la moglie...
— Ciò è falso!
— Eppure così fu detto fin dal giorno che vi deste alla macchia.
— È una menzogna!
— Eppure così si legge nel foglio pubblicato a Frosinone nel 1882, col titolo: _l’ultimo bandito sardo_. In questo scritto si parla chiaramente della tresca del prete con vostra moglie, della corruzione ottenuta per mezzo di doni, e del vostro dispetto quando sapeste che Maria Francesca frequentava la casa di quel sacerdote.
— Non è la verità!
— Ma non basta. Dal resoconto giudiziario pubblicato dai giornali si deprende, che altrettanto voi asseriste dinanzi ai giudici, alla Corte di Assise di Frosinone. Faceste capire, che vostra moglie non si era mantenuta onesta in casa del prete Pittui; che invano cercaste strapparla a quello sfacciato, il quale osò persino condurla ai balli pubblici per compiacerla.
— Tutte menzogne. Alle Assise non potevo ciò dire; altri certo lo disse, ed io forse, col silenzio, lo lasciai credere, sperando che quella circostanza potesse giovare alla mia difesa. Dentro la gabbia l’accusato non può, nè deve tutto dire!
— Dunque voi smentite il fatto?
— Recisamente, e ve lo giuro. Mia moglie non aveva che sedici anni; e devo dichiarare sulla mia coscienza, che fino al giorno della nostra separazione non ebbi a farle il minimo appunto a riguardo dell’onestà, della condotta, e de’ suoi costumi. Ella si perdette in seguito, quando venne da me separata. Il difetto di Maria Francesca era nella lingua; nel pettegolezzo; nella facilità di cedere alle altrui insinuazioni; nel mal vezzo d’inasprirmi con sfuriate inopportune. Della sua inesperienza approfittarono appunto gli scaltri, per renderla a me ribelle.
— Permettete allora che io vi dica, che non trovo giustificata la vostra ferocia nell’attentato contro il prete Pittui.
— Fu l’ira del momento quella che mi acciecò. Se avessi premeditato l’assassinio, non avrei affrontato il prete senza un fucile, od un pugnale. Vi confesso, nondimeno, che deplorai la mia imprevidenza. Se avessi ucciso il prete, sarei stato subito sciolto dalle _legature_ fattemi.
— Vi inasprì dunque tanto la sua prepotenza?
— In modo indicibile. Chi lo sa? forse sarei stato meno feroce, se si fosse trattato di una tresca. O avrei subito ucciso i due colpevoli, o mi sarei limitato a scacciar di casa la moglie infedele, abbandonandola al suo rimorso ed al suo disonore. Ma quel continuo torturarmi entro alle pareti domestiche; quel continuo intromettersi nei fatti miei; quel continuo sindacare ogni azione della mia vita coniugale; quell’eccitamento continuo perchè mia moglie si separasse da me; oh, perdio! tutto ciò doveva inasprirmi e farmi perdere la pazienza! Ero io il marito, ero io il padrone in casa mia; e quel prete doveva badare alla sua sagrestia, senza mettere ogni tanto il suo tricorno fra marito e moglie.
— E non sospettaste mai di una tresca?
— Mai, quantunque il volgo vi alludesse prima e dopo il mio matrimonio. Mia moglie era una ragazza sedicenne, al servizio, fin da bambina, in casa di prete Pittui; e di là io l’aveva tolta incontaminata. Se il prete avesse avuto intenzioni disoneste, o avrebbe prima impedito che la ragazza mi fosse data, o avrebbe impedito dopo che mi venisse tolta. Sarebbe stato suo interesse a mantenerci uniti, tanto più che io mi assentavo con frequenza dal villaggio. Basta questo per dimostrare, che tresca alcuna non poteva sussistere.
Le ragioni del bandito erano molto assennate, e mi facilitavano la strada per poter esternare un dubbio, che mi era sorto nell’animo.
— Ma perchè, dunque — chiesi — quel sacerdote prepotente si preoccupava tanto di Maria Francesca, quando i genitori di lei non se ne preoccupavano? Ma perchè il solo prete, e non altri, osò chiedervi conto dei maltrattamenti fatti a vostra moglie? Ma perchè dal solo prete doveva venir l’ordine di strapparvi alle braccia di Maria Francesca? È mai possibile che l’affetto di Giovanni Maria Pittui fosse più forte di quello di Salvatore Meloni Ru?
Il bandito, dopo avermi a lungo fissato, come uomo a cui si strappa dall’anima un segreto geloso, abbassò il capo dicendo:
— È appunto questo il mistero che per lungo tempo mi tenne agitato...
— Ma che in seguito vi parve di spiegare... non è così?
Giovanni Tolu tacque esitando, ed io continuai:
— Proprio così! Bisognava risalire alla gioventù scioperata di Masala Pittui — alla sua vita scandalosa — alle sue libidini abituali, per ricercare le cause intime che spingevano l’anziano sacerdote a proteggere la servetta di casa. Non era febbre di amore impuro, nè gelosia di ganzo senile, quella che riscaldava il sangue di prete Pittui — era forse affetto di padre che parlava con rimorso alla sua coscienza! Un padre, non un amante geloso, poteva consigliare la sua creatura a distrarsi nei divertimenti, per dimenticare la supposta infelicità coniugale... Non è così...?
