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CAPITOLO XXX.

1859.

V.

_Sommario:_ Prime notizie sulla battaglia di Magenta. — Il battaglione valtellinese. — Il capitano Francesco Montanari. — Il parroco di Grosio. — I soldati svizzeri al confine. — Le spie austriache. — Un progetto di assalto a Bormio. — Parto per Bergamo per conferire con Garibaldi. — A Bergamo in casa Camozzi. — Il quartiere generale di Garibaldi. — Il capitano di stato maggiore Clemente Corte. — Ufficiali austriaci prigionieri. — Il colonnello Thürr. — Come Garibaldi riceve quei prigionieri. — Disposizioni di Garibaldi.

Ecco, a un tratto, improvvisamente un succedersi di notizie che mutano in gioia i dubbi e le ansietà dei giorni antecedenti.

Il giorno 6 mi arrivarono le prime notizie della battaglia di Magenta, ed ebbi da Emilio una lettera che mi annunziava il passaggio di Garibaldi in quel giorno da Como a Lecco, e che il generale s’era finalmente deciso a mandarmi un capitano di Stato Maggiore, tre o quattro ufficiali e una dozzina di soldati istruttori per il battaglione valtellinese.

In quella mattina poi m’erano arrivate parecchie guardie nazionali mobilitate, tra le quali una cinquantina di giovani scelti e vigorosi che venivano da Chiavenna.

Gli ufficiali e i soldati garibaldini arrivarono la sera del 5 giugno: la popolazione di Sondrio fece loro una calorosa accoglienza, e tutti erano in festa come se fosse giunto un esercito. Il capitano, che chiamavasi Francesco Montanari, mi presentò gli ufficiali, e mi diede una lettera di mio fratello ed una di Garibaldi. In questa lettera, che poi dovette riuscirmi preziosa in diverse circostanze, c’erano le istruzioni che Garibaldi dava al Montanari:

Il capitano «era incaricato di organizzare rapidamente un battaglione di volontari valtellinesi, e di prenderne il comando; il battaglione essendo pratico dei luoghi era destinato all’avanguardia, quando sarebbero venuti i Cacciatori delle Alpi; intanto il comandante nulla poteva fare _senza mettersi d’accordo col Commissario, dal quale doveva dipendere fino alla venuta in Valtellina dei Cacciatori delle Alpi_».

Invitai a pranzo, la sera del loro arrivo, il capitano e gli ufficiali, e mi feci narrare minutamente tutti i fatti dei giorni antecedenti; dei quali io ero stato fino allora completamente all’oscuro. Il capitano però parlava poco, ma beveva molto; ogni tanto veniva fuori con una qualche esclamazione entusiastica in onore del vino di _Sassella_ e dell’_Inferno_, e dava fondo a una nuova bottiglia. Alla fine del pranzo cominciai ad essere in apprensione, e proposi una passeggiata per la città: ma fu inutile. Gli ufficiali a poco a poco si accomiatarono, e il capitano preferì sdraiarsi su un canapè, dove non tardò ad addormentarsi profondamente.

Si principiava male.

In quel mentre ecco la banda, suonando la canzone popolare _dagliela avanti un passo_, alla testa della folla che veniva a fare una dimostrazione al capitano, e a sentire, naturalmente, uno di quei discorsi di cui tutti erano ghiotti in quei giorni.

Chiusi a chiave in fretta la sala, dove il capitano russava: andai al balcone, e dissi, parlando quasi sottovoce, che il capitano, stanchissimo, riposava e però pregavo di differire la dimostrazione. Allora tutti, con un silenzio patriottico, se ne andarono piano piano per non disturbare quel riposo.

Ma il capitano non riposò abbastanza, e bisogna dire che fosse ancora alticcio nelle prime ore della mattina, perchè trovatosi con B. Caimi, che era altrettanto gentile quanto valoroso, finì ad avere con lui un alterco così grave, per affari di servizio, che poco mancò non si pigliassero a sciabolate.

