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CAPITOLO III.

Il bandito in libertà.

Imbarcatosi a Civitavecchia, il bandito assolto giunge a Terranova. Sparsasi la voce del suo arrivo, una folla curiosa gli va incontro per conoscerlo da vicino.

Montato sul vagone co’ suoi compagni, si mette in viaggio. Alla stazione di Ploaghe lo aspettano un’infinità di parenti, di amici e di altri compaesani, venuti da Florinas per vederlo e salutarlo.

Prosegue per Sassari, dov’era già pervenuta la notizia del suo arrivo. Trova alla stazione gran folla di popolani, ed a stento gli avvocati riescono ad aprirsi un passaggio fra la calca immensa e chiassosa.

Giovanni Tolu si reca alla casetta di Antonio Giuseppe Zara, verso la piazzetta dell’Università. La folla fa ressa alla porta, e le visite sono tante, che non lasciano un momento di tregua al bandito.

Qualche giornale continentale ebbe parole di biasimo per questo ricevimento chiassoso, che fu chiamato _entusiastico_ e indegno di un popolo civile. La censura era ingiusta. Sarebbe stato più ragionevole inveire contro il verdetto della Giuria di Frosinone, anzichè contro il presunto _entusiasmo_ del popolino sardo, che plaudiva al giudizio dato in una città continentale.

D’altra parte, era proprio seria l’invettiva? era essa frutto d’un retto criterio? Bisogna andar cauti nell’apprezzamento del così detto trasporto popolare. Non bisogna mai confondere il vero spirito entusiastico, colla curiosità morbosa e suggestiva, propria delle masse inconscienti. Se invece del bandito assolto, fosse arrivato il bandito condannato, la folla sarebbe accorsa a vederlo con pari curiosità febbrile. Sarò più crudo: se invece dell’arrivo di Giovanni Tolu fosse stato annunziato l’arrivo di un tigre o di un coccodrillo, la calca non sarebbe stata meno curiosa e tumultuante. L’entusiasmo popolare è un sentimento, che, dato un po’ di lievito, può crearsi anche artificiosamente. Esso è morboso, comunicativo, fittizio, e guai a colui che ci crede e se ne fida!

E qui non voglio fermarmi, nè discutere sullo spirito pubblico italiano (non _sardo_ solamente!), il quale è quasi sempre favorevole all’arrestato, all’accusato, ed all’assolto[42].

* * *

Rimasto a Sassari per alcuni giorni, Giovanni Tolu si recò a Florinas per salutarvi gli amici e i parenti. Egli volle rivedere alla luce del sole, il suo paesello natìo, che trovò molto cambiato dopo trent’anni di assenza. Di là, finalmente, fece ritorno al suo nido di _Lèccari_, dove ansiosamente lo aspettavano la figliuola e i nipotini.

Intanto i proprietari della Nurra e dei villaggi vicini (amici e conoscenti di Tolu) fecero a gara per costituire _la dote_ al bandito rimesso in libertà. Ciascuno gli regalò una vitella del valore di dieci a quindici scudi; e Tolu potè raccoglierne una quarantina, fra la Nurra, Ozieri, Florinas, Banari, Mores, Chiaramonti, Martis e Santo Lussurgiu. Questo numero di vitelle, unito a un centinaio di pecore che già possedeva, gli formarono un patrimonio abbastanza rilevante per rimettersi al lavoro.

L’usanza di soccorrere un assolto, od un reduce da un luogo di pena, è molto antica in Sardegna. Anche Tolu, quando era bandito, offriva qualche pecora, montone, o vitella in soccorso di un disgraziato, o in regalo ad una ragazza povera che andasse a marito.

Questa generosità verso uno scarcerato risolve il problema, tante volte messo in campo, e mal tradotto in atto: mettere un condannato in condizione di non dover ricorrere a un nuovo furto per sostentare la propria famiglia. Oh, quante consuetudini umanitarie fra queste genti barbare, che vivono lontane e dimenticate dai popoli civili!

* * *

Informatosi subito dell’andamento dell’azienda di _Lèccari_, Giovanni Tolu dovette ricordare al genero il pronostico fattogli due anni addietro, prima di essere arrestato. Le cose erano tutte andate alla rovescia. I proprietari dei terreni avevano elevato il prezzo dei fitti di oltre 19 rasieri di grano; le terre, stanche ed esauste, non erano state rimuneratrici; e così gran parte del ricco raccolto del 1880 era stato assorbito dalle perdite subite in quei due anni di penuria e d’imprevidenza. E il bandito tornò a metter fuori il sogno di Faraone, colle famose sette vacche grasse.

Giovanni Tolu era ormai libero; egli viveva tranquillo, senza preoccupazioni di spie e di carabinieri; epperò aveva più tempo ed agio a sorvegliare le faccende proprie e quelle del genero. Con un uomo come Tolu, abituato a comandare e ad essere ubbidito, Agostino poteva brontolare, ma non ribellarsi. E da ciò qualche broncio e qualche dissidio, calmato da Maria Antonia, che s’intrometteva fra padre e marito, con quella furberia pietosa di cui la donna è maestra.

