II.
Per tre giorni non rividi i miei compagni di viaggio — nè le due ragazze, nè il canonico. Ero occupato ed intento all’ispezione dei registri e dei bollettari nell’ufficio dell’Agenzia delle tasse.
La sera del quarto giorno fui invitato da un collega mio amico ad una passeggiata in barchetta lungo il fiume Temo, che scorre carezzevole appiedi del paese. Accettai con piacere.
Non è un’esagerazione: la città di Bosa è la più bella e la più pittoresca fra le città sarde. Posta sul versante di un colle rivestito di oliveti, e sormontata dall’antico castello dei Malaspina, essa si specchia sul terso cristallo del suo fiume; il quale ne riflette le linde casette, i poggi incantevoli e i rigogliosi oliveti, scorrendo docile e silenzioso fra due sponde fiorite, per poi gettarsi nel vicino mare. Le due acque — l’una dolce e l’altra amara — confondono insieme i loro palpiti dentro l’ampio bacino, formato dalle roccie frastagliate e dalle spiaggie arenose.
Montammo sul battello, a poca distanza dalle arcate del ponte; e guidati da un esperto barcaiuolo ci dirigemmo verso levante — laddove il fiume serpeggia fra una catena pittoresca di fantastiche colline, che ti trasportano col pensiero alle belle rive del lago di Como. Lungo quei colli, l’acqua prende un colore verdastro, prodotto dalla rigogliosa vegetazione che riveste i due versanti, e che contrasta con la striscia azzurra di mare; la quale chiude a ponente il grandioso quadro creato dal sublime pennello della natura.
L’acqua del fiume pareva dormente, e capovolgeva le piante, le casette, e le colline che la sovrastano — quasi volesse raccoglierle nel suo seno per esortarle al riposo. Eppure avresti detto che da quelle sponde silenziose partissero voci indistinte che invitavano a pensare e ad amare! Era il linguaggio arcano del silenzio e della quiete, il quale commove le anime innamorate per trasportarle nel mondo dei fantasmi e degli spiriti, dove si ascolta ad orecchie chiuse, si sogna ad occhi aperti, e si parla col cuore e non col labbro.
Non si udiva che il tonfo dei due remi; un tonfo leggero, monotono, cadenzato.
Il sole volgeva all’orizzonte, e, lanciando i suoi raggi sul fiume, metteva in risalto le tre arcate del ponte, che si riflettevano nell’onda come cerchi luminosi tagliati da innumerevoli striscie infocate, tremule, scintillanti. E i ruderi del vecchio castello e delle annesse muraglie apparivano lassù, sopra uno sfondo color di rosa — quasi a ricordo dell’antica potenza dei Malaspina che inalzarono la rocca verso il 1112, per cederla due secoli dopo, insieme alla città, ai giudici di Arborea.
Avevamo lasciato a sinistra la chiesetta di Santa Giusta e l’annesso giardinetto — trista brughiera un giorno, ed oggi un vero Eden di delizie, mercè la bacchetta magica di monsignor Eugenio Cano — un vescovo artista che all’ingegno eletto accoppia un cuore nobile e generoso. Volgemmo quindi a destra, passando sotto l’antica chiesetta di San Pietro ed al suo campanile in forma di torre quadrata, costrutta nel 1073: — unico ricordo che ancora rimane dell’antica Bosa cristiana, forse fabbricata sui ruderi della pagana _Bosa Vetus_. L’antica _Calmedia_, cambiando nome, è passata all’opposta sponda del Temo, lasciando sotto il _Monte Nieddu_ quella torre e quella chiesa, le quali sembrano dolersi dell’ingrato oblio e della solitudine cui vennero condannati dagli uomini e dal destino.
