Chapter 23 of 33 · 944 words · ~5 min read

XXIII.

Da Sanluri a Villasor.

Colle braccia distese, e la mano destra sovrapposta alla sinistra, Annetta era seduta di fronte alla madre; e rispondeva a stento alle parole che di tanto in tanto costei le rivolgeva.

La campagna non aveva più attrattive per lei; essa la guardava di rado, e con occhio stanco. Pareva indifferente a quanto accadeva, o si diceva, intorno a lei.

Qual differenza fra l’Annetta graziosa, ridente ed espansiva, colla quale io aveva viaggiato da Ploaghe a Bauladu — e l’Annetta che mi stava dinanzi, pallida, silenziosa, melanconica!

La nostra commedia si avvicinava allo scioglimento: una speranza svanita, un doloroso ricordo... e null’altro!

E ugualmente penosi erano i pensieri che in quel momento attraversavano la mia mente. Il mio viaggio volgeva al suo termine. Ancora un’ora, e tutto sarebbe stato finito. All’indomani, l’obblìo avrebbe gettato il suo velo su quel viaggio — su quell’avventura! Poche ore ancora... e più non si sarebbe parlato del nostro incontro.

Ed io pensai a’ miei casi: — al mio ritorno a Cagliari; alle premure di mio zio che avrebbe continuato a parlarmi del prossimo arrivo di mia cugina; che mi avrebbe pregato di portarmi ogni domenica alla darsena, per ricevere degnamente la mia fidanzata in erba.

Mia cugina?! — E per fuggire a questo brutto pensiero io teneva gli occhi fissi su lei — su Annetta, così bella, così ingenua, così melanconica: su Annetta che scherzava distratta col suo ventaglio, o col suo braccialetto, pensando forse a me — forse pensando a _lui_: al suo fiorentino!

E facevo i confronti:

— Qual differenza tra questa fanciulla tutt’affetto e tutta gentilezza, e mia cugina così sgarbata, così rozza, così velenosa! — Qual differenza tra il nome poetico d’_Annetta_, e quello prosaico di _Mariannina_, già pregiudicato da una canzonaccia volgare! — Annetta simpatica, coi capelli a riccioli cadenti sopra un collo ed una fronte di alabastro! — e Mariannina brutta, colla fronte bassa e pelosa, col collo nero e col colorito verdone! — Mio suocero, un grasso genovese, sbarbato come un galeotto e avaro come un Arpagone — e il padre d’Annetta, un buon piemontese, di modi distinti e di figura diplomatica! — Vedevo Mariannina, che faceva in casa i tagliarini alla genovese; e Annetta, tutta elegante, che ricamava al telaio le mie pantofole!

Erano confronti orribili. Più mi avvicinavo a Cagliari, e più mi allontanavo da’ miei cari sogni. Un perfido destino mi spingeva inesorabilmente verso la più crudele delle realtà!

* * *

In preda a queste riflessioni, non so quanto tempo io rimanessi. Ero desto — eppure sognavo. Mi sentivo cullato in seno alle più lusinghiere visioni. Parevami che mille fate, avvolte in una nube d’oro, mi danzassero intorno; vestivano tutte di smaglianti colori, ma avevano le stesse sembianze, le stesse movenze, lo stesso suono di voce — le sembianze e la voce di Annetta.

Ero in uno stato di dormiveglia: in preda a quella spossatezza fisica e morale, nata dallo sconforto, dopo una lotta disperata fra il cuore e la ragione, fra i sogni e la realtà. Sentivo — ma non intendevo. Mi arrivava all’orecchio come un mormorio indistinto: come il susurro del mare lontano: — era il brontolio della vaporiera, lo stridore del treno e le ciarle del maestro, fusi insieme.

D’improvviso sparvero le fate, cessò il rumore — e mi destai.

Il treno si era fermato; ed una guardia urlava con voce rauca:

— Villasor! — Villasor! — Chi scende a Villasor!

— Villasor?! — esclamai atterrito; e piansi quasi di rabbia, accusandomi come il carnefice della mia felicità. Io aveva rubato trenta minuti al tempo — già troppo breve.

Eravamo a Villasor. Io dunque, senza avvedermene, avevo oltrepassate le stazioni di Samassi e di Serramanna.

_Samassi_ è distante dalla linea poco meno di due chilometri, e i suoi abitanti sono tessitori di tela, di stuoie e di canestri. Nella chiesa di S. Agostino è un antico mausoleo di mediocre scultura, il quale racchiude le ossa del marchese don Emanuele di Castelvy, morto nel 1555. Il villaggio è in fama per l’ottimo vino _nasco_, che vuolsi un affine dello _xeres_.

_Serramanna_ è un pittoresco villaggio in mezzo al verde della campagna. Esso vanta le più grosse angurie e il più alto campanile della Sardegna. Le angurie le ho mangiate io, più volte — il campanile lo ha misurato l’archeologo Spano, che di esso volle scrivere.

L’orizzonte, durante l’ultimo tronco di strada percorsa, non ha variato.

A destra, fra Villacidro e Villermosa, abbiamo un assortimento di creste d’ogni forma e d’ogni colore, fra le quali si distinguono quelle del monte _Margiani_, di monte _Linas_, di monte _Anzeddu_, e del _Cucurone_, dominate sovranamente dai monti del _Marganai_.

A sinistra abbiamo altre montagne, ma di meno importanza; fra le quali il monte _Mannu_ verso Serrenti, e il monte _Oladini_ verso Monastir.

Da Bauladu fino a Cagliari, per la lunghezza di oltre cento chilometri, la strada è tutta piana; può dirsi costrutta dalla natura. Pare che tutti i monti, per quell’immenso spazio, abbiano voluto dar luogo alla strada, schierandosi da una parte e dall’altra, — come volendo formare un argine alla serie di Campidani, che, da Milis a Decimo, si succedono senza interruzione.

_Villasor_ (lontano pur esso dalla stazione un mezzo chilometro) è un grosso villaggio, che pare fosse abitato dagli antichi romani — a giudicare dai frammenti di colonne, capitelli e iscrizioni che vi si trovano. Il suo palazzo feudale fu un antico castello fondato nel 1415. Oggi Villasor è un luogo di villeggiatura per i cagliaritani, e dicesi venga scelto per quartiere generale nel tempo dell’elezioni politiche e amministrative.

Dopo una fermata di uno o due minuti, il nostro treno continuò la sua strada.