CAPITOLO XII.
1850.
II.
_Sommario:_ La contessa Clara Maffei e il suo salotto. — Il conte Cesare Giulini. — Amici intimi e amiche della contessa. — Il _Crepuscolo_. — Carlo Tenca e i suoi collaboratori. — Carmelita Manara Fè, i suoi amici, e la contessa Ermellina Dandolo. — Ufficiali e soldati ungheresi. — Il conte Bethlen e suo nipote. — Primi accenni a nuove cospirazioni. — Organizzazione dei Comitati rivoluzionari in alcune città di Lombardia e del Veneto. — Il prestito di dieci milioni bandito da Mazzini per ordire la rivoluzione. — Primi processi politici a Venezia. — Dottesio condannato a morte. — Il Comitato centrale di Mantova e il sacerdote Enrico Tazzoli. — Il Clero lombardo e il Governo austriaco.
Clara Maffei aveva allora trentasei anni, ed era divisa da qualche anno da suo marito, il poeta Andrea Maffei; era figlia unica del conte G. B. Carrara Spinelli, e tutti la chiamavano la _contessa_. Era una donnina piccola, piacente più che bella, elegante, di maniere distinte e gentilissime; parlava bene, ogni suo discorso era improntato a un patriottismo ardentissimo, e si affezionava ai suoi amici e alle sue amiche tanto profondamente e imparzialmente da farci dire ch’essa aveva una spiccata predilezione... per tutti.
La prima volta che entrai nel suo elegante salotto, a un secondo piano di via Bigli, condottovi da mio fratello, la mia soggezione fu grande; ma la contessa mi accolse con una affabilità tanto disinvolta e amorevole, invidiandomi scherzevolmente la mia età giovanile, che mi parve di esserle amico da un pezzo. D’allora, finchè visse non passò giorno, quand’ero a Milano, che di giorno o di sera, foss’anche per pochi minuti, non facessi la mia visita alla contessa Maffei.
A quel tempo, e fino al 1859, la società di casa Maffei si componeva di pochi, ai quali però si potrebbe applicare il notissimo _pochi ma buoni_; tutti amici intimi e tutti patriotti, d’animo alto e vigoroso. Da quel salotto elegante e intelligente si irradiava una luce e direi quasi una volontà direttiva di azione patriottica, che ebbe una grande influenza morale in quegli anni, difficili e duri, della resistenza.
Il giorno della mia presentazione c’era nel salotto il conte Cesare Giulini che non conoscevo ancora personalmente. Aveva fatto parte del Governo Provvisorio, e approfittando dell’amnistia era ritornato da poco a Milano, convinto, come diceva, di poter meglio servire il suo paese vivendo in patria che nell’esilio. E infatti fu tra quelli che lo servirono con maggiore efficacia; lo servì con l’autorità del suo nome, col suo ingegno, colla sua generosità, coll’esempio, e colla costanza della sua fede. Fermissimo sempre nei suoi principî liberali monarchici, era tollerante ed amico di molti che allora professavano principii diversi, purchè fossero saldi come lui nel volere l’indipendenza della patria. Ogni opera buona, benefica e patriottica, trovava in lui un iniziatore o un appoggio generoso. Il suo largo censo era tutto a servizio della patria e del bene: faceva continui acquisti di libri, e di opere costose, che poi prestava e diffondeva tra quanti gliene facevan richiesta, quasichè la sua fosse una pubblica biblioteca circolante, per diffondere gli studi e la coltura tra i meno favoriti dalla fortuna.
Cesare Giulini aveva avuto un fratello maggiore di nome Rinaldo, di cui sentii parlare dal Correnti e da altri come d’un giovane d’ingegno superiore e di grandi speranze. Era di quel gruppo cui appartenevano Correnti, i fratelli Porro, Giovanni e Carlo d’Adda, e la sua morte fu un lutto nella gioventù liberale di quel tempo. Loro avo era stato il conte Cesare Giulini, l’illustre storico di Milano; e il loro padre il conte Giorgio, alla caduta del Governo napoleonico, era stato membro della Reggenza Cesarea.
