Chapter 29 of 33 · 1131 words · ~6 min read

XXIX.

Gli Sponsali.

— Come ti sei fatta bella, Mariannina!

— Come ti sei fatto gentile, Cecchino!

Così esclamavamo l’indomani, io e mia cugina, tutti e due soli, guardandoci negli occhi, e seduti sul divano del salotto.

— E dire — le dicevo — che io ti amavo alla follia perchè ti odiavo tanto!

— E dire — soggiungeva essa — che, corrispondendo al tuo amore, io non aveva altro scopo che quello di fuggirti.

E quante belle cose ricordammo quella sera, rifacendo col pensiero il viaggio da Sassari a Cagliari, ma senza ansie, senza scosse e senza i fischi della vaporiera!

Era una felicità insperata, alla quale non ci eravamo ancora abituati — tanto ci pareva un sogno!

Non volli frapporre indugio alle nozze. Temevo che qualche nuovo incidente dovesse portarmi via il mio tesoretto.

I miei conti erano fatti a rigore. Quindici giorni erano sufficienti per sbrigare le pratiche necessarie, volute dai codici civile ed ecclesiastico. Io aveva deciso di sposare nello stesso mese di luglio; anche a costo di fare a meno di una _pubblicazione_, chiedendone il permesso al Procuratore del re.

— Nipote caro — mi diceva la zia suocera — perchè non aspettare al mese di agosto?

— Suocera mia, ho troppa fretta — io rispondeva — non voglio urtare col proverbio che dice:

Chi maritasi d’agosto Molto fumo e poco arrosto.

Ero fuori di me dalla gioia; e pregai lo zio ad accordarmi un mese di licenza, perchè temevo di compromettere i nostri affari commerciali.

Spesse volte io mi credevo un pazzo, e dicevo: — e se quanto mi accade fosse parto di un’alienazione mentale?

E interrogai le zie, i parenti, gli amici, me stesso, sui particolari di quel curioso avvenimento; ed ebbi tante spiegazioni, che brevemente sottopongo alla curiosità de’ miei lettori per non tediarli più oltre. Ecco quanto appresi:

Che Annetta, per caso, era nata in Asti nella casa dei parenti del babbo, presso i quali la zia fu mandata per essere assistita nel parto;

Che dall’età di dodici anni Annetta era stata educata in un Collegio di Firenze, ove le compagne le avevano fatto cambiar nome. E siccome Mariannina è il diminutivo di Maria Anna, la zia Antonica accondiscese alla scelta del secondo nome, col solo patto di cambiarlo in _Annetta_;

Che siccome una bambina belloccia può diventar goffa e bruttina col crescere degli anni — così una bambina dai rozzi lineamenti può perfezionarsi nell’età dello sviluppo, e diventar simpatica;

Che il padre di Annetta aveva telegrafato da Genova dicendo che sarebbe arrivato a Cagliari col piroscafo; ma che poi, pauroso del mare, aveva voluto abbreviare il tragitto passando per Sassari, dove doveva pur recarsi per sistemare alcune pendenze con parecchi commercianti di coloniali;

Che Annetta, per paura di compromettersi, aveva detto due innocenti bugie: a me, che il suo amante era un fiorentino — alla zia che l’amante era un genovese. E con ciò volle risparmiare a me nuove imprudenze, e risparmiare a sè stessa la vergogna di confessare d’essersi innamorata d’uno sconosciuto.

Seppi inoltre: che il famoso braccialetto era un regalo fattole dallo zio di Cagliari, a mia insaputa; che il telegramma da me ricevuto a Decimo non aveva nulla a che fare coll’arrivo di Mariannina; e che le due donne vedute dal mio amico in casa nostra non erano che due parenti della zia Efisia.

E seppi finalmente: che, per sfuggire alle nozze abborrite con mia cugina, non avevo trovato altro mezzo che quello di affrettare il matrimonio con lei!

Vede dunque il lettore, come per un uomo tormentato dalla passione i più piccoli avvenimenti possono talvolta prendere gigantesche apparenze, ed essere causa di molti malanni.

Bisogna però che io sia giusto con me stesso, e con gli altri.

Annetta era bella, istruita, simpatica e graziosa; ma pertanto, se me l’avessero subito presentata quale mia cugina, forse l’avrei trovata brutta, antipatica, ignorante e sgarbata. Non avrei esitato ad affermare, anche con giuramento, che i lineamenti di Annetta erano identici ai lineamenti di Mariannina settenne. Avrei anche sostenuto che aveva la fronte pelosa e il colorito verdone, come per lo passato.

E in questo fatto bisogna riconoscere: la volubilità dell’umana natura — il giusto valore della bellezza femminile, la quale non è che relativa — e la caparbietà vanitosa dell’uomo, il quale non tollera gli venga oggi imposto, ciò che domani pagherebbe a prezzo d’ogni sacrifizio.

Nè dobbiamo dare al figlio di Adamo tutti i torti. Perocchè è ben giusto, che se un malanno si ha da avere, questo malanno ce lo dobbiamo sceglier noi, e non altri; ci sarà così meno duro e più sopportabile. L’uomo che ha finito per crearsi una sventura può recar vantaggio a sè ed agli altri. Sforzandosi di parer felice, egli può risparmiare al prossimo le inutili querimonie, ed a sè stesso gli altrui rimproveri o l’altrui compassione.

* * *

Spuntò finalmente il giorno da noi desiderato.

Il 25 luglio sposammo al municipio, alla presenza del sindaco; e il 26, alle ore 4 del mattino, diedi l’anello a mia cugina alla presenza del parroco; il quale non era altri che il prete brontolone, mio compagno di viaggio da Oristano a Decimo. Chi lo sa? forse nel darci la benedizione avrà pensato al mio alterco coll’ufficiale, ed allo spavento provato in quel giorno memorando!

Uno dei testimoni era l’ufficiale; l’altro fu quel maestro di scuola, il quale favorì, colla sua storia sarda, i miei amori con Annetta. Invitandolo alle mie nozze, credetti adempiere ad un dovere di riconoscenza. Vi confesso che in quel giorno ho desiderato intorno a me tutti i compagni di viaggio — non escluso il povero Travet colla nidiata de’ suoi bambini.

Alle ore 5 della stessa mattina noi eravamo già alla stazione della ferrovia, accompagnati da tutti i nostri parenti ed amici.

Non posso tacervi un particolare. Io ed Annetta camminavamo in capo alla brigata; — i parenti ci venivano dietro.

Arrivati verso la metà della _Via Sassari_, mia suocera esclamò rivolta a mio zio:

— Guarda Cecchino e Mariannina! — non sembrano creati l’uno per l’altra?

— Dio li fa e Dio li accoppia! — rispose mio zio.

Erano le stesse parole pronunciate dalla zia vent’anni addietro, quando io dava degli scappellotti a Mariannina, e Mariannina mi rompeva la testa colle sedie. Tant’è, che l’augurio si era finalmente avverato. Dio ci aveva accoppiati come le tortore e come i colombi.

La mia sposa, che udì il complimento della zia, si volse verso i parenti, ed esclamò con affettuosa minaccia:

— Badate, veh? una volta per sempre: — non più _Cecchino_, nè più _Mariannina_. Chiamateci Anna e Francesco. Siamo rinati, e vogliamo essere ribattezzati!

* * *

Alle ore 5,30 il treno usciva dalla Stazione diretto per Sassari, luogo da noi prescelto per il viaggio di nozze, contemplato nel nostro programma.