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CAPITOLO VIII.

1848.

VI.

_Sommario:_ La partenza da Milano con due mie zie e la Contessa Sormanni. — Attitudine minacciosa dei contadini. — Si parte per Bellinzona in un omnibus sgangherato. — L’aspetto di Bellinzona. — Le notizie della Contessa Sormanni. — Sequestri. — Volontari e soldati sbandati. — Gustavo Modena. — Vado a Lugano alla ricerca di Emilio. — Mi perdo per strada sul monte Ceneri. — A Lugano ritrovo Emilio. — Casa Kramer Berra. — Mazzini. — Preparativi per una spedizione in Val d’Intelvi. — Cattivo risultato della spedizione. — Gli emigrati a poco a poco si disperdono, alcuni vanno in Piemonte, o in Francia. — Altri rientrano in Lombardia. — Mio fratello va a Genova e a Pisa. — Mia madre, con me ed Enrico, nell’ottobre a Tirano.

Con mia madre, che partiva con me e con mio fratello Enrico, si univano due sue sorelle, donna Carolina Minunzi e donna Giuseppina Campeggi, e due sue nipoti. La Campeggi era accompagnata da una invisibile amica, la contessa Sormanni; una vecchia signora, d’origine non so se parmigiana o modenese, che aveva passata la sua gioventù in una di quelle piccole corti, e che non capiva altro nè parlava d’altro che di ciò che vi aveva veduto e sentito. Venuta a Milano, ove aveva maritata una figlia, s’era grandemente affezionata a mia zia donna Giuseppina Campeggi, che alla sua volta l’amava molto, pur strapazzandola costantemente, anche quando era del suo parere.

Si andò tutti insieme in ferrovia fino a Monza, e siccome allora la ferrovia non andava più in là, si presero alcuni legnetti per recarci a Como. La strada da Monza a Como presentava ogni tratto delle scene tristi, e non era senza pericoli. Sulle piazze dei paeselli, o lungo le strade, si vedevano affollate, o si incontravano, delle turbe di contadini che, chiamate in quei giorni dal decreto della _leva in massa_, avevan l’aria di popolazioni insorte più che di gente che accorresse alla difesa della patria. Da quelle turbe partivano voci minacciose, e anche i nostri modesti legnetti erano continuamente salutati dalle grida di: _morte ai signori_. Le carrozze che avessero l’aria signorile venivano fermate, o obbligate a retrocedere, fra le ingiurie e le minacce.

Dappertutto c’era allarme e panico, e si vedevan vecchi, donne, fanciulli che fuggivano con le masserizie sulle spalle, e sempre imprecando ai signori. Ai signori imprecava anche una canzone che udivo cantare, mista di patriottismo e di odii, che oggi si direbbero anarchici, e che aveva per ritornello:

Nè a Marian nè a Cantù I tedesch ghe tornen pù E crepa i sciori.

Eppure i contadini di Lombardia non erano generalmente nè nemici dei proprietari, nè fautori dell’Austria; anzi tra proprietari e contadini c’erano di solito dei rapporti di benevolenza. Per l’Austria, i contadini, non avevano veramente amore, ma rispetto e timore: gran numero di essi passavano sotto le armi otto anni di seguito effettivi, poi due nella riserva, nei paesi e nelle fortezze del vasto impero austriaco; ne ritornavano educati a una severa disciplina e ad un grande concetto della potenza dell’Austria. Il _tedesco_, come dicevano, era per essi il padrone dei padroni; e nei loro casolari veniva ripetuta una leggenda che narrava come la famiglia dell’Imperatore discendesse dai parenti della Madonna.

Nel 1848, l’entusiasmo generale, lo sfacelo momentaneo del governo austriaco, l’influenza dei proprietari e dei preti, che in nome di Pio IX s’erano gettati con entusiasmo nel movimento nazionale, erano state altrettante buone ragioni per indurre i contadini a prender parte anch’essi, senza capirne molto, agli avvenimenti del marzo.