Ristabilita la pace alla meglio, combinai col capitano Montanari di recarci a visitare l’avamposto, di riunirvi subito i volontari e le guardie mobili accorse in quei giorni, e di percorrere diversi paesi per far nuove reclute, procurando nel tempo stesso che i Municipi ci aiutassero a far vestire e armare al più presto quella nostra gente.

Prima di lasciare Sondrio, il capitano Montanari volle passare in rivista le guardie mobili accasermate nel castello, e assegnar loro qualche ufficiale che le conducesse al punto di riunione del Bolladore, villaggio presso l’avamposto.

Messe le guardie in fila, il capitano, colla voce grossa e col piglio minaccioso, disse loro queste parole: «Sotto gli ordini dell’ufficiale che vi destino partirete questa sera; si intende che voi tutti da questo momento siete arrolati, come lo sono i Cacciatori delle Alpi; siete soldati e non guardie nazionali mobili; se qualche _vigliacco_ non accettasse questa condizione, esca dai ranghi e vada a casa».

Nessuno osò muoversi, nè fiatare. Poi parecchi vennero da me a reclamare, ed io li persuasi a partire, assicurandoli che sarebbero rimasti, quali erano per diritto, guardie nazionali mobilitate.

Il giorno dopo eccoci in viaggio io e il capitano, come s’era stabilito. Il capitano, strada facendo, prese a svilupparmi le sue idee, e i propositi sui quali voleva che ci mettessimo d’accordo.

Egli era un uomo d’aspetto robusto, dimostrava all’incirca trentacinque anni, aveva la barba folta e nera, e la faccia di solito accigliata. Le sue idee, il suo modo di parlare, a voce cupa, la guardatura sospettosa e torva, rispecchiavano in lui il vecchio tipo convenzionale del cospiratore. E infatti egli mi narrò d’aver passata tutta la vita nelle cospirazioni, d’aver preso parte a tutti i tentativi d’insurrezioni mazziniane, e d’essere stato nelle prigioni di parecchi tra gli stati d’Italia. Era quel Francesco Montanari modenese che fu coinvolto nei processi di Mantova del 1853, e che il Governo austriaco, non avendo prove sufficienti per condannarlo, aveva consegnato al Duca di Modena, il quale lo mise in prigione anche per proprio conto.

Era un uomo audacissimo, e certamente un patriotta a tutta prova; ma l’abitudine del cospirare, le avventure, e le dure prove attraversate, gli avevano fatto perdere il sentimento delle realtà della vita, che tutte subordinava agli assiomi rivoluzionari. Oltre di ciò gli piaceva parecchio il vino, specialmente, a quanto dava a vedere, quello di Valtellina. Mi piaceva fargli narrare le sue avventure, e udire i suoi ragionamenti: lo studiavo; talvolta lo ammiravo nelle sue avversità; ma capivo che non era un carattere facile, e che m’avrebbe dato da pensare più che i tirolesi del generale Huyn.

«Caro Commissario» mi aveva detto quella mattina strada facendo, «il Generale (Garibaldi) non verrà di certo così subito, sicchè la Valtellina dovrà provvedere da sè. E non c’è che un modo.

«Quale?

«Bisogna _rivoluzionare_ i paesi.

«Ma sono già _rivoluzionati_!

«Eh ci vuol altro!

«Sentiamo.

«Bisogna innanzi tutto proclamare la leva in massa, mettere tutti, giovani e vecchi, con le buone o con le cattive, sotto le armi, e _marsch!_ Poi si requisisce tutto ciò che occorre; e alla prima resistenza si fanno fucilare il parroco e la Giunta Municipale.

«Caro Capitano, lei deve sapere che le Giunte Municipali e i parroci sono stati i miei aiuti principali.

«Sarà benissimo, ma non si fidi dei preti e dei vecchi municipi.

«Stasera saremo a Grosio, e andremo dal parroco. Quando, prima della guerra, l’Austria richiamò i contingenti, ottanta soldati di Grosio stavano per raggiungere i loro reggimenti, ma il parroco disse loro: questa volta non presentatevi, tenetevi nascosti nella montagna, e a primavera le cose muteranno. Scoppiata la insurrezione, il parroco richiamò gli ottanta uomini e me li consegnò. Li vedrà all’avamposto; saranno i più bei soldati del suo battaglione... granatieri quasi tutti».