A questo punto il bandito prese a dire con vivacità:
— Ora posso confessarlo: fu appunto questo il mio pensiero; e sono ben lieto di non averlo per il primo a lei rivelato. Debbo però soggiungere, che neppure l’affetto di padre potè far presa nella coscienza di quell’anima nera, negli ultimi otto mesi che rimase in questo mondo. Il prete Pittui non porse mai la mano a Maria Francesca per trarla dalla miseria e dal peccato. Abbandonata a sè stessa, la poveretta non ebbe l’aiuto di nessuno — nè del prete protettore, nè dei genitori indifferenti. Il frutto del peccato fu lasciato al peccato, e il peccatore fu punito dalla stessa sua colpa. Il tradimento fatto ad uno stupido o compiacente marito era ridondato a danno di prete Pittui. Io non fui che il cieco strumento della collera divina!»
* * *
Così conchiuse Giovanni Tolu, in un impeto di profonda amarezza. Io avevo letto nel suo pensiero e messo il dito sulla piaga; ma non volli più oltre fermarmi sopra un argomento scottante. Compresi che un mistero doveva celarsi in quel complesso di fatti, che non giustificavano il feroce attentato della piazzetta di Santa Croce. Ma a che servirebbero le ulteriori indagini, quando il prete Pittui ha portato il suo segreto nella tomba?[47].
* * *
La storia del bandito è finita. Vittima più del pregiudizio e della superstizione, che della malvagità degli uomini, Giovanni Tolu ha scontato le sue colpe. Egli ha detto tutta la verità; ed io son lieto di aver potuto narrare ai lettori la storia di un uomo co’ suoi vizi e le sue virtù, anzichè quella di un eroe benefico, quale il popolo la vuole, o quella di un volgare delinquente, come altri la vorrebbero.
A coloro che mi facessero carico di aver aderito a pubblicare la confessione di Giovanni Tolu, risponderò: che non vi ha storia al mondo, la quale non dia campo a profonde meditazioni, a studi serî, e ad ammaestramenti proficui. È questa la mia convinzione!
Non al legislatore, non al giudice, non al carabiniere, non al psichiatra verrà affidato il còmpito di liberare la società futura da questi esseri perniciosi, i quali, (cattivi o buoni) lasciano sempre una traccia di sangue sulla strada che percorrono — e sono nocivi sempre, anche quando riescono a fare il bene!
Ad altro benemerito sarà in avvenire riserbata l’alta missione civilizzatrice: — al maestro di scuola.
Ma — intendiamoci bene! — non al maestro di scuola che insegni solamente a leggere un libro; ma a quello che illumina le menti, educa il cuore, indirizza il sentimento al benessere di tutte le classi sociali, unite in un vincolo d’amore e di fratellanza.
APPENDICE
[Illustrazione: Lettera iniziale allegorica _al banditismo_]
Morte di Giovanni Tolu.
La storia fin qui narrata (meno alcune note) è quella contenuta nel manoscritto da me consegnato all’editore Dessì, verso gli ultimi di maggio. Non immaginavo, certo, di dover aggiungere quest’ultimo capitolo!
Posto termine alla narrazione delle sue avventure, Giovanni Tolu era ritornato alla Nurra. Continuò nonpertanto a recarsi con frequenza a Sassari, per fornirmi gli schiarimenti che mi abbisognavano.
Ero già stato con lui a _Monte Fenosu_, e col prof. Piras a Florinas, per prendere alcuni schizzi sui luoghi dell’azione. Volendo pur visitare la cascina di _Lèccari_, informai l’ex bandito del giorno della mia partenza.
La mattina del 21 giugno, col primo treno, mi recai a Portotorres. Come smontai dal vagone, vidi venire al mio incontro un uomo sulla cinquantina, dall’occhio vivo e intelligente, dalla lunga barba brizzolata, e dal grigio cappellone a larghe tese. Era Giovanni Agostino Tolu, il genero dell’ex bandito.
Montati su due ottime cavalle, ci mettemmo in viaggio per _Lèccari_, dove arrivammo alle nove.
Giovanni Tolu mi presentò alla sua figliuola ed ai nipoti, i quali mi accolsero con un’infinità di cortesie.
Tutta la mattina fu da me impiegata a visitare la vasta cascina ed i dintorni, e a prendere alcuni schizzi[48]. Giovanni Tolu volle che io vedessi tutto, compreso il pollaio, ricco di galline, di tacchini e d’oche; e l’orto, ben assortito di erbaggi d’ogni genere.
Nel centro della palazzina è l’ampia sala da pranzo, a cui si accede dalla porta principale, difesa da una bussola in legno. A destra della sala, verso levante, è la camera dei coniugi Tolu; a sinistra quella dell’ex bandito. In questa ultima vedesi, appiedi del letto, un armadio scavato nel muro, a quattro piani: i due primi destinati alle stoviglie, i due inferiori alla libreria di Tolu; la quale si compone di una quarantina di volumi dai dorsi sgangherati, dai cartoni logori, e dai fogli colle punte accartocciate. La biblioteca di Giovanni Tolu non ha che un pregio: quello di esser letta e riletta! Presi in mano alcuni libri per leggerne i titoli: — _Ufficio della Beata Vergine; Bibbia_ di Diodati; _I Reali di Francia; Bertoldo e Bertoldino; Guerrino il meschino; Ettore Fieramosca; Carlo Magno; Vita dei Santi_; l’_Inquisizione di Spagna_.
La famiglia di Agostino si compone di cinque figli, fra i quali una ragazza da marito e un giovanotto ventenne.
A mezzogiorno si andò tutti a pranzo — e ricorderò sempre la cordialità affettuosa di quella buona famiglia.
A tavola l’ex bandito tirò in campo la pubblicazione imminente della storia veridica da lui narratami, che doveva far dimenticare l’altra fantastica, messa in giro dal popolo[49].