Tanto io, quanto il mio amico, eravamo immersi nel silenzio e nel raccoglimento. Non so a che cosa pensasse lui; io pensavo alla bella incognita dell’_omnibus_, che volentieri avrei desiderato là, in seno a quelle acque così tranquille. Ed era forse lei che in quel momento mi versava nell’anima la strana melanconia, che pur vedevo quasi riflessa in quel cielo, in quel mare, in quei seni deliziosi.
La barchetta diresse la prora verso la sponda sinistra, e andò quasi ad incastrarsi fra le erbette ed i canneti che arginavano le numerose campagne coltivate.
Scendemmo di un salto a terra, e ci trovammo in un ameno tenimento ricco di oliveti, di aranci, e di ortaglie d’ogni specie.
Dopo aver attraversato parecchi poderi, l’uno dentro l’altro, entrammo in una vasta cardiera, stupendamente coltivata.
Tutto solo in mezzo ad un viale, chino sulle piante e intento ad esaminare qua e là i superbi cardi, era un uomo decentemente vestito — per fermo il proprietario.
Ma, quale non fu la mia gradita sorpresa quando in lui ravvisai l’affumicato canonico, il mio compagno di viaggio, lo zio della bella ragazza che mi aveva ammaliato?
Mossi verso di lui, e gli strinsi la mano come ad un vecchio amico. Egli mi accolse con un grido di gioia, e mi offrì una buona presa di tabacco — di quel tabacco ch’io non poteva rifiutare, sebbene mi condannasse ad un augurio di _felicità_ illusoria.
Il mio amico mi lasciò solo col canonico, e si diresse al tenimento vicino, dicendomi che non avrebbe tardato a raggiungermi.
Inutile dire che il canonico mi condusse seco a fare il giro del suo tenimento, per vantarmi i suoi carciofi e per intontirmi colla nomenclatura di tutte le specie squisite che possedeva. Ed io, naturalmente, non dimenticai che avevo l’obbligo di portare ai sette cieli le sue piante, fingendomi molto addentro nei misteri dell’agricoltura. Anzi, ricordando il mio _primo libro di lettura_, e le nozioni apprese sui banchi delle scuole, parlai subito del pistillo e degli stami, indispensabili alla generazione dei frutti. Dissi, con gravità cattedratica, che il pistillo si divide in stigma, in stilo ed in ovario; e che lo stigma riceve il pòlline. Insomma, lo vuotai dall’A fino alla Z tutto il sacco della mia scienza agraria infantile, la quale non andava più in là del pòlline e dell’ovario.
Fu una vera rivelazione per l’agronomo prete.
— Voi dunque conoscete botanica e agricoltura?! — gridò il canonico, raggiante di contentezza. E piantandomi in faccia i suoi due occhietti lucicanti aspettava ansioso una risposta.
— Così... un poco! — risposi arrossendo.
— Bravo! ne sono proprio contento! Non potete immaginare il bene che mi avete fatto con simile confidenza; massime in questi tempi di scetticismo, in cui non si vuol confessare che la vera fonte della ricchezza è una sola: l’agricoltura, alla quale si piegano riverenti l’industria, il commercio, le scienze, le arti, ed i mestieri..... Credetelo, signore: se Bosa curasse meglio i prodotti delle sue terre, sarebbe la più ricca delle città sarde, nè avrebbe bisogno di sudar tanto per pagare i propri debiti. Essa, invece, non si è preoccupata che della ricerca di tesori nel Castello dei Malaspina — senza mai persuadersi che il vero tesoro ce l’ha in seno, e consiste nei germi misteriosi che giacciono nelle viscere della terra, i quali aspettano le braccia dell’uomo per venire all’aria aperta. Altro che pensare al malaugurato porto ed alle ferrovie inutili!
Il buon canonico continuò su questo tono, e non la finiva mai. Egli era sublime ne’ suoi entusiasmi, e mi pregò di tenergli compagnia.
Mi portò da un cardo all’altro, esaltandomi ogni pianta, facendomi la rassegna apologetica delle sue cardiere, e dicendomi che i suoi carciofi non avevano rivali in tutto l’agro bosano. Ad un tratto si fermò di botto, e mi domandò a bruciapelo:
— Sapete a quale specie appartiene il cardo?