Intanto il capitano continuava a crollare il capo e a dire:

«Sarà, ma non si fidi dei preti!».

La sera il capitano Montanari era ospitato nella casa parrocchiale di don G. B. Cornelio, parroco di Grosio. Ci si trovò bene, e ci si fermò ancora parecchie volte nell’andare o nel ritornare dall’avamposto. Per vendicarsi dei preti beveva le migliori bottiglie che don Cornelio teneva in serbo, per quando venivano i predicatori quaresimali, e lo intratteneva sulla necessità di fucilare preti, monache e frati. Un giorno giunsi appena in tempo a evitare una brutta scena, perchè il capitano voleva far volare dalla finestra un ritratto di Pio IX, che aveva trovato in una stanza di don Cornelio, e don Cornelio difendeva il ritratto e aveva brandita una sedia.

Giunsi a ristabilire la pace, che il capitano volle celebrare con un paio di bottiglie del migliore che il prete avesse in cantina.

Il Montanari non poteva capacitarsi che ci fossero in Lombardia tanti preti buoni patriotti e nello stesso tempo devoti al Papa. «Ma che novità è questa!» esclamava il Montanari.

Il fare risoluto e coraggioso di don Cornelio, peraltro non dispiaceva al Montanari il quale ogni tanto veniva a fargli visita, e a passar con lui qualche ora fra le baruffe e le bottiglie.

All’avamposto del ponte del Diavolo c’erano circa quattrocento uomini, in parte guardie nazionali, e in parte volontari, e finanzieri; ai quali s’erano aggiunti quei soldati che non si erano presentati alla chiamata del Governo austriaco. La maggior parte non aveva uniforme, ed era provveduta solo d’una coperta di lana: di armi ce n’eran poche; appena la metà degli uomini era provvista di fucili d’ogni genere.

Fattili schierare, presentai loro il nuovo comandante, il quale li passò in rivista e poi disse loro poche parole brusche, come alle guardie nazionali mobilitate di Sondrio, dichiarandoli tutti arrolati senz’altro, come i Cacciatori delle Alpi.

Anche questa volta nessuno osò fiatare; ma anche questa volta parecchi vennero da me a protestare, minacciando di tornarsene a casa. Li tranquillai dicendo che il capitano aveva parlato in termini generali, e non conosceva ancora come stavan le cose, ma che avrei provveduto io a suo tempo, e che si fidassero di me.

L’effetto però è stato pessimo: il malcontento e l’antipatia verso il comandante non cessarono più. Alcuni, anche tra i migliori, profondamente offesi, vollero tornarsene subito alle loro case.

Intanto io cercavo di racimolar gente per completare il battaglione andando, anche di casa in casa, dai contadini. Tutti si mostravano abbastanza volonterosi, ma volevano essere assicurati che non sarebbe successo come nel 48. E ricordavano l’entusiasmo, le promesse d’allora, e le sventure e i dolori che n’erano seguiti.

Era già avvenuta la battaglia di Magenta, sicchè io li potevo rassicurare coscienziosamente e allora mi seguivano.

Il Montanari aveva portati con sè alcuni fucili; un po’ se ne erano trovati nei quartieri austriaci, e il rimanente che occorreva per armare il battaglione me lo andavo procurando, facendo venire dei fucili, quasi a uno a uno, dalla Svizzera. Me li procuravano alcuni negozianti di vino e di granaglie di Poschiavo o dell’Engadina, che venivano di solito a fare degli acquisti in Tirano, o in casa mia.

Parecchi di questi fucili erano ancora di quelli dei nostri volontari del ’48, che, sequestrati, abbandonati o venduti allora per poche lire nei paesi svizzeri di confine, rientravano, ora ricomprati per quaranta o cinquanta lire l’uno. Ma li mandavano di contrabbando, perchè i confini erano guardati da soldati della Confederazione, i quali eseguivano la loro consegna, non solo con rigore, ma con sentimenti che non c’erano benevoli. Alcuni fucili li fece venire Ulisse Salis, di quelli che aveva nascosti presso le monache di Poschiavo.