Notai che fra padre e figlia non correva armonia d’intendimenti. Maria Antonia, sempre seria e riflessiva, pareva soffrisse, non condividendo l’entusiasmo paterno. Rispondendo ad una frase del vecchio, che alludeva ai torti della propria moglie, ella disse a me rivolta:
— Il torto fu di entrambi. Con qualche buona persona per lo mezzo si sarebbero potuti evitare molti malumori e molti guai. La mia mamma era troppo giovane, e fu lasciata sola; il mio babbo fu troppo puntiglioso e troppo aspro. Non so, d’altronde, chi sia dei due il più disgraziato. Non credo un’invidiabile celebrità quella cui aspira un bandito, dopo aver ucciso, a torto od a ragione, il proprio simile. Spetta a Dio, non agli uomini, togliere la vita ad altri!
Erano sante parole, che il vecchio certo non afferrò intieramente, perchè un po’ sordo.
Si parlò in seguito della disgrazia di Giovannino, morto annegato; e Maria Antonia, colle lagrime agli occhi, esclamò vivamente:
— La colpa fu tutta del poco spirito degli uomini presenti alla disgrazia. Se ci fossi stata io, lo avrei di certo salvato!
Verso le 5, io ed Agostino montammo a cavallo. Il bandito, la figliuola e i nipoti vennero tutti sul piazzale per salutarmi. Promisi loro una seconda visita in settembre.
Giovanni Tolu era di buon umore, e mi colmava di cortesie. Voleva essere scrupoloso nel fare gli onori di casa. Egli mi disse:
— Noi ci rivedremo fra pochi giorni!
Dopo un’ora di cavalcata arrivammo a Portotorres. Agostino volle accompagnarmi alla stazione, ed io fui di ritorno a Sassari col treno della sera.
* * *
Erano appena trascorsi tredici giorni dalla mia gita a _Lèccari_, quando il 4 luglio 1896 l’editore Dessì ricevette da Portotorres la seguente cartolina:
«Oggi, alle ore 13, morì qui di carbonchio Giovanni Tolu. Partecipi la notizia al Cav. Enrico Costa.
Gio. Agostino Tolu.»
Il disgraziato bandito, che ogni due o tre settimane veniva a Sassari, smanioso di veder pubblicata la sua storia, non fu appagato nel suo desiderio.
Era stata una vera fatalità! Per trent’anni Giovanni Tolu aveva taciuto le sue avventure; e finalmente si era deciso a raccontarle... quasi alla vigilia della sua morte. Vi ha di più: da soli due mesi l’editore Dessì lo aveva indotto a farsi fare il ritratto, riprodotto in questo libro.
Or ditemi: non vi par tutto questo il romanzo d’una storia, o la storia di un romanzo?[50]
* * *
Abboccatomi nella prima metà di luglio colla figlia e coi parenti dell’ex bandito, appresi i particolari della sua morte.
Il giorno 28 giugno Giovanni Tolu aveva deciso di recarsi a Portotorres, per assistere l’indomani alla festa di San Pietro. Siccome dovevano pur recarvisi alcuni servi, la mattina del 29 egli si affrettò ad aiutarli, per chiudere il bestiame grosso nel recinto a ciò destinato. Egli si era dato a spingere i tori e le vacche, percuotendoli colla palma della mano; e, dopo aver molto faticato, sì era messo in viaggio per Portotorres.
Tornato il martedì (30) a _Lèccari_, si lamentò di un piccolo foruncolo ad una mano, che lo tormentava alquanto. Entrata l’indomani la figliuola nella sua camera, avvertì la gonfiezza della mano; ma Tolu, burbero com’era, le rispose:
— Cose da nulla; non dartene pensiero!
Il giorno seguente crebbe l’enfiagione; e quantunque il vecchio persistesse nell’assicurare che non era nulla, la figliuola gli bruciò alla meglio la ferita col nitrato di argento.
Di ciò non ancor contenta, Maria Antonia costrinse il vecchio a montare a cavallo; gli sedette in groppa, e si avviarono a Portotorres per consultare il medico.
Il giorno 2 il medico avvertì il carbonchio, fece il taglio, cauterizzò la ferita, e fece stare a letto l’ex bandito, in casa del nipote (figlio di Giomaria).
Non tardò il male ad aggravarsi. Giovanni Tolu cadde in un torpore, che lo rendeva ignaro della gravità del male.
Fu supposto che il vecchio, aprendo il cancello, avesse riportato qualche leggera scalfitura; nella quale, o si era comunicato il carbonchio per le percosse date alle vacche, oppure per qualche mosca (come comunemente avviene) che avesse deposto il veleno sulla ferita.
Poche ore prima di morire furono consigliati al vecchio bandito i conforti religiosi. Egli assentì col capo, senza pronunciar parola.
A un’ora dopo mezzogiorno, del sabbato, egli spirava.
* * *
Quasi tutti i giornali italiani annunziarono la scomparsa di Giovanni Tolu sotto la rubrica: _la morte di un celebre brigante_[51].
Niente di più erroneo. Il bandito sardo non è il brigante; e, per convincersene, basta riandare le gesta dei famosi capi squadriglia, che, in tempi civili (1860-1896) infestarono le due Sicilie, la Romagna, ed altre regioni d’Italia: — gesta, che hanno destato il terrore per la ferocia dei misfatti, per il sangue freddo con cui vennero preparati, e per il cinismo degli assassini dopo averli commessi. Dal complesso dei fatti fin qui narrati, il lettore avrà rilevato quanto diverse siano le cause che hanno spinto alla delinquenza i disgraziati banditi.
Giovanni Tolu non era Ninco Nanco, non era Caruso, non era Cipriano La Gala, non Torrigiani, non Mistretta, non Domenichino Tiburzi. Molta differenza corre fra l’uno e gli altri. Il brigante si dà alla macchia per formare una banda di malfattori; il bandito rifugge dai compagni per meglio meditare nella solitudine; il primo non pensa che al furto e all’assassinio, il secondo non sogna che la vendetta[52].
