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CAPITOLO XXVIII.

1859.

III.

_Sommario:_ Mio fratello Emilio è nominato Commissario Regio al campo di Garibaldi. — Le istruzioni dategli da Cavour. — Due giorni dopo Emilio mi telegrafa di seguirlo. — Parto per Vercelli e per Arona. — Attraverso di notte il lago Maggiore con Nievo e Griziotti, scortando quattro obici. — Giungiamo a Varese. — Vedo Garibaldi che ritorna da Como. — Ordini nei paesi comaschi e nella Valtellina per insorgere. — Contrordini dal quartier generale. — Giungono tardi. — Una Commissione di cittadini Sondriesi si presenta a Garibaldi per chiedere soccorsi. — Sono _incaricato_ del Commissariato Regio per la Valtellina. — Accoglienze festose, patriottiche. — Condizioni della Valtellina in quei giorni.

La sera del 22 maggio 1859 mi trovavo, con alcuni amici, seduto a un tavolino del caffè Fiorio, quando a un tratto entrò un usciere del Ministero e andò al banco a confabulare col padrone. Il padrone, poco dopo, accostandosi al nostro tavolino e mostrandoci una lettera, ci domandò se qualcuno di noi conoscesse la persona alla quale era indirizzata.

La lettera era indirizzata a mio fratello Emilio; e poco mancò che quell’usciere non mi buttasse le braccia al collo per la consolazione. Aveva girato inutilmente parecchi alberghi e parecchi caffè, e aveva l’ordine di girar tutta Torino, con una carrozza finchè avesse trovato quel signore a cui la lettera era diretta.

Erano le 10, e sapevo che a quell’ora avrei trovato Emilio o in casa Correnti o in un caffè che frequentava con alcuni suoi amici; e qui infatti lo trovai. Mezz’ora dopo Emilio, ed io, con l’usciere ch’era raggiante, salivamo le scale del Ministero degli Esteri. La lettera non conteneva che poche parole con le quali Luigi Farini, in nome di Cavour, pregava Emilio di recarsi subito al Ministero. Un invito simile, in quei momenti, a quell’ora, non era cosa da poco, sicchè non solo con curiosità, ma con ansietà accompagnai Emilio, fermandomi in una antisala del Ministero ad aspettarlo. Dopo poco più di mezz’ora, lo vidi uscire da un salotto, accompagnato e salutato con molta espansione da Cavour e dal Farini.

«Dunque?» domandai a Emilio appena fummo sulla scala.

«Dunque, si parte,» mi rispose con la solita calma. «Accompagnami subito all’albergo, perchè ho appena il tempo per fare la valigia.»

«E dove vai?»

«Vado a raggiungere Garibaldi che domattina passerà il Ticino, e io devo essere con lui per assumere l’uffizio di Commissario Regio nei paesi ove si entrerà.»

Sul dialogo avuto col Cavour, sulla missione che gli era affidata, sulle istruzioni ricevute, potè dirmi in quel momento ben poco. Si andò subito all’albergo, poi alla stazione, ove si stava intanto apparecchiando una macchina, e una carrozza che dovevano condurre Emilio a Vercelli, punto estremo occupato dalle nostre truppe. Alla Stazione trovammo un impiegato del Ministero con varie lettere per Emilio, una delle quali era diretta al Cialdini che doveva far scortare Emilio oltre gli avamposti.

La locomotiva fischiò; un po’ commossi ci abbracciammo, e Emilio mi disse: «Starai a vedere quello che succederà, per un paio di giorni, poi sarà forse bene che tu mi raggiunga.»

Solo parecchi mesi dopo seppi dal Farini stesso come era avvenuta la chiamata di Emilio e quale era stato il dialogo di quella sera nel salotto del conte di Cavour.

Garibaldi in Lombardia doveva assalire ai fianchi l’esercito austriaco e far sollevare i paesi alle spalle di questo. Cavour voleva, e lo disse anche ad Emilio quella sera, che i Francesi entrassero in un paese già tutto insorto, e non apparissero essi i liberatori d’un paese sottomesso e tranquillo. Ma nel tempo stesso che voleva accendere la rivoluzione, Cavour voleva all’occorrenza dominarla e dirigerla: bisognava quindi mettere accanto a Garibaldi un uomo politico per dirigerne l’azione rivoluzionaria, e tenerla in quei confini politici, che erano negli intendimenti del ministro; compito certamente non facile.

