XII.
Da Torralba a Bonorva.
Oltrepassata la stazione di Torralba, vedesi a sinistra, lontano lontano, spuntare dai monti il campanile di Giave; e più sotto la famosa _Pedra Meddarsa_ — un gran sasso isolato e di forma conica, sul quale il volgo superstizioso fabbrica non so quante storielle strane e paurose.
Quel campanile e quel sasso continuano a starci dinanzi, per ben quattro chilometri.
Ecco il famoso _Campu Giavesu_, coll’antica Cantoniera dove le messaggierie di Calvo solevano fare il cambio dei cavalli. Alla 1 e 22 minuti ci troviamo alla stazione di Giave — al cui fianco vediamo un povero omnibus rachitico, attaccato alle costole di due cavallini magri, che aspettano il dolce peso di qualche passeggiero.
Giave è lontano dalla linea forse un tre chilometri; trovasi ai due terzi del monte, sulla cui cima sono i pochi avanzi del castello di Roccaforte; il quale, eretto da Nicolò Doria nel 1336 per dominare la strada centrale dell’isola, fu distrutto più tardi dagli Aragonesi. Il villaggio di Giave vede a’ suoi piedi le ceneri della propria madre — i ruderi cioè dell’antica _Hafa_, menzionata nell’itinerario di Antonino.
Lasciata la stazione di Giave, vediamo all’intorno, tanto sulla collina quanto sulla pianura, una svariatissima gradazione di verdi. Le spighe dei grani altissime, ingiallite dal sole, si piegano sotto le carezze del vento.
A destra, come adagiato in seno ai monti, ci si presenta un grosso paese. Annetta domanda senza voltarsi:
— Come si chiama quel villaggio?
— Bonorva — le rispondo; e null’altro.
Le pietre sparse nei dintorni, formanti i muri di cinta, hanno una specialità — sono di color verdastro, e sembrano di zolfo.
La vigna ogni tanto fa capolino; serpeggia nel piano, scende capricciosa nella valle, per poi risalire arrampicandosi sulle roccie fantastiche.
— E quell’altro villaggio che si scorge alla parte opposta, come si chiama? — tornò a chiedermi Annetta, ma con più dolcezza.
— È sempre Bonorva. Da destra è passato a sinistra.
— È strano!
— Strano? Ciò succede assai spesso anche ai nostri deputati nella Camera!
Annetta guardava il paesaggio, ed io continuai.:
— Vede quel paese? — è uno dei più importanti della Sardegna. Arcigno un tempo, assai superstizioso, e centro di fazioni che si dilaniavano a vicenda, oggi ha un aspetto spigliato e gioviale. — È come una fanciulla piena di vezzi; e il treno lo sa, perchè le fa la corte, girandole intorno. Essa non vuol saperne, e si dilegua. L’amante, indispettito, sbuffa e fischia, fingendo allontanarsi; ma Bonorva allora gli si accosta sorridendo, per poi tornare indietro a voltargli la faccia, o le spalle.
— Bonorva teme dunque la strada?
— Tutt’altro. Un tempo, è vero, la temeva, perchè era gelosa delle sue vigne e delle sue foreste; e difatti nel 1840, se non erro, e nel 1854 fece disordini, e mostrò i denti agli ingegneri, perchè non voleva vie nazionali. Oggi è ben diverso il suo scopo: — Bonorva ed il treno sono due innamorati che s’inseguono ogni giorno, alla stess’ora, per non toccarsi mai. Di chi l’audacia? Non lo so. Talora pare Bonorva che corra incontro al treno — tal altra il treno che ronzi intorno a Bonorva. Per lo meno, sono matti tutti e due.
Il treno intanto si era fermato alla stazione di _Bonorva_, una delle più eleganti della linea. Alla sua sinistra è un giardinetto ricco di fiori, con una mezza dozzina di bellissimi eucaliptus e un delfino in sedicesimo che getta un filo d’acqua dentro una vaschetta di marmo.
Si continua la strada. Dopo aver attraversato altre vigne e nuovi frutteti; dopo aver corso fra roccie e strati curiosi, i quali somministrano le pietre bell’e squadrate a’ muri di cinta di quella regione, il treno si trova nuovamente di fronte al paese.
— E quel villaggio? — domandò Annetta.
— Sempre Bonorva. Non glie l’ho detto? Sono due innamorati che si cercano. Sanno di esser soli, e non badano a riguardi di sorta.
— E che significa tutto ciò?
— Potrebbe significare che la speranza ha forse misteriosi rapporti con questo fatto. Essa difatti, come il treno, segue l’obbietto dei nostri sogni per circondarlo di carezze; ma questo le sfugge e si dilegua. Nondimeno la speranza non si dà per vinta. Un raggio improvviso riaccende talora i palpiti del nostro cuore — e allora torniamo all’assalto, per ricadere, più spossati che mai, sotto il peso delle nostre illusioni svanite. Ma allora è lei — questa larva incantata e incantatrice — che, alla sua volta, ci circonda, ci seduce, ci abbaglia; ed a lei sola noi ci abbandoniamo, colla cieca fiducia degli illusi. Farfalle volubili e senza posa, corriamo intorno alla fiamma delle nostre illusioni, pur sapendo che finiremo per lasciarvi le ali, od incontrarvi la morte.
