X.
Da Chilivani a Mores.
Il treno si mosse.
Si cominciò coll’indietreggiare come i gamberi; perocchè la strada ferrata descrive un gran > rovesciato, toccando Chilivani (punto di diramazione per Terranova) per riprendere la linea di Cagliari.
Continuano per un lungo tratto le piantagioni di Piercy: le viti, i frutteti, gli eucaliptus, ecc., sempre allineati con precisione matematica. — Poco dopo non s’incontrano che immense terre a pascolo, con qualche albero solitario.
Il Monte Santo è sempre dinanzi a noi, e ci seguirà ancora per un lungo tratto di strada. Esso ha cambiato nuovamente di forma; ci presenta ora la sua parte più larga; anzi ci mostra un monticello col quale è unito, — quasi fosse un figlio che gli tenga compagnia nell’isolamento a cui natura lo ha condannato.
Dopo dieci minuti di cammino, eccoci alla stazione di _Mores_. Il paese, lontano un mezzo chilometro, giace alle falde del Monte _Lachesos_. Questo villaggio è famoso per il suo stupendo campanile, ricco di fregi e di statue, fatto erigere or son pochi anni a spese del Comune, con non lievi sacrifizi. Gli abitanti di Mores sono i soli, in tutta l’isola, a cui si può permettere il soverchio _amore di campanile_!
Da Chilivani a Mores, tanto il vecchio, quanto la vecchia, avevano ricambiato qualche parola coi vicini: il primo coll’uomo dal cappello a cilindro — la seconda col consigliere di Bosa.
L’inglese non aveva aperto bocca. Egli si divertiva ad appuntare il suo grosso binocolo, ora verso i tre finestrini di destra, ore verso quelli di sinistra.
Dopo dieci minuti di strada, si sentì da tutti il bisogno di tacere per riposare alquanto.
L’ora caldissima, la stanchezza del viaggio, il po’ di pasto fatto a Chilivani, avevano prostrato i diversi passeggieri; i quali sembravano in preda ad un dolce sopore, o ai propri pensieri.
Benedissi dal profondo del cuore il cocente sole di luglio e il molle clima della nostra Sardegna, che tanto influivano sui nervi forestieri.
Noi due soli — io ed Annetta — vegliavamo. Noi due soli eravamo in preda a quella prostrazione che non è stanchezza; a quell’abbandono che non è noia. Era la spossatezza dell’anima sotto il brulichio dei pensieri che cozzavano a tumulto nel nostro cervello.
Non avrei saputo spiegare ciò che io provava. Quel silenzio intorno a noi, quella gente cogli occhi socchiusi e colla testa dondolante, mi davano ai nervi, pur sapendo che tutto ridondava a mio benefizio. Sentivo un vuoto nell’anima — un peso sul cuore. Provavo come un desiderio indefinito — uno sconforto vago. Perchè ciò? Effetti strani di cause perdute nell’ignoto.
Tutti riposavano: solo Annetta era desta. Essa aveva gli occhi fissi sul suo ventaglio, che raggirava fra le mani. La vita di quei due occhi, in mezzo al generale assopimento, mi faceva uno strano effetto. Avrei voluto che anche Annetta dormisse; così almeno avrei potuto guardarla con più coraggio. Dovrò confessarlo? Io non sapeva dove cacciar gli occhi: avevo le palpebre di piombo.
Alla mia gaiezza, all’abituale mia spensieratezza era sottentrata quasi una cupa melanconia. Avevo creduto delirio di un momento l’impressione ricevuta dal mio primo incontro con Annetta. Vedevo ora, con rincrescimento, che la mia simpatia prendeva un serio indirizzo.
Le mie idee erano confuse. Sapevo solo che camminavo, camminavo inesorabilmente alla disillusione. Ogni ora di ferrovia era un gran passo verso la triste realtà.
Eppure una speranza m’attraversava sempre lo spirito: che il mio sentimento fosse contraccambiato!
E da ciò la mia ambascia, il mio sconforto, la mia inquietudine.
Cercavo di guardare verso la campagna — ma non la vedevo. Tratto tratto gettavo un’occhiata, alla sfuggita, verso di lei. Annetta abbassava prestamente gli occhi; e, tutta distratta e insieme confusa, faceva girare colle dita quel serpente d’argento, o quella fascia d’oro che aveva al polso ed al braccio.
Ed io allora divoravo cogli occhi quella testina così ben modellata, quelle palpebre dalle lunghe ciglia, e quei riccioletti scherzosi che scendevano sul suo collo, invitandomi quasi ad ammirarne le delicate curve e l’affascinante bianchezza.
Erano succeduti lunghi silenzi. Non più Annetta mi aveva interrogato sui diversi paesaggi; non più in lei la curiosità di voler conoscere la storia di quei monti, di quei campi, di quei paesi che ci passavano dinanzi rapidissimamente.
Più volte, in quel comune raccoglimento, i nostri occhi si erano incontrati; e lo sguardo fisso che partiva da quelle pupille nere, piene di lampi, andava a ricercare le più intime fibre del mio cuore. Eravamo entrambi impacciati. Io tormentavo la catena del mio orologio — ella le spire del suo braccialetto d’argento.
Nessuno di noi aveva più coraggio di parlare; eppure il silenzio ci spaventava più della parola.
Cercai un motivo per riallacciare la conversazione interrotta. Strano! non ne trovavo alcuno.
Avevo paura di lei. Avrei voluto fuggirla; ma come si fa a fuggire quando si è in un convoglio che corre velocemente?