Ma venne il giorno delle cattive notizie. Nelle campagne si diffusero rapidamente voci strane e spaventose sulle vendette e sulle sevizie che gli austriaci avrebbero esercitate anche sui contadini, se questi si fossero mantenuti d’accordo coi signori; i preti s’erano, in buon numero, fatti più cauti e riservati, poichè Pio IX aveva abbandonata la causa della guerra per l’indipendenza; e intanto, in mezzo ai timori e alle incertezze, non era mancata, come sempre nei giorni della sventura, l’opera dissolvente e perversa dei tristi d’ogni colore.

Ritornando al nostro viaggio, non ci fu facile trovare delle vetture che da Como ci conducessero a Bellinzona, dove eravamo diretti. Finalmente, dopo molte ricerche, si trovò un vecchio _omnibus_, mezzo sconquassato e fuori d’uso, nel quale, pigiati, e silenziosi ci mettemmo in viaggio e passammo il confine con quello schianto dell’animo di chi non sa, nè quando, nè come, lo potrà rivarcare.

Ma siccome anche nei momenti più malinconici della vita capitano talora dei casi che destano improvvisamente un’ilarità irrefrenabile, così ecco a un tratto che nel fitto della notte si spezza uno dei lunghi sedili dell’_omnibus_, e metà della compagnia si trova seduta sul fondo colle ginocchia che toccavano il mento.

Nessuno s’era fatto male; ma la contessa Sormanni, a buon conto e senza scomporsi, con voce alta e solenne prese a intonare le preghiere colle quali si raccomandano le anime in _articulo mortis_. Negli atteggiamenti nostri dopo quell’avventura, e nella voce della contessa, c’era qualcosa di così comico che si dette tutti in una lunga risata.

L’accomodare quel sedile non fu possibile, e metà della compagnia dovette rassegnarsi a viaggiare tutta la notte a quel modo. La contessa Sormanni, come ebbe ben constatato che eravamo tutti vivi, prese a recitare, senza cambiar voce, un rendimento di grazie, seguito poi da un rosario che finì con una preghiera speciale pei viaggianti, pei pericolanti, e pei principi cristiani e regnanti...

Arrivati a Bellinzona, nella previsione che il nostro soggiorno non sarebbe stato breve, ci alloggiammo tutti in un appartamento ammobigliato nella casa di certi signori Moro.

Intanto, in Lombardia gli avvenimenti precipitavano. Ogni giorno era un succedersi di tristi notizie, e presto ci giunse quella della capitolazione di Milano. Non essendoci allora mezzi rapidi di comunicazione, le notizie giungevano tardi, non era facile appurarle, e l’incertezza e le contraddizioni rendevano tanto più angosciosa l’aspettativa.

Si era sperato sino all’ultimo. Si era creduta per un momento possibile quella difesa di Milano _ad ogni costo_, che, come dicevano i proclami verbosi di quei giorni, doveva ristaurare le sorti della guerra. Si pensi dunque con quale dolore sentimmo l’entrata degli austriaci in Milano.

La contessa Sormanni, che credeva un dovere della sua pietà il consolare gli afflitti, mentre poi nel fondo del suo animo era meno afflitta di noi, ogni tanto usciva di casa e girava per le piazze e nei caffè in cerca di qualche notizia che a suo parere dovesse esserci di conforto. Di solito non riusciva che a impazientirci di più, e a procurarsi una qualche strapazzata della sua amica, la zia Campeggi; poichè bisognava sapere che la zia amava sapere le notizie e i fatterelli, ma quelli soltanto che le andavano a genio, non i fattacci, e perciò non leggeva giornali; a Milano aveva un segretario, che tra gli incarichi, aveva quello di andare dopo pranzo al caffè a leggere la _Gazzetta di Milano_ per riferirle poi quelle novità che non la disturbassero, e anzi le potessero piacere.

La buona contessa, che conosceva i gusti della sua amica, non cessava di andare in cerca di notizie buone e confortevoli; ed eccola un giorno, poco dopo la resa di Milano, rientrare in casa tutta festosa, con un giornale in mano, gridando: «buone notizie, buone notizie!»

Tutti le si fecero intorno. La buona notizia era la nomina del principe Felice di Schwarzenberg a Governatore di Milano. Ci fu un urlo di impazienza e di stizza.

