Chapter 11 of 33 · 1441 words · ~7 min read

XI.

Da Mores a Torralba.

Da 15 minuti si era lasciata la stazione di Mores, ed eravamo all’altezza di Bonnanaro, il quale si nasconde fra il Monte Arana e il Monte Manno.

Campi sassosi, nude colline, e qualche pioppo da una parte e dall’altra. A destra e a sinistra parecchi nuraghi — l’uno in basso del color della morte — l’altro per metà ricoperto d’ellera — un terzo vicino ad una capanna che pare gli chieda protezione. Fra essi serpeggia il binario, seguito per un lungo tratto dai pali del telegrafo. — L’elettrico e il vapore! I due supremi fautori della civiltà moderna, che irridono le rozze moli d’una generazione perduta nella notte dei tempi.

Mi provai a riattaccare la conversazione.

— Osservi, signorina, lungo i fili del telegrafo. Non vede? di tanto in tanto una compagnia di uccelletti, messi in fila, cinguettano allegramente. Non le pare di vedere delle note musicali, disposte nei cinque righi di un immenso foglio di musica? Eppure io credo, che non furono mai scritti dagli uomini canti migliori di questi! Gli uccelletti furono i primi inventori della musica: essi crearono le note, e Guido d’Arezzo non fece che dar loro il nome.

Annetta sorrise a fior di labbro, e si contentò di dare un’occhiata ai fili telegrafici, senza rispondermi. Nullameno non mi diedi per vinto:

— Che squallore, che solitudine all’intorno! Non vede? Anche i nuraghi — questi eterni giganti senza storia — attraversano prestamente la campagna. Essi affrontarono i secoli, ed hanno paura del deserto; assistettero all’agonia di cento generazioni, e temono la vaporiera.

Tacqui. Annetta gettò uno sguardo fuori del finestrino, e continuò a tormentare il suo ventaglio.

— Eppure — continuai — questo silenzio e questa solitudine hanno anch’essi il loro linguaggio. La loro parola torna gradita all’anima, quando essa si culla tra i lieti ricordi e le care speranze!

Annetta levò gli occhi e mi guardò in volto, quasi cercando spiegazione alle ultime mie parole, che non poteva o non voleva comprendere.

Per tutta risposta la guardai negli occhi.

Questa volta ebbe paura del mio sguardo. Inesperta colomba, temeva per istinto le insidie dello sparviero. Turbata, ella si guardò attorno; il suo occhio smarrito andò subito a cercare la vecchia madre, che sonnecchiava in un canto. Forse sentiva bisogno di lei.

— Mamma..... dormi? — chiese con voce spenta.

— Non dormo: penso! — rispose la mamma, senza aprir palpebra, per farmi intendere che la sentinella era _all’erta_.

Vi furono alcuni minuti di silenzio; dopo i quali domandai addirittura ad Annetta:

— A che pensa, signorina?

— A nulla.

— La monotonia e la solitudine della campagna, l’annoiano forse?

— Non mi annoiano; provo solo una strana melanconia dinanzi ad esse. Parmi, però, che facciano uguale effetto su di lei. Non mi ha più fatto da cicerone.

— Non vorrei turbare i suoi pensieri... i suoi ricordi.

— E chi le ha detto che io carezzo dei ricordi?

— Colui che ha tentato Eva — il serpente.

E così dicendo accennai alla biscia d’argento, e al braccialetto d’oro su cui era incisa la parola _Ricordo_.

Annetta, turbata, si fe’ rossa, e abbassò gli occhi dicendomi:

— Scusi — la sua frase io non la intendo.

— Lo so — è una freddura.

— Non ho detto questo...

— Ma lo ha pensato.

— Conosce dunque anche i miei pensieri?

— Potessi conoscerli!

— Che ne otterrebbe?

— Il più crudele dei disinganni, lo so; ma è sempre meglio di un dubbio che tormenta... ed uccide!

Era una mezza dichiarazione a bruciapelo; e questa volta Annetta fece un movimento di dispetto, e diede una brusca strappata alle stecche del ventaglio; tanto che la vecchia apri gli occhi:

— Cosa c’è?!

— Nulla... mi faccio vento.

Come vedete, se il treno camminava, camminavo anch’io — e in che modo! Quando avrò figlie insegnerò loro a non tollerar mai una mezza parola da un uomo; perchè l’uomo è incontentabile e un po’ sfacciato: — se gli concedete un dito, vi piglia addirittura la mano... per lo meno!

Vi dico queste cose oggi, a sangue freddo; ma credo inutile assicurarvi che allora non le pensai neppure. Mi credevo autorizzato dalla passione ad ogni sorta d’imprudenze. — Oh gioventù! gioventù! — esclama sempre mio zio; ma, con questa benedetta parola, ce ne perdonano troppe... delle scappate!

