XIII.
Le tre gallerie di Bonorva.
Le ore volavano. Annetta era lì, immobile, preoccupata. A che indugiare? Avevo giurato a me stesso di svelarle ad ogni costo la mia passione. Come avrei potuto riacquistare il tempo ch’io perdeva?
I miei scrupoli erano ridicoli. Non era io forse un giovine onesto? Che dovevo temere? Non brutto, non vecchio, non povero, e forse non sciocco, potevo ben aspirare alla sua mano; perocchè le fanciulle, alla fin fine, sono fatte per diventar mogli, come i giovani son creati per diventar mariti.
Un tremito convulso s’impossessò della mia persona; il cuore mi battea forte forte, e sentivo come un zufolìo all’orecchio.
Mi colse la vertigine, e non pensai più a nulla; non all’imprudenza che stavo per commettere in quel luogo; non all’intempestiva dichiarazione; non alle conseguenze della mia sciocchezza.
Chiusi gli occhi; e vidi guizzare mille fiamme in un fondo nero nero. Ebbi paura, e fu un bene. Alla paura attinsi il mio coraggio.
Il maestro di scuola continuava a chiacchierare — l’inglese, cogli occhi socchiusi, piegava la testa sul petto.
La vaporiera mandò un fischio prolungato, e d’improvviso ci trovammo nelle tenebre.
Eravamo entrati nella prima galleria di Bonorva, lunga circa 700 metri.
Non volli più oltre riflettere per paura del pentimento.
— Signorina! — mormorai prestamente e con voce concitata, chinandomi verso Annetta — a che serve il celarlo, quando lo ha diggià indovinato? Dacchè la vidi mi trovo in preda ad un turbamento, mai provato in mia vita. Non l’ascolto che da poche ore, eppure parmi di conoscerla già da molto tempo. Lei non ha più nulla da rivelarmi: io la conosco. La mia passione non è improvvisa, non è leggera, non è inconsiderata. Vi sono fanciulle che non si studiano in dieci anni; altre, cui basta un’ora per rivelare il tesoro d’affetto che racchiudono nell’anima. I suoi occhi, i suoi sorrisi, le sue parole, i suoi silenzi, mi hanno già fatto conoscere la bontà del suo cuore, la squisitezza de’ suoi sentimenti, la soavità del suo animo leale, affettuoso, entusiasta. Non posso più celarglielo — io l’amo pazzamente!
Un gemito doloroso fece eco, in quelle fitte tenebre, alle mie parole. Ma io, cieco, inesorabile, fuori di me, continuai senza pietà:
— Sono un giovine educato; i miei sentimenti sono nobili, le mie intenzioni oneste. Non voglia giudicarmi sinistramente; è la prima volta che amo, e sono incapace di ingannare la buona fede e l’inesperienza d’una fanciulla. La prego, non abbia una cattiva opinione di me: s’ingannerebbe. Le giuro di non meritare i suoi rimproveri — me li risparmi!
Nessuna risposta.
Aspettai, inorridendo, la luce. Avrei voluto eterne le tenebre per poter celare il mio rossore!
Ma la luce venne.
Annetta aveva cacciato la faccia fra le mani; e tremava tutta. Io sentiva che i lobi delle mie orecchie scottavano.
La vecchia notò il turbamento della figlia.
— Che hai, Annetta?! — gridò con vivacità; e poi correggendosi: — Ho capito! hai temuto le tenebre. Bambina! non vedi che abbiamo attraversato una galleria?
— E con molto risparmio d’olio per la Compagnia delle ferrovie sarde! — aggiunse il maestro di scuola, il quale coglieva ogni occasione per poter spezzare le sue lancie contro qualunque autorità costituita.
Quanto a me, è inutile dirvi che ero contento delle misure economiche della Compagnia reale, e sarei stato capace... di abbracciare Piercy.
Dopo un minuto il treno rientrò in una seconda galleria, lunga circa la metà della prima.
Ed io, di nuovo, a chinarmi verso Annetta, sicuro che le ciarle del maestro e il brontolio della macchina avrebbero soffocate le mie parole.
— Mi dica, per carità, che mi ha perdonato — esclamai come un pazzo — altrimenti io crederò di essere un vigliacco!
— Mi ha offeso... mi ha fatto male... ma io gli perdono la troppa vivacità, perchè credo non l’abbia abbastanza ponderata.
— Per amor di Dio! mi dica almeno che non mi crede un tristo!
— Non un tristo, ma un temerario! Mi faccia credere almeno, che con la mia condotta non ho autorizzato... una simile audacia.
— Oh no! lei è una santa creatura; e mi ha punito abbastanza con le sue parole... che io ho ben meritate!
E tornammo di nuovo alla luce.
Annetta era nella stessa posizione di prima; solamente appoggiava la guancia ad una mano, mentre abbandonava l’altra sulle ginocchia, in preda ad un tremito convulso.
Dopo un altro minuto di luce, il treno piombò nuovamente nelle tenebre.
Era la terza e l’ultima galleria, lunga quanto la seconda.
In preda ad un’agitazione febbrile, volli esaurire fino all’estremo la mia sfrontatezza. Il dado era tratto: sciocchezza più, sciocchezza meno, non aggiungeva ormai peso al mio reato.
— Addio, signorina! Si ricordi sempre di me! Pensi che io non dimenticherò giammai il giorno memorabile in cui ho gustata, e per sempre perduta, la sola e vera felicità riserbata in terra alla creatura umana!
E afferrando con ambe le mani la mano che quella fanciulla abbandonava sulle ginocchia, la trassi a me con forza, e posai per tre volte la mia bocca ardente sul braccio seminudo, che io vedeva, anche nell’ombra, attraverso la febbre che mi abbruciava il cervello.
Un altro gemito, più doloroso del primo, uscì dal petto della fanciulla. Allo stesso tempo sentii un alito tiepido sfiorarmi la guancia, ed una voce fievole e tremante susurrarmi all’orecchio:
— Ma non ha capito, che io sono d’altri?!
Un fulmine caduto a’ miei piedi mi avrebbe meno atterrito di quelle poche parole fredde, vibrate, che io ascoltava nelle viscere di una montagna, in seno alle più fitte tenebre e fra l’urlo e i fischi d’una vaporiera.
— Maritata! — gridai con raccapriccio — maritata!
E questa volta fui io che cacciai il volto fra le due mani.
Quando tolsi da’ miei occhi le dita, le tenebre si erano dileguate. Gettai uno sguardo ad Annetta ed alla vecchia.
La prima era pallida e tremava tutta; — la seconda mi fissava con certi occhioni spalancati e con un tale aggrottamento di sopracciglia, che ben dicevano che qualche cosa aveva capito; aveva capito, se non altro, che Annetta aveva troppa paura del buio, ed io troppa paura della luce!
La situazione però era critica; e la vecchia dovette ben comprendere, che il più piccolo suo atto avrebbe potuto creare un serio scandalo nel piccolo mondo del vagone di seconda classe.
Io non badai alla madre, nè alla figlia. Non facevo che ripetere a me stesso:
— Maritata!... maritata!