Chapter 8 of 33 · 997 words · ~5 min read

VIII.

Da Ardara a Chilivani.

Annetta era diventata riflessiva. Dopo che io le aveva parlato di Adelasia, il cui cuore era stato violentato dall’ambizione del padre, quella fanciulla non aveva più sorriso. Raggirava fra le mani il suo ventaglio chiuso, nè sentiva più il bisogno della conversazione.

Ero indispettito con me stesso per le parole pronunciate. Ma perchè quel turbamento? Ella forse amava altri; forse trovavasi nella stessa condizione di Adelasia. Senza saperlo, avevo in lei ridestata una memoria dolorosa.

La madre d’Annetta sonnecchiava placidamente. Forse si era convinta ch’era una follia preoccuparsi della sua figliuola che parlava con uno straniero. Infin dei conti Annetta era sotto i suoi occhi, e poteva sorvegliarla a suo bell’agio. Eppoi, che poteva esserci di male? Quelle nove ore di viaggio dovevano pur trascorrere; e Dio sa quando ci saremmo riveduti!

Il buon padre pareva avesse trovato il suo passatempo appiccando discorso coll’uomo dal cappello a cilindro.

Quanto all’ozierese, che mi era vicino, non aveva fiatato. Muto e prudente era stato lì, sempre immobile — barriera insormontabile fra me e la vecchia.

L’ozierese, in queste circostanze, è il più desiderabile compagno di viaggio. Fedele alle antiche tradizioni del suo paese, non bada ai fatti altrui. Siede con sussiego, nè cerca intromettersi in cose che non lo riguardano.

Temendo che a Chilivani fosse per svanire la mia felicità, pensai ad approfittare del tempo che per me fuggiva più veloce dal convoglio ferroviario. Preoccupato solo della fanciulla, dimenticai la presenza del mio vicino; il quale, cogli occhi rivolti al cielo, aveva preso una posa tra il sentimentale e il rassegnato. Ci voleva poco a capire che avea indovinato i miei entusiasmi, e la sua posizione critica. Quando io parlava ad Annetta (con voce abbastanza sommessa per sfuggire ai vecchi, ma abbastanza forte per arrivare all’orecchio della fanciulla e dell’ozierese) quest’ultimo fingeva fare il filosofo, e sfogava il suo malcontento col berretto, che ora gettava in avanti, ora all’indietro, ora sulla spalla destra, ed ora sulla sinistra.

Dalla stazione di Ardara a quella di Chilivani il paesaggio poco varia. Seguono i campi estesissimi, dove trova largo pascolo il bestiame della ricca Ozieri.

Qualche casetta solitaria, di modesto aspetto, si mostra di tanto in tanto. Ecco la cascina di Cosseddu; ecco l’altra palazzina di Mimmia Campus, vestita elegantemente e sormontata da un lungo terrazzo. È una giovine bianca dai capelli rossi, la quale non si vergogna di far all’amore con parecchie quercie, vecchie di cent’anni.

Il Monte Santo ci segue sempre, ma ha cambiato aspetto; pare che abbia allungato il suo cocuzzolo, e ristretta la base.

Per quei campi immensi non appare che qualche quercia dai tronchi anneriti, volgendo in alto le sue nere e nude braccia — forse imprecando, o forse implorando misericordia dal cielo per il supplizio a cui fu condannata dagli uomini.

A sinistra, in lontananza, la maestosa catena dei monti di Limbara; sotto la quale spicca in nero il famoso Monteacuto, isolato, aguzzo, e portante sul dorso lo storico castello, già residenza del Giudici di Gallura e di Logudoro. Più in qua il _Sassu_ ed il _Sassitu_ — quasi cornice al fertile ed immenso campo ozierese.

Ad un tratto, una ricca e svariata vegetazione offresi al nostro sguardo. Sono superbe piantagioni che l’occhio a stento abbraccia. A destra e a sinistra viti, frutteti, acacie, eucaliptus e arbusti d’ogni specie, messi in riga, come soldati in una piazza d’armi.

È Chilivani che si è lavata la faccia ed ha messo l’abito nuovo. È la festa della natura educata: l’inno dell’agricoltura alla civiltà.

Ed è a Piercy, ingegnere capo delle Ferrovie Sarde, che si deve questa trasformazione. La sua bacchetta magica ha tramutato quella sterile landa in un giardino. In quel lembo di terra, un dì colpito dalla malaria, sorgono oggi molti e bellissimi fabbricati.

Qual differenza fra l’Ardara dallo splendido passato, e il Chilivani dallo splendido avvenire! La prima, una superba baronessa decaduta che vive del suo polveroso blasone; il secondo un modesto industriale che ha cieca fede nel blasone della sua officina!

Quando io, da Sorso, mi ero diretto alla stazione di Sassari, non avevo dimenticato la piccola provvista da bocca per far tacere lo stomaco, nel caso che questo avesse reclamato i suoi diritti. Ma l’appetito non si era fatto sentire.

Lo sguardo d’Annetta, parlando all’anima mia, avea fatto tacere il mio corpo. D’altra parte, mi sembrava sconveniente togliere dall’involto il prosciutto, o squartare il pollo per mangiarlo dinanzi a lei — dinanzi ad Annetta che mi stava di fronte, vestita con tanta eleganza! — Era lo stesso che rinunziare per sempre alla mia speranza; lo stesso che compromettere la mia candidatura dinanzi al mio collegio elettorale.

Mentre facevo queste gravi considerazioni, il treno entrava trionfante in _Chilivani_.

Io, però, non pensavo certo alla trattoria ristorante. Un altro pensiero assorbiva la mia mente. Dopo la colazione, avrebbero i viaggiatori ripreso lo stesso posto nel vagone? Non avrebbe la vecchia abusato del suo potere per farmi _traslocare_?

Turbato da questo pensiero mi feci animo, e rivolto alla fanciulla le chiesi:

— Signorina... scende forse a Chilivani?

— No — mi rispose — noi proseguiamo il viaggio fino a Cagliari.

Provai una gioia così viva, che tardai un bel pezzo a riprender fiato.

— Allora, signorina, l’avverto che abbiamo trenta minuti di fermata; ed è bene che deponga la sua borsetta nell’angolo del vagone, se non vuol correre il pericolo di vedere il suo posto occupato da altri.

Così dicendo mi alzai, e collocai al mio posto la mia borsa da viaggio.

Allo stesso tempo due voci si udirono ai due fianchi del treno. L’una diceva:

— Chilivani! — Per Ozieri e Terranova cambia treno! — trenta minuti di fermata!

E l’altra voce:

— Chi parte per Ozieri, c’è vettura da Fraigas!

L’ozierese si alzò, prese in tutta fretta la sua bisaccia, ed uscì bruscamente dal vagone, senza salutare nessuno, e cacciando dal corpo certi sbuffi che volevano dire: — accidenti agli amori ed alle ferrovie!

E avesse avuto, almeno, ragione di dirlo!