Chapter 24 of 33 · 1375 words · ~7 min read

XXIV.

Da Villasor a Decimo.

Si verifica nei viaggiatori, ciò che si verifica nel treno quando esce da una stazione per recarsi in un’altra.

Nel partire la macchina si muove lentamente, poi a mano a mano affretta, corre, vola — per poi frenarsi di nuovo, rallentare pian piano, e nuovamente fermarsi alla stazione di arrivo.

I viaggiatori, ancor essi, alla partenza non fiatano; sono gravi, abbottonati, immobili, taciturni. Dopo un’ora si stabilisce la corrente elettrica; essi cominciano con qualche parola, poi conversano, ciarlano, e discutono vivamente; fino a che, mezz’ora prima di arrivare a destinazione, sentono la stanchezza del viaggio, sbadigliano, si annoiano, e finiscono quasi per non guardarsi in faccia.

E così accadde nel nostro scompartimento. Mentre un’ora prima le nostre grida avrebbero assordato un reggimento, nel tragitto di tredici minuti (da Villasor a Decimomannu) si sarebbe sentita volare una mosca.

Il vecchio, muto, leggiucchiava per la centesima volta un _Capitan Fracassa_ che doveva saper a memoria; — il prete, col capo chino sul petto, quasi sonnacchioso; — l’ufficiale, colle due mani appoggiate all’elsa della sciabola, socchiudeva gli occhi; — il rigattiere, con una gamba sull’altra, passando in rassegna con aria distratta tutte le valigie che aveva di fronte; la vecchia, riflessiva, guardando sempre la figlia, che non distoglieva gli occhi dal suo ventaglio; e finalmente il maestro di scuola, l’eterno parlatore, che aveva chiuso le labbra ad un silenzio sepolcrale.

Maledissi mille volte quella madre spietata che era riuscita a strapparmi dalla cara fanciulla, la cui vicinanza mi era stata di conforto.

La noia che ciascuno risentiva era tradita dagli orologi, i quali con frequenza uscivano dalle tasche del _gilè_ per essere consultati. — Io solo avevo paura d’interrogare la mia macchinetta. A che pro? Mi trovavo in condizione eccezionale; mentre per gli altri il tempo era lento, per me invece fuggiva — fuggiva rapidamente! E avessi potuto prolungarlo! anche a costo di accrescere il martirio che io subiva da oltre sei ore!

* * *

Eravamo distanti parecchi chilometri da Decimo, quando nella lontana pianura, a destra, noi vedemmo un lungo e nero serpente avanzarsi silenzioso, ma con tutta fretta, verso il punto a cui eravamo diretti. Pareva volesse sopraffarci nella corsa; e con un sibilo prolungato, a cui rispose la nostra vaporiera, manifestò la rabbia d’una sconfitta. Era il treno d’Iglesias, che quel giorno arrivava in ritardo di dieci minuti.

Eravamo arrivati alla stazione di _Decimomannu_.

Approfittando del ritardo del convoglio di Iglesias, scesi dal treno e mi diressi all’ufficio per parlare col capo stazione, un mio amico, al quale dovevo dare diverse incombenze per il nostro agente commerciale di Decimo.

Non avevo fatto dieci passi, che vidi venirmi incontro l’agente in persona.

— Oh bravo! — mi disse — Hai voluto risparmiarmi la fatica di passare in rivista tutti i vagoni, per trovarti.

— Che c’è di nuovo?

— C’è di nuovo, che tu devi ritirare le tue valigie dal treno per fermarti qui, uno o due giorni.

— Scherzi?! — esclamai un po' inquieto — Cos’è successo?

— All’indomani della fuga del signor Varetti sono sorte contestazioni a proposito dei magazzini del grano; motivo per cui si rendeva indispensabile la vostra presenza. Tuo zio giunse qui ieri, in tempo per salvare il vostro credito; dovette però ripartire stamane col treno delle 9,27; e mi ordinò di tenermi qui pronto al passaggio del convoglio, per raccomandarti di terminare le pratiche da lui iniziate.

Rimasi di sasso. Risparmio ai lettori la storiella del Varetti; sappiate solo che trattavasi di un fallimento, nel quale la nostra casa era esposta per 15.000 lire.

Il destino aveva proprio congiurato contro di me. Che fare? Non ebbi che il tempo di correre al treno per ritirare la valigietta e la borsa.

Inutile dirvi con qual cuore misi il piede là dentro!

— Come! non era diretto per Cagliari? — mi domandò il rigattiere.

— Sì; ma devo fermarmi a Decimo, per un giorno.

Guardai Annetta, la quale, a queste mie parole, non potè celare il turbamento. I suoi occhi si fissarono ne’ miei con un’espressione di dolore; volendo quasi domandarmi perdono per avermi trattato così freddamente durante le ultime due ore.

