CAPITOLO XXXV.
1860.
I.
_Sommario:_ Finisce il giornale il _Crepuscolo_. — Vado a Modena dal Farini, poi a Bologna. — La famiglia e i segretari di Farini. — Cavour ritorna al Governo. — Massimo d’Azeglio Governatore di Milano. — I Municipii del Lombardo-Veneto al tempo del Governo austriaco. — Le nuove elezioni amministrative. — Antonio Beretta Sindaco di Milano. — L’ospitalità e i ricevimenti di casa Beretta. — Feste e ricevimenti in molte famiglie. — Casa Crivelli. — I coriandoli. — Le signore d’allora. — Gli ufficiali francesi. — Il maresciallo Vaillant. — Entrata di Vittorio Emanuele in Milano il 18 febbraio. — Ricevimenti del Re a Corte. — Alessandro Manzoni. — Sottoscrizione, proclamata da Garibaldi, per un milione di fucili. — Elezioni politiche pel 25 marzo. — Riunioni elettorali. — Il Circolo politico detto delle _Galline_. — I giornali. — Il _Pungolo_, la _Perseveranza_ e l’_Unità Italiana_. — Le elezioni politiche eclettiche di Milano. — Crispi negli uffici della _Perseveranza_. — Notizie e preparativi per la spedizione di Sicilia.
Col principiare del 1860 il giornale il _Crepuscolo_ cessò la sua pubblicazione. Quella prima domenica, in cui non comparve il vecchio e glorioso _Crepuscolo_, fu mesta come il giorno in cui scompare per sempre un amico fidato, col quale si sono divisi i dolori e le ansie di giorni memorabili nella vita. Ma la missione del _Crepuscolo_ era finita; il giornale la _Perseveranza_ aveva fin dal novembre principiato le sue pubblicazioni.
Carlo Tenca diventò poi in quell’anno deputato al Parlamento, Assessore Municipale e membro della Commissione per gli studi. Fu il fondatore della scuola superiore femminile municipale, che pel sapiente ordinamento venne poi in Italia presa a modello per altri istituti simili.
In Parlamento e in Municipio, circondato da un’alta stima, il Tenca fu indefessamente e modestamente operoso. Morì il 4 settembre del 1883. I suoi ultimi anni furono conturbati dal fallimento d’una banca, in cui aveva depositato i risparmi del suo lavoro e della sua parsimonia: si ritirò allora dalla vita politica, e senza querimonie chiuse la vita povero, in un dignitoso silenzio.
Nell’Emilia il Farini mirava a radunare il maggior numero di volontari per opporli alle truppe estensi, che il duca di Modena teneva presso il Po, pronte a oltrepassare il confine e a rioccupare il ducato. Intanto tra il dittatore e il Comitato milanese per l’emigrazione veneta correvano trattative e intelligenze per dirigere su Modena tutti gli emigrati validi alle armi, e per aggregarli ai corpi che si andavano formando e aumentando.
Durante quelle intese, desiderai vedere il Farini, e mi recai a Modena ove fui ospite di lui nel palazzo ducale.
Qualche giorno dopo seguii a Bologna Emilio, che vi si recava per affari d’ufficio, e ci si stette alcuni giorni. Bologna era animatissima, tutta movimento ed entusiasmo patriottico. Le contesse Tattini e Zucchini, sorelle, nate Pepoli, la cui madre era una figlia dell’ex Re di Napoli Murat, riunivano alternativamente nei loro salotti il _mondo elegante_, militare e politico, bolognese; e a quelle conversazioni dava non poca attrattiva la bellezza e lo spirito delle padrone di casa. Il conte Gioacchino Pepoli, loro fratello, che fu poi deputato, ministro e ambasciatore a Pietroburgo, era in quei giorni uno dei capi, nelle Romagne, del partito liberale e annessionista.
Il dittatore Farini aveva riuniti in sè, direttamente, tutti i poteri, con un gabinetto composto di giovani segretari, tra i quali c’erano il Riccardi, piemontese, per gli affari interni, e mio fratello per gli affari esteri; questi giovani, di cui nessuno passava la trentina, vivevano quasi come figli nella famiglia del Farini.