Parecchi di questi soldati svizzeri, ed anche alcuni ufficiali, venivano passeggiando, quasi giornalmente, fino al piazzale del Santuario e anche fino al borgo di Tirano. Un giorno anzi il Municipio di Tirano invitò il loro comandante e gli ufficiali a una festicciuola patriottica che si faceva in paese: l’invito fu accettato; da una parte e dall’altra ci furono clamorose dimostrazioni di amicizia, e si bevette in proporzione della grande fratellanza, che doveva legare in avvenire le due nazioni. Ma tutta questa allegria si intorbidò presto.

Gli austriaci mandavano spie lungo i nostri confini, cercando di riconoscere quello che si faceva da noi. Si seppe che parecchi soldati svizzeri, ritornando sul loro territorio, raccontavano sulle piazze e nelle osterie tutto ciò che avevano veduto, canzonando per soprappiù i valtellinesi per le modeste difese militari che opponevano agli austriaci. Questi discorsi imprudenti, e queste indiscrezioni, si riseppero a Tirano, e vi suscitarono una certa irritazione: alle espansioni di giorni prima, succedettero dei propositi meno fraterni; e quindi dovetti scrivere al comandante del cordone militare svizzero che si sospendessero, dall’una parte e dall’altra, i permessi ai militari di varcare il confine.

Vedendo che le notizie e le informazioni, alquanto scettiche, sull’importanza delle nostre difese e delle nostre forze militari si andavano ormai diffondendo, pensai di diffondere alla mia volta dei bollettini stampati che servissero di contrappeso, e ne compilai parecchi per uso dei nostri vicini, facendoli mettere in giro nei paesi Grigioni. Questi bollettini davano sempre l’annunzio dell’arrivo imminente di Garibaldi e di un movimento di truppe piemontesi in direzione della Valcamonica e dei paesi dell’Aprica e del Mortirolo.

Gli austriaci, intanto, mandavano quasi giornalmente delle forti pattuglie verso il nostro avamposto, senza attaccarci, ma spiandoci, e forse per verificare le loro notizie, ben diverse da quelle dei miei bollettini.

Io passavo intanto le giornate, e parte delle notti, or lavorando nel mio ufficio a Sondrio, ora recandomi nei paesi per qualche guaio ch’era capitato, e ora correndo all’avamposto a far sermoni al mio capitano, che ogni tanto mi metteva in qualche impiccio per la sua smania di _rivoluzionare_. Egli spiccava ordini ai Municipi, a suo talento, requisiva di viva forza tutto ciò che gli occorreva, senza rilasciar ricevute, e faceva arrestare chi gli si opponeva. I Municipi mi mandavano delle deputazioni a reclamare, e ogni giorno andava allargandosi un vivo malcontento nell’alta Valtellina.

Col Montanari avevo cominciato anch’io a bisticciarmi. Eravamo due uomini diversi, e con due programmi più diversi ancora; tuttavia ero il solo che riuscisse a frenarlo, in virtù di quella tal lettera con la quale Garibaldi, gli ingiungeva di tenersi sempre in accordo con me. L’essere da alcun giorni in Valtellina senza aver fatto nulla di strepitoso, senza aver neanche fucilato un chierico, parevano al mio capitano cose intollerabili: avrebbe voluto almeno che gli consegnassi quel tal professore di Sondrio: ma io a buon conto l’avevo già fatto partire per Alessandria, insieme cogli altri detenuti.

Tre giorni dopo aver preso il comando di quei quattrocento che erano riuniti all’avamposto, male armati, male vestiti, e non ancora disciplinati, mi mandò a Sondrio una staffetta con un dispaccio che mi diceva: _Domani notte sorprenderò gli austriaci e piomberò su Bormio_.