* * *
Da pochi giorni era morto Giovanni Tolu, quando la sua figliuola ricevette una lettera da un avvocato di Cagliari. Costui, per incarico di Maria Francesca Meloni, domiciliata a San Gavino Monreale, chiedeva informazioni sul patrimonio lasciato dall’estinto, non volendo la vedova rinunciare alla _quarta uxoria_, che le spettava per disposizione dell’art. 753 del Codice civile.
La domanda di quella vecchia, pervenuta a _Lèccari_ in un giorno di dolore, era stata una spina al cuore di Maria Antonia. La povera figliuola rispose di proprio pugno alla madre, e venne a me per leggermi la _brutta copia_ della lettera inviata.
Lo scritto di Maria Antonia era forse assai povero di grammatica, ma il concetto era grande, nobile, generoso, e rivelava un profondo sentimento di amor figliale.
Riassumo fedelmente i pensieri contenuti in quel foglio.
«_Carissima madre_,
«Sono più di trent’anni che mi avete dimenticata, ed io ignoravo persino la vostra esistenza. Oggi solamente vi siete ricordata di me, per chiedermi conto, in nome della legge, dei beni lasciati dal disgraziato padre mio. Mi meraviglio come non abbiate riflettuto, che un bandito non può aver patrimonio. Il poco che oggi possediamo è frutto del mio sagrifizio e del lavoro di mio marito. Nostro padre non ha lasciato che un pezzo di terra in _Uccareddu_, che ci darà molti fastidi, per una lite pendente, a causa di delimitazioni.
«Io non ho accuse da farvi, nè vi rinfaccio alcuna colpa, poichè una figlia non può avere il diritto di giudicare la propria madre. Ho il dovere di rispettarvi; ed oggi vi dico, anche a nome di mio marito: — Qui a _Lèccari_ abitiamo una casa vasta e molto comoda; vi crescono i nostri figliuoli, e non vi mancano i servi. Venite pure: mi aiuterete nel disbrigo delle faccende domestiche, se lo desiderate — oppure non lavorerete, se così vi piace. Vostra figlia apre a voi la sua casa, affinchè in essa possiate passar tranquilli gli ultimi anni della vecchiaia.
«Altro non abbiamo a dirvi.
Maria Antonia Tolu.»
Questa lettera, fino ad oggi, è rimasta senza risposta. La madre tacque, forse perchè pentita dell’imprudenza commessa, non prevedendo la generosità della figliuola.
Chi lo sa? forse nella mente della povera vecchia sarà passata, come in una visione, tutta la storia del suo primo amore e della sua prima colpa. Forse erale mancato il coraggio di dire, che non poteva accettare l’ospitalità generosa di una figliuola, senza distaccarsi da altri figli... che Maria Antonia non avrebbe potuto chiamare _fratelli_!
Il destino ha scritto la parola _fine_ sul triste libro di Giovanni Tolu. A noi non è lecito leggere più oltre.
Il vecchio bandito dorme l’ultimo sonno nel camposanto di Portotorres; e la vecchia peccatrice, ferita al cuore dalla generosità figliale, espia forse l’ultima colpa alle falde del castello di Monreale.
Irrisione dell’umano destino! — Giovanni Tolu, il ministro di morte e di pace; il superbo bandito che riuscì a sfuggire alle palle di cento fucili; che nessun nato di donna giunse mai ad atterrare, morì anch’esso di morte violenta, avvelenato da un insetto. — Gli uomini lo temettero, ed una mosca l’uccise.
FINE
INDICE DEL SECONDO VOLUME
PARTE SECONDA
IL BANDITO DI FLORINAS.
(_Continuazione_)
CAP. XXI. Spigolatrice e spigolatore Pag. 5 » XXII. Gita notturna » 15
PARTE TERZA
IL BANDITO DELLA NURRA.
» I. Alla Nurra » 33 » II. I nuovi pirati » 42 » III. Antonio Careddu » 53 » IV. Gli amori del bandito » 65 » V. Occupazioni e passatempi » 77 » VI. Tra carabinieri e spie » 86 » VII. Strumento d’odio altrui » 97 » VIII. La bambina nell’aia » 106 » IX. A San Paolo di Monti » 119 » X. La scolara insegna il maestro » 124 » XI. Vita nuova » 133 » XII. Il giudice di pace » 140 » XIII. A _Monte Rasu_ » 154 » XIV. Lo scandalo d’una tresca » 165 » XV. I ladri di buoi » 173 » XVI. Bue per bue! » 182 » XVII. Fra giudici e avvocati » 192 » XVIII. Fra ladri di bestiame » 202 » XIX. Salvacondotti » 213 » XX. Fidanzamento e sponsali » 222 » XXI. Arma bianca e bestia nera » 232 » XXII. In difesa del debole » 238 » XXIII. Nel mondo dei curiosi » 246 » XXIV. Vita e azienda a _Lèccari_ » 253 » XXV. L’arresto » 262
PARTE QUARTA.
DOPO L’ARRESTO.
» I. In carcere » 275 » II. A Frosinone » 282 » III. Il bandito in libertà » 289 » IV. Il mistero » 302
APPENDICE
Morte di Giovanni Tolu » 313
NB. Il buon senso del lettore correggerà di leggieri i pochi errori di stampa, sfuggiti al proto in questo libro; come, per esempio, nel Volume I, _sollecirare_ per sollecitare (pag. 108) — _ammicarseli_ per amicarseli (314) — parecchie volte _Assisie_ per Assise; e nel Volume II, _identicità_ per identità (p. 29) — _arruffatta_ per arruffata (p. 74) — _volla_ per volta (93) — _appettito_ per appetito (115) — _lavorare_ per lavare (174) — _stringendogli strette_ per stringendogli (280); ed altri insignificanti, che facilmente verranno avvertiti.