Non ero ancor giunto a metà di questa mia lunga tirata, che io già m’ero accorto d’aver preso un volo troppo lirico. Ma che fare? Una volta messo il piede in certi abissi, bisogna chiuder gli occhi e precipitare fino al fondo.
Annetta, cogli occhi bassi, scherzava sempre con quel braccialetto che mi era diventato uggioso. Appena ebbi finito, dissemi senza levar gli occhi:
— Troppa poesia!
Non potei contenermi, ed esclamai con amarezza:
— Troppa poesia? Lo so! — Ma qualche cosa bisogna pur dire per uccidere questo silenzio, che a lungo andare fa troppo male al cuore! — Come mai può tacer l’anima dinanzi allo spettacolo di questa natura, che manifesta il suo contento con tanta luce, con tanti colori, con tanta armonia? A lei, non dice nulla tutto questo?
Il volto di Annetta divenne di porpora; ed i suoi occhi, per la seconda volta, andarono a cercare la vecchia che dormiva.
Vi furono alcuni momenti di silenzio.
Quando vidi Annetta più tranquilla, le dissi con calma:
— Signorina; lei non crede a quanto le dico. Non è così?
— Dovrei crederlo!
— E perchè non lo può?
— Perchè ad un uomo non si deve mai credere!
Punto da queste parole, pronunciate con tanta ingenuità, non potei trattenere un movimento di dispetto, che non sfuggì all’amabile fanciulla. Volendo forse rimediare in parte alla crudezza della frase, ella mi disse con premura:
— Non ho voluto offenderla, sa?
— Risponda francamente — le chiesi, facendomi serio. — Ha la convinzione di ciò che ha detto?
— Ecco... veramente la convinzione c’è — ma non è la mia.
— Di chi dunque?
— Di suor Maria.
— Una monaca?
— La mia maestra di pianoforte in collegio; la quale, tra una scala e l’altra, mi dava qualche lezione di morale.
— Ah... fra una scala e l’altra le dava di queste lezioni?
— Sì.
— E le chiamava lezioni di morale?
— Precisamente.
Immaginate il mio dispetto! La cornetta di Suor Maria che si frapponeva tra me e la vezzosa viaggiatrice: — due ali inamidate che facevano ombra alle mie speranze!
— E lei, signorina, sente proprio di non credere alle mie parole?
— Oh no! — io anzi mi sento trascinata a credere ciecamente a quanto mi dice — e sa perchè? Perchè non arrivo a comprendere il motivo per cui un uomo non debba dire la verità ad una donna — ed una donna non debba credere a ciò che un uomo le dice.
— Dunque, crede in me?
— Ci credo; anzi, non so perchè, ci credo troppo; e sento di commettere un peccato, che Suor Maria e la mamma non mi perdoneranno mai!
Non vi era più dubbio; io aveva a me dinanzi un’ingenuissima creatura. Inutile dirvi che n’ero innamorato fino ai capelli.
* * *
Passano come freccie i casoni della ferrovia. Di tanto in tanto una vecchia, una giovinetta, una bella fanciulla compariscono colla bandiera arrotolata e col braccio teso, per avvertirci che la strada è sgombra, e che possiamo inoltrare.
D’improvviso la scena si cambia. Una stupenda valle, in tutta la sua magnificenza, offresi ai nostri occhi. È la valle di _Consadu_; la quale, dopo quella di Saccargia, è forse la più pittoresca che trovasi sulla linea ferrata Sassari-Macomer.
È tutta una distesa di colli dalle forme capricciose; pianure leggermente ondulate; roccie a frastagli; il tutto diviso, suddiviso da muricciuoli a secco, i quali (a cominciare dal binario, e a terminare sul cocuzzolo delle più alte colline) formano i regolari quadrati d’una scacchiera colossale. Quei quadrati sono a tre colori: o gialli, o verdi, o neri, a seconda i campi mietuti, da mietere, o seminati.
Entro quei quadrati non mancano gli scacchi — i _Cavalli_ ci sono in carne ed ossa; qualche vecchio nuraghe fa da _Torre_; i pastori, gli armenti, e qualche albero secolare, rappresentano le altre pedine.
Il poeta Giuseppe Giacosa si sarebbe innamorato di quella sublime _Partita a scacchi_, giuocata tra un vecchio padre ed una giovane figlia: — il Sole e la Terra!
Le trincee, le pendenze, le gallerie, e le opere d’arte esistenti in questo tronco di strada, sono un vero prodigio del lavoro umano; e furono paragonate a quelle della ferrovia Pistoia-Bologna.
L’incantevole valle è incorniciata a mezzogiorno da una catena di colline disposte a ferro di cavallo. La ferrovia doveva rasentare quell’ampia curva, attraversando tre diverse gallerie, che misurano in complesso un migliaio di metri.