Chapter 1 of 33 · 1543 words · ~8 min read

I.

Zia e cugina.

Se il Commercio avesse avuto una faccia — parola d’onore! — gli avrei dato un pugno sul muso. Figuratevi! partire nei primi di luglio da Cagliari per Sassari, dove mi fermai due giorni per sbrigare in fretta certe faccende commerciali; prendere a nolo una vettura da Zoppi; recarmi di buon mattino a Sorso per assaggiare certi vini vecchi da spedirsi in Francia; e ripartire poi in tempo per prendere il treno delle 10 antimeridiane, che doveva ricondurmi a Cagliari — erano tutte cose da far crepare un Ceccone, non che un Cecchino, come son io!

Perocchè voglio sappiate, che al fonte battesimale (per un certo riguardo a mio padrino, cavaliere) mi fu imposto il nome di Francesco — nome che conservai per pochi giorni, finchè piacque a mio padre di accorciarmelo con quello economico di _Cecco_, ed a mia zia di allungarmelo con quello vezzeggiativo di _Cecchino_.

Taccio delle peripezie del mio secondo stadio, quando cioè le nostre serve, in buona fede, mi storpiavano il nome; e la mia nutrice, baciandomi, esclamava con dolore:

— Povero cherubino! hai gli occhi così belli, e ti chiamano _cieco_!

Dirò solo: che oggi ho 26 anni e 29 denti — sono molto robusto e ben tarchiato, e nondimeno si continua a chiamarmi Cecchino, con mio sommo dolore, e con soddisfazione della vecchia zia, la quale si ostina a voler vedere in me il ricciutello e roseo nipotino di venti anni fa.

Potete immaginare la mia disperazione quando ogni primo d’anno vengono a visitarmi i teneri miei nipotini, i quali, per un caso singolare, hanno nomi colla desinenza in _one_.

Essi mi dicono con voce di zanzara:

— A molti anni, zio Cecchino!

Ed io rispondo con voce di toro:

— Grazie, Ottone! — Grazie, Gastone! — Grazie, Timoleone!

Ho tentato in famiglia di farmi chiamare col nome primitivo, ma non ci sono riuscito. E sì che Francesco è il nome di un celebre canonico innamorato!

E sono rimasto _Cecchino_ — e _Cecchino_ scenderò nella tomba, co’ miei cinquanta, settanta, o novant’anni.

È una vera umiliazione; ma che farvi? bisogna ch’io mi rassegni!

* * *

Prima di cacciarmi in ferrovia, ho bisogno di darvi un’idea del mio individuo — di ciò che fui, di ciò che sono, e di ciò che potrei essere.

Dovete dunque sapere, che io nacqui dai soliti poveri, ma onesti genitori. Non conobbi madre, perchè morì nel darmi alla luce; e contavo appena dodici anni quando perdetti mio padre.

Un buon zio, senza prole, volle educarmi e tenermi seco; una mia zia, pur sorella di mio padre, mi colmò d’attenzioni. Ella amava teneramente i suoi fratelli; e, quando mio padre morì, concentrò in me tutto il suo affetto, perchè rassomigliavo alla _buon’anima_ — come diceva lei.

E per verità avrei desiderato d’esser meno amato da mia zia; perocchè il suo sviscerato amore fu appunto causa del mio odio implacabile per il matrimonio; e ve ne dirò la ragione.

Mia zia erasi maritata con un impiegato delle dogane — un cagliaritano — il quale aveva recato seco la moglie a Genova, dov’era stato traslocato per ragioni di servizio. Mia zia, dopo soli quattr’anni di matrimonio, era rimasta vedova, e pianse amaramente la perdita del suo adorato marito. Però, nella disgrazia, ebbe una fortuna. Un amico del compianto estinto seppe rasciugarle le lagrime, e riuscì co’ suoi leali consigli a mitigare il dolore della vedovella; la quale in ricompensa di tante attenzioni, offrì la mano e passò a nuove nozze col pietoso genovese, che l’aveva consolata mentre era sola, in terra straniera, lontana dai parenti.

— Sarei rimasta eternamente vedova — diceva mia zia al secondo marito — ma, sposandomi all’unico amico della _buon’anima_, mi sembrerà di continuare le antiche nozze.

Non voglio qui discutere il filosofico ragionamento di mia zia; dirò solo a suo onore, che ella pensava sempre ai fratelli ed ai nipoti lasciati in Sardegna, i quali avevano lo stesso suo sangue — rosso, per lo meno.

Sterile col primo marito, mia zia ebbe un frutto col secondo: una femmina. Il commerciante attaccato alla sua Genova e a’ suoi interessi non si era mai lasciato persuadere ad abbandonare i suoi affari per venire in Sardegna a visitarvi i parenti della moglie.

Ammalatosi gravemente mio padre, e partecipata la infausta notizia alla sorella, costei venne subito a Sassari in compagnia della sua piccola Mariannina, che contava sette anni. Il marito non potè allora accompagnarle, ma promise formalmente che le avrebbe raggiunte a Sassari non appena sarebbe arrivato a Genova un certo barco di coloniali, che aspettava dalle Indie.

