XIX.
Da Uras a Pabilonis.
Le ultime parole di Annetta mi avevano alleggerito del peso de’ miei peccati. Il mio atto di contrizione mi fruttò addirittura il perdono di ogni colpa.
Il volto di Annetta aveva riacquistato l’abituale serenità. Ella sorrideva graziosamente, rinfrancata dalla mia dichiarazione. Ci eravamo perdonati a vicenda.
Notai in lei un repentino cambiamento; io era riuscito a persuaderla, che la sua soverchia bontà non era così grave come aveva immaginato.
Da quel momento Annetta depose ogni rigore, e mi ridonò l’antica confidenza. Era in lei ritornata la curiosità di voler conoscere le terre ed i paesaggi che passavano dinanzi ai finestrini.
Parlando di cose indifferenti, il nostro animo acquistava più franchezza; nè avevamo più ragione di cercar pretesti e sutterfugi, per nascondere all’occhio vigile e curioso dei compagni di viaggio l’argomento dei nostri discorsi.
Se però avevamo deluso la curiosità dei viaggiatori fino ad Oristano, da Oristano in avanti non ci era riuscito.
Il nostro maestro di scuola, colle sue chiacchiere, non si era mai preoccupato di quanto accadeva a lui d’intorno.
Non fu però così dell’ufficiale; il quale, fin da quando era entrato nel nostro scompartimento, aveva adocchiato Annetta.
Una bella fanciulla, che viaggia con noi, desta sempre un certo interesse, e ferma l’attenzione di un uomo in generale e di un giovine ufficiale in particolare. Senza che io me ne fossi accorto, il tenente aveva seguìto tutti i nostri movimenti; ed aveva facilmente indovinato, che nel mio conversare con Annetta erano quelle certe premure e quelle certe attenzioni che rivelano per lo meno un’intimità più intensa di quella che prescrive la convenienza fra due compagni di viaggio di sesso diverso.
Il treno aveva fretta... e camminava molto!
Dopo Uras, il paesaggio lascia il broncio per sorridere di tanto in tanto. La pianura infatti si riveste qua e là di verzura, e l’occhio trova più facilmente dove riposarsi.
Avevamo percorso circa otto chilometri, quando Annetta mi domandò:
— È un bel villaggio Uras?
— Così così! — Da Oristano fino a Cagliari i villaggi variano ben poco. Sono tutti in perfetta pianura, di color grigio perchè costrutti con _laddiri_, e non offrono nulla di particolare veduti in distanza. Meno Marrubiu e Pabilonis, li troveremo tutti schierati a sinistra. La ferrovia passa loro vicino, nè li sfugge come nel capo settentrionale.
— E le pioggie, e gli straripamenti dei fiumi, non possono danneggiare le costruzioni di fango?
— Qualche volta, sì. — Il villaggio d’Uras, per esempio, che abbiamo or ora lasciato, fu quasi distrutto da un uragano nel 1827. Il Lamarmora, che fu testimonio oculare di questa catastrofe, scrive che ha veduto la maggior parte delle case sciogliersi come zucchero nell’acqua; credo però siavi dell’esagerato nella sua asserzione; poichè l’impasto di quei mattoni, fatto di fango misto a paglia, è molto consistente. Uras rammenta ai sardi una data storica. Fu là che s’impegnò la gran battaglia, nella quale Leonardo Alagon riportò una splendida vittoria sopra gli Aragonesi: — vittoria che quel valoroso dovette amaramente scontare otto anni dopo, colla tremenda disfatta di Macomer, che segnò la sua caduta.
Il maestro di scuola, che sentendo parlare di storia aveva teso le orecchie, soggiunse subito rivolto ad Annetta:
— La battaglia di Uras si combattè nel quattordici aprile del 1470; in essa fu ferito a morte, sul primo combattere, Antonio Dessena Visconte di Sanluri, comandante le armi regie.
* * *
Eravamo a due chilometri da Pabilonis, quando avvenne un incidente che avrebbe potuto avere serie conseguenze.