E postochè sono sulla via delle confidenze, sento il dovere di fare una dichiarazione. Costretto a raccontare la mia storia, e sapendo che non v’ha nulla al mondo di più noioso che lo intrattenere il pubblico sui fatti nostri, ho voluto far conoscere ai lettori le diverse località per cui passa la strada ferrata da Sassari a Cagliari. Essendomi ben nota questa linea per i frequenti viaggi intrapresi per conto di mio zio, ho voluto cogliere l’occasione per descriverla in alcuni punti: pur confessando che certe mie osservazioni rimontano ai viaggi precedenti; poichè il tre di luglio del 1881, non sempre io mi trovavo in tale condizione di animo, da poter badare ai monti ed ai campi che attraversavo. Capirete bene che avevo ben altro da pensare!

Ed ora continuo.

Il fischio della vaporiera, e il treno che rallenta, ci rendono accorti che siamo arrivati alla stazione di Torralba — ben s’intende assai lontana dal villaggio, come molte altre sue sorelle... di latte.

Siamo sopra un terreno accidentato, fra una alterna successione di pianure e di colline. Vediamo a levante il Monte _Austido_, a ponente il Monte _Manno_ e quello di Cheremule — tre vulcani spenti.

Maestoso sovra tutti, il Monte Santo è sempre là, nella sua massima larghezza. Da Campomela a Chilivani — da Chilivani a Mores — e da Mores a Torralba, per ben cinquanta e più chilometri, esso ci ha accompagnati nella nostra corsa ferroviaria.

A Torralba era montato nel nostro scompartimento un giovine snello, dal volto abbronzato, dalla barba incolta, e vestito di nero, ma con abiti logori dal grasso... e dal magro della quaresima. Non bisognava essere fisonomisti per giudicarlo: era un maestro di scuola. Il maestro di scuola italiano — in grazia del Governo — è un tipo unico che non ha bisogno di _connotati_ nel passaporto, e potrebbe anche fare a meno delle presentazioni e del biglietto di visita.

Il nostro maestro contrapponeva alla povertà il buon umore. Era un ciarliero di prima forza. Appena entrato nel vagone, sedette con disinvoltura fra l’uomo del cappello a cilindro ed Annetta; e, colle ciarle, cominciò a destare tutti quelli che dormivano — o fingevano dormire per non essere importunati.

Fra gli altri avea preso di mira il proprietario di Bosa, col quale piantò subito un’animata discussione sul Governo e le scuole, e sulla lotta fra progressisti e moderati nelle ultime elezioni comunali.

Le ciarle del maestro non fecero che avvantaggiare la mia posizione. Io poteva parlare più liberamente con Annetta: poichè le mie parole, soffocate da quelle del maestro, non potevano arrivare all’orecchio dei due vecchi _interessati_.

Il mio vicino era un inglese che capiva poco l’italiano, e stava muto; il vicino d’Annetta era un sardo che sapeva troppo l’italiano, e parlava sempre; motivo per cui, come vedete, il caso non poteva meglio favorirmi.

— È un bel paese Torralba? — domandò il _padre nobile_ al Bosano.

— Così, così! Un tempo vi si fermava la diligenza, perchè vi capitava all’ora di pranzo; oggi, invece, la ferrovia non lo vede neppure. È stato un paese disgraziato!

Il maestro di scuola, senz’essere interpellato, continuò con tono cattedratico la biografia di Torralba:

— È un villaggio fabbricato con pietre nere e rosse, ed ha un’aria di cupa tristezza, come giustamente osserva il caro Lamarmora. Di speciale non ha che due cose: È la patria delle anguille squisite, e del bravo poeta Sechi Dettori — un ex maestro di scuola, che negli alberghi domanda i maccheroni coi pomi d’argento, dicendo che non può permettersi il lusso del _pomidoro_.

In vicinanza alla stazione, rasente alla linea ferrata, si possono ammirare due bellissimi nuraghi.

Il maestro colse subito l’occasione per illustrarli.

— Osservi questi due nuraghi, costrutti entrambi colla lava porosa uscita dal cratere del monte di Cheremule. Quello là, a tre piani, è detto di _Santu Antine_, e fu visitato da Carlo Alberto; l’altro è quello detto _de Boes_, visitato l’anno scorso dal ministro Baccarini e da’ suoi illustri compagni di viaggio; i quali fecero voti che venisse dichiarato monumento nazionale, e conservato gelosamente. I voti, però, fatti al governo per il nuraghe, dovrebbero unirsi ai voti già fatti per migliorare la condizione dei maestri elementari. Ben diceva il nostro vecchio professore di morale: — sapete voi, figliuoli miei, che cosa sono i voti? — sono i _vuoti_ dello stomaco!