* * *

Morì intanto mio padre, raccomandandomi al fratello ed alla sorella; e l’uno e l’altra gli giurarono che si sarebbero occupati della mia educazione e del mio avvenire.

Mia zia colla piccola Mariannina si fermarono a Sassari cinque mesi, aspettando di giorno in giorno la venuta dello zio commerciante..... che non arrivava mai.

Non potrei descrivere l’affetto che nutriva per me la zia Antonica. Quando mi vedeva scherzare con la sua Mariannina, sentivasi ringiovanire di vent’anni. Ella sorrideva maliziosamente e diceva ai parenti:

— Sono destinati l’uno per l’altra. Cecchino sarà il marito di Mariannina — e Mariannina sarà la moglie di Cecchino.

La zia parlava sul serio; e sul serio i parenti prendevano le parole della zia, la quale voleva effettuare questo matrimonio per eternare la memoria dell’amato estinto. Destinavano noi bambini a far da lapidi commemorative.

Io contavo allora dodici anni e mia cugina otto.

A tavola ci facevano sedere vicini; quando si andava in campagna ci facevano camminare a braccetto, a capo della brigata; e noi sentivamo i parenti ridere e chiacchierare alle nostre spalle.

— È proprio una bella coppia! — essi dicevano. — Sembrano creati apposta, l’uno per l’altra!

Vi era però un serio guaio. Io provava una profonda avversione per la piccola Mariannina — e Mariannina mi voleva bene come il fumo negli occhi.

Figuratevi! — una bambina permalosa, mal educata — una streghetta che si divertiva a tirarmi sul muso i noccioli delle ciriegie e le buccia dell’arancia.

Un giorno che io le tenevo dietro, pregandola che mi restituisse una carrozzina rubatami, mi lasciò cadere sul muso un ceffone che mi fece venir giù il sangue dal naso.

Un’altra volta che essa ruppe una gamba al più caro de’ miei burattini, le diedi un tal pizzicotto, che n’ebbe i segni sul braccio per una settimana.

Vedete bene di qual natura era l’amore che da bambini ci portavamo, e sul quale si fondavano tutti i sogni matrimoniali della zia e dei parenti.

Vi era però una cosa assai strana. Tanto l’uno quanto l’altra ci scambiavamo i dispetti alla chetichella, senza formulare alcun atto d’accusa. Comprendevamo, sebbene bambini, che il nostro buon accordo rendeva felici i nostri parenti in generale — e mia zia in particolare. Eravamo ancora in fasce, e già sentivamo l’utilità delle ipocrisie sociali.

Un giorno che Mariannina versò sul mio compito scolaresco l’inchiostro del suo calamaio, le diedi un leggero colpo sulla mano: ed ella, di rimando, un bel pugno sulla mia tempia destra. Un’ora dopo io aveva l’occhio gonfio e violaceo.

Spaventati i parenti accorsero a me:

— Che hai, Cecchino?

— Ho dato nello spigolo della credenza e... mi son fatto male.

— Egli correva, poverino! — aggiunse con tutta ipocrisia la cuginetta, lanciandomi una occhiata tenera, e quasi pregandomi di convalidare la bugia.

E accadde anche di peggio. Io aveva, come tutti i bambini, una smania per i fucili, i tamburi e le sciabole. Una sera che io aveva messo in fila le sedie del salotto, ed armato di due spalline di carta comandavo il mio reggimento di legno, non so perchè, la cuginetta mi disse pestando i piedi:

— Perchè parli colle sedie, e mi lasci in un canto come uno straccio?

— Perchè le sedie sono più disciplinate di te! — risposi coll’autorità di un generale ad un caporale di settimana.

Ma la mia cuginetta non teneva troppo alla disciplina militare. Furibonda mi strappò la sciabola di mano, e me la lasciò cadere sulla testa, producendomi una ferita non troppo leggera. Ai miei strilli accorse la zia; ma io non mi scomposi:

— Sono caduto sulla spada e... mi sono ferito.

— Non è sua colpa, poverino! — esclamò la ragazza con faccia tosta.

Tutto questo per provarvi come si andava d’accordo fra noi due, e qual dolce preludio si preparava per la nostra futura felicità coniugale, sognata, progettata, e stabilita dal nostro consiglio di famiglia.

Mariannina era brutta; aveva la fronte bassa e coperta per metà da una peluria che la faceva somigliare ad una grossa pesca; aveva il colorito bruno, tendente al verde, ed i capelli raccolti in ciuffo sulla nuca.

Mia cugina mi diceva sempre: — Tu sei magro come un zolfanello, o Cecchino; e con quel naso adunco sembri l’aquilotto che è dipinto sul mio libro di lettura.

— E tu, Mariannina — io le rispondeva — con quel ciuffo, sembri il giapponese che è dipinto sul ventaglio della mamma.

E mentre noi, raccolti in un canto della sala, ci scambiavamo questi complimenti, la madre di mia cugina diceva a mio zio:

— Osservali bene. Non ti sembrano veramente creati l’uno per l’altra? Dio li fa — e Dio li accoppia!