XXV.
A Decimomannu.
Non posso descrivere le ore angosciose che passai a Decimo.
Stetti alla stazione, passeggiando da un capo all’altro, fino alle nove.
Decimomannu è uno dei più importanti paesi meridionali. È anch’esso in mezzo al verde d’una rigogliosa alberatura e attorniato da campi ameni e fertilissimi. Per le sue campagne sono sparsi gli ulivi, i mandorli, i melograni, ed alti pioppi che rompono di tanto in tanto un pittoresco orizzonte, arginato dalle severe montagne minerarie d’Iglesias.
Una delle cose speciali e notevoli di Decimo sono gli immensi filari di ulivi che cingono i verdi campi, facendo le veci delle chiusure di fichi d’India. Gli ulivi di Decimo hanno un tipo ben diverso degli ulivi del capo settentrionale. Questi sono più asciutti, coi grigi tronchi angolosi, colle foglie più rare e di un verde pallido; quelli di Decimo sono più frondosi, di un verde carico, e coi tronchi bruni e di forme più regolari.
Strano il lusso di quelle siepi! — più strana la storia della loro origine!
Sapete voi a chi si deve quel miracolo? Sapete voi chi piantò quegli ulivi così ordinati?
— Gli uccelli.
Dicesi che anticamente quei terreni fossero chiusi colle solite siepi di fichi d’India. I tordi ed i merli, che rubavano le ulive dai paesi lontani, si portavano a volo sulle siepi di Decimo, per mangiarle con comodo. I noccioli cadevano a terra, e germogliavano. Così sorsero i filari di olivastro; il quale si cambiò in buon olivo, quando più tardi gli agricoltori lo innestarono.
È questa la storiella che mi fu narrata in viaggio da persone autorevoli e degne di tutta fede; alle quali pertanto lascio tutta la responsabilità della leggenda. Certamente questi fatti saranno accaduti un mezzo secolo prima di Cristo; cioè, al tempo dei Cartaginesi. Ma se volete il mio parere, vi dirò: che è meglio dubitare dei merli di Decimo, che diventar merli col credere ad essi!
Decimo ha acquistato molta importanza colla ferrovia; poichè la sua stazione è quasi centro di tre linee: quella di Cagliari, d’Iglesias e di Sassari. Questo paese, fra gli altri pregi, ha quello di fabbricare e provvedere stoviglie per la festa del Carmine, che ha luogo in Cagliari; di più chiama i cagliaritani e gli abitanti dei paesi circonvicini alla festa di _Santa Greca_, che vi ricorre due volte l’anno.
* * *
Erano le otto di sera. Il sole era già calato dietro le montagne; e la campagna, muta e silenziosa, pareva già sentisse la stanchezza e il bisogno di riposarsi. Dovendo essa levarsi per tempo, era ben giusto che per tempo andasse a letto.
I monti lontani d’Iglesias diventavano sempre più cupi; le sue tinte rosee si eran fatte violacee, poi azzurre, poi color grigio ferro.
Le ombre della notte, che destano i più soavi profumi dal calice dei fiori, destano pure le più care memorie nel nostro cuore.
Tutte le peripezie di quel viaggio avventuroso, tutte le parole d’Annetta, tornarono alla mia mente ad una ad una, per scendere a carezzarmi il cuore.
Ripensai a quell’affetto nato in poche ore, e diggià fatto così gigante; ripensai a quegli sguardi, a quei sorrisi fugaci, il cui effetto sentivo ancora nell’anima; e cogli occhi sempre rivolti all’orizzonte, per dove era sparito il treno, io domandava a me stesso se erano stati sogni o realtà gli avvenimenti di quella memorabile giornata.
— Preghi ch’io sia felice!
Erano queste le ultime sue parole; quelle che io ripeteva a me stesso con più frequenza — quelle che aprivano il mio cuore ad una speranza — e quelle che mi scoraggiavano maggiormente.
L’ora mesta — lo sconforto che io provava — la speranza che mi sfuggiva — la cugina che a me ritornava — quella sosta a Decimo, e il telegramma della zia, tutto ciò mi gettava in un abbattimento, che mi faceva dubitare della buona riuscita della pratica commerciale ch’io doveva condurre a termine.
A me dinanzi avevo una bella distesa di ulivi — più in là una lunga schiera di alberi d’alto fusto, formanti un boschetto isolato — più lontano le nere creste dei monti d’Iglesias, e a destra alcuni monticelli aguzzi, in forma di cono. Non ebbi tempo nè agio di pensare al Conte Ugolino della Gherardesca, l’antico signore delle terre iglesiensi.
L’ora era tarda, e mi diressi verso il paese, alla casa dell’amico agente; dove ero solito prendere alloggio, quando i nostri affari richiedevano la mia presenza a Decimo.
Non mi riuscì di chiudere occhio in tutta la notte. Sotto il brulichìo dei pensieri che s’alternavano nel mio cervello, mi dibattevo sul letto, ora da un fianco, ora dall’altro.
Una mezza dozzina di zanzare intonavano al mio orecchio una acutissima fantasia per violino, la quale però non riusciva a soffocare le parole d’Annetta: « — preghi ch’io sia felice!»
Avrei riveduta, in Cagliari, la mia Annetta? Quanto tempo sarebbe rimasta in quella città? Il padre era un alto funzionario traslocato, od un ingegnere di passaggio?
Ecco ciò ch’io non sapeva ancora — ciò che non ebbi coraggio di domandare, e ciò di cui mi pentivo di non aver domandato.
E la fatalità dell’arrivo di Mariannina? — questo contrattempo contribuiva a rendermi inquieto, ma forse era il meno che mi preoccupava. Alla fin fine io non era vincolato ad alcuno; e, quando lo avessi voluto, non avevo che a pronunciare una sola parola per mandare a monte un matrimonio impossibile.
Una sola conseguenza io doveva affrontare — lo sdegno dei parenti, a cui ero debitore della mia educazione, del benessere presente e di quello avvenire. — Ma dovevo io, per non essere un ingrato, sacrificare il mio cuore? Chi avrebbe maggiormente meritato il biasimo del mondo? Io che diventavo un ingrato, disubbidendo ai parenti — o i miei parenti che vendevano un benefizio a prezzo della mia infelicità?
— Mariannina è arrivata? tanto meglio!! — esclamai con risoluzione. — Bisogna che cessi da una buona volta questo stato di cose!
E credendo, con ciò, di aver chiusa ogni discussione con me medesimo, spensi il lume e procurai di conciliare un po’ di sonno.
* * *
Poco importerà al lettore di conoscere le pratiche fatte per ricuperare il nostro credito di lire 15.000. Dirò solo, che coll’aiuto dell’amico agente, a cui mi raccomandai caldamente, condussi le cose a buon fine; tanto che alle cinque di sera del giorno susseguente io mi trovava in piena libertà.
Alle sei ero già pronto alla stazione di Decimo, in attesa del treno proveniente da Sassari, che doveva ricondurmi a Cagliari.