Chapter 9 of 33 · 738 words · ~4 min read

IX.

A Chilivani.

Dopo aver salutato i miei compagni di viaggio, uscii per il primo dal carrozzone; e mi diressi al _Restaurant_, che consisteva in un lungo recinto, per metà costrutto in pietra e per metà in tavole.

La sala da pranzo era sotto un tetto a piano inclinato, rivestito di tela incalcinata. Conteneva tre tavole da pranzo — una lunga e due piccole. Sedetti alla prima, distratto, colla speranza che i miei compagni di viaggio capitassero là. Io, che montando sul vagone avevo fame, a Chilivani non sentivo neppure appetito. Pure, per far qualche cosa, presi in mano _la carta_ che mi offrì il cameriere, e la guardai senza leggere — pensando ad altro.

Il cameriere, stanco d’aspettare, mi disse tra l’impaziente e il seccato:

— Ebbene... che cosa comanda?

— Pasta asciutta! — esclamai fissandolo in volto; ed egli se ne andò stringendosi nelle spalle, come per dire: ci voleva tanto!

In quel momento Annetta, seguita dai genitori, entrò nella stanza. Sedettero tutti attorno ad una delle piccole tavole. La bella viaggiatrice mi aveva veduto; ed ebbi la ventura di attirarmi quattro o cinque occhiate furtive, lusingato che non erano strappate nè dalla curiosità, nè dalla distrazione.

Venne la pasta asciutta. Erano maccheroni candidi come la neve e nudi fino all’indecenza. Ne mossi lagnanza al cameriere, il quale, volendo persuadermi del contrario, sollevò da una parte il piatto per mostrarmi un po’ d’intingolo brodoso.

— Capisce?

— Sì, ho capito! — gli dissi a bassa voce — Susanna al bagno... ma sempre nuda!

Accostai appena alla bocca un po’ di pasta — e percossi il bicchiere col coltello.

— Vado! — gridò il cameriere, servendo gli altri passeggieri.

Aspettai alcuni minuti, e tornai a picchiare sul bicchiere.

— Vado! — ripetè il cameriere; e infatti se ne andò in cucina.

Quando egli rientrò lo chiamai colla mano...

— Vado! — mi gridò per la terza volta senza neppur guardarmi.

— Perbacco! — gli dissi indignato — per lo meno salva le apparenze, e dimmi: vengo!

— Che comanda?

— Portami una bistecca ai ferri.

Intanto Annetta e i due vecchi, dopo aver sorbito un po’ di brodo, erano andati via.

Dopo un bel pezzo venne la bistecca. Mi provai a tagliarla; ma non ne venni a capo.

— Cameriere!

— Vado!

— Che cosa è questo?

— Una bistecca ai ferri. Non si persuade?

— Oh altro!... — È proprio _al ferro_ perchè non riesco a tagliarla!

A questo punto entrò una guardia della ferrovia:

— Partenza per Cagliari!!

Rimasi colla forchetta in aria, cogli occhi spalancati e senza poter proferire una parola, perchè un grosso pezzo di bistecca (ch’ero riuscito a tagliare) mi si era incastrato fra il palato e la mascella.

Mi alzai in piedi; cacciai in gola un bicchiere di vino, e gridai:

— Il conto!

— Vado!

E questa volta il cameriere venne. Egli, in tutta fretta, prese un pezzo di carta, e col lapis vi scrisse rapidamente alquante cifre di impossibile lettura, che ripetè a voce alta, senza tirar fiato:

— Dieci di pane, mezza di vino, mezza di pasta, mezza di carne — uno e settanta!

Poco male alterare il conto; ma sbagliare anche l’addizione è un’audacia imperdonabile.

Gli diedi un biglietto da due lire.

— Venti di resto!

— Ma che venti! me ne spettano trenta; e dieci di errore, sono quaranta — tienili per mancia.

E corsi in tutta furia alla stazione, in tempo appena per cacciarmi nel treno, che era sulle mosse per partire.

Ero stato fortunato. Noi quattro — personaggi principali del viaggio — avevamo ripreso i nostri posti. — Gli altri passeggieri — che io ritenevo come seconde parti, anzi comparse — avevano subìto un cambiamento.

L’uomo dal cappello a cilindro (che si era fermato nel vagone, preferendo far pranzo colle provviste che aveva seco) conservava il suo posto accanto al _padre nobile_.

Tra me e la _madre nobile_ erano due nuovi passeggieri: — un accigliato inglese dalla barba rossa — e un grosso proprietario di Bosa, ex consigliere comunale, che io già conosceva di vista e di fama.

Inutile dirvi che il _Primo Attore giovine_ e l’_Amorosa_ erano sempre di _prima scena_.

Il suono della campana, lo squillo di corno, l’acuto fischio, e la parola _partenza_, fecero respirare più liberamente tutti i passeggieri, me eccettuato. Io non sapeva spiegarmi come mai si accusassero di lentezza le Ferrovie Sarde. A me invece pareva che corressero troppo.