Chapter 28 of 33 · 1021 words · ~5 min read

XXVIII.

Le due fidanzate.

Le parole di mia zia avevano destato una gioia improvvisa nel mio cuore. Ma questa gioia era proprio giustificata? — La mia condizione non aveva subìto cambiamento alcuno. Sciolto dal vincolo di un matrimonio abborrito, restavami di poterne contrarre un altro sì a lungo vagheggiato. Lo avrei potuto? In un momento d’allucinazione avevo sperato che colla rinunzia di Mariannina sarebbe stata appianata ogni difficoltà — ma m’ingannavo. E Annetta?

Ridivenni mesto, taciturno, sconfortato; e presi la ferma risoluzione d’incominciare dal domani le ricerche della mia adorabile fanciulla. Mi sarei presentato a’ suoi parenti; mi sarei fatto conoscere, e avrei mandato addirittura mio zio a chiedere la mano di Annetta.

Fatta un po’ di _toeletta_, mi accinsi a presentarmi a’ miei parenti, per dare loro il buon arrivo.

Il piano da me stabilito fu quello di presentarmi serio, accigliato, come uomo freddo ad ogni sorriso di donna. Il mio broncio sarebbe stato un buon preludio per la ragazza; — il mio contegno glaciale sarebbe stata una eloquente dichiarazione per i genitori di mia cugina.

Trovai la zia Efisia in anticamera. La famiglia di Mariannina era raccolta in quel momento nel salotto. Per recarmi da loro io doveva attraversare una cameretta che un tempo mi serviva di studio e che era stata trasformata provvisoriamente nella camera da letto della antipatica cugina.

Mia zia camminava innanzi; io la seguiva, colle braccia penzoloni, riandando nella mente il discorso preparato per la circostanza, del quale non ricordavo più una parola.

Entrata nella camera, mia zia si fermò di colpo. Io levai gli occhi per conoscere la causa della sua immobilità. Una fanciulla era in un angolo di quella stanza.

Sentii tremare le mie gambe — il cuore mi batteva con violenza.

Mi avanzai verso di lei colla testa bassa e coi passi di un condannato a morte.

Mia cugina aveva indosso una vestaglia color d’albicocco, che le si attagliava a meraviglia.

Era in piedi, vicina ad un tavolo rotondo.

Al vedermi, chinò prestamente la testa sul petto, si cuoprì gli occhi con una mano, e appoggiò l’altra al tavolino

Rimanemmo alcuni minuti senza poter articolar sillaba. Mi voltai a guardare mia zia, come per domandarle consiglio; e mia zia, con un movimento di testa, mi eccitò a farmi coraggio.

Fui primo a prendere la parola:

— Vi dò la ben venuta. Vi rivedo con molto piacere!

La fanciulla, quasi scossa da una molla, tolse la mano dal volto, e con voce tremante esclamò vivamente:

— Che venite a far qui? Allontanatevi, signore; non cimentate più oltre la mia costanza! Voi solo siete causa d’ogni mia sventura!

La zia afferrò la fanciulla per una mano, e le disse con acerbo rimprovero:

— Mi avevi pur promesso di tenere tutt’altro linguaggio con lui!

Ed io allora con vivacità:

— Signorina, voi qui? è il cielo che vi manda. Sappiate che vi amo sempre, e che farò di tutto per strapparvi ai vostri genitori ed all’uomo che dice di amarvi!

E la zia Efisia, a me rivolta, disse con amaro risentimento:

— Non era questo il discorso che avevi promesso di tenere con lei!... Mi dispiace il tuo linguaggio sarcastico!

Vi furono alcuni minuti di silenzio. La zia Efisia guardava or l’uno or l’altra, nè sapeva a che pensare. Alfine, cambiando tono, esclamò con dolcezza affettuosa:

— Ma via, Cecchino! — via, Mariannina! non fate scene. Fra cugini ciò sarebbe uno scandalo, una vergogna!

Ci guardammo l’un l’altra, come due forsennati.

— Tu... mia cugina?

— Tu... mio cugino?

Mandammo dal petto due gridi di gioia; e, senza badare a convenienze di sorta, gettai addirittura le braccia al collo di Annetta e scoccai due sonori baci sulla sua guancia, nel momento appunto che tutta la famiglia, spaventata da quelle grida, era accorsa in camera per conoscerne la causa.

Appena mi vide, la madre corse alla figlia, e la strappò a viva forza dal mio amplesso troppo drammatico.

— Infame! — esclamò a me rivolta — io lo prevedeva; ma non vi avrei creduto mai capace di tanta vigliaccheria!

— Sorella! — gridò allora mio zio, rivolto alla vecchia — voi trascendete; ed oramai devo dichiararvi che le vostre originalità cominciano ad essere intollerabili. Cecchino è incapace di un’azione disonesta!

— Come?... lui Cecchino?

— E chi altri dunque?

— Il nostro compagno di viaggio!?

— Precisamente — esclamai io.

— Proprio lui! — soggiunse Annetta...

— Ora capisco tutto! — disse il papà.

— Ed io invece non capisco niente! — conchiuse mio zio rivolgendosi alla zia Efisia, la quale alzò le spalle e allungò il labbro inferiore per dire che capiva meno di tutti.

Risparmio al lettore tutte le spiegazioni che vennero in seguito. Fu lo scioglimento di una vera farsa. Io era fuori di me; e, per tutto quel giorno, mi credetti in preda ad una crudele allucinazione.

Io aveva ritrovato la mia adorata Annetta fra le braccia della mia antipatica Mariannina. Per una strana combinazione, la mia felicità era andata a nascondersi in seno ad una sventura.

* * *

Alle ore dieci di quella stessa sera, ebbro di gioia, m’incamminavo frettoloso verso la piazzetta San Carlo, e precisamente all’intermittente caffè di _Vincenziello_, per cercarvi una persona a cui avevo dato un appuntamento.

Come il lettore avrà immaginato, era costui il giovine tenente, mio compagno di viaggio da Oristano a Decimomannu.

— Signore — gli dissi — fedele alla mia promessa, eccomi a voi.

— Che volete da me?

— Vengo... a domandarvi scusa!

— Scusa?!

— Sì, o signore, scusa: poichè un gentiluomo non deve mai vergognarsi d’aver torto.

— Non v’intendo.

— Ieri non mi avete calunniato, ma diceste la pura verità. Vi partecipo che realmente io era il fidanzato di quella bella fanciulla che viaggiava con noi.

— E perchè non lo avete confessato ieri?

— Perchè non lo sapevo.

— Scherzate?

— Non scherzo; vi dirò tutto un’altra volta. E giacchè una soddisfazione è per voi necessaria, io v’invito ad un duello. Volete voi essere uno dei testimoni della mia felicità coniugale?

Il giovane tenente cominciò a comprendere; sorrise, mi stese la mano, e rispose:

— Accetto!...-e con piacere!