INDICE DELLE VIGNETTE
VOLUME SECONDO
Uccisione di Salvatore Moro Pag. 27 Testata allegorica sui personaggi della storia » 33 275 Il bandito e la sua bambina » 126 I carabinieri a _Monte Rasu_ » 157 La cascina di _Lèccari_ » 260 I funerali del nipote di Tolu » 298 Lettera iniziale allegorica _al banditismo_ » 313
NOTE:
[1] Veramente, Tolu fu poco cavalleresco e molto rusticano!
[2] Ricordo per l’ultima volta al lettore, che io non aggiungo una sillaba alla narrazione del bandito.
[3] Omicidio commesso il 10 dicembre 1856. Vi fu sospetto, forse per la dichiarazione delle moglie dell’ucciso; ma fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_ con ordinanza del 5 gennaio 1862. Il Tolu, però, confessa schiettamente l’omicidio; e ciò prova la veridicità della sua confessione.
[4] Pare incredibile! E si era nel 1854!
[5] — Che cosa vuol dir _Basto_? — chiesi a Tolu.
— È il nome di una città! — fece il bandito, come sorpreso ch’io non lo sapessi. — Scriva così!
[6] Nè alcuno potrà spiegarlo, quantunque consimili casi siano stati da altri avvertiti.
[7] Giovanni Tolu conosceva il codice della pirateria!
In tempi amichi, e fino al primo ventennio del secolo spirante, molti pirati si gettavano sulle spiaggie della Nurra e dell’Asinara. A quest’isoletta approdò, il 19 settembre 1812, uno sciabecco turco, che fece schiavi 20 individui, fra uomini, donne e fanciulli. Un turco fu ucciso da un pastore.
[8] Traduco sempre le parole di Giovanni Tolu, che invitavo a parlare in sardo per meglio capirlo. Lascio intatta la sua narrazione, sebbene in qualche punto non ci accordi colla storia di quei tempi.
[9] I sicari erano scrupolosi nell’adempimento del loro dovere. L’ho detto altra volta: fare il sicario era ritenuto a quel tempi un mestiere come un altro! — Questi fatti accadevano nel 1851.
[10] Questo caso di Sant’Agostino mi fu citato parecchie volte dall’ex bandito. Non poteva tollerarlo!
[11] Tolu non volle dirmi neppure il nome di battesimo di questa donna, mentre mi confidò quello delle altre donne, con preghiera di non pubblicarlo.
[12] Durante il tempo che avvicinai Giovanni Tolu, mi divertivo ogni tanto e farmi dir l’ora. Non si sbagliò mal di oltre una quindicina di minuti; e quando lo correggevo esclamava: — È il suo orologio che va male! Quella di Roma è un’ora falsa per noi.
[13] L’agguato era per Tolu, come mi risulta da un processo. I carabinieri Virdis e Nuvoli, nella loro relazione scritta, dichiararono ch’era loro intenzione di far fuoco su Tolu, senza neppure intimargli il _ferma!_
[14] A quest’ambasciata prese pur parte il Dott. Antonio Francesco Satta, il quale lodò Tolu per il disdegnoso rifiuto a intingere in un tradimento. I florinesi erano gelosi della propria dignità, e preferivano un feroce bandito ad un vil traditore.
[15] Abbiamo veduto come le Autorità, più tardi, cercarono di aver nelle meni Tolu per mezzo di Derudas, che si trovava in carcere. Pare che il sistema del governo assoluto perdurasse anche in quello costituzionale.
[16] _Stirare_ il cavallo: esercitarlo alla corsa alcuni giorni prima della festa. Espressione sarda.
[17] Corre nel popolo insistente la voce, che il bandito avesse in precedenza fatto un segno alla bambina per riconoscerla più tardi. Tolu la smentisce, e con ragione. Quando poteva farle il segno, se non l’aveva mai veduta? Il primo suo dubbio, comunicato ad altri, diede forse appiglio alla diceria.
[18] A costo di annoiare il lettore, ho voluto riportare le minuzie di queste scene puerili, che Giovanni Tolu mi narrava con tanto trasporto.
[19] Trascrivo fedelmente la lettera, dettatami in italiano da Tolu.
[20] Ho già detto che su Tolu caddero i sospetti di questo colpo, ma in seguito fu dichiarato _non farsi luogo a procedere_. Ora l’ex bandito si dichiara colpevole, volendo confessare tutti i suoi delitti.
[21] Io credo che Antonio fosse sempre risentito per essere stato accusato dai fratelli; e lo desumo dalla sua deposizione alle Assise per il fatto di _Monte Rasu_. Egli rivelò alcune confidenze fattegli da Tolu, a proposito dell’odio che nutriva verso il brigadiere Piettone.
[22] Noti il lettore la paura che si aveva dagli sconosciuti negli ovili della Nurra.
[23] Il fatto avvenne la mattina del 21 maggio 1859.
Darò il sunto della relazione dei carabinieri e di altri testimoni, che tolgo dagli atti del processo.
Il brigadiere Antonio Piettone, il vice brigadiere Giuseppe Delrio, e i due carabinieri Antonio Catte e Raimondo Argiolas erano usciti dalla stazione di Portotorres, fin dal 19 maggio, in perlustrazione. Nella mattina del 21 si presentarono all’ovile della vedova di Paolo Sechi per abbeverare i cavalli.
