XX.
Un incidente.
Cogliendo un momento in cui nel vagone si stava silenziosi, il padre di Annetta lasciò sfuggirsi, guardando fuori del finestrino:
— Queste campagne sono un po’ monotone!
Il giovine ufficiale prese allora la parola:
— Sì; non bisogna negare che quasi tutta la strada, da Sassari a Cagliari, presenta ben poca varietà all’occhio del viaggiatore. Nella Liguria, in Toscana, nella Lombardia, nel Piemonte, voi trovate ad ogni passo paesetti, palazzine, bei giardini, che rendono più ameni e meno penosi i viaggi. In Sardegna, all’incontro, si fanno dieci ed anche venti chilometri, attraversando terreni incolti e nude montagne, senza vedere un paesetto, una casetta, e quasi neppure un albero. Bisogna convenire che i viaggi nell’isola sono noiosi, monotoni, eterni!
Fin qui nulla di male, nè di esagerato. Ma il tenente continuò:
— Ai viaggiatori, che si accingono alla traversata dell’isola, non resta che chiudere gli occhi per conciliare il sonno. I soli fortunati, nei nostri viaggi, non sono che i fidanzati, o gli sposi, i quali se ne stanno in un canto, assorti nella luna di miele; non vedono altro che il loro affetto, dimenticando tutte le noie e tutti i paesaggi del mondo!
Pronunciando queste parole il giovine ufficiale si era rivolto a noi due, con un sorriso tra il benevolo e il malizioso, e ci additava a’ suoi compagni di viaggio con una certa compiacenza invidiosa.
Immaginate l’impressione prodotta dalle parole dell’ufficiale sull’animo mio, di Annetta e dei due vecchi!
Rimasi sbalordito, come fulminato; e gettando un’occhiata alla mia compagna, la vidi prima farsi di porpora, poscia impallidire.
Volli aprir bocca per avvertire i presenti dell’inganno, ma mi fu impossibile.
La sola vecchia potè prender la parola in quel silenzio glaciale. Le gettai una rapida occhiata: — era verde!
— Essi non sono sposi, nè fidanzati — disse seccamente rivolta all’ufficiale. — Una è mia figlia — l’altro un viaggiatore qualunque, come siete voi!
— E questi equivoci non accadrebbero mai — aggiunsi allora, non potendo più oltre contenermi — se certi imprudenti, prima di parlare, riflettessero un poco!
— Domando scusa a’ lor signori dell’errore — esclamò l’ufficiale mortificato e confuso; e rivolgendosi ai vecchi ed a me, fingendo non aver udito la mia tirata, soggiunse: — In ogni caso, il mio non sarà stato che un buon augurio per l’uno... e per l’altra.
La presenza di spirito dell’ufficiale non mi appagò. Avevo quasi bisogno d’una provocazione per celare il mio turbamento; perocchè per chi ha torto, uno dei mezzi più sicuri per ottener ragione è quello appunto di riscaldarsi e di inveire contro l’avversario. Io gli risposi con durezza:
— Quando si pronunciano parole che possono offendere l’altrui suscettibilità, il domandar perdono è un voler raddoppiare l’offesa. Ecco che cosa succede quando si vuol far dello spirito in mezzo a gente che non si conosce.
— È forse a me, che il signore vuol indirizzare i suoi sarcasmi?
— Io credo che ci voglia ben poco a indovinarlo! — continuai, sempre più stizzito.
— Signore, come parla?! — esclamò il tenente fulminandomi con un’occhiata. — Ho chiesto scusa di una innocente espressione che non poteva menomamente offendere chicchessia; se poi ella la prende calda, le dirò, senza tanti preamboli, che la sua coscienza non dev’esser troppo tranquilla... di fronte alla signorina!
Annetta allungò la mano, come per toccarmi il braccio, pregandomi di desistere; ma non si accorgeva che questo era appunto il mezzo per farmi andare più in furia. Volevo ad ogni costo trovare un’occasione per provare alla vecchia madre il mio irreprensibile contegno verso la figliuola. Potete immaginare qual fosse il mio sdegno, riconoscendo veritiere la ultime parole dell’ufficiale!
La discussione mi era impossibile. Si rendeva dunque necessaria un’insolenza; e la dissi:
— Quando si ha una spada al fianco, la provocazione diventa spesso necessità!
— Lei m’insulta! — gridò il tenente balzando in piedi, furioso. — Con chi crede di parlare?
— Con lei!! — gridai pure io, alzandomi di colpo.
A quel doppio grido, ed al rumore che fece la sciabola impigliandosi fra le gambe del militare, tanto il prete, quanto il rigattiere, si erano levati in piedi; ma il brusco movimento del treno che correva ci fece perdere l’equilibrio.
Il rigattiere, che si era rivolto a me per mettermi in pace, mi cadde fra le braccia; — il prete che si accingeva a calmare il mio avversario, cadde fra le braccia dell’ufficiale.
Il vecchio e il maestro di scuola non si erano turbati. Il primo raccolse pacatamente la papalina del prete, ed il secondo il berretto del rigattiere, ch’erano caduti ai nostri piedi.
Quando oggi, a sangue freddo, io penso a questa scena, sento il sangue affluirmi al volto. Abbiamo dovuto fare una bella figura, tutti e quattro abbracciati, dentro ad un treno che correva velocemente!
— Lasci andare, via! — mi diceva il rigattiere, in dialetto cagliaritano. — Sono cose da nulla; fu un equivoco innocente; una malintesa. Non è poi un insulto augurarle una sposina! Abbiano almeno riguardo alle signore qui presenti, che sono ancora spaventate!
E il prete gridava, rivolto a me e all’ufficiale:
— Se vogliono sbudellarsi sono padroni di farlo, ma vadano in piazza! — Vergogna! — Abbiano almeno un po’ di educazione; e non disturbino nel loro viaggio chi ha pagato buoni quattrini per accudire comodamente alle proprie faccende!
E così dicendo il prete, tutto rosso, tornò a sedere, calcando con forza fino alle orecchie la papalina nera.
Le parole del reverendo fecero su di noi l’effetto di un secchio d’acqua fresca. E difatti furono una buona lavata di testa.
— Ci rivedremo! — mi disse l’ufficiale all’orecchio; e sedette.
— Quando vuole! — borbottai: e sedetti anch’io.
Nello stesso tempo, una voce sonora gridava:
— Pabilonis! — Pabilonis! — Chi scende a Pabilonis!
— Che vuol dire? — domandò il vecchio al maestro di scuola.
— Vuol dire che siamo arrivati alla stazione di _Pabilonis_ — rispose il maestro.
— E cos’è questo Pabilonis?
E il maestro con tutta gravità:
— Il paese dei pentolini e delle pignatte!