— Ai _monopètali_ — risposi a caso, con la titubanza di colui che giuoca l’ultima carta che decide della sua fortuna.
— Bravo! — esclamò il canonico, battendomi sulla spalla.
Temendo che l’esame continuasse, tentai di far deviare il discorso dai cardi; e fissando il quadrato degli ulivi che chiudeva la cardiera, esclamai:
— Avete un buon raccolto d’olio, quest’anno!
Il canonico, inesorabile, mi guardò negli occhi:
— Sapete voi la differenza che passa fra il cardo e l’olivo?
Questa volta rimasi a bocca aperta, aspettando che la risposta mi venisse dal prete. Il mio _primo libro di lettura_ non mi diede alcun aiuto.
Supponendo che il mio silenzio non fosse che ammirazione, il canonico soggiunse con sussiego:
— L’ulivo è un _monopètalo_ che ha la corolla _sotto_ l’ovario, come il tabacco e la patata; — il cardo, all’opposto, ha la corolla _sopra_ l’ovario, come la lattuga e la camomilla. Non conoscete forse il metodo e la teoria di Jussien?
— No. Conosco bensì altri metodi — arrischiai timidamente.
— Ho capito — fece il prete con tono di compassione — appartenete dunque alla nuova scuola?
— Sissignore: alla scuola _verista_ — risposi, non so perchè; forse per l’associazione d’idee fra _cardi_ e _Carducci_.
E il buon canonico, tutto tronfio per la sua scienza, mi portò a passeggiare fra i suoi cardi parlandomi delle delicate cure che essi richiedevano nel _rincalzamento_ e nelle _legature_; mi disse che si piantavano in maggio, che si mangiavano in febbraio, che reclamavano un terreno profondo, grasso, ben concimato, e che i suoi carciofi erano _precoci_ quanto quelli di Napoli e della Sicilia.
— Vedete? — mi diceva ad ogni passo — questo è un carciofo comune, il verde: _cynara scolymus virdis_; quest’altro che dà al violetto è qualità rara: _cynara scolymus violacea_; questo che dà al rosso è chiamato dai botanici _cynara scolymus rubra_; e questo bianco è conosciuto sotto il nome di _cynara scolymus albida_...
E il canonico staccava con delicatezza i carciofi dalle piante, e me li porgeva, pregandomi con insistenza di gustarli.
— Ebbene? — mi diceva — sentite che morbidezza!... che sapore!... che fragranza!... Osservate come la semplice pressione dei denti incisivi basta per spezzarne le foglie nettamente, senza filamenti di sorta! Non abbiate timore: morsicate pure vicino alla spina: troverete la foglia tutta tenera, pieghevole, pastosa... Vera _cynara scolymus virdis_ di prima qualità!
Fu per me un vero supplizio. Avevo le labbra legate e nere come il carbone; la bocca pastosa ed amara; la lingua inchiodata al palato, in modo che mi riusciva difficile il parlare.
Il canonico, incoraggiato dalla mia innocente bugia, mi aveva assalito, perseguitato, annientato sotto un mondo di _cynare_ di tutti i colori. E mentre il povero botanico, cieco di passione, contava quasi le foglie dei carciofi, io volgeva gli occhi all’intorno, in cerca degli occhi della cara nipote, i quali mi avevano punto più dei carciofi e dei cardi dello zio. Finalmente mi feci coraggio, e gli chiesi:
— Siete qui solo, in campagna?
— Quasi sempre — mi rispose. — La famiglia di mio fratello viene qualche volta a passarvi la sera. Oggi, per esempio, abbiamo fatto qui pranzo. Venite su, alla casetta; vi farò bere un buon bicchiere di malvagia, e coglierò l’occasione per presentarvi alla famiglia di Battista.