«Come?» esclamava la contessa. «Non sapete chi sia il principe Felice di Schwarzenberg? parente di case regnanti, e quasi un principe del sangue egli stesso! Non sapete che la sua nomina è per Milano un onore, quasi come se avessero rimandato il Vicerè!»

La povera contessa si allontanò brontolando e chiamandoci incontentabili.

Pochi giorni dopo veniva pubblicata una _Notificazione_ del maresciallo Radetzky, della quale rimase mortificata anche la buona contessa, che nascose il giornale. Il maresciallo sottoponeva a una contribuzione straordinaria di venti milioni 189 cittadini, scelti tra quelli che avevan avuto cariche dal Governo Provvisorio, o avevano favorito la rivoluzione, a suo criterio. L’elenco dei colpiti incominciava col nome della principessa Belgiojoso, tassata per 800 mila lire; e poi venivano i nomi delle principali famiglie e dei più cospicui cittadini di Milano e delle Provincie Lombarde, con tasse che salivano dalle venti mila lire al mezzo milione. Non era possibile riscuotere tali somme in quei momenti, mentre il paese era esausto pei sacrifici fatti, e i cittadini maggiormente tassati erano assenti. Ma il maresciallo aveva bisogno di denaro, perciò in parecchi casi si contrattava, e si ottenevano dei forti ribassi pur di presentarsi col denaro alla mano. A molti di quelli che non avevano potuto pagar subito furono messi sotto sequestro i beni, e per molti ciò fu una grave rovina. Gli onesti non volevano farsi sequestratari dei loro concittadini, e allora il governo militare pigliava chi gli capitava, e i poveri sequestrati ne facevano le spese.

Uno dei casi più gravi fu quello capitato al Beretta, diventato poi dopo il 1859 sindaco di Milano. Il Beretta, nel Governo Provvisorio, di cui era stato membro, aveva avuto l’amministrazione delle finanze. Il Governo austriaco, succedendo al Governo Provvisorio, ne aveva riconosciuto soltanto gli atti amministrativi, e aveva messo a carico del Beretta tutte le spese di carattere rivoluzionario firmate da lui. L’ammontare saliva a una cifra altissima, e il Governo austriaco, per garantirsene, aveva messo sotto sequestro tutti i beni del Beretta. Da quel giorno incominciò una lunga vertenza tra il Beretta, minacciato da una confisca, e il Governo. Il Beretta, che si credeva tutelato da un articolo del trattato di pace, si rivolse anche al Governo piemontese, e con una consulta d’avvocati riuscì a tirare in lungo la lite per dieci anni, finchè venne a liberarnelo la battaglia di Magenta.

Durante il nostro esilio di Bellinzona si passavano le giornate in gran parte sulle piazze, per le strade e nei caffè, in cerca ansiosamente di notizie. Le più inverosimili, di solito, erano le più credute; e i propositi più strani e scalmanati erano i più applauditi. Ogni giorno, ogni ora, cresceva il numero dei profughi che venivano da Milano e da altri paesi di Lombardia. A poco a poco le piazze e le strade rigurgitavano d’una folla talora chiassosa e non sempre ispirata alla dignità che le sventure della patria avrebbero richiesta.

Molti di questi vestivano ancora la divisa militare, ed erano avanzi di corpi franchi disciolti, o sbandati. Parecchi, laceri, bisognosi di tutto, talora affamati, movevano a pietà. Il maggior numero veniva dal corpo d’esercito del generale Griffini, che da Brescia, traverso la Valcamonica e la Valtellina, s’era ritirato nel Canton Grigione. Questa truppa, in parte riunita, e in maggior parte sbandata, erasi diretta verso il Cantone Ticino, e verso il Piemonte. Altri giravano per la Svizzera, dispersi, e senza mezzi.

Gli svizzeri, e le loro autorità, specialmente nel Canton Grigione, non ebbero allora verso questi emigrati e questi soldati italiani un contegno amichevole; e, o per timore degli austriaci, o per simpatia maggiore verso di questi, non mancavano spesso di trattare assai duramente quei fuggiaschi.