Cavour da due giorni andava cercando la persona a cui affidare quella missione; s’era rivolto a parecchi uomini politici ma a nessuno era sembrato accettabile un simile incarico, che doveva svolgersi fra tante difficoltà e tanti pericoli.

Così era venuta la sera del 22; Garibaldi avrebbe tra poche ore passata la frontiera, e il Commissario Regio ancora non c’era. Cavour era furioso, e usciva in parole vivacissime contro quanti aveva interrogati, come soleva quando imbattevasi in gente che gli sollevassero delle difficoltà.

A un tratto il Farini ebbe un’idea.

«E se si cercasse qualcuno, disse, tra gli emigrati più notevoli...»

«Ben più a ragione mi diranno di no!»

«Eh, chi sa. Per esempio... se chiamaste Emilio Visconti? È un giovane assai popolare in Lombardia, e per molte ragioni potrebbe essere adattatissimo.»

«È vero, ma come potrei io fargli una simile offerta? Ma pensate che, se per disgrazia fosse fatto prigioniero, gli austriaci lo tratterebbero come un suddito ribelle e me lo fucilerebbero!»

«Il tempo incalza, conchiuse Farini, provate, chiamatelo, e sentite che cosa vi dirà lui.»

Cavour, quando Emilio entrò nel suo gabinetto, gli espose in poche parole di che cosa si trattasse, soggiungendo che non avrebbe osato insistere di fronte a considerazioni, che nel caso di lui avevano una speciale gravità.

Emilio rispose: «L’incarico è assai delicato e difficile, però se lei crede che io possa adempierlo, non mi rifiuto. Quanto ai pericoli, maggiori o minori, sono riflessioni che noi giovani d’oltre Ticino abbiamo messo da parte da un pezzo: da un pezzo in Lombardia la forca non è che una malattia di più, soggiunse ridendo: dunque non ci si pensi. E quando dovrei partire?»

«Subito. Garibaldi a quest’ora è in marcia verso il confine, dove arriverà all’alba di domattina. Cercherà di penetrare in Lombardia, e mi premerebbe assai che i primi proclami e i primi atti fossero fatti dal Commissario in nome del Re.»

«Eh, allora non c’è tempo da perdere; corro all’albergo a pigliarmi una valigetta.»

«E io intanto manderò alla stazione a farle preparare una vettura speciale, e scriverò a Cialdini che le procuri di attraversare questa notte gli avamposti e le indichi il modo per raggiungere Garibaldi al più presto.»

Poi Cavour gli tracciò rapidamente, a voce, le sue istruzioni. Voleva che il Commissario procurasse di far insorgere i paesi di Lombardia ovunque gli fosse possibile; che si intendesse con tutta la parte più viva e audace del paese, giovandosi degli antichi elementi rivoluzionari e mazziniani, riordinandoli con la nuova formola _Italia e Vittorio Emanuele_, e dando loro le più esplicite assicurazioni sui larghi intenti nazionali del Governo del Re. Gli disse infine di riordinare i Municipi, chiamando a farne parte dei cittadini autorevoli per patriottismo e integrità. Parte importante e delicata del suo compito era poi quella di mantenere la sua azione nel maggior accordo con Garibaldi.

Più tardi il Farini, narrandomi il dialogo avvenuto, mi disse che Cavour sin da quel momento aveva avuto grande simpatia per Emilio, che gli aveva fatta ottima impressione.

Cavour, come tutti gli uomini di azione, prediligeva quelli che lo sapevano comprendere subito, e che agivano senza mettere difficoltà; aveva in uggia i dubbiosi, i lunghi ragionatori, la gente dei _se_ e dei _ma_.

Passai la giornata del 23 in molta ansietà e in molte incertezze. La sera si sparse la voce che Garibaldi avesse passato il Ticino; voce che fu ripetuta con maggiore insistenza la mattina seguente, ma anche accompagnata da qualche notizia allarmante. Gli amici venivano a cercarmi, poichè si sapeva l’incarico dato a Emilio, incarico che a tutti pareva pericolosissimo. Ma io mi tenevo in qualche riserbo, e ne avevo confidati i particolari solo a qualche intimo amico, come il Giulini e l’Arese, che sapevo nelle confidenze di Cavour, e che vedevo di solito in casa del marchese Francesco d’Adda Salvaterra.