Il maggiore dei figliuoli del Farini, Domenico, era ufficiale del Genio: fu poi maggiore di Stato Maggiore, deputato e presidente della Camera, e alla fine presidente del Senato. L’altro figlio, Armando, era ufficiale dei bersaglieri: ferito in guerra, morì poco dopo. Finita la dittatura la figlia Ada sposò il Riccardi, che poco dopo il matrimonio morì a Napoli. Questa sventura domestica diede una scossa fatale alla salute del Farini.
Il Farini, nella conversazione e nel tratto, era piacevole e franco, con una certa solennità romagnola. Amico e ammiratore di Cavour, ne interpretava e ne seguiva la politica, con audacia e con senno: guidò e compì con mano ferma e sicura l’annessione dell’Emilia al Piemonte, traverso le più gravi difficoltà diplomatiche, ed esercitò la Dittatura con idee larghe e liberali, e colla fermezza dell’uomo di Stato. Nei giorni in cui fui a Modena, voleva trattenermi e mi fece le più gentili offerte: aveva nominato in quei giorni Governatore di Ravenna il marchese Di Rorà torinese, e voleva che lo accompagnassi come consigliere delegato. Pensai alla mia buona mamma, che già s’affliggeva per le assenze di Emilio, e non accettai l’offerta.
Il ritorno al potere del conte di Cavour, il 21 gennaio 1860, richiamato si può dire da tutta Italia, veniva a rinfrancare in tutti la fiducia e ad imprimere alla politica italiana l’audacia e insieme la sicurezza. La notizia del suo richiamo veniva accolta e festeggiata da tutti come una gioia domestica.
Al ritorno di Cavour seguì la nomina del d’Azeglio a Governatore di Milano: così quelle sale del palazzo di Governo, che per quasi mezzo secolo erano state la sede di governatori forestieri, ora accoglievano il fiore della società milanese che andava ai ricevimenti di Massimo d’Azeglio. Parevano sogni!
L’Azeglio appariva allora di molto invecchiato, ed era di salute cagionevole: ma era sempre lui; giovane d’animo e ricco di spirito. La sua conversazione era piacevolissima, ricca di aneddoti, di osservazioni argute e di fine ironia. Non sempre però egli partecipava ai nostri entusiasmi pel Cavour, di cui apprezzava l’ingegno, ma non approvava sempre l’audacia. Tra i due uomini illustri c’era un dissenso latente, che gli avvenimenti andarono sempre più aggravando.
Uno dei primi atti del governo in Milano del d’Azeglio, governo durato pochi mesi, fu l’inaugurazione del nuovo Consiglio Comunale. L’amministrazione del Comune, libera e affidata a un corpo elettivo, era un fatto nuovo pei nostri paesi, indipendenti da poco.
I Municipii, colla legge austriaca, erano divisi in municipii cittadini e rurali. I consiglieri nelle città erano scelti a vicenda tra i primi cento più altamente censiti. Il Consiglio aveva a capo una Giunta, e un Podestà nominato dal Governo: nei piccoli comuni era formato da tutti i censiti, e si chiamava _Convocato_. La parte esecutiva era affidata a tre _deputati_; e il _primo deputato_ poteva anche essere una donna, che però si faceva rappresentare. I Podestà, le Giunte, i Deputati, facevano eseguire i regolamenti di sanità e di sorveglianza municipale. Ma erano corpi soltanto consultivi e ogni loro deliberazione doveva ottenere l’approvazione del Governo.
Pur nei limiti ristretti delle loro attribuzioni, questi municipi avevano amministrato con saviezza e con onestà. Prima del ’43 ne avevano fatto parte le più notabili persone tra i possidenti lombardi; ma poi, durante lo stato d’assedio, e nel decennio della resistenza, i rapporti colle autorità militari e civili austriache allontanarono anche dalle cariche municipali i migliori; così gli avvenimenti del 1859 trovarono i Municipi lombardi deboli e impopolari. Nei primi giorni della nostra liberazione, il Governo, non potendo provvedere subito alla rinnovazione delle autorità municipali e delle Giunte, le rinforzò coll’aggiungervi dei cittadini noti pel loro patriottismo e per la loro rispettabilità.
Le elezioni comunali di Milano furono indette pel 15 gennaio 1860, e vennero, naturalmente, precedute dal costituirsi di vari circoli e da riunioni. La lotta elettorale, in questa luna di miele dell’indipendenza, non fu però difficile, e si riuscì a una lista unica, solo alquanto ingiusta verso taluni degli antichi amministratori, che pure avevano reso dei servigi, come il Podestà conte Luigi Belgiojoso.