Tra quella gente errante e dispersa quanti dolori, quanta miseria! e quale perturbamento morale! In giorni di un grande entusiasmo avevano lasciate le case loro, i loro cari, e avevano preso il fucile, credendo che fosse una cosa facile la guerra, una cosa sicura il trionfo! Eran passati traverso tutte le più strane illusioni, e s’erano improvvisamente trovati dinanzi ai più duri disinganni. Le loro menti n’erano uscite scombussolate e sconvolte. Con la maggior parte di loro non era possibile nessun ragionamento calmo; essi avevano bisogno di accogliere e di ripetere, come se fossero verità, le più strane fantasticherie di menti afflitte ed esaltate. Il tradimento! un misterioso tradimento! era la gran parola che, sulla bocca di tutti, dava la spiegazione di tutto.

I popoli, nella sventura, hanno sovente il bisogno di trovare la spiegazione dei loro errori in cause misteriose, e di riunire le loro colpe sul capo di qualcuno, il quale diventa il _traditore_!

A sentirli, aveva tradito il Governo Provvisorio, avevano tradito i generali, e tant’altri; ma il grande _traditore_ era Carlo Alberto. E chi avesse voluto azzardare un dubbio arrischiava di essere messo nel numero dei traditori esso pure.

Rammento di aver veduto in quei giorni parecchi che si affaccendavano a persuadere quei pochi soldati piemontesi che, ammalati o dispersi, non avevano potuto raggiungere l’esercito, che il loro Re era un _traditore_. Quei poveretti non volevano credere, ma gli altri insistevano per indurli a non raggiungere i loro corpi, e a rimanere nella Svizzera in attesa di nuovi e grandi avvenimenti. Quei buoni soldati, in cui il sentimento della disciplina e dell’antica fede valeva più dei ragionamenti che udivano, non si lasciavano persuadere, e riprendevano la strada del loro paese, e la via del dovere.

Gustavo Modena, patriota caldissimo, e in quei giorni scalmanato più che mai, dava delle serate a Lugano, a Bellinzona, a Locarno, a favore degli emigrati, e negli intermezzi declamava il Berchet, ripetendo ogni volta l’_esecrato Carignano_, tra un subisso di applausi, e spezzando la sedia a cui s’appoggiava.

Povero Berchet! In quei giorni era a Torino; quanto l’avrebbe addolorato quell’applauso! Ritornato dal lungo esilio egli era fra i patriotti più profondamente convinti che la sola salute per l’Italia stava nel riunirsi intorno al Piemonte. E, ammaestrato dalla sventura e da migliore notizia degli avvenimenti, egli deplorava sinceramente quelle parole strappate ai dolori dell’esule in mezzo ai disinganni e alle sventure del 1821!

Lugano, Bellinzona, Locarno, tutti i paesi del Canton Ticino rigurgitavano di emigrati. Molti tra questi, e soprattutto i volontari, si trovavano affatto privi di mezzi, e vivevano tra le privazioni e gli stenti. Gli emigrati più agiati o ricchi potevano sovvenirli ben poco, poichè, fuggiti anch’essi all’improvviso e non potendo in quei giorni procurarsi facilmente del denaro, vivevano essi pure in grandi strettezze.

Non è a dire quanto la buona contessa Sormanni fosse in pena nel vedere per le strade tanti giovani ancora sofferenti per le fatiche o per le febbri, male coperti dalle loro lacere uniformi, accampati talora sulle piazze, o raccolti nei cortili e nelle stalle.

Essa andava a cercarli, e a consolarli. La si vedeva ora in mezzo a crocchi, ora accompagnata da volontari d’ogni paese e d’ogni foggia, che ascoltavano con piacere, e alle volte, divertendosene, i conforti e le prediche amorevoli della buona _madre superiora_, come la chiamavano. Essa infatti aveva nell’aspetto qualcosa di monacale, vestita sempre com’era tutta di nero, con una cuffia bianca che le circondava il viso fin sotto il mento, e con un lungo velo nero che dal capo le scendeva sulle spalle.

Nè i suoi conforti si limitavano alle parole. Ogni mattina conduceva qualche gruppetto di volontari, tra i più smunti, a far colazione; ma prima se li tirava dietro in qualche chiesa a sentir la messa.