Questi amici, assecondando la mia impazienza, credevano opportuno che io seguissi Emilio; e a togliermene poi ogni dubbio mi giunse un suo dispaccio che mi diceva di recarmi a Vercelli e di seguirlo.

Andai al Ministero a domandare una lettera per l’Intendente (prefetto) di Vercelli, e un passaporto per l’Interno, indispensabile in quei giorni per chi voleva attraversare gli ultimi paesi occupati dai nostri, senza correre il rischio di farsi pigliare per spia: scrissi al Mezzacapo, per informarlo della mia determinazione e il 24 partii.

L’Intendente di Vercelli, cav. Boschi, mi trattenne a lungo durante la sera, mi diede molte informazioni interessanti, e mi procurò un legno per continuare il viaggio.

Partii nella notte, per dar meno nell’occhio, e ebbi per compagnia due altri che andavano al campo di Garibaldi. Attraversammo una parte dell’accampamento di Cialdini, e salutammo con una certa emozione le ultime nostre sentinelle di cavalleria, avviandoci un poco alla ventura per strade e paesi ch’erano percorsi dagli austriaci.

Si viaggiò quella notte, e buona parte del giorno seguente, per stradette un po’ fuor di mano, e con molte cautele, fino ad Arona. Là sentimmo le prime notizie sul passaggio del Ticino, sulle mosse di Garibaldi, e su uno scontro fortunato sostenuto dal capitano Carlo De Cristoforis, che proteggeva il fianco della colonna garibaldina.

Garibaldi aveva passato il Ticino con sei battaglioni di cacciatori, trecento carabinieri genovesi, e cinquanta guide a cavallo: erano 3200 uomini; giovani presso che tutti intelligenti e valorosi.

Nelle giornate del 25 e del 26 ci furono ad Arona alcuni piccoli avvenimenti, che mi dimostrarono come non fosse una facile impresa l’attraversare il lago o il Ticino. Allo sbocco del lago, e lungo i primi tratti del Ticino, il territorio era percorso da drappelli di cavalleria austriaca; il lago era poi sorvegliato da un battello, il _Radetzky_, che aveva a bordo una compagnia di soldati e un cannone, il quale tirava sulle barche che si arrischiassero di staccarsi dalla riva.

Arona aveva voluto mettersi in stato di difesa, collocando lungo il porto una gran barricata fatta con sassi e con balle di cotone; e dietro ad essa c’erano alcune guardie nazionali. Ma a un tratto, ecco il _Radetzky_, il quale vedendo questi preparativi tirò una cannonata contro la barricata e poi una seconda contro il paese. La Guardia Nazionale fece in tempo a ritirarsi, e la barricata non soffrì che qualche leggera avaria.

La mattina seguente arrivò in Municipio un messo con un dispaccio di Emilio da mandarsi a Cavour. Il Sindaco, il quale sapeva già che io ero il fratello del Commissario Regio, mi fece chiamare, e così seppi dal messo molti particolari sul combattimento avvenuto il giorno prima, a Varese, e da lui ebbi pure le notizie di Emilio, ch’egli diceva di aver veduto durante il combattimento. Il messo ci diede anche il proclama che Emilio aveva pubblicato, entrando in Lombardia, e un suo bollettino sulla battaglia di Varese. Proclama e bollettino furono subito letti in pubblico dal Sindaco, in mezzo a grande entusiasmo[35].

In Municipio conobbi due ufficiali garibaldini, i quali stavano combinando il modo d’attraversare il lago di notte, per portare a Garibaldi quattro obici di montagna. Erano Griziotti e Ippolito Nievo, del quale avevo tante volte ammirato gli scritti, e di cui divenni subito amico. Si combinò che sarei partito con loro.

La traversata del lago non era cosa facile, perchè il _Radetzkj_ continuava a percorrerlo giorno e notte, e non c’era una barca sola che osasse staccarsi dalla riva. Si dovette dunque combinare tutto un sistema di segnali con lumi, e trovare dei barcaioli abili e audaci che ci volessero condurre. Con questi poi facemmo i nostri preparativi, caricando di notte e fuori di paese, in modo che nessuno ci vedesse, i nostri obici in una barca.