Il sindaco era di nomina governativa; e il ministero, ossia Cavour, scelse tra i consiglieri comunali a sindaco di Milano Antonio Beretta. La scelta non poteva essere migliore, come il fatto provò durante i sette anni in cui egli fu a capo dell’amministrazione cittadina.
Antonio Beretta era stato membro del Municipio, poi del Governo Provvisorio di Lombardia nel 1848. Aveva amministrato le finanze durante il Governo Provvisorio, e l’Austria non riconoscendo tra gli atti di lui che quelli dell’amministrazione ordinaria, gli aveva addebitato tutte le altre spese mettendogli sotto sequestro l’intero patrimonio, che a quel tempo era abbastanza cospicuo. Il Beretta aveva intentato una lite al Governo austriaco per questo fatto, mettendosi sotto l’egida del trattato di pace stipulato tra l’Austria e il Piemonte. La lite, abilmente condotta dai suoi avvocati, si protrasse fino al 1859, e così si evitò che l’intero patrimonio fosse confiscato.
Il Beretta non era un uomo di alto ingegno, o di molta coltura, ma era grande in lui l’equilibrio della mente e del carattere: era buono, generoso, conciliante. Abile amministratore, amante della sua città, ne intravvide i destini prosperi a cui era chiamata, e ne preparò l’avvenire iniziando grandi lavori pubblici, e riforme in ogni civile istituzione. La galleria Vittorio Emanuele fu pensata e voluta da lui[38].
Il Sindaco e la Giunta si misero al lavoro con assiduità e con entusiasmo, dovendo riformare, a seconda delle nuove leggi, l’amministrazione lasciata dall’Austria.
Nei primi mesi io tenni la pubblica istruzione e la sopraintendenza scolastica: poi il Beretta volle affidarmi la sorveglianza urbana, nella quale s’era avviata una larga riforma di regolamenti e di istituzioni. Rimasi però nella Commissione scolastica, una delle nuove istituzioni deliberate dalla Giunta: era una Commissione consultiva permanente, rinnovabile, che sorvegliava e faceva proposte su quanto, nella pubblica istruzione, spettava al Comune; destinata a conservare le tradizioni negli ordinamenti, di fronte alla mutabilità degli assessori; e ad essa dovevano appartenere dei cittadini notoriamente autorevoli nella istruzione pubblica.
Per ogni ramo dell’amministrazione ferveva in quei giorni, negli ufficî municipali, una assidua attività di studi e di lavori, sotto l’instancabile impulso del sindaco Beretta, il quale aveva occhio a tutto e prendeva iniziative in tutto. Oltre di ciò egli esercitava in casa sua una larga ospitalità: i ricevimenti, i pranzi, i balli di casa Beretta andavano famosi per la festività e la cordialità che vi regnavano.
Il Beretta diventò in breve popolarissimo, e Cavour soleva dire che la nomina di lui era stata veramente indovinata.
Durò in carica sette anni, ma alla fine anche la sua stella si offuscò; ed egli dovè lasciare la carica di fronte ad un’accanita opposizione di carattere politico. Nominato senatore, lasciò Milano, e prese dimora a Roma. La sua fine non fu quella che avrebbe meritata un uomo tanto benemerito, e fu rattristata da mali fisici e da sventure domestiche. Diventò cieco, e cadde in condizioni di fortuna così misere, che a lui dovette provvedere l’affetto degli amici.
Oltre alle feste di casa Beretta, in quell’invernata ci furono non pochi ricevimenti e feste nelle principali case del patriziato e della borghesia ricca. C’era in tutti una smania, si sarebbe detto, di rifarsi del passato, e di dimenticare i lutti degli anni scorsi.
Il giorno 16 febbraio Vittorio Emanuele faceva l’entrata ufficiale in Milano, a cavallo, tra l’entusiasmo della popolazione, che gli affollava intorno e non ristava dall’acclamarlo, quasi con delirio: lo seguivano Cavour e il corpo diplomatico. Poche sere dopo diede un gran ballo con inviti estesissimi.
Per la prima volta, la nuova generazione entrava nel palazzo di Corte. Gli invitati non ristavano dall’ammirare le ampie e sfarzose sale, e guardandosi d’attorno, con nuovo e grande compiacimento tutti si dicevano l’un l’altro: Non ci sono più (gli austriaci s’intende), sono proprio andati!