Il vice brigadiere Delrio precedeva i compagni, avendo il cavallo indomito. Giunto alla porta della capanna che guarda levante, mentre un mastino abbaiava, gli fu fatto fuoco da dentro, e cadde.
Piettone e Argiolas spinsero allora i cavalli in avanti, mentre Catte si dirigeva alla porta opposta, volendo impedire l’uscita all’_ignoto assassino_. Uscito il bandito, e veduto a 30 metri il carabiniere, lo sparò scaricando l’altra canna.
Il bandito prese la fuga verso tramontana, e Piettone e Argiolas si diedero ad inseguirlo per 10 minuti, tirandogli dietro tre fucilate. Quantunque sicuri di averlo ferito, tonarono indietro per andare in cerca di carri per trasportare i feriti. I due carri furono somministrati da L. Gianichedda, da D. Atzoni e da Gio. Sechi.
Il vice brigadiere Delrio e Catte furono trasportati a Portotorres, indi all’ospedale militare di Sassari, dove morirono: il Catte l’indomani, e Delrio il 1º luglio, 40 giorni dopo.
Nell’ovile erano due sole donne: la vedova Sechi, e Maria Rita, la moglie del servo pastore. Quest’ultima preparava alcuni laticini per i bambini, nell’ovile; la Sechi era nella capanna.
Dice quest’ultima, che per Tolu fu tutt’uno: udire il cane, vedere il vice brigadiere, spararlo, fuggire, e far fuoco su Catte.
Gio. Sechi dice, che Tolu fece gli spari _per mera vendetta_.
Antonio Sechi afferma, che avendo più tardi rimproverato Tolu per la catastrofe, questi gli disse che _non aveva potuto farne a meno, poichè in tali casi l’unico mezzo di scampo è sempre il far fuoco sull’arma_. Più dice, avergli Tolu confidato, che uccise Delrio credendolo il brigadiere, di cui andava sempre in traccia perchè lo perseguitava.
Il Tolu niega tutto, e dice che i carabinieri andarono ad arrestarlo, perchè a _Boturru_ vi fu chi volle informarli del suo ritiro nell’ovile di Paolo Sechi.
[24] Risulta che questa voce si sparse a Florinas verso il 1863.
[25] Assennate considerazioni, che mi sorpresero in un rozzo bandito.
[26] Ecco i nomi di tutti i banditi, ch’ebbe a compagni Giovanni Tolu, durante il primo decennio di latitanza:
1. Antonio Rassu d’Ittiri — 2. Leonardo Piga — 3. Giomaria Puzzone — 4. Antonio Maria Derudas — 5. Pietro Cambilargiu — 6. Pietro Deligios, d’Osilo — 7. Sebastiano Branca, d’Ossi — 8. Gio. Andrea Ilde, di Nurra — 9. Antonio Careddu — 10. Giomaria Cossu, di Nulvi — 11. (ed ultimo) Giomaria Ibba.
Quasi tutti vennero arrestati od uccisi da carabinieri o da nemici. Tranne Derudas, col quale Tolu visse due anni, gli altri non gli furono compagni che per pochi mesi, o parecchie settimane.
Di questi banditi il Tolu narrò le _brutte_ azioni, tacendo le _buone_, che pur non sono ignote. In ciò non fu scrupoloso; e mi accorsi ch’ei tacque per un sentimento di gelosia. Questo lo noto per la verità, volendo scrivere una storia, non un romanzo.
[27] Quantunque da un quarto di secolo siano avvenuti i fatti che qui si narrano, ho creduto conveniente tacere, cambiare, o alterare diversi nomi di persone, che l’ex bandito mi declinò scrupolosamente per avvalorare la sua narrazione.
[28] Per _cavallo dei morti_ s’intende un tumulo, formato da un’alta panca ricoperta da un manto nero, sul quale si collocano alcuni ceri, due teschi e un crocifisso.
[29] _Screpolarsi la pianta dei piedi_, è bestemmia sarda che allude al cadavere.
[30] Giovanni Tolu era molto inasprito per l’uccisione de’ suoi buoi, e forse non tutte le sue induzioni saranno state fondate, a proposito della complicità di compare Maurizio nello scannamento.
[31] Il lettore avrà notato la facilità e la fretta con cui nella Nurra si riportavano le parole pronunziate da questo e da quello. Queste parole (gonfiate ed alterate ad arte) forse eccitavano gli odî e provocavano le vendette di sangue. La maggior parte dei misfatti dei latitanti dell’isola hanno per origine la leggerezza dei referendari. Qui, per esempio, vediamo Tolu avvertito da quel Tignosu, che altrove ci venne indicato come il _fiduciario_ dei carabinieri nell’assalto di _Monte Rasu_. E fidatevi di queste prove, che ciascuno crede avere sulla reità dell’avversario!
Le passioni, che in quel tempo agitavano gli animi degli abitanti della Nurra e di quasi tutti i paesi del Logudoro, erano fomite di dicerie, di denunzie e di sospetti, non di rado privi di fondamento. Anche certi giudizi di Tolu, o per antipatie, o per false referenze, saranno stati erronei. Quanto ho asserito per i buoi, valga per altre asserzioni di Tolu, da me riportate; come, per esempio, i sospetti su Francesco Serra (pag. 160, I.) — il giudizio per l’assassinio di Bazzone (pag. 162, I.) — la vendita dell’oliveto di _Giacinto_ (pag. 59, II.) — la complicità di Manunta e di Deroma nell’assassinio di Antonio Careddu (pag, 63, II.) e così altri. Rimando il lettore alla mia nota, a pag. 159, vol. I.
[32] Trovasi presentemente a Milano, colonnello giubilato.
[33] La sentenza contumaciale ha la data del 14 luglio 1869.