Finalmente nella notte tra il 28 e il 29 ci arrischiammo a partire; e silenziosi e accovacciati nella barca toccammo felicemente la sponda lombarda. Caricati gli obici su un carro, ci avviammo verso Varese sperando che la notte, ch’era oscurissima, e la buona fortuna ci salvassero dalle pattuglie austriache che scorrazzavano a poca distanza. La fortuna, che assecondava tutto in quei giorni, assecondò anche noi quella notte, e arrivammo felicemente a Varese la mattina del 29.

Lo spettacolo che presentava Varese era indescrivibile. Tutto era in festa, tutti erano in faccende; le vie eran piene di gente, a ogni finestra sventolavano bandiere, o cenci dai tre colori.

Sentii raccontare per istrada come due giorni prima fosse avvenuta la presa di Como; seppi che a Como c’era rimasto Emilio, ma che Garibaldi ne era ripartito e che si aspettava tra poche ore in Varese con la maggior parte delle sue truppe.

Perchè mai il Generale ritornava indietro? I motivi li seppi dopo a Como da Emilio; ma intanto quelli che credevano d’essere bene informati andavano dicendosi all’orecchio che Garibaldi, prima di procedere innanzi, voleva dare l’assalto al forte di Laveno, dove c’erano ancora alcune compagnie di austriaci. Ciò era vero, ma non era tutto.

Mentre andavo raccogliendo notizie e discorrevo con quanti incontravo, un accorrer di gente, un levarsi di grida e di battimani e una banda che suonava tra gli applausi il _dagliela avanti un passo_, ch’era diventato l’inno della rivoluzione, annunziavano che Garibaldi era arrivato e che entrava in Varese.

Garibaldi, preceduto da una piccola avanguardia e seguito da alcuni battaglioni, si avanzava lentamente traverso una folla entusiasta: era vestito da generale piemontese, con l’uniforme sbottonata, con un fazzoletto di seta intorno al collo, e teneva il suo solito frustino in mano: salutava e sorrideva.

I volontari che lo seguivano, frammisti alla folla, agitavano i berretti rispondendo ai mille evviva che rintronavano per l’aria. In mezzo all’allegria chiassosa dei compagni, facevano un pietoso contrasto alcuni, tra quei volontari, che avendo perduto a S. Fermo il fratello o l’amico, avevan le lacrime agli occhi.

N’ebbi anch’io una stretta al cuore, e unitomi a qualcuno di quei volontari che conoscevo, e camminando tra le loro file, sentii i nomi di quei morti. C’eran tra essi Pedotti, Cartellieri, Giacomo Battaglia, uno dei Cairoli, e Carlo De Cristoforis. La gioia di poco prima scomparve anche in me, e mi sentii io pure gli occhi pieni di lagrime. Battaglia e De Cristoforis! due tra i miei più cari amici. Erano caduti l’uno e l’altro a S. Fermo; l’uno e l’altro ne avevano avuto il presentimento, e me lo avevano detto.

Chiesi ai loro compagni i particolari del triste fatto, e parlai con qualcuno che li aveva veduti cadere. Il colonnello Medici, dinanzi a S. Fermo, aveva ordinato alla compagnia comandata da De Cristoforis di attaccare la posizione, e Carletto s’era slanciato all’assalto, alla testa della compagnia, precedendola anzi di alcuni passi; e mentre con la spada alzata, nel mezzo della strada, correva gridando ed eccitando i soldati a seguirlo, era caduto col petto squarciato da una scarica di fucilate degli austriaci che occupavano S. Fermo; fu portato morente nell’ambulanza del fratello, il dottor Malachia. Poco dopo, durante il combattimento che seguì l’assalto, eran caduti Battaglia e Cartellieri. Così nell’ora stessa, e in quei primi fatti cadevano tre giovani, ch’eran tra i migliori che la Lombardia avesse dati ai volontari; tre giovani ai quali arrideva lieto, promettente l’avvenire. Carlo De Cristoforis sarebbe diventato uno dei nostri migliori generali; Giacomo Battaglia avrebbe emerso nelle lettere e nella politica; il Cartellieri s’era già distinto assai negli studi giuridici.

Tra la folla accorsa attorno a Garibaldi vidi tre cittadini sondriesi, i quali si affrettarono a darmi, con una certa ansietà, le notizie della Valtellina. Ecco ciò che vi era accaduto.