Seguirono i ricevimenti ufficiali, e poi per parecchi giorni quelli di infinite deputazioni milanesi e della provincia, e le udienze, e le visite private. Vittorio Emanuele, con quel suo fare franco e risoluto, che pareva sprezzasse ogni etichetta, più di quanto ciò fosse vero, e trovando sempre il modo di piacere, esercitava un fascino grandissimo, e tutti uscivano dalle sue udienze entusiasti.
In quei giorni ebbi l’occasione d’esser ricevuto con delle deputazioni, tre volte; e per tre volte sentii dal Re parole e discorsi differenti, intonati a quanto presumibilmente poteva piacere a quelle deputazioni stesse. Colle une parlava il linguaggio della prudenza politica e della gravità del momento; con altre aveva l’aria di sfogare tutto l’ardore del suo animo, e usciva nei più audaci propositi. Così ce n’era per tutti, e discorreva con quella finezza o furberia politica, che gli fu sempre di guida nelle fortunose vicende del suo Regno.
Tra quelli che gli chiesero udienza ci fu Alessandro Manzoni, che, per la prima volta in vita sua, rendeva omaggio a un principe, e andava modestamente a ringraziarlo di quegli atti di favore e di quegli onori, che aveva sempre rifiutati da tutti i Sovrani per poter rifiutare gli onori del Governo austriaco.
Vittorio Emanuele accolse il Manzoni colla gentile familiarità e coll’espansione con cui avrebbe potuto accogliere un suo pari; e quando si congedarono, il Re, datogli il braccio, lo accompagnò traverso le sale e, per lo scalone, fino nella corte del palazzo. Il Manzoni, nella sua modestia, non parlò mai di questo episodio, e lo seppi poi da suo figlio Pietro ch’era con lui.
Tra i balli di quei giorni, ce ne fu uno sfarzosissimo nel palazzo della duchessa Visconti di Modrone, al quale intervennero Cavour e il corpo diplomatico; e un ballo pure elegantissimo in costume ci fu in casa del marchese Trotti, e venne poi ripetuto alla Società degli Artisti.
In questo rifiorir di feste e di divertimenti pubblici dovevano necessariamente rifiorire anche i _coriandoli_. I corsi mascherati, e il getto dei coriandoli, nei giorni del carnevalone milanese, erano stati proibiti, nè sarebbero stati possibili durante gli anni dello _stato d’assedio_. Il divertimento dei coriandoli aveva in sè qualcosa di sfrenato, eppure non trascendeva quasi mai a quegli eccessi che si potrebbero ora supporre. Era un freno l’antica consuetudine; la gente d’ogni classe, ciascuno a suo modo, ci si divertiva; tutti ci mettevano della benevolenza e del buon umore, poichè tra le classi alte e le classi basse, nell’antico popolo milanese, non c’erano odii, non c’erano antipatie. La servitù straniera aveva reso tutti eguali nel dolore, solidali nelle speranze; e nelle classi alte era tradizionale l’inesauribile carità, che era riconosciuta e ricambiata con un sentimento di rispetto e di benevolenza.
Un divertimento sfrenato come quello dei coriandoli non sarebbe più possibile nella nuova Milano, affaccendata e composta di tanti elementi così diversi, in mezzo ai quali i vecchi milanesi si trovano in minoranza. Anche la lotta dei coriandoli diventerebbe una _lotta di classe_; il coriandolo ilare e benevolo non sarebbe ora neppure _programma minimo_; ma ci sarebbe il coriandolo violento e iroso. La lotta a coriandoli tra i carri mascherati e i terrazzini delle signore non sarebbe ora possibile che colla scorta dei carabinieri; se pure...
Gli ufficiali francesi prendevano una larga parte al getto dei coriandoli, tanto nuovo per loro, e ci godevano un mondo. Frequentavano pure in gran numero le feste e i ricevimenti cittadini, ove si incontravano anche molti forestieri, venuti a veder Milano in quei giorni di commozioni politiche e di pubblici festeggiamenti.
Inutile dire che tra i venuti c’era uno sciame di _reporters_ e di uomini politici a spasso. Tra i _reporters_ ricorderò anche una nota scrittrice francese, _madame Colet_, che avevo conosciuta in casa Maffei, e a cui dovetti far da cavaliere più volte, poichè amava cacciarsi dappertutto. Era venuta a raccogliere notizie e episodî italiani per un suo libro futuro; e certamente non a divertire quelli da cui li voleva attingere.