La mia valigia e gli altri miei effetti da viaggio erano sul porta-bagagli, dalla parte di Annetta; e mi accinsi a toglierli, dando le spalle alla vecchia.

Mentre consegnavo ad uno ad uno i bagagli ad un giovanotto della ferrovia, colsi il momento in cui la madre parlava col rigattiere, per susurrare all’orecchio di Annetta:

— Si ricordi sempre di me!

— E lei preghi ch’io sia felice! — mormorò sommessamente quella cara fanciulla, con voce tremante per l’emozione.

Salutai intanto i miei compagni di viaggio; strinsi la mano al maestro di scuola; e passando, nell’uscire, dinanzi all’ufficiale, gli dissi piano e presto:

— Domani sera, alle ore 10, al caffè di _Vincenziello_, nel Corso Vittorio Emanuele.

— Ci sarò! — mi rispose il giovane tenente.

E saltai a terra, nel momento in cui la guardia gridava:

— Partenza per la linea di Cagliari!

* * *

Pochi minuti dopo il treno usciva dalla stazione di Decimo, lasciando dietro di sè una lunga striscia di fumo; — ed io rimasi là una mezz’ora, immobile, colle lagrime agli occhi, accompagnandolo con lo sguardo.

Avevo come un nodo alla gola, e sentivo nel cuore come una stretta dolorosa. Parevami che quel treno mi portasse via qualche cosa troppo cara — una parte di me stesso.

E sarei rimasto là fermo, Dio sa per quanto tempo, se il nostro agente non mi avesse chiamato, battendomi sulla spalla.

Mi volsi a lui, e gli domandai:

— Mio zio, partì richiamato?

— Sì. Ha ricevuto un telegramma di urgenza.

— E venne spontaneamente qui?

— No. Ieri mattina mi recai a Cagliari col treno delle 6,20 per metterlo a parte degli affari; e venimmo insieme a Decimo.

— Sei stato in casa? hai veduto la zia Efisia?

— Sono stato soltanto nel negozio; ma ho veduta tua zia, quando attraversavo il Corso Vittorio Emanuele. Era al balcone insieme ad alcune visite.

— Visite?

— Credo, almeno. Era affacciata con due donne — una vecchia ed una signorina.

Provai come una vertigine.

— Dimmi... era bella quella signorina?

— Strana domanda!

— Rispondimi...

— Se devo dirla... era piuttosto bruttina. Aveva la carnigione un po’ bruna... troppo bruna, forse!

Un dubbio tremendo mi attraversò la mente; ma non volli sapere di più.

— Fammi il piacere — dissi all’Agente — accompagna a casa l’uomo che porta le mie valigie. Io rimango qui, al fresco. Ti raggiungerò.

Mentre il facchino s’incamminava, gli scivolò dalle mani uno degli involti. Il mio pollo freddo, nudo, stecchito, giaceva al suolo, immerso nella polvere.

L’agente lo prese per le due gambe e lo levò in alto.

— Che cos’è questo?

— Una gallina di Sorso...

— Ancora intatta?

— Non avevo appetito.

— Povera vergine! — esclamò l’agente — Sembra Frine dinanzi a’ suoi giudici!

L’agente e il facchino si diressero a Decimo. Poco dopo fui chiamato dal Capo Stazione.

— Un telegramma.

— Diggià?

Ne ruppi la busta con un tremito nervoso, e gettai un’occhiata alla firma: — era della zia Efisia. Ve lo trascrivo:

CECCHINO BIANCHI

_Decimomannu (fermo stazione)_

«Sbriga affare. Non prolungare assenza.

«Vieni domani. Sei aspettato.

EFISIA.»

— _Aspettato?!_ — ripetei con un grido; e mi appoggiai ad una pianta, temendo di cadere. Chi poteva aspettarmi? Non vi era più dubbio — Mariannina era arrivata a Cagliari. Ma perchè non dirmelo chiaro? — Maledissi l’economia inesorabile della zia Efisia; la quale non volle mai fare un telegramma più lungo di 15 parole.

Tutte le disgrazie, tutte le combinazioni, in quella giornata, congiurarono contro di me. Non poteva essere un inganno. Era il 3 luglio, in domenica — giorno d’arrivo del piroscafo _diretto_ da Genova a Cagliari. Mia cugina, dunque, era arrivata alle otto di mattina — e da undici ore mi aspettava!

In preda ad un’angoscia indicibile, guardai ancora lontano lontano, cercando avidamente quel treno che fuggiva, portando seco la mia Annetta. — Esso era sparito.

Rilessi ancora una volta il telegramma che mi parlava di Mariannina.

— Ecco la vita: chi arriva, e chi parte. L’una che va — l’altra che viene. Un malanno che nasce — una speranza che muore!