Tra gli amici più intimi che vedevo allora giornalmente dalla contessa Maffei ricorderò, oltre mio fratello Emilio e il Giulini, Carlo Tenca, Tullo Massarani, Giulio Carcano, Antonio Cussalli, il dottor Romolo Griffini, Antonio Allievi, Giacomo Battaglia, Antonio Lazzati, Carlo De Cristoforis, l’ing. Tagliaferri, il dottor Bartolomeo Garavaglia, Innocente Decio, Emilio Bignami Sormani. E quando dai loro paesi d’altre provincie venivano a Milano, non mancavano mai G. B. Camozzi di Bergamo, Giuseppe Finzi, il marchese Fossati, Giuseppe Zanardelli, Giuseppe Verdi. Di giorno venivano alcune signore della società elegante e aristocratica, da poco tornate dalle loro campagne o dall’estero in Milano. Di sera ci venivano solo alcune amiche più intime, le signore Saulina Viola Barbavara, Orsola Bianconi Robecchi, Giulietta Pezzi, e poche altre. Alcuni anni dopo il numero degli amici e delle amiche si accrebbe, e il salotto, pur conservando un carattere d’intimità, accolse altre persone note nel campo degli studi e del patriottismo, e giunse presto all’apogeo della sua fama e della sua importanza.
In principio di quell’anno Carlo Tenca aveva fondato un giornale settimanale, che chiamò il _Crepuscolo_, con l’intento di farne un centro di studi e di aspirazioni politiche, sebbene non fosse, e non potesse essere, collo stato d’assedio, un giornale esclusivamente politico. L’importanza e l’influenza di questo giornale, che usciva una sola volta la settimana e trattava principalmente di letteratura, di arte o di scienze economiche, divennero subito grandi e diffuse. Gli articoli erano tutti ispirati alla nobiltà e alla rigidità del carattere del suo direttore. In quegli studi si intravedeva sempre un fine elevato e patriottico, per quanto lo concedeva la difficoltà dei tempi. In ogni numero c’era una rivista che esponeva con rara abilità i fatti politici della settimana avvenuti in ogni parte del mondo, ma serbando sempre il più assoluto silenzio su ciò che avveniva in Austria o nelle provincie italiane ad essa soggette. Questo silenzio che non poteva essere incriminato, fu la continua protesta del _Crepuscolo_; tutti la comprendevano, ed ebbe un’efficacia più grande di qualsiasi manifestazione clamorosa. Il _Crepuscolo_ fu un esempio raro di quanto possa esser grande l’influenza d’un giornale, dovuta non solo all’importanza degli scritti, ma alla rispettabilità e al carattere degli scrittori.
Il primo numero del _Crepuscolo_ uscì il 6 gennaio del 1850, e col Tenca i suoi primi collaboratori furono Tullo Massarani per articoli di lettere ed arte; mio fratello Emilio per scritti di letteratura, di scienze sociali e politiche; Antonio Allievi, Antonio Colombo, Innocente Decio che scrivevano di economia politica, di statistica, di scienze giuridiche; Eugenio Camerini che faceva la critica letteraria e Giuseppe Mongeri la critica d’arte; il dottor Romolo Grifoni e Giovanni Cantoni, i quali vi trattavano questioni di scienze naturali e di igiene. Più tardi vi scrissero Emilio Bignami Sormani, Giacomo Battaglia, che morì poi nel combattimento di S. Fermo, e Enrico Fano: tra i molti corrispondenti delle provincie ricordo Gabriele Rosa, Giuseppe Zanardelli e Giovanni Rizzi, che poi fu uno degli amici intimi nel salotto della Contessa.
Il Tenca, ingegno sodo, versatile, coltissimo, oltre la rivista politica, scriveva d’un po’ di tutto, ed esercitava una censura severa sugli scritti de’ suoi amici, per mantenere al giornale una continua uniformità negli intenti e nel modo di manifestarli.
In quell’anno feci un’altra cara e preziosa conoscenza: fui presentato alla signora Carmelita Manara Fè, la vedova di Luciano Manara, una signora intelligente, interessante, e che non ostante le sofferenze d’una salute disfatta conservava ancora i lineamenti, direi raffaelleschi, della sua primitiva bellezza. Diceva allora, con molta serenità, di non aver più che un polmone; e forse era vero perchè morì poi etica; come morirono etici i suoi tre figli. Il suo salottino era frequentato da egregi giovani, quasi tutti reduci dalle ultime campagne, di cui parecchi erano stati commilitoni e uffiziali nel valoroso battaglione di suo marito; e tra questi il più assiduo era Emilio Dandolo, nelle cui braccia appunto suo marito aveva a Roma esalata l’anima generosa. In quell’anno però il Dandolo era partito per un lungo viaggio in Oriente con Lodovico Trotti. Dopo le peripezie del 1848 e del 49 quei due valorosi giovani avevano protratto, più che avevano potuto, il ritorno nel loro afflitto paese.