Quando sfoglio qualche mio vecchio _album_ di quel tempo, quante ricordanze e quante meditazioni! Li chiamavo, a quel tempo, gli _albums_ delle belle signore, e ora son gli _albums_ delle nonne, e anche pur troppo dei cimiteri!
In quegli anni del risorgimento politico si sarebbe detto che ci fosse anche un risorgimento della _Bellezza_: nelle feste di ballo, nei teatri, ai passeggi, le signore bellissime erano in una grande maggioranza; i forestieri ne erano ammirati.
I vecchi _albums_, chi li osserva e li medita, hanno sempre un fascino irresistibile; quello del passato, che ci par di tanto più bello, perchè è il fascino della gioventù e del tempo che fu nostro.
Quei ritratti che ci passano dinanzi ci risvegliano nella memoria nomi cari d’amici, dolorosi rimpianti, e storie ed episodi, ora ameni, ora tristi, ora scabrosi, ma che il tempo, che è giusto, ha già ravvolti nel suo velo indulgente. Tra i ritratti delle persone d’allora, rivedo quelli degli ufficiali francesi, che prendevano una parte sincera e gaia alle nostre feste: conservo un _album_ tutto dedicato a loro. Ecco, sfogliandolo, i capitani Magnan, figlio del maresciallo, e Teodoro Yung, che appartenevano allo Stato Maggiore del maresciallo Vaillant. L’Yung sposò poi una contessa Kaula, che nel 1870 fu accusata di spionaggio, e levò un rumore infinito: divenne segretario generale del ministro della guerra Boulanger, ma seppe togliersi in tempo da quelle acque torbide. Si conservò amico attivo dell’Italia, e fondò la lega Franco-Italiana.
Ecco due brillanti capitani degli usseri, ammiratori ed ammirati nelle nostre feste, il marchese di Louvencour, e il conte di Vogüé, che fu tra i primi a morire a Wörth nel 1870. Poi viene un gruppo d’ufficiali d’artiglieria, Laprade, la Ville Huchet, Flye de Saint Marie e il conte di Novion che s’era distinto assai a Solferino; questi aveva molta coltura, specialmente artistica, e conservo di lui parecchi dipinti all’acquarello. Rimanemmo amici, e un giorno nel 1871 ricevetti una sua lettera da una fortezza tedesca, ove era stato condotto prigioniero da Sedan. Egli voleva ottenere, per mezzo di mio fratello, ch’era ministro, e dell’ambasciata italiana a Berlino, di far parte del corpo francese di spedizione contro la Comune, chiesto da Thiers a Bismark. E l’ottenne. Quali terribili vicende! Più tardi passò in Algeria, e morì generale di divisione.
Poi ne seguono altri, d’ogni arma e d’ogni grado, e l’_album_ continua a rievocarmi storielle amene, e vicende tragiche. Chi avrebbe detto a quei giovani francesi, giustamente alteri per le recenti vittorie, e a cui tutto arrideva nell’avvenire, che dopo dieci anni li aspettava una così grande sventura! Ne rividi ben pochi; parecchi morirono nella guerra del 1870 e del ’71.
Ma non c’erano solo gli ufficiali giovani e socievoli, tra i francesi; c’erano anche i vecchi, i brontoloni, poco amici dell’Italia, che non si divertivano, e che andavano poco o punto in società. Di questi ne rammento alcuni, ma non li ritrovo negli _albums_.
«C’est beau votre carnaval» brontolava in un crocchio, una sera di veglione alla Scala, un colonnello di fanteria, «c’est beau, mais c’est cher; ça nous coûte quatorze mille fantassins français couchés sur vos plaines. On aurait pu bien s’amuser à meilleur marché!»
Chi brontolava più di tutti, apertamente e senza troppi riguardi, era il maresciallo Vaillant, rimasto in Lombardia, quale comandante in capo dell’esercito francese d’occupazione, dopo i preliminari della pace di Villafranca, e dopo il ritorno in Francia di Napoleone.
Il maresciallo alloggiava, e ci aveva il suo quartier generale, nella Villa Reale, situata nei vecchi giardini pubblici, nella quale pochi anni prima era morto il maresciallo Radetzki.