Dopo la resa di Milano, le credule speranze dei rifugiati s’eran tutte rivolte verso i corpi franchi, e specialmente verso quello condotto da Garibaldi. _La guerra regia è finita, ora incomincia la guerra del popolo_, aveva proclamato con ingenua iattanza Mazzini; e siccome le frasi avevano ancora un gran credito in quei giorni, così tutti stavano aspettando la guerra del popolo.

Ma ben presto si venne a sapere che il corpo dei volontari di Garibaldi, rimasto per ultimo in Lombardia, dopo alcuni combattimenti sostenuti con valore a Morazzone e a Luino, sopraffatto dal numero, aveva dovuto ritirarsi nel Canton Ticino.

Queste notizie ci avevano messi in apprensione per Emilio e per gli amici ch’erano con lui fra i volontari garibaldini, e dei quali non si avevan notizie.

Ci rivolgemmo ansiosamente a quanti ci potessero dare qualche notizia, ma fu inutile. Passarono intanto parecchi giorni, e vedendo che mia madre era sempre più agitata pensai di recarmi a Lugano, dove, a quanto si diceva, si trovavan parecchi che avevano appartenuto alle compagnie garibaldine.

Risoltomi lì per lì, una sera, e non avendo trovato nè un biroccio, nè un carretto, mi decisi a partire per Lugano a piedi. Per arrivare più presto avrei fatto meglio a partire la mattina dopo, ma fui spinto dal vedere mia madre tanto afflitta;

Avevo confidato nella luna che splendeva quella sera. Ma la luna alle volte fa dei cattivi tiri, e quella volta tradì anche me. Nell’attraversare il monte Ceneri avevo voluto affidarmi a una scorciatoia; ma intanto il cielo s’era fatto scuro scuro, cominciò a piovigginare, e io perdetti la strada. Il viottolo che avevo preso m’aveva condotto contro un muro, e non vidi più nulla intorno a me. Allora mi misi a gridare, nella speranza che qualcuno mi sentisse, ma la mia voce si perdeva lontano e non sentivo all’ingiro che i piccoli rumori misteriosi della notte, lo stormire di qualche foglia, il cadere di qualche sassolino, o il fuggire d’un insetto, d’una bestiola che atterrita si rintanava. Mi sedetti per terra e vi rimasi accovacciato, nell’umido, fino ai primi albori. Allora ritrovai alla meglio i viottoli, attraversai la montagna, e raggiunta la strada postale potei dopo alcune ore entrare trionfalmente in Lugano, seduto dietro una vettura su un baule, ch’era il solo posto che avessi trovato disponibile.

Lugano presentava press’a poco, ma in proporzioni maggiori, l’aspetto di Bellinzona. Le piazze e le strade erano affollate, e si vedeva un continuo via vai di volontari con le divise lacere, di persone d’ogni ceto ch’erano evidentemente dei fuorusciti. Tra questi trovai subito alcuni conoscenti, e avendo loro detto il motivo per cui ero venuto a Lugano, d’un in l’altro, trovai un soldato del corpo di Garibaldi che aveva scortati i feriti e gli ammalati al passaggio del confine. Costui mi condusse nella casa dove erano stati ricoverati, e in una stalla trovai appunto Emilio sdraiato sulla paglia e ravvolto nel cappotto. Per le lunghe marce, per gli stenti, e per la febbre era caduto su una strada, rifinito; raccolto, con altri ammalati e feriti, era stato condotto in quella stalla.

Vedendomi, e scambiateci subito le notizie sue e le nostre, Emilio si rianimò tutto, e poco dopo usciva con me da quell’ospedale improvvisato. Era ancora febbricitante, ma soprattutto era sfinito di forze, e aveva bisogno di riposo e di cibo; ma non aveva più un centesimo in tasca. Si partì subito per Bellinzona, ove le cure amorose della mamma gli procurarono in pochi giorni la guarigione.

Dopo un paio di settimane Emilio ripartì per Lugano, chiamatovi da alcuni suoi amici. Si preparavano, a quando dicevasi, dei grandi avvenimenti; e, smanioso anch’io di saperne qualcosa, seguii mio fratello a Lugano.