Nel salottino della Manara conobbi allora la contessa Ermellina Dandolo, seconda moglie del conte Tullio, padre dei fratelli Dandolo, della quale mi occorrerà di parlare più avanti in questi miei ricordi.
La vita intima e confidente nei piccoli crocchi di amici ci era resa tanto più preziosa, e direi necessaria, dalla durezza stessa dei tempi, e dagli incredibili rigori d’un governo militare, che rendeva impossibile ogni più piccola manifestazione di vita pubblica. I ritrovi, i colloqui fidati, le ansie, e talora i pericoli attraversati; crearono tra gli amici di quel tempo dei ricordi e dei vincoli come tra persone scampate insieme da un disastro.
Dappertutto le condizioni pubbliche erano tristi, e la vita era dura in quel periodo della reazione violenta. In Ungheria, per esempio, erano succeduti, e succedevano, fatti gravi e raccapriccianti: dell’esercito insurrezionale degli honveas dodici generali erano stati impiccati, i soldati erano stati incorporati forzatamente nei reggimenti austriaci, e così pure gli uffiziali di qualunque grado quali semplici soldati.
Rammento a questo proposito un episodio capitatomi nell’inverno di quell’anno.
Viveva a Milano un conte Bethlen, ungherese e già maggiore degli ussari, assai ricco, il quale, parecchi anni prima del 1848, era uscito dall’esercito e stabilitosi a Milano aveva sposato una cugina di mio padre, donna Teresa Gianella. Era un uomo alto e forte, aveva il viso e il naso schiacciati, i baffi rossicci, lunghi ed irti; ma aveva l’animo buono e gentile; le sue maniere erano dolcissime, e da gran signore; veniva molto in casa nostra, ove lo vedevo fin da bambino.
Una mattina di gennaio me lo vidi ad un tratto capitare nella mia stanza, non avendo trovata mia madre ch’era uscita di casa. Il suo aspetto era tutto mutato, il suo viso era stravolto, e aveva un’espressione d’ira e quasi di ferocia. Quella sua faccia, di solito tanto bonaria, mi parve in quel momento la faccia selvaggia d’un soldato barbaro; il suo occhio era diventato duro e scintillante; nel suo fare c’era qualcosa di violento, da far paura.
«Che c’è? che cosa è successo?» gli domandai ansiosamente e spaventato.
«Vieni, vieni subito con me... vedrai, vedrai!» mi rispose, e volle che lo seguissi.
Nevicava. A grandi passi mi condusse nella via del Monte di Pietà, dov’egli aveva una bella casa. Gli chiesi ancora, timidamente, per strada che cosa fosse successo, ma egli non mi rispondeva che con lo stringermi fortemente la mano.
Arrivati alla porta della sua casa, e tirandomi dietro uno degli stipiti, mi additò poco distante, e dal lato opposto, il palazzo dell’attuale Cassa di Risparmio, dove allora c’era la caserma del Genio militare. Dinanzi al portone della caserma passeggiava in su e in giù una sentinella, un bell’uomo alto, ravvolto in un gran cappotto, e tutto coperto di fiocchi di neve.
«Vedi quel soldato?» mi chiese, «quello è mio nipote, il capo futuro della mia casa, è il conte Bethlen, colonnello degli Honveds nella guerra dell’indipendenza!»
E su quel viso, la cui espressione s’era fatta ancora più dura e minacciosa, scendevano intanto due lacrime. Quanto dolorosa doveva essere, in quel momento, la rivolta nell’animo aristocratico e fiero di quello zio![17]
In quei giorni per le strade di Milano se ne vedevano parecchi di tali soldati semplici, attillati e dal portamento distinto, ch’erano stati uffiziali, e anche uffiziali superiori dell’esercito insurrezionale ungherese, ora incorporati nei reggimenti austriaci quali semplici soldati.
Per quanto il regime dello stato d’assedio fosse duro e grave di pericoli, per quanto fosse recente il ricordo dei disastri, e ben lontana la possibilità d’una riscossa, pure qua e là si riannodavano i fili spezzati dei vecchi legami politici, e si cominciava a riaccendere qualche focolare di cospirazione, per quell’intesa generale del resistere e del principiare da capo.