Il sindaco Beretta procurava in tutti i modi di essergli ospitale e cortese, ma il maresciallo, riservato e freddo aveva sempre il fare annoiato d’uno che adempie a un ufficio di malincuore. Era il vero tipo del militare _grognard_.
Il Municipio e i cittadini lo invitavano sempre alle feste pubbliche, o private, ed egli si scusava sempre, e non ci interveniva mai. Di solito riceveva le visite nel bel giardino della villa. Riceveva vestito d’una giacca di tela, e con un gran cappello di paglia, come un coltivatore, non scomodandosi troppo nelle sue occupazioni preferite, ch’eran quelle di giardiniere.
Eravamo nei giorni in cui gli avvenimenti dell’Italia centrale tenevan gli animi nostri sospesi in una continua ansia patriottica, e il maresciallo evitava ogni discorso politico non parlandoci che di _greffages_ e di _boutures_. Fu in uno di quei giorni di tanta ansietà per noi, che scrisse al sindaco domandandogli che gli procurasse... cinquanta rospi per risanare il giardino invaso da non so quali insetti; e scusandosi, come di solito, per un invito, finì col dire al sindaco, senza far complimenti, _vos annexions me désanexionnent_.
Intanto Napoleone lasciava dire, e ci lasciava fare.
Mentre gli animi erano rivolti ansiosamente alle difficoltà in mezzo alle quali Cavour conduceva con fermezza la politica italiana, già apparivano sull’orizzonte nuove aspirazioni, e l’inizio di nuovi fatti.
Garibaldi, con un proclama, s’era rivolto agli italiani aprendo una sottoscrizione per _un milione di fucili_. Il milione di fucili era una parola d’ordine, che pur ispirandosi al linguaggio figurato di Garibaldi, alludeva a nuove imprese, e a nuove iniziative. Ma Garibaldi stesso, forse per non sollevare delle inquietudini e per far atto di concordia, mise a capo della sottoscrizione Giuseppe Finzi ed Enrico Besana, due patriotti amici suoi e di Cavour. La sottoscrizione servì poi a provvedere, non un milione, ma un buon numero di fucili, e preparò in parte le spedizioni per la Sicilia, soprattutto, credo, quella del Medici.
Cavour, intanto, si preparava a far le elezioni, per avere anche l’appoggio parlamentare delle vecchie e nuove provincie del Regno, nella sua politica nazionale. Il 25 di marzo anche Milano fu chiamato per la prima volta ad eleggere i suoi deputati al Parlamento.
Le elezioni milanesi furono, naturalmente, precedute da riunioni e da qualche circolo elettorale. Quella concordia che aveva presieduto alle elezioni comunali, per quanto recente, si andava già dissipando. Il principale dei circoli politici, che si formò allora, fu soprannominato il circolo delle _Galline_, perchè si radunava nei locali d’una scuola posta su una piccola piazza detta appunto delle _Galline_, dietro la via Bassano Porrone, scomparsa ora e sepolta in parte sotto il palazzo del _Credito Italiano_.
Questo circolo, che per molti anni ebbe in Milano una grande influenza elettorale, fu un circolo _di terzo partito_, ed ebbe a suo portavoce e a ispiratore un giornale chiamato il _Pungolo_, diretto da Leone Fortis. Vi appartenevano in gran numero avvocati, che colla parola abbondante e facile, in quei primi tempi preceduti da così lungo silenzio, vi esercitavano un assoluto predominio. In quegli avvocati il senso politico era spesso velato o travolto dalle sottigliezze giuridiche. Il circolo delle _Galline_ non era coi radicali, ma era di opposizione al Governo quasi sempre, perchè non gli pareva mai d’essere _indipendente_ abbastanza.
I suoi primi attacchi furono contro quel gruppo di persone che negli anni antecedenti in secreto o palesemente, avevano avuto negli avvenimenti del paese una parte dirigente. L’intendersi, tra le due parti, non avrebbe dovuto essere difficile; ma tra loro si conoscevan poco, e si guardavano con sospetto; e gli uomini, come dice Manzoni, tra le loro prerogative, hanno anche quella di amarsi o di odiarsi senza conoscersi. Gli uni erano rappresentati dalla _Perseveranza_, per gli altri stava con la lancia in resta il _Pungolo_. Questo introdusse più tardi un nomignolo che fece fortuna, e chiamò _consorti_ gli amici dei ministeri moderati. Così la _consorteria_, nome astratto e misterioso, e perciò tanto più adatto a commovere le fantasie, allignò subito anche in altri paesi; anzi parecchi se ne contesero l’invenzione, e diventò per un pezzo un bersaglio comodo per tutti, come se avesse corpo e forma.