A Lugano c’era in quel momento il fiore dell’emigrazione radicale lombarda, che si raccoglieva intorno a Mazzini, e si affaccendeva non poco. Emilio mi condusse in casa Berra, dalla signora Teresa Kramer Berra, madre d’Edoardo Kramer ch’era un suo compagno di scuola. In quella casa convenivano molti emigrati; vi si sapevano tutte le novità della giornata, e vi si agitavano tutti quei progetti e quelle speranze che sono il conforto e il passatempo degli emigrati. Vi feci anche la conoscenza di alcuni personaggi politici, e ciò mi procurò l’onore di assistere a qualche convegno in cui si cospirava e si preparava una nuova insurrezione. Alcuni di questi convegni erano tenuti anche a Capolago presso una stamperia di cui era direttore il De Boni. Là conobbi e vidi parecchie volte Mazzini.

In quei giorni Mazzini era l’idolo di pressochè tutti gli emigrati di Lugano. Non si parlava che di lui, non si ascoltava che lui; le sue teorie, le sue parole erano dogmi indiscutibili e venerati. I suoi amici più intimi, e i molti che volevano parerlo, lo chiamavano semplicemente _Pippo_; e chi parlava in nome di Pippo non aveva bisogno nè di discutere nè di aggiunger altro. Il _verbo_ era assoluto e infallibile.

Mazzini aveva il fare e la parola mite e gentile; discorreva in un tono dolce e leggermente ispirato; non gli piaceva d’esser contraddetto, ed era specialmente deferente verso quelli ch’erano del suo parere.

Inutile dire che tra coloro che l’ascoltavano in un religioso silenzio, e che ne erano entusiasti, c’ero anch’io.

Nelle riunioni di Lugano, o di Capolago, venivo a sapere ogni giorno i particolari dell’invasione armata in Lombardia che si stava preparando; invasione che a poco a poco era diventata il secreto di tutti, e che tutti si confidavano all’orecchio nei caffè.

Uno dei più operosi nel predisporre i preparativi era un certo Mora, che avevo veduto l’anno prima in casa Correnti, e che era credo un modesto impiegato. Era sempre in uniforme militare; un uniforme in tela, di non so qual corpo di volontari; e andava in giro col fare cupo e misterioso di chi ha la testa piena di progetti e di secreti; taceva sempre, ma il suo era un silenzio che voleva dire più di qualunque discorso. Evidentemente egli sentiva d’essere il capo di Stato Maggiore dell’invasione, e forse di quella guerra di popolo che Mazzini preparava, e nella quale gli emigrati di Lugano avevano fede più che nelle armi del Piemonte. Ma gli avvenimenti troncarono presto i destini militari del Mora; il quale doveva invece, più modestamente, diventare molti anni dopo l’economo del collegio reale delle fanciulle di Milano, nominato dal Correnti quando fu Ministro dell’Istruzione Pubblica.

Quei preparativi destinati a riparare colla _guerra del popolo_, come dicevano, gli errori della _guerra regia_ finirono coi due tentativi di Val d’Intelvi e di Chiavenna.

A giudicare dai preparativi, o a dir meglio dai progetti, pareva che si preparasse qualche gran fatto nelle valli e nei paesi lungo il lago, e nella Valtellina; e per questo venuto l’ottobre Emilio lasciò Lugano, e traverso la Svizzera si recò appunto nei paesi dove doveva succedere il movimento insurrezionale. Ma, giunto in Valtellina, con sua sorpresa s’accorse che non se ne sapeva nulla. Parlò coi principali patriotti del paese, e li trovò tutti avversi, per molte buone ragioni, al movimento progettato. Parlò con Enrico Guicciardi, ch’era venuto anch’esso dal Piemonte a Poschiavo, per vedere quei supposti preparativi, e il Guicciardi uomo ardito, ma non facile ad illudersi, ripartì sconsigliando un’impresa che non aveva nessuna seria preparazione e nessuna possibilità di riuscita. Guicciardi ritornò al suo battaglione valtellinese, che si distinse poi alla battaglia di Novara.