Queste prime cospirazioni, che poi andavano man mano crescendo, erano di carattere mazziniano. La bandiera monarchica, dopo le sconfitte del 1848 e del 1849, aveva perduto gran parte del suo prestigio nella fantasia popolare di Lombardia, ove non esisteva una tradizione monarchica nazionale. Il Piemonte, intento seriamente a rimarginare le sue ferite, con una savia e dignitosa politica di raccoglimento, non era fatto per eccitare e per soddisfare le impazienze degli oppressi.
Le promesse piene di mistero e di nebulosità di Giuseppe Mazzini; i suoi scritti miti e a un tempo intransigenti come di un apostolo; la sua parola ispirata, affascinante; la sua opera di propaganda e di azione costante, giornaliera; il suo lavoro, che tendeva a una riscossa vicina, dovevano esercitare un gran fascino sulle fantasie di patriotti ardenti che volevano affrettare la rivincita della Patria.
Era quindi naturale che i seguaci di Mazzini fossero diventati allora assai numerosi, e che le nuove cospirazioni fossero tutta opera loro: ma non tutti i cooperatori di Mazzini in quei giorni erano seguaci convinti di tutte le sue idee; parecchi lo seguivano in nome del principio unitario; altri perchè persuasi che soltanto con un’agitazione continua si potesse tener vivo il programma della resistenza. E questi infatti li vedremo staccarsi subito dal Mazzini quando Cavour, colla sua mano forte e sicura, prese secretamente la direzione della resistenza, e alzò la bandiera dell’indipendenza nazionale.
Nell’inverno tra il 49 e il 50, come seppi da Emilio, vi era stata una riunione nello studio di Francesco Brioschi, che dava allora lezioni di matematica; e in questa adunanza si manifestò la scissione tra due diverse tendenze.
Il Tenca, seguito dall’Allievi, da mio fratello Emilio e da altri, sostenne che bisognava tener vivo il sentimento nazionale e di resistenza cogli studi, colle pubblicazioni, per quanto si poteva, e coll’agitazione delle idee. Gli altri furono invece per ordine delle società segrete. Il Tenca pensò allora di pubblicare il Crepuscolo, gli altri nominarono, con una specie di votazione, un Comitato segreto di cospirazione di cui fecero parte De Luigi, Pezzotti, Mora, Gerli: Comitato disperso poi dal processo di Mantova.
Da allora si erano andati formando in diverse città di Lombardia e del Veneto, e sotto gli auspicî di Mazzini, altri comitati secreti, il cui scopo da principio era stato quello di mantenere tra le diverse provincie delle relazioni che all’occorrenza potessero servire per un’azione pronta e unanime, quale appunto era mancata nella rivoluzione del 1848. Questi comitati però nel pensiero di Mazzini dovevano servire alla preparazione immediata della rivoluzione.
Infatti un Comitato nazionale italiano, che Mazzini aveva costituito a Londra in quell’anno, pubblicava il 10 settembre un proclama[18], col quale bandiva un prestito di _dieci_ milioni per affrettare l’indipendenza italiana. Quel proclama e quel prestito parvero allora un atto audace, e di alta importanza; mentre effettivamente non dimostrava che l’imprudenza e l’ingenuità di chi l’aveva pensato. E infatti con ciò si mettevano tutte le Polizie, e specialmente quelle della Lombardia e del Veneto, sull’avviso di nuovi tentativi rivoluzionari; e come mai si sarebbero potuti raccogliere dieci milioni, con piccole sottoscrizioni, in secreto, o durante lo stato d’assedio?
Anche allora però dissentivano parecchi, e il prestito dei dieci milioni trovò forti contradditori. Tra i principali, che già non seguivano Mazzini nell’azione, c’erano Garibaldi, Manin, Montanelli, Cattaneo, Cernuschi, Giuseppe Ferrari, e molti tra gli emigrati più noti; maggior seguito egli aveva nelle provincie italiane, soprattutto in quelle occupate dall’Austria: in queste la disperazione teneva luogo del ragionamento, ed ogni più folle speranza pareva migliore del disperare.
Il prestito ebbe, com’era naturale, un esito tenuissimo e disastroso; a che cosa poi dovessero servire, non i milioni, ma le poche migliaia di lire che furono stentatamente raccolte, lo vedremo più innanzi; come pure vedremo quale doveva essere la tragica fine dei Comitati.