I repubblicani, naufraghi del passato, avevano un’associazione, e un giornale, diretto da Maurizio Quadrio, chiamato l’_Unità Italiana_, giornale che aveva poca influenza, astioso soprattutto contro gli amici d’un tempo; attaccò più volte anche mio fratello Emilio, che, più tardi poi, ebbe un duello con Maurizio Quadrio.
In quelle prime elezioni due collegi proclamarono a Milano la candidatura di Cavour e di Farini, due nomi superiori ad ogni discussione, che furono acclamati e eletti da tutti. Le _Galline_ accettarono, per quella prima volta, Carlo Tenca, cavouriano; vollero l’avvocato Antonio Mosca, nuovo nella politica e indipendente; e fecero votare pel dottor Agostino Bertani mazziniano, e per Carlo Cattaneo repubblicano, federalista, e anche astensionista. Che pasticcio!
Queste prime elezioni sorpresero Cavour, il quale avrebbe voluto avere dalle principali città una dimostrazione che in faccia all’Europa lo appoggiasse nella sua politica delle annessioni dirette alla formazione del Regno d’Italia. «Non so con quale criterio» esclamò «a Milano mi abbiano messo insieme con un mazziniano e con un federalista!» Cavour in quelle elezioni era stato eletto nel Regno in otto collegi.
In quei giorni il Farini aveva mandato mio fratello Emilio a Parigi con una missione che riguardava la questione delle annessioni, e fu questa la sua prima missione diplomatica. A Parigi ricevette la notizia della sua nomina a deputato di Tirano: aveva appena qualche mese prima compiuto i trent’anni. Una seconda missione l’ebbe l’anno dopo da Cavour, che lo mandò a Londra per dare ai ministri inglesi quelle informazioni, sui plebisciti e sugli affari di Napoli, che meglio potevano giovare per mantenerli in disposizioni favorevoli, e porli in grado di difendere la nostra causa contro le accuse che, nel Parlamento, ci erano mosse dagli irlandesi e dai conservatori clericali.
Nell’aprile di quell’anno vidi per la prima volta e conobbi il Crispi. Lo conobbi negli uffici della _Perseveranza_, ov’egli andava a scrivere delle corrispondenze e dei telegrammi, che venivano dalla Sicilia e nei quali erano amplificati fatti e notizie sui successi e sull’estendersi di alcuni moti rivoluzionari dell’isola. Egli faceva capo alla _Perseveranza_, appunto perchè le sue notizie fossero meglio credute, e anche perchè vi erano premurosamente accolte. Quei moti, in realtà, languivano, e si temeva che i borbonici in breve disperdessero gli ultimi insorti. Ma il Crispi, che meditava la spedizione di Sicilia, e voleva indurre i suoi amici a parteciparvi, e prima di tutti Garibaldi, era intento a convincere che la rivoluzione siciliana trionfava, e che s’aspettavano solo soccorsi e volontari.
Sulla fine dell’aprile, Crispi ci confidò che ogni esitazione era vinta in tutti, e che si organizzava rapidamente una spedizione capitanata da Garibaldi. Il Sirtori, che fino allora s’era tenuto in riserbo, decise di unirsi alla spedizione. Giuseppe Finzi, che raccoglieva il milione di fucili, fu chiamato a Torino da Cavour.
In quei giorni il mio amico Costantino Garavaglia, allora banchiere, noto pei suoi sentimenti patriottici, mi confidò d’aver avuta una sera la domanda urgente d’una somma dal Governatore Massimo d’Azeglio, di circa trecento mila lire in cambiali, che sarebbero state pagate presso il gabinetto di Cavour, e che d’intesa con Azeglio lì per lì aveva consegnate al capitano garibaldino F. Chiassi[39].
Evidentemente quella somma, richiesta in quel giorno e in quell’ora, doveva servire, come pensammo dopo, alla spedizione di Garibaldi; come la chiamata del Finzi a Torino si connetteva all’affare del _Piemonte_ e del _Lombardo_, i due vapori della spedizione dei Mille. Tutte cose che forse si sapranno esattamente un giorno.
