Chapter 21 of 33 · 941 words · ~5 min read

XXI.

Da Pabilonis a San Gavino.

Alla tempesta era succeduta di nuovo la calma — una calma apparente.

Il treno si era mosso dalla stazione, distante da Pabilonis circa tre chilometri.

Anche questo villaggio non ha nulla di notevole. Nel 1584 i barbareschi lo saccheggiarono, portando via le migliori cose del paese. Oggigiorno vive d’industria — e le sue stoviglie godono molta fama in tutto il capo meridionale.

La campagna è pittoresca. Vediamo a destra una lunga catena di montagne, dalla quale spiccano le punte d’Arquentu e di Montevecchio; — a sinistra altri monti più modesti, fra cui un vicino colle, isolato, il quale attira subito l’attenzione del viaggiatore, per la sua forma acuminata.

Sulla cresta di questa montagnola è un pittoresco castello — il castello di Monreale, famoso nella storia sarda. Nel 1324, il re Alfonso, dopo la presa di Cagliari, vi mandò la regina sua moglie con 150 uomini di scorta per respirarvi un po’ d’aria pura; nel 1409, dopo la sconfitta di Sanluri, vi si rifugiarono il visconte di Narbona e Brancaleone Doria; e un anno dopo, nel 1410, fu occupato dal Vicerè Torella colle sue truppe.

Codesto castello sopra un monte isolato, fra i villaggi di Sardara, Pabilonis e San Gavino, ci segue per una ventina di chilometri, e ci si presenta sotto varietà di forme e di colori, a seconda dell’ora, della distanza, e dell’intensità della luce.

Alle ore 6 circa, dopo sette chilometri di strada, ci fermiamo alla stazione di _San Gavino_.

Il villaggio di questo nome, circondato da campi coltivati, sorride in mezzo al verde degli alberi e delle piante.

Due stazioni si trovano qui di fronte: quella modestissima delle ferrovie sarde, e quella della società delle miniere di Montevecchio, vestita di bianco e decorata con liste color di rosa, come una bella fidanzata nel giorno delle nozze.

Il prete, appena fermato il treno, era sceso alla stazione: forse per respirar meglio.

Il maestro di scuota cominciò col darci notizie del villaggio di San Gavino. Ci disse che era un paese umido; che aveva soltanto importanza per il vicino castello di Monreale; che trovandosi alle frontiere dell’antico Regno di Arborea fu teatro di diversi fatti d’armi fra gli arborensi e i cagliaritani; e che in antico venne invaso e devastato dai nemici barbareschi.

Si udirono intanto gli squilli della campana; e il prete non si vedeva.

— Manca un passeggiero! — gridò il maestro di scuola affacciandosi al finestrino; e poi facendo segni colla mano:

— Reverendo!... lei perde il treno! — faccia presto, reverendo!

E il reverendo venne a tutta corsa, mantenendosi le sottane, e borbottando fra i denti non so che cosa. Non ebbe che il tempo di salire; il treno partì subito.

— Sono infamie, le quali non si vedono che in Sardegna! — esclamò rivolto agli astanti. — Poco mancò ch’io non perdessi il treno! Non si è neppur padroni di fare il proprio comodo!

— Doveva immaginarselo! — disse pacatamente il maestro. — Non sa che siamo a San Gavino?

— E con ciò?

— Con ciò voglio dire, che questa stazione è sotto un malefico influsso, perchè fa perdere i treni e la pazienza ai viaggiatori. — Potrei citarle molti fatti, ma mi bastano due soli. — Il 1º luglio dello scorso anno (1880), quando il ministro Baccarini percorreva la linea fino a Cagliari per inaugurare le ferrovie sarde, il sindaco di Sassari scese qui, alla stazione, per un dispaccio... d’urgenza. Nessuno s’accorse della sua scomparsa; e il treno partì, lasciando quel pover’uomo con un palmo di naso, due palmi di cravatta bianca, e tre palmi di coda di rondine, a meditare sul castello di Monreale... Appena arrivati a Cagliari, il ministro fece staccare un treno speciale per andare a prendere il rappresentante di Sassari, il quale arrivò alla festa... dopo spenti i lumi.

— È un episodio che dovrebbe registrarsi fra gli atti delle nostre ferrovie!

— E la storia lo ha registrato. — Non basta. Il 26 dello scorso mese di aprile (1881) il valente romanziere Salvatore Farina (venuto nell’isola per rivedere la sua patria), dopo aver visitato le miniere di Montevecchio in compagnia della sua famigliuola e di alcuni parenti ed amici, faceva ritorno a San Gavino nel momento che il treno usciva dalla stazione diretto per Sassari. Avendo perduto la corsa, tutta la brigata, sotto una pioggia continua ed importuna, dovette aggirarsi per le vie fangose del paese, finchè fu ricoverata in una modesta casetta, dove si passò la notte alla bella meglio. All’autore dell’_Amore bendato_ toccò per letto la tavola da pranzo — e fu fortuna!... Vede bene, reverendo, che questo paese vuole attirare a sè tutti i viaggiatori!

Il prete non aveva risposto al maestro di scuola, il quale nondimeno continuava a chiacchierare, sebbene nessuno gli desse retta. Dopo il malaugurato diverbio coll’ufficiale, la conversazione non si era più riaccesa. Ognuno ben comprendeva che non conveniva tirar fuori questioni di sorta.

Annetta, dopo la viva emozione cui era stata in preda, considerando forse, che per lei sola mi ero esposto, Dio sa a qual pericolo, mi trattava con maggiori riguardi. Inesperta del mondo, ella forse si credeva in dovere di essermi riconoscente; e, non badando all’effetto che le parole dell’ufficiale avevano fatto sull’animo dei due vecchi, mi ricompensava col mostrarsi meco più benigna.

E io — quel giorno — invece di arrossire della mia ridicola e intempestiva sfuriata, ero soddisfatto di me stesso. Cavaliere errante del medioevo, parevami di aver sfidato un gigante in un torneo; sentivo il trionfo della vittoria, e la coscienza di meritare il premio che mi offriva la mia dama.

Ben vedete quanto l’eroismo è talvolta vicino al ridicolo!