Fin dal giorno 24 il capitano garibaldino Montanari si era recato da Varese a Magadino, per incarico di Garibaldi, a conferire con diversi emigrati e patriotti lombardi, per eccitarli a insorgere ovunque fosse possibile. In seguito a ciò, nei giorni 25, 26 e 27, parecchi paeselli del lago di Como insorsero, facendo prigionieri gendarmi e poliziotti, aiutati dai capitani dei battelli a vapore (l’_Unione_, la _Forza_, il _Lario_, l’_Adda_), che ad onta degli ordini severi del generale Urban percorrevano il lago servendo gli insorti.

Alcuni cittadini sondriesi, cioè Agostino Carbonera, Ercole Quadrio, Giacomo Orsatti, Pietro Joli e Luigi Dioli, d’accordo anche col Municipio, si recarono a Como, ed arrivatavi la sera della battaglia di S. Fermo, si presentarono al Regio Commissario, il quale li consigliò a ritornar subito in Valtellina e a far insorgere il paese.

Il consiglio fu immediatamente seguito, e due giorni dopo nella maggior parte dei paesi della Valle s’eran fatti prigionieri i gendarmi, s’erano abbattuti gli stemmi austriaci, e sventolavano le bandiere tricolori.

Intanto Garibaldi e il Commissario avevano ricevuto l’avviso dal Quartiere Generale, che le operazioni della guerra avrebbero avuto un ritardo di alcuni giorni. L’Urban si preparava a riprendere l’offensiva, minacciando Garibaldi alle spalle con una mossa su Varese; e ciò aveva obbligato Garibaldi a ripiegare, e perciò si era diretto su Laveno, lasciando poche forze a Como. Contemporaneamente si davano avvisi e contrordini ai paesi ch’erano insorti o che stavano per insorgere.

In Valtellina il contrordine era arrivato il giorno dopo di quello in cui era cominciata la rivolta, mentre appunto alla notizia di quei fatti alcune compagnie di cacciatori tirolesi scendevano dallo Stelvio e occupavano Bormio. Non è quindi a meravigliarsi se all’entusiasmo succedesse rapidamente un gran panico in tutta la valle. Ecco allora una nuova Commissione di tre cittadini sondriesi, scendere in fretta e correre dietro a Garibaldi. Erano ansiosi di avere delle informazioni esatte, di chiedere nel tempo stesso soccorsi ed esporre in quali gravi pericoli si trovava la Valtellina, senza difesa e minacciata da una vicina invasione di truppe austriache, e da rappresaglie.

La Commissione raggiunse Garibaldi il giorno 25, durante la ritirata su Varese. Garibaldi le rispose: «È probabile ch’io venga in Valtellina, ma più tardi. Per ora non fate calcoli su me; io non posso darvi neppure un soldato. Difendetevi da soli, alla meglio; date un’arma a quanti la possono portare, e scegliete qualcuno che vi diriga. Se sarete battuti, disperdetevi, e datevi ritrovo in qualche punto delle vostre montagne; poi ritornate all’attacco. Tenete viva l’insurrezione finchè potrò venir io; intanto nominatevi subito un Capo.»

La Commissione, vedendo che non poteva ottenere di più, si rassegnò al partito d’avere un Commissario con pieni poteri, tanto per non tornarsene a casa a mani vuote. Fu allora che a quelli della Commissione venne in mente di proporre me, che avevano incontrato per strada poco prima, e che avevo il vantaggio d’essere del paese.

Garibaldi approvò la proposta, e congedò la Commissione dicendo: «Andate a Como, intendetevi col Commissario Emilio Visconti, ditegli che siete d’accordo con me, e prendete con lui tutti quegli accordi che crederete necessari.».

Dopo ciò i tre cittadini sondriesi vennero a cercarmi, e mi riferirono il dialogo avuto con Garibaldi, insistendo vivamente affinchè accettassi l’incarico e li seguissi in Valtellina.

Sulle prime me ne schermii, sgomentato dalle difficoltà e dalle responsabilità d’un incarico di tal fatta: alla fine acconsentii di seguirli a Como, riservandomi di consultarmi con mio fratello.