Ma intanto per ordine di Mazzini, d’Apice e Arcioni, che si facevan chiamare generali, seguiti da pochi, penetrarono nella Valle d’Intelvi, una valle che s’apre dietro il paese d’Argegno sul lago di Como. Il _Comitato insurrezionale_ di Lugano, per assecondare questa iniziativa, ordinò che un corpo, che doveva essere di 400 uomini, composto di emigrati e di volontari sbandati, si portasse in Val d’Intelvi. Ma questo corpo, che non esisteva che in parte, alle prime avvisaglie fu sciolto dal D’Apice, e si disperse.

Intanto il generale Wimpfen, il 28 ottobre, mandava da Como contro la Valle d’Intelvi 700 soldati su due piroscafi. Dal paese d’Argegno, verso cui movevano i piroscafi, all’apparire di quelle truppe, si staccò una barca, in cui erano alcune persone, vogando a tutta forza, con l’evidente intenzione di andare all’abbordaggio. Dal piroscafo partì subito un colpo di cannone, e allora la barca vogando con pari forza in senso inverso andò ad arenarsi sulla spiaggia d’Argegno. L’abbordaggio di quei pochi contro un battaglione era fallito; ma così erano tutti nel ’48, audaci e ingenui. Questo episodio, serio e comico, me lo raccontava ridendo uno ch’era in quella barca, Antonio Lazzati, che poi vedremo nelle prigioni di Mantova.

Gli austriaci penetrarono nella Valle d’Intelvi, dove si era proclamata una repubblica, che durò tre giorni, difesa da pochi, comandati da un tal Antonio Cresseri e da Andrea Brenta, due valorosi che quasi soli si gettarono sui soldati in marcia. Presi, vennero fucilati a Como.

Contemporaneamente, secondo i piani del Comitato di Lugano, e ad onta delle notizie sconfortanti, un altro gruppo di emigrati era penetrato in Valtellina, fin presso a Chiavenna, condotto da Francesco Dolzino, del paese, un valoroso patriotta. Erano con lui il marchese Vitaliano Crivelli, Alberico Gerli, soprannominato _Pepe_, Giovanni e Gaetano Cantoni, il notaio Bordini, l’ingegnere Tagliaferri, tutti milanesi. Ma giunsero presto gli austriaci, che occuparono subito la Valle del Mera. Si fecero le fucilate; e gli austriaci incendiarono alcuni casolari, e il villaggio di Veccia. Nessuno in quei paesi insorse, nessuno si mosse, come s’era preveduto, e i pochi emigrati che avevano tentata quell’impresa, si dispersero. Così finì la breve spedizione, che i meglio informati avevano cercato di impedire. Ma i più avventati e gli illusi l’avevano suggerita e voluta, e Mazzini aveva creduto loro.

Dopo queste infelicissime imprese, su cui per alcune settimane s’erano concentrate l’attività e le speranze d’una parte degli emigrati del Canton Ticino, questi, persuasi ormai che pel momento non ci fosse più nulla da tentare in Lombardia, cominciarono a poco a poco a levar le tende. I più tranquilli, e i meno compromessi, rientravano in Lombardia recandosi da prima nei paesi e nelle loro case di campagna; altri si avviarono in Piemonte, mentre i giovani, gli antichi volontari, la parte insomma più energica ed accesa, si indirizzava alla spicciolata verso l’Italia centrale, dove si sperava, come infatti avvenne, che si preparassero nuovi avvenimenti.

Alla fine d’ottobre anche la nostra piccola colonia di casa Moro pensò a sciogliersi e a rimpatriare. La contessa Sormanni era la più impaziente di tutti: sentendo ogni giorno qualche nuovo nome di arciduchi o di principi che avevano dei comandi militari in Lombardia, era presa da una grande smania di vederli, non foss’altro, passar per le strade. Tutti le davan sulla voce, e allora si accendevano delle forti discussioni nella colonia. La zia Campeggi, ritornando ai suoi ricordi giovanili, invocava un nuovo Napoleone che mettesse fine a tanti subbugli; mentre la contessa Sormanni sosteneva che i subbugli non sarebbero avvenuti se fosse stata ancor viva Maria Luigia duchessa di Parma.

Le zie, le cugine, e la contessa partirono direttamente per Milano. Mia madre pensò di recarsi con me e con mio fratello Enrico a Tirano in Valtellina: Emilio che c’era andato, come vedremo, alcuni giorni prima, n’era già ripartito.