I Comitati intanto avevano avuto l’incarico da Mazzini di ricevere e mettere in vendita le cartelle del prestito. Senza troppo pensare alla vanità del progetto e alle conseguenze terribili che ne potevano venire, uomini serii e patriotti provati, si misero all’opera per assecondare Mazzini. Giuseppe Finzi e Tullo Massarani erano andati appositamente a Londra, e n’eran tornati carichi di cartelle, che poi introdussero in Lombardia. Anche mio fratello Emilio, anch’io ne ricevemmo e ne mettemmo in giro. Da principio ciò si faceva in gran secreto; ma poi la diffusione si fece con minore riserva: si conosceva il gran rischio, ma non ci si pensava; nessuno ancora supponeva che dovessero condurre tanti al patibolo.
Ma non si tardò ad avere una nuova prova della crudele severità del governo militare col processo politico di Venezia, e colle condanne, tra le quali quella del Dottesio che per avere introdotto dalla frontiera di Como soltanto dei libri e delle corrispondenze, veniva impiccato a Venezia l’11 ottobre del 1851 (Veggansi le memorie del Maisner).
All’infuori dello spaccio delle cartelle di Mazzini, i Comitati non fecero, durante quell’anno, gran che. Parecchi, seguendo l’impazienza del Maestro, avrebbero voluto far di più: intanto si era pensato a un migliore ordinamento dei Comitati stessi; e il novembre del 1850, in una riunione in Mantova di diciotto, cittadini e delegati, si costituì sotto la presidenza del sacerdote professor Enrico Tazzoli un Comitato centrale, il quale doveva disciplinare e dirigere l’azione dei Comitati delle varie provincie.
Per quanto questi primi atti della cospirazione mazziniana procedessero poco cautamente, le autorità austriache per un pezzo non si avvidero di nulla. Il distacco tra il paese e chi governava era così grande che anche il trovare delle spie non riusciva sempre facile. Del resto i governanti ben poco si curavano di ciò che si pensava nel paese e di ciò che potesse succedere nell’avvenire; poichè il gran da fare era quello di cancellare ogni traccia, ogni ricordo del quarantotto, e di coprire tutto con una cappa di piombo, sotto la quale il paese non potesse nè muoversi nè respirare.
Uno dei ricordi del quarantotto che aveva maggiormente eccitato le fantasie dei governanti austriaci, era stata la condotta del clero durante il periodo della rivoluzione. La condotta del clero di Lombardia, durante quegli avvenimenti, era stata infatti patriottica; la maggior parte dei preti, e specialmente i più eminenti per ingegno e per carattere, avevano seguito le aspirazioni nazionali dei loro concittadini, e talora le avevano aiutate con la parola e con l’opera.
Il regime severo dell’arcivescovo di Milano, durato oltre trent’anni, regime ispirato al principio d’una certa elevatezza, aveva contribuito non poco, come s’è detto, a formare un clero buono, colto e rispettabile.
Il Governo austriaco, appena ristaurato nelle provincie italiane, dopo il 9 agosto s’era messo subito a perseguitare e a disperdere i preti sospetti di patriottismo. Prese di mira pei primi i migliori e i più dotti, cacciandoli dai seminarî, dagli ospedali e dalle opere pie, facendoli relegare in piccole parrocchie di campagna, od obbligandoli a ritirarsi in uffici minori. L’arcivescovo Romilli, succeduto al Gaisruck, debole e pauroso, malvisto anch’esso dal Governo austriaco pei buoni rapporti che aveva avuti col Governo Provvisorio non aveva saputo difendere il suo clero. E così fecero gli altri Vescovi; anche quando il Governo, potendo avvolgere qualche prete in processi politici, li aveva fatti fucilare o impiccare.
Inutile dire che questi infelici furono abbandonati nel tempo stesso anche da Roma, che ne concesse senza proteste, la sconsacrazione: erano già ben lontani e dimenticati i giorni in cui il Papa aveva benedetto l’Italia, e gli austriaci insultavano il Papa.
Molti chierici dei seminari lombardi avevano fatta la campagna del quarantotto nei battaglioni degli studenti e dei volontari. Pressochè tutti ripresero poi l’abito sacerdotale; alcuni, commossi nelle loro coscienze, nel vedere il nuovo indirizzo della Chiesa che volgeva a ritroso dei loro sentimenti patriottici, si fecero missionari.