Non c’era tempo da perdere, si partì subito, e la sera stessa eravamo a Como. Emilio mi disse che i movimenti dell’esercito francese avevano avuto un ritardo, e perciò le operazioni offensive per passare il Ticino non sarebbero avvenute che tra alcuni giorni; che intanto l’Urban si preparava, con forze superiori, a una rivincita su Garibaldi; ed, anzi, aveva già dato avviso al comandante delle truppe svizzere, che difendevano la frontiera, di tenersi pronto a disarmare i garibaldini, ch’egli avrebbe quanto prima battuti e cacciati oltre il confine.

Garibaldi non aveva lasciato a Como che due compagnie, comandate dai capitani Fanti e Ferrari. Como si preparava a difendersi, ma poteva venir rioccupata senza troppe difficoltà; e perciò Emilio stava disponendo di mandare i feriti a Menaggio, e di passare a Lecco con le due compagnie per promuovervi l’insurrezione, caso mai dovesse abbandonar Como e non potesse riunirsi subito con Garibaldi.

Emilio mi incoraggiò ad accettare la nomina di Commissario per la Valtellina. Quale Commissario Generale egli era autorizzato a nominare dei Commissari locali, sicchè sentendo che c’era anche l’approvazione di Garibaldi, fece subito stendere il decreto della mia nomina. L’impresa era certamente difficile ed arrischiata ma molte buone ragioni consigliavano a tentarla.

Passai parte della giornata del 31 maggio a Como, coi miei tre compagni, per stabilire accordi e mettermi d’intesa con altri; poi si partì alla volta di Colico, con uno dei battelli che, interrotte le corse solite del lago, si tenevano a disposizione degli insorti.

Arrivato in Valtellina m’accorsi che i miei compagni di viaggio avevano già fatto precedere la nostra venuta da chi sa quante e belle notizie. Venivamo a mani vuote, ed essi in compenso avevano, evidentemente, esagerate le speranze.

Da per tutto si trovava gente in festa, che ci veniva incontro con bandiere, musiche, coi municipi e coi curati alla testa, i quali erano pressochè tutti patriotti: da per tutto strette di mano, abbracci, discorsi. La venuta d’un Commissario Regio voleva dire, per quella brava gente, la venuta vicina di Garibaldi o dei soldati del Re; voleva dire la liberazione assicurata del paese, la cessazione d’ogni dubbio, d’ogni pericolo.

Sì, ciò sarebbe avvenuto più tardi. Ma intanto il Commissario Reale veniva solo, senza soccorsi e senza speranza di averne presto. Tutta quella festa mi dava una stretta al cuore, pensando che potevano seguire dei giorni ben tristi; pensando al mutamento di scena, se si fosse conosciuta intera la verità. Ma intanto le speranze bisognava riporle nel tenere alti gli animi, nel tener viva in tutta la provincia l’insurrezione, e nell’apparecchiare alla meglio una difesa contro i primi attacchi che ci potessero venire. Apersi dunque a due battenti l’arsenale della rettorica, cercando di riscaldare sempre più i miei uditori.

A Morbegno, dove contavo parecchi amici, mi fermai un paio d’ore per prendere degli accordi per mantenermi in comunicazione continua con Como e con Lecco; poi ripartimmo per Sondrio, ove si giunse a sera, e avemmo un’accoglienza clamorosa e cordiale.

Il bravo e antico patriotta Battista Caimi aveva già principiato a ordinare la Guardia Nazionale, e la trovammo schierata all’ingresso di Sondrio. Anche qui infiniti evviva, banda, inni patriottici, e persino un po’ di illuminazione.

Sebbene stanco e trafelato, dovetti fare il mio bravo discorso in mezzo alla piazza; e spero che nessuno avrà tenuto nota di ciò che dissi nell’enfasi sfiatata della mia concione.

Dopo aver ricevuto parecchi amici venuti a salutarmi in una sala dell’Albergo, ove piantai le prime tende del mio Commissariato, passai parte della notte insieme con G. B. Caimi e con qualche altro amico, per esaminare insieme attentamente la situazione. A loro dissi in segreto come stavano le cose, e da loro seppi quanto era avvenuto in quei giorni in Valtellina.

