XXVI.
Da Decimo a Cagliari.
Alle ore sette e dieci minuti del giorno 4 di luglio, lunedì, 1881 — equilibrato dalla mia valigia e dalla mia borsetta — mi cacciai nel primo scompartimento di seconda classe che mi capitò sott’occhio; e, dopo pochi minuti, io era in viaggio per Cagliari.
* * *
Diedi un’occhiata in giro per vedere con chi mi trovavo.
Eravamo pigiati come sardelle; perocchè nella linea ferroviaria da Decimo a Cagliari notasi un maggior movimento che negli altri tronchi dell’isola. Oltre i molti passeggieri della linea d’Iglesias, che si uniscono naturalmente a quelli di Cagliari, esistono a Serramanna, a Decimo ed a Villasor molte campagne appartenenti a proprietari cagliaritani — i quali vi si recano per visitarle, o per passarvi una giornata allegramente.
In alto del vagone si leggevano, a lettere cubitali, le parole 10 ROSTI — parto infelice di qualche viaggiatore annoiato, che aveva creduto far dello spirito regalando alla lettera P una lunga coda. — I vetri de’ sei finestrini erano tempestati d’iniziali e di geroglifici — altro capriccio di vanitoso viaggiatore, il quale, forse, voleva far conoscere al pubblico che non portava al dito scaglie di bicchieri.
Eravamo _au grand complet._ La Compagnia Reale delle Sarde Ferrovie doveva essere ben soddisfatta, poichè, invece di dieci, eravamo _tredici_ _Rosti._ E ve li nomino.
Un uomo sui quaranta, il cui cilindro e l’abito nero rivelavano un _Travet_ puro sangue; il quale sedeva fra due figli: un giovinotto di dieci, ed una bambina di sette anni;
La moglie di _Travet_: una donnetta sui trenta, belloccia, ma succhiata in viso dai patimenti fisici e morali; e quantunque avesse una pronunciata tendenza allo stato interessante, essa reggeva sul grembo un bambino di circa un anno, malaticcio, irrequieto, piagnucoloso.
Una balia, o governante, che vestiva il costume del Campidano, e che teneva a bada due altri marmocchi — uno di tre anni seduto in grembo, e l’altro di cinque che si appoggiava alle sue ginocchia.
Tutti questi individui componevano Una sola famiglia.
Gli altri personaggi erano:
Un allegro caporale furiere che andava in permesso; — Un capo minatore febbricitante che si recava a Cagliari per un consulto medico; — Una vecchia signora che tossiva ogni cinque minuti — e uno speziale di Villasor, con cappellone di feltro grigio, e un colossale ombrello che teneva fra le ginocchia.
Io completava quel mobilio animale. Entrato all’impazzata nello scompartimento, mi ero visto costretto a scivolare, non senza fatica, tra il figlio maggiore di Travet e la vecchia raffreddata.
Eravamo dunque otto adulti e cinque bambini — totale, tredici animi del purgatorio dentro l’inferno d’un guscio di noce.
Se io non mi fossi trovato con un sacco di pensieri, e in una condizione d’animo eccezionale, vi assicuro che ben volentieri avrei descritto tutte le peripezie accadute alla famiglia di quel Travet _traslocato_; il quale durante il trasporto della capitale da Sassari a Cagliari aveva sofferto tutti gli spasimi, le torture ed i supplizi, di cui è tassabile in terra la specie umana.
Nè crediate che ciò avrei fatto col malanimo di metterlo in ridicolo; oh no! — sarei stato mosso dal santo intendimento di costringere l’umanità a versare una lagrima sulle miserie burocratiche di terzo grado!
Fatto appena un mezzo chilometro di strada, il bambino che sedeva in grembo alla balia si mise a gridare:
— Mamma... pane!
Nessuno gli badò. I discorsi dei passeggieri soffocarono le grida del marmocchio.
— Pane!... voglio pane! — ripetè più forte il bambino.
La povera moglie, nello stato in cui era, e con un bimbo in grembo, non poteva muoversi. La balia aveva le mani legate dagli altri due marmocchi. Non restava che il papà, il quale in quel momento spiegava al caporale furiere una recente _Circolare ministeriale_, non badando ad altro.