Ne ho conosciuti parecchi di questi preti, chiamati, con un senso di riverenza dagli uni, e da altri con ironia, i _preti del quarantotto_; i quali, traverso una vita non sempre scevra di amarezze, ma intemerata, seppero conservarsi fedeli al loro antico ideale della religione non disgiunta dalla patria; e riveriti e stimati da persone d’ogni partiti furono veri ministri di pace e d’ogni più eletta virtù cristiana.
NOTE.
[17] Il conte Bethlen ebbe una sola figlia che maritò a Milano prima al Principe Fabio Gonzaga, poi in seconde nozze al nobile Giovanni Frigerio.
[18] Il _Proclama_ di Londra era in nome di sessanta Rappresentanti della Costituente Romana; ma pare invece che quei Rappresentanti, d’un’Assemblea disciolta, non si fossero riuniti nè in molti nè in pochi, e che non avessero dato a Mazzini quel mandato. Questo fu un espediente per giustificare, dinanzi al partito rivoluzionario italiano, la dittatura che Mazzini assumeva in quei giorni. Ecco il Proclama:
PRESTITO NAZIONALE ITALIANO
1. Il Comitato Nazionale apre un prestito di _dieci_ milioni di lire italiane.
2. Il prestito è diviso in duecentocinquanta mila azioni, cinquanta mila di lire cento, e duecento mila di lire venticinque per ciascuna. Le cartelle sono distribuite in serie, e portano ognuna di esse un numero progressivo.
3. Le azioni verranno consegnate all’acquirente al momento in cui sborserà il valsente. Le azioni sono al presentatore, trasmissibile d’una in altra persona colla semplice tradizione della Cartella, il cui possesso prova la proprietà dell’azione, e il credito di tutti gli interessi decorsi.
4. Gl’interessi decoreranno alla ragione del sei per cento all’anno, dal momento della consegna verso pagamento del prezzo, momento che sarà indicato nelle cartelle dalle persone incaricate dal Comitato di distribuirle.
5. L’impiego delle somme incassate è fatto dal Comitato Nazionale, secondo le facoltà indicate nell’atto sopraccennato del 4 luglio 1849, esclusivamente in acquisto di materiali da guerra, o in altro che concerna direttamente il conseguimento dell’indipendenza e della libertà d’Italia. Nessuna parte del fondo potrà essere distratta in sussidi di qualunque genere.
6. Le somme incassate verranno depositate in Londra, presso i banchieri Martin, Stone e Martin, 68, _Lombard Street_. Il Comitato, a norma delle circostanze, potrà cangiare il luogo del deposito.
7. Una commissione di sei individui, metà italiani, metà stranieri, verificherà periodicamente lo stato generale d’entrata e d’uscita dell’imprestito. Questi verificatori non potranno inceppare in modo alcuno l’amministrazione.
8-9. Modalità .............
10. Costituito in Italia un Governo Nazionale, il Comitato Nazionale Italiano deporrà nelle sue mani i libri, i registri delle cartelle rimaste invendute, il materiale da guerra acquistato, e ogni cosa concernente l’imprestito. La commissione dei verificatori farà in quel tempo la sua relazione allo stesso Governo.
11. Il Comitato Nazionale Italiano e i segnatari dell’atto citato assumono l’obbligo di fare quanto è in loro potere, perchè questo Governo Nazionale, riconosciuto il debito contratto, fissi l’epoca la più breve pel rimborso del capitale e de’ suoi interessi.
12. Il Comitato Nazionale promette assoluto segreto pel nome degli acquirenti che volessero, finchè durano le attuali condizioni politiche, rimanere ignoti. Terrà registro nondimeno dei nomi e delle somme versate, perchè a tempo debito possano avere, fra i loro concittadini, testimonianza del non avere disperato della salute del paese, e dell’aver cooperato ad affrettarla.
. . . . . . .
(_Dagli scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini_):
=Cedola del Prestito.=
_Dio e Popolo:_
PRESTITO NAZIONALE ITALIANO
DIRETTO UNICAMENTE AD AFFRETTARE L’INDIPENDENZA E L’UNITA’ D’ITALIA FRANCHI 10 (o 25)
Ricevuta di franchi _dieci_ (o venticinque) di Capitale col mercantile interesse di mezzo franco al mese a datare di questo giorno.
_Pel Comitato Nazionale:_
GIUSEPPE MAZZINI AURELIO SAFFI — MATTIA MONTECCHI.