Chapter 27 of 33 · 920 words · ~5 min read

XXVII.

A Cagliari.

Uscito dalla stazione mi diressi alla nostra casa.

Il cuore mi batteva forte; provavo come una inquietudine vaga. Pareami che tutte le forze raccolte lungo il viaggio mi venissero meno coll’avvicinarmi alla famiglia. I miei propositi sfumavano.

La nostra casa d’abitazione era nel _Corso Vittorio Emanuele_, quasi all’imbocco della _Via Sassari_. Arrivato a metà strada gettai una rapida occhiata in avanti, sui nostri balconi. Una donna era alla finestra, guardando verso la mia direzione — la zia Efisia. Quando mi riconobbe, ella si ritirò prestamente.

Provai una viva emozione. La zia era forse corsa ad avvisare mia cugina.

Sudavo freddo.

Messo il piede sul primo gradino, e levati gli occhi in alto, vidi la zia ferma a metà della scala, sul pianerottolo, aspettando che io salissi. Era sola, seria, impaziente.

Che voleva dir ciò? che cosa era accaduto?

La nostra casa è a tre piani. Nel primo, destinato a deposito di mercanzie ed all’ufficio, era pure la mia cameretta da scapolo.

Mia zia, essa stessa, aprì la porta della mia stanza, che dava sulla scala,-e mi spinse dentro dolcemente.

— Fa presto! — disse; e mi venne dietro, dopo aver dato un giro di chiave alla serratura.

Io non avevo ancor fiatato. Non sapevo perchè tante precauzioni e tanto mistero.

— Non ho tempo da perdere — mi disse con voce concitata — taci, ed ascolta. _Ella_ è qui!

— Lo avevo immaginato! — risposi.

— Or bene, ho bisogno della tua prudenza e del tuo precoce criterio.

— Grazie, zia!

— Ieri sono accadute scene spiacevoli in famiglia. La zia Antonica, entusiasta sempre di te, e attaccata più che mai ai ricordi della buon’anima di tuo padre, è sempre ferma nel proposito di tradurre in atto l’antico suo progetto. In fin di cena ella chiese di te, e mise in campo addirittura la questione. Avvenne allora una scena inaspettata, che gettò lo scompiglio in famiglia. La Mariannina ruppe in singhiozzi. Inutile ora dirti le smanie della madre, le meraviglie del papà e le inquietudini dello zio. Sappi solo, in conclusione, che la fanciulla ha protestato, dicendo che ti avrebbe sempre voluto bene come cugino, ma non mai come marito. Disse che non sentiva alcun affetto per te — e finì per inginocchiarsi, supplicando i genitori perchè non violentassero il suo cuore.

— Davvero?!

— Non interrompermi — ho bisogno di metterti a parte di tutto per regolarti; ed è perciò che ho spiato il tuo arrivo, per poterci parlare da solo a sola. Non puoi immaginare il tafferuglio accaduto! Fu sospesa la cena — il papà si alzò indispettito da tavola, e si ritirò; la madre chiamò ingrata la figlia — e tuo zio correva or dall’uno, or dall’altro, per calmare o consolare tutta quella gente. Non capisci? la sorella di tuo padre aveva avuto il grave torto di non preparare abbastanza Mariannina a questo matrimonio. Essa fidava nella propria autorità e nel _buon carattere_ della figliuola. Sai bene com’è stata sempre originale!

— E poi?

— La notte stessa chiamai a parte Mariannina, e cercai di persuaderla che aveva torto. Le dissi che la sua antipatia era infondata, poichè coll’avvicinarti si sarebbe convinta ch’eri un giovane simpatico, elegante e molto buono...

— Grazie, zia!

— La ragazza però smaniava, voleva dirmi qualche cosa, ma non osava. Finalmente, dopo le mie vive insistenze, ella mi confidò che amava un altro — un bel giovine che aveva conosciuto a Genova. Anzi, mi pregò caldamente d’interporre i miei uffici per aiutarla a convincere la madre perchè desistesse dall’insensato proposito.

Io credeva di sognare. Mentre la zia Efisia parlava, ero rimasto colla bocca e cogli occhi spalancati, cercando di raccapezzare le mie idee.

Appena mi accorsi che la zia aveva finito, non feci altro che gettarmele al collo, stringerla fra le braccia, e nascondere la mia faccia sulla sua spalla.

— Via... coraggio, nipote mio! — esclamò la zia con voce affannosa — sii uomo; frena il tuo dolore, e non abbandonarti così alla disperazione. Non mancano donne, assai migliori di quella smorfiosa!

Mi svincolai dall’amplesso, e dissi alla zia:

— Ma che dolore! che disperazione! Voi mi avete reso felice togliendomi dallo stomaco il peso di una moglie, che io sopporto da oltre venti anni!

Questa volta toccò alla zia lo aprir gli occhi e la bocca. La poveretta non capiva proprio nulla, o forse temeva che io fossi per dar di volta al cervello. E continuai:

— Ma no! ma no! rassicuratevi. Io non ho mai pensato a quell’antipaticona; anzi vorrei sapere, da una volta, perchè ci vogliano imporre la camicia di forza del matrimonio!

— Perchè la zia ha giurato sull’ombra di tuo padre di unirvi in matrimonio; anzi ha confermato il suo giuramento dinanzi alla Madonna di Montenero, dove è andata più volte in pellegrinaggio.

— Già... capisco: come nella _Celeste_ di Leopoldo Marenco. Ma la zia, nel suo entusiasmo religioso, poteva ben limitarsi a votare la roba propria — la figlia — senza compromettere me per far piacere a Dio!

— Prudenza, o Cecchino, e lascia fare a me. Adesso va a fare un po’ di _toelett_a, poi vieni da me, perchè voglio presentarti io stessa a’ tuoi parenti. Bisogna fare in modo di non compromettere la pace e la tranquillità di tutta la famiglia. Per ora non dirò loro nulla della tua venuta; altrimenti la tua eccessiva freddezza darebbe campo a sospetti e a dicerie. Voglio presentarti io.

E la zia mi lasciò solo nella mia camera per salire in fretta al secondo piano.