— Roberto!! — esclamò la moglie, dando un’occhiata significativa al marito. — Carluccio vuole pane.
Roberto — che così si chiamava l’impiegato — si liberò con uno sforzo dalle due tenaglie che aveva al fianco, si alzò in piedi, e dopo aver frugato fra una valigia e una mezza dozzina di cappelli di paglia, tolse un pezzo di pane, che diede a Carluccio.
Già si era rimesso a sedere tra i suoi figli, quando quattro vocine gridarono in coro:
— Pane!
— Pane anche a me!!
— Anche a me!!!
— _Pappa_! — balbettò il piccino nel suo gergo speciale.
E il povero Travet tornò ad alzarsi per distribuire il pane a dritta e a mancina.
Si sa bene; chiesto pane da uno, tutti gli altri bambini si ricordano di aver fame. E qui i soliti malumori:
— Il mio è piccolo!
— Il suo è più grosso!
— Io ne voglio un altro pezzo!
La cosa parve alfine assestata, e Travet tornò a sedere per riprendere la conversazione col caporale.
Non si era ancora arrivati alla stazione di Assemini, quando la bambina, che era al fianco del papà, disse rivolta alla mamma:
— Ho sete.
E tutti gli altri in coro:
— Acqua!
— Anche a me!!
— _Bumba_! — disse il piccino col solito gergo, il quale non ha per interprete che la mamma.
Nessuno badò ai bambini; e la madre, colla sua voce lamentosa e stentata, disse rivolta al marito:
— Roberto!... hanno sete!
E Roberto di nuovo in piedi a prendere una bottiglia d’acqua, e a far girare il bicchiere da un figlio all’altro, dopo aver versato la metà del contenuto sui propri pantaloni.
Vennero in seguito le altre coserelle; voglio dire gli avvertimenti della moglie al marito, durante il viaggio:
— Roberto!... guarda quel naso di Adelaide.
E Roberto chiama tutti i nasini a raccolta per pulirli col fazzoletto.
— Roberto!... guarda quel legaccio di Paolino.
E Roberto a legare le scarpe al suo figlio maggiore.
Roberto!... fa il piacere: è caduto il pane a Giorgetta.
E Roberto, in ginocchio, a cacciar le mani tra le gambe dei passeggieri per cercare il pane alla sua figliuola.
* * *
Dopo dieci minuti il treno si era fermato alla stazione di _Assemini_; tutta circondata di eucaliptus, fedeli compagni, oggimai, di tutte le stazioni del mondo.
Il villaggio di Assemini si distingue per il suo campanile messo a nuovo, ricco di un orologio a quattro quadranti. Il paese è rinnomato dai ghiottoni per l’ottimo _moscatello_; e dagli archeologi per due iscrizioni greche che possiede: una nel giardino della parrocchia e l’altra nella chiesetta di San Giovanni Battista. Se il lettore è dilettante di greco, può fermarsi in Assemini per leggere le dette iscrizioni; protesto, però, che io non ho voglia di accompagnarlo.
A dritta e a sinistra abbiamo campi fertili e ben coltivati — in lontananza comincia ad apparire lo stagno di Cagliari.
Tiriamo oltre, senza inconvenienti di sorta. Il sordo rumore del treno che cammina non riesce a soffocare il cicaleggio dei bambini e la tosse importuna della vecchia, che caccia in bocca una giuggiola ogni cinque minuti.
Lasciato il villaggio di Assemini, la moglie rivolge la parola al marito:
— Roberto!... non vedi? Pietrino è di malumore, e mi tira dei calci pericolosi... capisci? Egli vuol venire a te!
— Vuol venire a me?! — rispose il povero Travet, tra il dubbioso ed il seccato. E tutto paziente e compunto, in grazia dello stato _interessante_, riceve in consegna dalla sua compagna il bambino mezzo sfasciato.
Continua però a parlare col caporale, facendo ballare sulle ginocchia il suo marmocchio perchè non strilli. E il marmocchio, tutto contento perchè trovasi in braccio al papà, si diverte a stappargli i peli dalla barba ed a cacciargli le dita entro le narici.
Non erano però terminate ancora le torture del povero impiegato.
A metà strada, fra Assemini ed Elmas — e propriamente nel punto dove la ferrovia comincia a rasentare lo stagno di Cagliari — il bambino di cinque anni, che era appoggiato alle ginocchia della balia, cominciò a chiamare a voce bassa:
— Papà...