[34] Vento _buono_ e vento _cattivo_: espressione dei pastori e contadini sardi, per dire che il vento è favorevole o contrario all’olfato o all’udito degli animali, l’uomo compreso.
[35] Se è vero che questa curiosità entusiastica eccitava il bandito a perseverare nelle azioni generose, è pur vero che in altri tempi essa dovette incoraggiarlo a cimentarsi in imprese, non sempre nobili, nè degne di plauso.
[36] Pare che il bandito sperasse in un maggior compenso, credendo sul serio che la strada l’avesse fatta lui! Gli Inglesi certamente avevano inventato un pretesto per avvicinare il famoso bandito.
[37] Pare che Tolu desse un senso troppo largo all’art. 137 del Codice penate, dimenticando la sentenza del 14 luglio 1869, che lo condannava a morte.
[38] Ecco un brano del verbale di arresto, eseguito il 22 settembre 1880, firmato dal maresciallo Guangani; dal brigadiere Badino, dal vice brigadiere Cicotti, e dai carabinieri Morelli, Gallu, Zunchelli, Mirra, Battiston, Spada, Vagnone, Banalli, Concu, Agostini e Dalpozzo:
«Non appena Tolu si avvide del gruppo dei carabinieri, tentò sottrarsi colla fuga, uscendo dalla porta laterale e dirigendosi verso il suo nascondiglio; ma non appena ebbe percorso circa 80 metri, si trovò di fronte a noi. Gli intimammo il ferma e di arrendersi. Egli si fermò, continuando sempre a tenere il fucile impugnato con ambe le mani, a braccia distese; ma vistosi attorniato in modo da aver preclusa ogni via di scampo, sia colla fuga, come col far fuoco, e in seguito pure alle continue minaccie di arrendersi, con un certo malincuore gettava il fucile a terra, le pistole cariche, e pugnale, e ventriera con entro 35 palle, e capsule, e fiaschetta di polvere.»
[39] Riporto fedelmente alcune frasi, per dimostrare il buon senso e lo spirito di Tolu, che faceva entrare dappertutto la storia di _Bertoldo_, la Storia Sacra e quella dei _Reali di Francia_.
[40] Fra le deposizioni scritte, trovo nel processo quella di Don Antonio Pitzolo; il quale asserisce, che Giovanni Tolu s’impietosì quando un giorno vide nella Nurra i figli del drudo di sua moglie, ch’erano laceri, scalzi e in uno stato miserando. Egli disse loro: — Assicurate vostro padre, che da me non avrà mai male!
Questo fatto mi venne taciuto dall’ex bandito, non so se per dimenticanza, o per altro scopo.
[41] I certificati sono delle Giunte comunali e Sindaci di Ploaghe, Florinas, Cargeghe, Banari, Portotorres, Ossi, Alghero a Sassari; più del capitano dei barracelli e del parroco di Florinas.
La Giunta di Florinas (7 Agosto 1869) certifica, come il prete Pittui inveleniva i dissidî fra Tolu e la moglie, anzichè consigliar loro la pace e la concordia. Accenna a vari documenti ufficiali, fra cui alla nota in data 21 agosto 1850, rilasciata dall’Intendente Generale, nella quale si biasima la condotta del prete e si dà incarico al Sindaco di Florinas di chiamare Maria Francesca, invitandola a far la pace col marito, con minaccia, in caso contrario, di ricorrere alla forza.
Il parroco di Florinas (nel luglio del 1869) certifica, che Tolu adempì alle pratiche religiose e frequentò i sacramenti. Dice, che nell’ultimo triennio, conosciuta l’infedeltà della moglie, invece di pensare alla vendetta, egli si contenne da buon cristiano, e perdonò, in modo da lasciare ai suoi conterranei un esempio splendido da imitare.
Questi documenti (da me consultati dopo la morte di Tolu) attestano la scrupolosa narrazione del bandito.
[42] L’egregio Antonio Pezzini scrisse testè nel pregievole suo opuscolo _Sulle condizioni d’Italia, e sue riforme_, queste dure parole:
«Nella bizantina e inconseguente Italia, noi consideriamo il delinquente in generale come un perseguitato ingiustamente dalle leggi, tanto che molti ascrivono a merito di nasconderlo, e possibilmente anche di salvarlo.»
Ho parlato nelle _pagine storiche_ di un bandito raccomandato al re dal cardinale Alboni nel 1733. Il detto Pezzini parla dei briganti Crocco e La Gala, che sotto la bandiera francese, verso il 1860, ricevettero dal Papato onori, benedizioni, sicurezza, e mezzi.
[43] La disgrazia avvenne il 14 luglio del 1883.
[44] D’ordinario i carri funebri si fermavano al _Ponte romano_. Di là veniva dato avviso al prete, che vi si recava per accompagnare il cadavere al cimitero. Da una diecina d’anni a questa parte, i morti della Nurra vengono seppelliti nel cimitero di Sassari o dell’Istintino.
[45] L’_uscita_ ha luogo ai tre, ai cinque, o ai sette giorni dopo i funerali. Se venisse fatta in giorni non dispari sarebbe per il popolo un _malaugurio_!
[46] Ed infatti fu scrupoloso e disse la verità. Tacque molti atti di beneficenza che risultano dal processo; e si accusò di molte colpe, ignorate o dubbie — come, per esempio, la morte di Salvatore Rassu nel 1854, ed i delitti per cui fu dichiarato _non farsi luogo a procedimento_, come lo sparo a Piana nel 1851 — la ferita al brigadiere Andorno nel 1852 — e l’omicidio di Salvatore Moro nel 1856.
[47] Era già in corso di stampa il presente libro, quando una novella prova venne ad avvalorare la misteriosa relazione fra il prete Pittui e la moglie di Giovanni Tolu.
