Chapter 16 of 33 · 829 words · ~4 min read

XVI.

Si dileguano le nubi.

Il nuovo e largo orizzonte, che si schiudeva a’ miei occhi, ebbe la facoltà di togliermi a quella specie di stordimento che aveva paralizzato i miei sensi, dopo la tremenda rivelazione d’Annetta nelle tre gallerie di Bonorva.

Avevamo percorso circa sessanta chilometri di strada, da Campeda a Bauladu, sempre col broncio. Due ore circa di raccoglimento!

Anche la fisonomia d’Annetta si era alquanto rischiarata. I lineamenti di quell’angelico viso avevano ripreso la consueta serenità. Mi parve vedere un raggio di sole fra le nubi tempestose.

Forse, colla lunga riflessione, Annetta si era persuasa che, in fondo in fondo, io non aveva commesso un delitto così grave da non meritare perdono. Alla fin fine io era stato un amante troppo vivace — non però uno sfacciato volgare. Fors’anco, la mia mestizia e la mia compunzione, dopo l’accaduto, avevano destato in lei una gentile pietà — il rimorso, forse, di avermi mortificato. E voleva ripararvi, pentita del suo eccessivo rigore.

Più volte, nel tragitto da Campeda a Paulilatino, avevo tentato di esplorare l’animo suo nei lineamenti del suo volto; ma ogni qual volta i miei occhi si erano incontrati ne’ suoi, ella si era voltata bruscamente verso il finestrino.

Poco a poco, però, Annetta divenne più umana.

Quando il treno uscì dalla trincea, e ci trovammo dinanzi alle immense pianure di Oristano, non potei fare a meno di esclamare a voce alta:

— Che bel panorama!

Si turbò Annetta alle mie parole, ma si guardò dal rispondermi. Essa ben comprendeva, che una sua parola, in quel momento, avrebbe avuto il significato d’una formale dichiarazione di assoluto perdono; e a tanto non voleva arrivare!

Si contentò nondimeno di sporgere il capo fuori del finestrino, per guardare il panorama che io le aveva decantato.

Era per me una vittoria; ma doveva io gioirne? La mia posizione avea subìto un notevole cambiamento. Da Sassari a Bonorva io era stato un giovine entusiasta, preso d’amore per una fanciulla da marito; da Bonorva in avanti non potevo essere che un volgare seduttore delle mogli altrui.

Avrei desiderato soddisfare una mia curiosità: domandare a lei informazioni di suo marito. Ma, me le avrebbe essa date? Smaniavo di averle — temevo di chiederle.

Cominciai col togliere dalla mia borsetta alcuni aranci di Milis, che offersi prima a’ miei compagni di viaggio, come voleva la buona creanza. Tranne il maestro di scuola, che ne accettò uno, gli altri mi risposero con un cortesissimo _grazie_. La madre nobile, sovra tutti, fece un brusco movimento, avendo notato che tra me e la sua figliuola vi era un certo qual broncio, che poteva aver rapporto collo spavento di Annetta nella galleria di Bonorva.

Senza preoccuparmi del rifiuto materno, mondai accuratamente un arancio, lo divisi in ispicchi e lo presentai ad Annetta.

— Posso offrire?

La bella fanciulla, presa così di soprassalto, si turbò, divenne rossa, e rimase alcuni minuti indecisa.

Col braccio sempre teso, io la guardava negli occhi, aspettando la sua decisione. Finalmente mi feci coraggio.

— Signora! — esclamai in modo che gli altri non potessero udire le mie parole — dicesi che un giorno, in un pranzo di nozze, un pomo abbia gettato la discordia tra Venere e Giunone. Vuol’ella farmi sperare, che un arancio possa invece stabilire la pace fra una saggia fanciulla... ed un povero insensato?

Per tutta risposta Annetta allungò la mano; afferrò con due dita lo spicchio dell’arancio, e lo recò alle labbra, dopo avermi ringraziato con un leggero movimento di testa... ma senza un sorriso.

— È tanto dolce! — esclamai con espansione. Ma io non aveva giudicato l’arancio!

Ero contento del buon esito ottenuto: non dovevo però lasciar languire la conversazione.

Approfittando sempre delle chiacchiere dei miei compagni di viaggio, e specialmente del maestro di scuola, io dissi rivolto ad Annetta:

— Le chiedo le più umili scuse per l’accaduto. Dopo la sua rivelazione la mia colpa acquista un peso maggiore; io sento vergogna di me stesso.

Annetta ricominciò col torturare il suo povero ventaglio, come per lo passato; e, poi, volse prestamente la faccia verso il finestrino, per nascondermi i suoi occhi lagrimosi.

Non mi rispose, ed io continuai:

— Vorrà la signora separarsi da me, col rancore nell’anima?

A queste parole, Annetta, senza guardarmi, mi disse:

— Certo, non lo desidero. Ho bisogno di crederla incapace di commettere una brutta azione, indegna di un gentiluomo.

— Dunque, mi perdona?

— Forse: ma ad un patto.

— Quale?

— Che dimentichi per sempre ciò che è passato fra noi.

— Lo ricorderò; ma solo per rimproverarmelo. Sarà questa la mia punizione. Ed ora.... vorrei chiederle un’ultima grazia.

— Sentiamo.

— Vorrei che ella rispondesse ad alcune mie domande.

— Ancora?!

— Non riguardano me!

— Nè saranno indiscrete?

— Oso sperarlo.

— Domandi pure: l’ascolto.

Si era fatto un po’ di silenzio nel treno; ed io aspettai una favorevole occasione per domandare le informazioni che desideravo. Dopo tutto bisognava essere prudenti, e non abusare della bontà del destino.