Si pensi con quale entusiasmo, e con quale ansietà, ogni patriotta seguisse col pensiero e col cuore la meravigliosa spedizione, che pure in quel tempo di avvenimenti straordinari superò quanto di più fantastico si potesse mai immaginare.
NOTE.
[38] Primo atto del Beretta, quale sindaco, fu di scegliere la Giunta circondandosi di amici coi quali era maggiormente in comunione di opinioni e di intenti. La simpatia che lo circondava gli rese facile l’avere il consenso di tutti quelli a cui s’era rivolto, e il Consiglio pressochè unanime elesse ad assessori l’arch. Brocca, l’ing. Alessandro Cagnoni, Carlo Cagnola, Giuseppe Finzi, Tullo Massarani, Marzorati, Giuseppe Robecchi, Luigi Sala, Lodovico Trotti, Francesco Vitali, Giovanni Visconti-Venosta. A riempire poi qualche vuoto furono poco dopo nominati Carlo Tenca, Paolo Belgiojoso e il dottor Giuseppe Terzaghi.
Furono membri della prima Commissione degli studi, eletta nel 1860, Cesare Correnti, i prof. Luigi Rossari e Giovanni Cantoni, gli assessori conte Paolo Belgiojoso e Giovanni Visconti-Venosta, con Carlo Tenca relatore. Paolo Belgiojoso fu poi per parecchi anni sopraintendente scolastico.
[39] «_Carissimo amico_,
«Rispondo con piacere alla tua domanda.
«Un sabato sera, recandomi come di consueto al Club dell’Unione verso la mezzanotte, vi trovai un biglietto del marchese Massimo d’Azeglio, che mi invitava a recarmi da lui per un affare urgentissimo.
«Vi corro immediatamente e, tosto introdotto, d’Azeglio mi viene incontro sorridente e mi dice: Mi occorrono per domattina 250 o 300 mila lire e le voglio in oro tanti pezzi da 20 franchi. «Risposi che li avrebbe avuti alla prima ora di lunedì, ma che in domenica, colle banche chiuse, mi era impossibile procurarmi in oro la somma che mi chiedeva.
«Egli allora si avvicinò ad altra persona seduta in fondo alla sala, e che nella semioscurità non avevo ancora avvertita, e, scambiate con essa alcune parole, tornò da me e mi disse:
«— Mantenetemi il segreto — ma sappiate che è il Conte di Cavour che mi ordina di consegnare domattina al capitano Chiassi la somma indicata. Tutto quello che posso concedervi, per lasciarvi un’ora di più, è di mandare il Chiassi medesimo al vostro studio a prendere la somma.
«Capii facilmente che si trattava di cosa grave e risposi senz’altro che avrei atteso alle ore 11 il capitano.
«L’Azeglio prendendomi sotto braccio mi accompagnò fino all’anticamera, raccomandandomi ancora il più assoluto segreto.
«Confesso che non ero tranquillo, temevo di non potermi procurare una somma relativamente forte in oro, in un giorno festivo ed in poche ore, tanto più che non potendo dare spiegazioni di tanta urgenza, non potevo rivolgermi che a quei pochi amici che supponeva non me ne avrebbero domandate.
«Il banchiere Carlo Brot ed i fratelli Ronchetti mi diedero tutto l’oro che avevano in cassa (circa 7000 marenghi), altri di cui non ricordo il nome altrettanto; e un 2000 circa avevo nella cassa della mia Ditta: alle ore 10 tutta la somma era pronta.
«Alle ore undici il Chiassi, che conoscevo, coll’aiuto del facchino Scotti portò i sacchetti nella vettura e se ne andò. Mi domandò prima se occorreva rilasciare ricevuta, dissi di no, e mi accorsi, mentre mi stringeva fortemente la mano, che era molto commosso.
«Il giorno dopo d’Azeglio mi mandò in rimborso tante sue accettazioni di L. 50.000 cadauna pagabili presso il gabinetto del ministro Cavour.
«Due o tre giorni dopo si seppe della partenza di Garibaldi da Quarto. Mi parve di capire.
«Ti stringo cordialmente la mano
«Tuo aff.mo _Costantino Garavaglia_.
«Sig. Comm. _Giovanni Visconti-Venosta_».