A quel tempo in Valtellina non c’erano giornali; e non ho visto che altri abbiano scritto la cronaca dei fatti grandi o piccoli che allora vi si svolsero. Il colonnello Francesco Carrano, nel suo libro: _I cacciatori delle Alpi, e la campagna di Garibaldi in Lombardia nel 1859_, poco o nulla dice degli avvenimenti di Valtellina, e si contenta di riprodurre la relazione del tenente-colonnello Medici, che vi giunse il 24 di giugno, comandando una colonna d’avanguardia del corpo di Garibaldi; relazione certamente importante, ma che riguarda solo i fatti militari. Io cercherò di riempire la lacuna in questi miei ricordi, raccogliendo le mie note e i miei documenti di quel tempo, che vanno dal 1.º giugno 1859 fino alla pace di Villafranca.

NOTA.

[35] Questo decreto fu pubblicato e affisso in tutta la Provincia.

_Il Regio Commissario di S. M. Sarda_

ALLE POPOLAZIONI DELLA LOMBARDIA

_Cittadini!_

Appena il Re Vittorio Emanuele, _primo soldato dell’Indipendenza Nazionale_, annunciò all’Italia d’aver ripresa la spada, le popolazioni Lombarde volgendo gli occhi al Ticino domandarono il segnale dell’insurrezione.

Le ragioni dell’umanità e della prudenza e le generali necessità della guerra, ci mossero a consigliarvi un indugio che voi accettaste perchè tutto è oggi disciplinato in Italia, la quiete al pari dell’azione.

Ma ora gli indugi sono rotti, il prode Generale Garibaldi venne a darci quest’annuncio e dappertutto dinanzi a lui le popolazioni insorgono e si pronunciano per la causa nazionale e pel governo del Re Vittorio Emanuele.

Commissario di S. M. Sarda vengo a prendere il governo civile di questo spontaneo movimento.

_Cittadini!_

L’insurrezione Lombarda sarà animata da quel nuovo e mirabile spirito italiano che col segreto della concordia ci fa ritrovare il segreto della fortuna. Nessun disordine verrà a turbare il sublime spettacolo della libertà: nessun impeto cieco verrà a disordinare l’organismo civile del Paese: nessun spirito di improvvida reazione presumerà di considerare come il trionfo di un partito, quello che invece è il trionfo d’una Società tutta intera.

Le guerre dell’indipendenza non si vincono che con gravi sforzi: vi sta dinanzi l’esempio del generoso Piemonte, che da undici anni profonde i più gravi sacrifici quell’alta speranza, che ora è divenuta una realtà.

La nostra impresa è sicura: il prode esercito Piemontese, guidato dal Re, viene in nostro soccorso; l’Italia si ordina per combattere la guerra dell’indipendenza. Napoleone III ha gettato sulla bilancia dei destini la spada della Francia, nostra sorella e naturale alleata delle cause generose.

Tutta Italia ci dimanda la formazione di un forte Stato, baluardo della nazione, e avviamento a’ suoi nuovi destini: i voti decenni del Paese stanno per essere compiuti, e voi potete insorgere nella certezza di questa invocata unione, e gridando:

Viva Vittorio Emanuele Re Costituzionale.

_Como, 28 Maggio 1859._

_Emilio Visconti-Venosta._

REGIO COMMISSARIO STRAORDINARIO

DI S. M. SARDA

_Cittadini!_

Il nemico è in ritirata.

I Cacciatori delle Alpi si sono battuti con un coraggio degno del Prode che li comanda e della causa che difendono. E voi, o Cittadini, avete tenuto un ammirabile contegno.

Tutta la gioventù è accorsa a prendere un fucile, a domandare la battaglia, a difendere le barricate. Ogni famiglia gareggiò nel porgere soccorsi ai combattenti e mezzi alla difesa.

La Lombardia seguiterà il vostro esempio.

Il Commissario di S. M. Sarda ve ne ringrazia in nome del Re Capitano della guerra d’indipendenza.

_Varese, 26 maggio 1859._

_Il Commissario di S. M. Re Vittorio Emanuele_

_Emilio Visconti-Venosta._

_Como, ore 2 dopo mezzanotte._

Como è sgombra dagli austriaci: i nostri valorosi soldati fecero prodigi. Le popolazioni del lago accorrono in massa, trasportate dai quattro vapori, per la difesa del paese.

Per estratto conforme.

_Varese, 28 maggio 1859, ore 6,30 ant._