E il papà a discorrere.
— Papà! — ripetè il bambino.
— E Travet a fare il sordo. Allora toccò alla moglie:
— Roberto!... non senti? Gino ti chiama.
— Che vuoi?! — esclamò con impazienza l’impiegato; e rivolto alla moglie rispose duramente:
— Vedi bene che ho il bambino in braccio!
— Io voglio... — continuò con voce sommessa il fanciullo.
— Vuoi la luna?
— Io voglio... — Ed esitava.
— Parla forte!!
— Voglio fare...
L’infinito del verbo _fare_, legato alla prima persona del verbo _volere_, atterrì il povero genitore. Era una tegola che gli cadeva sulla testa. Depose prestamente il bambino sul grembo della madre, e rivolto al supplicante gridò con disperazione:
— E se tu vuoi fare... come vuoi che io faccia? Trattieni un momento — saremo subito ad Elmas.
E il bambino, per fortuna, trattenne!
Alle 7 e 26 minuti il treno si fermava alla Stazione di _Elmas_, distante da Assemini cinque chilometri, e da Cagliari otto.
Elmas è un paese di villeggiature, e non offre nulla di notevole. Gli spagnuoli lo chiamavano _El mas_, i cagliaritani lo dicono _Su Masu_. È rinnomato per la festa di Santa Catterina che ha luogo nella vicina chiesa rurale.
Appena fermato il treno alla Stazione, il buon padre prese in braccio il bambino, chiamò una guardia che gli aprì lo sportello, e scese a terra.
Carico del dolce fardello, sotto i raggi del sole di luglio, Travet andò di corsa verso quel certo fabbricato a partita doppia, il quale non potrà mai diventare utile per i viaggiatori, finchè non si metterà in istretto rapporto colle necessarie fermate volute dagli umani bisogni e violate dagli attuali orari delle ferrovie italiane!
* * *
Lasciamo in pace la famiglia del misero _traslocato_, e gettiamo uno sguardo fuori dei finestrini.
Da Elmas a Cagliari, anzi per ben dieci chilometri, il treno rasenta a destra tutto lo stagno, il quale vi si schiera davanti colle sue acque quiete, colle sue saline, colle sue isolette. — A sinistra un’immensa distesa di vigneti, quasi senza interruzione, colle viti allineate sopra una terra rossiccia, stupendamente coltivata.
Capricciose e strane quelle due distese di diversi colori che lambiscono quasi le rotaie della ferrovia! — Da un lato l’azzurro pallido delle acque morte — dall’altro il verde vivo dei pampini rigogliosi.
Alla nostra destra nessuna variazione: sempre acqua. Alla sinistra, qualche palma solitaria — qualche quadrato di fichi d’India — qualche giardino con l’elegante casetta a vari colori. Lassù, sopra un alto colle, il famoso castello di S. Michele, coll’adiacente boschetto di folti pini; — più innanzi, sulla costa d’altro colle, una dozzina di casette col tetto a capanna, unite fra loro, quasi tenendosi per mano.
Ecco Cagliari, co’ suoi capricciosi fabbricati disposti sopra una collina piramidale; essi vanno sempre su — dal convento del Carmine fino alla torre di S. Pancrazio, al campanile della cattedrale ed al palazzo Boyl — per poi discendere al di là, a gradi a gradi, fino alla chiesa di S. Lucifero.
Il treno entra trionfante sotto la gran tettoia di cristalli della Stazione.
Prendo la mia valigia, e scendo; dò la mia tessera alla guardia, e mi accingo ad attraversare in fretta l’atrio per raggiungere la porta d’uscita. Ma non mi riesce.
Le guardie daziarie m’impediscono il passaggio, come sempre lo impediranno a tutti i miei lettori che si recheranno a Cagliari od a Sassari.
Che fare? Bisogna aprir le valigie e le borse per sottoporle all’occhio vigile dei sempre rozzi impiegati del Dazio; i quali, con mano vandalica, getteranno sempre il disordine nella linda biancheria, che vostre madre, vostra sorella, o vostra moglie, hanno messo a posto con tanta cura e precisione, alla vigilia della vostra partenza!