Fatti da me consultare i libri della parrocchia di Florinas, non vi si rinvenne l’atto di nascita di Maria Francesca, mentre nessuno vi mancava degli altri figli di Salvatore Meloni Ru. Sospettai subito, che la moglie di Tolu non fosse che una figlia adottiva, affidata alle cure dei coniugi Meloni da qualche ragguardevole e misterioso peccatore.
Recatomi nel passato febbraio (1897) a Florinas, in compagnia dell’amico Giuseppe Dessì, andammo a visitare Peppe, il gemello di Giovanni Tolu. Egli ci dichiarò francamente, di aver sempre ritenuto Masala Pittui come padre, non come amante di Maria Francesca, da lui ritirata in casa fin da bambina. Peppe Tolu non si mostrò meravigliato dell’omissione dell’atto di nascita nei libri della parrocchia, perocchè il caso si era verificato altre volte a Florinas. Egli, per esempio, volle citarci il proprio fratello Giomaria, il cui nome non figura nei registri di quella parrocchia.
Il fratello di Tolu volle consultare in proposito, alla nostra presenza, una vecchia più che ottantenne, la quale ci dichiarò che per la gravidanza di Caterina Merella (madre di Maria Francesca) nacquero malumori e scompigli in casa di Salvatore Meloni — tanto che i due coniugi vissero separati per oltre tre mesi. Dietro questi trambusti, fu omesso, (forse per trascuranza, forse per diffidenza di Salvatore, o per altre ragioni occulte) di registrare l’atto di nascita della bambina.
Sulla grave e inaspettata rivelazione dalla vecchia, potrebbero farsi non pochi commenti, che io lascio tutti al lettore. Misteri dell’amore o del capriccio, comuni in ogni luogo, in ogni tempo, e in ogni classe sociale!
Il gemello Peppe rassomiglia perfettamente a Giovanni Tolu nella sembianza, nella voce e nelle movenze — non nelle forme, assai più delicate. È un vecchio pieno di spirito e di buon senso, ed ha un ingegno acuto, forse superiore a quello di Giovanni. Nel narrarci diversi episodi (che combinano con quelli narrati dal fratello) egli non dimenticò, come antico sagrestano, d’infiorarli con qualche citazione in latino.
[48] Vedi la vignetta della cascina a pagina 260.
[49] Sono non poche le inesattezze e gli episodi fantastici, che corrono sulla vita di Giovanni Tolu. Basti, fra gli altri, la storiella del marito, che ha _ucciso_ il prete per vendicare il proprio onore oltraggiato. In una recente _conferenza_, letta a Roma, si osò asserire, che Tolu fosse un _laureato_ (!), e che uccise il prete sull’altare, al momento dell’_elevazione_ (!!).
Questo valga per dimostrare, come la fantasia del popolo riesca a creare le _leggende_, anche su personaggi contemporanei. Che diremo di certi fatti, a noi trasmessi dai secoli più remoti? Povera Storia, se mancassero i documenti o la buona fede!
Meno fantastici, in generale, sono gli scrittori stranieri, nel parlare di Giovanni Tolu. Ecco quanto scrive il valente pittore e poeta francese Gustavo Vuillet, nel pregievole suo libro illustrato: _Le isole dimenticate_. (Parigi, 1893).
«_Certains_ BANDITI, _tels que Giovanni Tolu, ont rendu de grands services au pays. Tolu purgea toute une région de malfaiteurs à ses risques et pèrils au milieu de continuels dangers. Il se rendit aussi dans la Nurra, ou les habitants ètaint en armes: il éteignit les haines, réconcilia les familles, et delivra le pays de brigands_ (?) _qui l’infestaient; souvent il protegea les volés contre le voleurs, et, gràce à lui, plus d’un brave paysan vit revenir à l’étable, ou à l’ècurie, les bêtes dont des mècréants l’avaient soulagè. On racontait bien que Tolu avait tuè quelques carabiniers, mais en cas de lègitime défense, et tout le monde lui donnait raison._»
Il quadro, sebbene a tinte color di rosa, ha un fondo di vero.
[50] Giovanni Tolu, di statura media, era robusto, tarchiato, diritto della persona, sebbene contasse 74 anni. Aveva grave il portamento, fiero lo sguardo, folta e bianca la barba.
Serio, compassato, sentenzioso, di poche parole, egli rideva di rado, ma aveva sempre pronta la barzelletta e il motto di spirito, per lo più sarcastico. Di carattere piuttosto burbero, tenace delle proprie idee, difficilmente cedeva all’altrui consiglio. Menava vanto, assai spesso, della propria forza e della propria perspicacia, forse perchè troppo magnificate dal volgo.
Era diventato un po’ sordo, e inforcava gli occhiali quando voleva leggere o scrivere. Sobrio e frugale, non beveva mai vino fuor di pranzo.
Da una trentina d’anni indossava una giacca di fustagno o di velluto, pantaloni lunghi, berretto alla sarda, e cappottone con cappuccio nell’inverno. Usava da qualche tempo fasciare il collo con una larga pezzuola di lana bianca, come lo si vede nel ritratto, eseguito a Sassari dal fotografo Lori.
[51] Diversi giornali aggiunsero: «l’_uccisore di diciasette carabinieri_ (!?)».
[52] A proposito di quanto asserisco, si legga la storia di Domenico Tiburzi (ucciso nell’ottobre del 1896) di recente pubblicata dal _Conte Alvise da Santafior_, nel _Corriere Agricolo Commerciale_ di Milano, (in 20 puntate).
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Le correzioni indicate nella Nota a fine indice sono state riportate nel testo.