Durante i due anni che Tolu fu in carcere, la cascina di _Lèccari_ era stata frequentata da un suo cognato, resosi debitore verso il genero e la figliuola di una quantità di grano. Il vecchio bandito ebbe aspre parole con costui, e l’attrito giunse a tanto, che dovettero intervenire diversi amici di Portotorres e di Sassari per mettere gli animi in pace.

Ometto tutte le peripezie di questi dissidî, che l’ex bandito mi narrò minutamente, ma che io ho creduto superfluo trascrivere. Riporterò solamente un suo sfogo, che io credo frutto d’irascibilità di carattere, più che di giusto risentimento per torti ricevuti. Egli disse:

— Ebbi dunque a comprovare anche gli effetti dell’ingratitudine altrui; ma io la prevedeva. I figliuoli ed i generi, dimenticando i benefizî da noi ricevuti e i sagrifizî da noi fatti, ci trascurano sempre quando diventiamo vecchi; essi ci rispondono di mala grazia, quando più non hanno bisogno di noi. I vecchi sono sempre messi in disparte. Io ciò vedeva, ma non ero l’uomo da tollerare la voce grossa, nè da lasciarmene imporre da generi e da figliuoli!

* * *

Giovanni Tolu, nondimeno, amava molto i suoi figliuoli ed i nipotini, quantunque (così mi diceva) non si fosse mai stemperato in quelle tenerezze che davano tanto ai nervi al suo babbo Pietro Gavino.

Egli non lavorava più, perchè si sentiva stanco. Mi confessò, che lo avevano più abbattuto i 25 mesi di prigione, che i 30 anni di banditismo. Si era dato a dar consigli a’ suoi nipotini, coi quali stava sempre. Egli mi disse:

— Non m’immischio più nelle cose dell’azienda per non farmi cattivo sangue. Ognuno ha i suoi sistemi e le sue vedute, nè sempre si può andare d’accordo. Dicono che i vecchi tornano bambini; ed è forse perciò, che io vivo co’ miei piccoli nipoti. Prendo loro la lezione ogni giorno e li costringo a leggere nel primo libro di lettura.

— Ditemi qualche cosa di vostra figlia e di vostro genero.

— Maria Antonia è una buona massaia; sbriga le faccende domestiche, e non vive che del lavoro e de’ suoi figliuoli. Ella sorveglia le serve ed i servi, tiene d’occhio l’azienda, e segna in un registro tanto le _entrate_, quanto le _uscite_. Ha tutte le ore occupate, perchè i figli non la lasciano in pace; però non manca ogni sera, prima di andare a letto, di trattenersi un’oretta a leggere libri ameni ed utili. — Agostino bada all’agricoltura e sorveglia tutti i lavori di campagna, prendendo anche la zappa, per risparmio di spese, o per aiutare gli altri, quando il bisogno lo richiede. Tutti lavorano in casa nostra, grandi e piccoli: di ozioso non ci sono che io!

* * *

Fra i molti episodî della vita domestica, Giovanni Tolu mi narrò il seguente.

«— Da otto mesi appena ero ritornato da Frosinone, quando un’orribile disgrazia venne a turbare la tranquillità della nostra famiglia,

«A occidente della cascina — fra il caseggiato e la palude — era il nostro pozzo, scavato a fior di terra, senz’alcun parapetto, e coperto d’ordinario con alcune tavole.

«In una calda giornata di luglio, mio nipote Giovannino — il maggiore dei figli di Maria Antonia, di nove anni — si trastullava stando seduto accanto al pozzo, mentre un servo vi attingeva l’acqua per trasportarla alla cascina. Costui si era già incamminato verso la casa, quando udì un sordo tonfo. Voltatosi, e non veduto il fanciullo, quell’imbecille, invece di tornare indietro per apprestargli un soccorso, si era dato a correre verso casa, gridando a squarciagola:

«— Giovannino è caduto nel pozzo!

«Sentendomi quel giorno indisposto, mi ero sdraiato da pochi momenti sull’erba, a pochi passi dalla cascina. Alle grida del servo, balzai in piedi, corsi di un salto al pozzo, e vidi mio nipote, cogli occhi spalancati e le mani tese verso di me, dibattendosi nell’acqua, profonda due metri.

«— Coraggio, Giovannino! — gli gridai.

«Il poveretto portò l’indice della mano destra alle labbra, come per raccomandarmi il silenzio; poi si sommerse, e scomparve.

«Sedetti sull’orlo del pozzo, e sostenendomi colle due mani, allungai le gambe quanto potei, sfiorando quasi la superficie dell’acqua. Speravo che Giovannino riuscisse ad afferrarsi a’ miei piedi; ma il poveretto non tornò più a galla.

«Tutto questo era accaduto in meno di tre o quattro minuti.

«Ad un tratto Maria Antonia, al cui orecchio era pervenuto l’annunzio fatale, si slanciò fuori della cascina, e corse disperata verso il pozzo, mandando urli strazianti. Di un salto fui in piedi, le corsi incontro, e giunsi in tempo per accoglierla fra le mie braccia, mezzo svenuta.