E ci dirigemmo insieme alla casetta di campagna, posta in altura. Il cuore mi batteva forte.
Durante il breve tragitto il prete trovò modo di farmi sorbire una dotta digressione sulla _malvagia_, che chiamò _la regina dei vini sardi_, moglie del vino nero di _Oliena_, e sorella della _Vernaccia_ di Solarussa. Egli così conchiuse:
— La miglior _malvasia_ è fornita da Tresnuraghes — e spetta a Tresnuraghes l’onore di averle dato la culla — come spetta a Bosa la gloria di poter gridare al quattro venti: io sono la patria dei migliori carciofi del mondo!
Sul piazzale della casetta, formanti diversi gruppi, erano una dozzina di donne, fra signore, signorine e persone di servizio. Fra esse notai le due graziose mie compagne di viaggio, colle quali ricambiai un cortese saluto.
La maggiore delle nipoti, al vedermi, sorrise ed arrossì leggermente; e così potei di nuovo ammirare le due fossette ch’erano venute al centro delle sue guancie, e gli otto dentini ch’erano apparsi sulla soglia della sua bocca.
Il mio collega d’ufficio era là, e discorreva tranquillamente con le signore e le ragazze; le quali, come più tardi appresi, appartenevano a tre distinte famiglie. Avrei anch’io desiderato di trattenermi in mezzo all’allegra brigata, ma il mio destino non lo volle.
Infervorato nel discorso dei cardi, ed ossequiente alla mia simulata scienza agraria, il canonico mi presentò alle nipoti ed alle altre signore, declinando il mio nome e la mia qualità; mi fece tranguggiare in fretta e furia quattro bicchierini di _malvagia_, e poi esclamò rivoltò alla comitiva:
— Non vogliamo interrompere la vostra conversazione; io mi porto via il signor Giulio, un continentale studioso e appassionato di tutte le vegetazioni.
E senza lasciarmi tirar fiato mi prese a braccetto, e mi trascinò nel piccolo viale che conduceva alla cardiera, togliendomi bruscamente a quella conversazione, per ottener la quale avevo sagrificato la libertà, la pace, ed ogni divertimento.
Potete immaginare l’effetto in me prodotto dalle parole del prete; esse mi facevano comparire agli occhi delle signore come un misantropo, uno scortese, uno screanzato. Col sorriso sul labbro e la rabbia net cuore io fui costretto a seguire l’inesorabile canonico, il quale mi tenne un’altra ora in mezzo alla sua cardiera, spiegandomi gli amori, le nozze e la figliuolanza dei carciofi bianchi, rossi e verdi.
Fattogli i complimenti per la passione che nutriva verso i cardi, il canonico mi rispose:
— Come vedete, è tutta qui la mia occupazione, è tutto qui il mio pensiero. Tranne un po’ di messa la mattina, io non vivo che nei carciofi e per i carciofi. Non ho che uno scopo, una sola ambizione: trovare un uomo che dopo la mia morte continui a coltivare con affetto i miei cardi. Ed è perciò che fin d’ora ho destinato questa campagna alla figlia maggiore di mio fratello: — sarà la sua dote. Io le ho detto: « — Bada Rosina, bisogna che tu scelga un marito che continui degnamente l’opera di tuo zio; da te sola dipenderà la mia fortuna; ubbidiscimi se vuoi che le mie ossa riposino in pace sotto la terra che mi ha veduto nascere!»
_Rosina!_ — mi era finalmente noto il nome della mia graziosa viaggiatrice! — mi era nota, anche senza volerlo, la dote che lo zio prete assegnava alla sua nipote. Mi trovavo dunque sulla buona via, nè dovevo indietreggiare.
Null’altro io seppi quella sera. Lasciai la campagna di malumore, poichè non mi era riuscito di parlare con lei: con Rosina. Una sola cosa avevo ottenuto: il permesso di visitare con frequenza la cardiera dello zio canonico.