«— Coraggio, figliuola mia — le dissi — ogni soccorso è ormai inutile, perchè il nostro Giovannino è già morto!

«Lascio immaginare le smanie della povera madre, e lo strazio di Agostino quando apprese la sciagura toccatagli![43]

«Il nipotino portava il mio nome, e gli volevo bene. La sua scomparsa da _Lèccari_, e più il pensiero di sì brutta morte, ci tenne intontiti per lungo tempo. Ma, già! era da prevedersi, poichè eravamo in luglio, il mese delle disgrazie!

«Partecipammo il giorno stesso il triste caso ai parenti, ai compari ed agli amici della Nurra e di Portotorres, come voleva l’usanza. E vennero in molti a farci le condoglianze e a rendere gli onori alla salma.

«Esposto per alcune ore il cadavere dentro casa, preparammo il solito carro a buoi per il trasporto funebre al camposanto di Portotorres.

«Messo uno strato di verdi frasche in fondo al carro, vi fu disteso un materazzo, sul quale venne collocato il morticino, ricoperto da un bianco lenzuolo.

«Appena tutto fu pronto, il carro si mosse lentamente.

«Col cappuccio tirato sugli occhi (in segno di lutto) i congiunti e gli amici montarono tutti a cavallo, per accompagnare la salma di Giovannino all’ultima dimora.

«Sebbene l’usanza vieti alle donne di prender parte a simili cortei, Maria Antonia non volle lasciar solo il suo figliuolo. Agostino se la prese in groppa, e per due ore circa di strada non fece che sospirare e piangere amaramente.

«Anch’io montai a cavallo per unirmi al corteo; e lungo il cammino non feci che fissare quel lugubre carro, che, rimbalzando e scricchiolando, inoltrava a stento fra sentieri angusti, incomodi, e quasi impraticabili.

[Illustrazione: I funerali del nipote di Tolu]

«Arrivati a Portotorres la stessa sera, deponemmo il cadavere in casa di mia sorella Andriana, e di là l’indomani fu portato a seppellire nel cimitero[44].

«Ai sette giorni ebbe luogo a _Lèccari_ l’_uscita_, secondo l’usanza della Nurra e di altri paesi sardi. Essa consiste in un pranzo che la famiglia dell’estinto offre a quelli che accompagnarono la salma; più in un’elemosina di bestiame, di grano, e d’indumenti usati, che si regalano in quel giorno ai poveri[45].

* * *

«Il tempo, che tutto sana, rimarginò la profonda ferita che il destino aveva aperta nel nostro cuore.

«Io continuai a vivere tranquillo a _Lèccari_, fra i miei buoni figliuoli ed i nipotini, che mi vogliono bene. Sono ormai quattordici anni, che vi godo la pace dell’uomo libero.

«Non devo nascondere, che un po’ di noia l’ho risentita, e la risento; ma io cerco di ammazzarla con qualche ora di lettura, o con viaggi che intraprendo ogni tanto. Mi reco con frequenza a Portotorres, a Sassari, a Florinas, od in altri paesi, per visitarvi i parenti e gli amici; nè dimentico di fare un giro per gli ovili nurresi, per riandare coi pastori un po’ del passato, or buono, ed or cattivo.

«A _Lèccari_, d’altronde, non c’è da annoiarsi: è un luogo di molto passaggio, e le visite non ci mancano mai. L’ospitalità è sacra nella Nurra, nè c’è pastore, per quanto povero, che nieghi un letto o il vitto a chicchessia. Basti dire, che la nostra casa, per i soli ospiti, aggrava l’annuo bilancio di cinque rasieri di grano. A tavola non ci troviamo mai soli.

«Le visite più opprimenti furono sempre quelle dei curiosi. Dopo il mio ritorno da Frosinone, specialmente nei primi anni, esse non mi diedero tregua. Mi si voleva strappare ad ogni costo qualche episodio della mia vita avventurosa, che poi vedevo pubblicato nei giornali di Roma o di Milano, con inesattezze ed esagerazioni che m’irritarono. Decisi allora di non dire più nulla.

«Ricordo, fra gli altri, tre signori che vennero a _Lèccari_ e che invitai a pranzo. A tavola si cercò con arte di farmi cantare, ma io dissi agli ospiti:

«— Se lor signori parlano a tavola, mi toglieranno il piacere di vederli a mangiare. Diano retta a me: non posino le forchette, altrimenti le vivande si raffredderanno!

«Credo che l’abbiano capita, perchè mi lasciarono in pace. Nondimeno, prima di andarsene, si diedero a rovistare la casa, toccando tutti gli oggetti che mi appartenevano (il mio fucile, le mie pistole, le mie bisaccie, la fiaschetta della polvere) per fabbricarvi sopra, Dio sa quante diavolerie!

«Fu, appunto, dietro a queste false od esagerate _interviste_ pubblicate, che mi venne l’idea di narrare la vera storia della mia vita. Ho scelto lei per mio confessore, ed ho la coscienza di aver detto la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità! —»