Corsi all’avamposto, che distava circa cinquanta chilometri da Sondrio, e giunsi in tempo a impedirgli l’impresa. Bormio era fortemente difesa dagli austriaci, e la sorpresa che voleva fare il Capitano Montanari mi pareva di più che dubbio successo. Nel posto fortissimo che noi occupavamo, quei quattrocento potevano fare una seria difesa; gli austriaci poi sospettavano che dietro l’avamposto ci fossero altri corpi, o che ne potessero venire rapidamente, e però non avanzavano. Ma se, con un nostro attacco, mostravamo loro qualche soldato male armato e dei contadini male in arnese, era evidente che dopo averci respinti, e forse dispersi, sarebbero discesi un buon tratto giù per la valle, lasciandoci di quei ricordi che appunto volevamo evitare.

Il capitano era deciso a fare il suo colpo, e io a non lasciarglielo fare: la discussione non fu breve, nè piacevole: in fine conclusi che questa mossa non poteva essere fatta senza il consenso del Generale; ch’io sarei partito immediatamente per conferire con lui; e forte di quelle tali istruzioni di Garibaldi ingiunsi al capitano di non muoversi durante la mia assenza. Il capitano, dopo avere protestato e strepitato, dinnanzi al nome di Garibaldi non osò più fiatare.

Partii subito quel giorno stesso, ch’era il 10 giugno, e andai difilato a Bergamo nella speranza di trovarci Garibaldi.

A Bergamo arrivai il giorno 11 e scesi alla casa dei Camozzi, miei ottimi amici; ci trovai Emilio, ed ebbi la fortuna di poter veder subito Garibaldi che, tornato il giorno innanzi a Milano dove era andato a conferire col Re, si disponeva a proseguire la sua marcia su Brescia.

In casa Camozzi c’era il quartier generale garibaldino. Si pensi cosa poteva essere un quartier generale di volontari vittoriosi, in una città in rivoluzione e in festa, tra una folla affaccendata di militari e di borghesi armati, tra un viavai di gente che veniva a chiedere e a portar notizie, a dar ordini e contrordini, in mezzo alla più lieta confusione e al più allegro disordine.

Clemente Corte, allora capitano dello Stato Maggiore dei Cacciatori delle Alpi, si incaricò gentilmente di farmi ricevere subito da Garibaldi; cosa in quei momenti non troppo facile.

Garibaldi mi accolse con quel piglio franco e cortese, con quel sorriso che sapeva essere così sereno, e con quella sua voce meravigliosa, la più bella voce d’uomo ch’io abbia mai udito; doti che spiegavano il fascino irresistibile ch’egli esercitava su tutti, anche sui più scontrosi.

Raccontai a Garibaldi ciò ch’era avvenuto in Valtellina in quei quindici giorni di insurrezione; e Garibaldi sorrideva e se ne compiaceva: poi gli dissi il motivo che m’aveva condotto da lui, e i miei dubbi sull’opportunità di un colpo di mano su Bormio. Mi chiese molte informazioni e spiegazioni, su questo proposito, e mi pareva bene avviato a darmi ragione, quando a un tratto entrarono il Corte e il colonnello Thürr, a interrompere il colloquio. Il Thürr, dopo aver scambiate con Garibaldi alcune parole in disparte, venne a scambiarne altre con me con quel suo fare franco e bonario che lo rendevano tanto simpatico. Intanto il Corte informava Garibaldi ch’erano stati condotti in quel punto alcuni ufficiali austriaci prigionieri, e gli domandava degli ordini in proposito.

«Conducetemeli qui, disse Garibaldi, e voi Thürr fermatevi che servirete da interprete».

Mi pare ancora di vederli quei sei ufficiali; quattro erano di fanteria, e due dei cacciatori. Intorno al nome di Garibaldi correva nelle file austriache, fin dal 1848, una leggenda che faceva del famoso condottiere qualcosa di terribile e di diabolico. Gli ufficiali non avranno di certo creduto alla leggenda, ma parecchi lo consideravano probabilmente come un feroce capo di filibustieri, capace di qualsiasi eccesso; e tale doveva essere l’opinione che avevano di lui quei sei. All’annunzio che Garibaldi li faceva venire a sè, bisogna dire che avessero in quel momento pensato che li volesse passare a fil di spada di sua mano: infatti si avanzarono come persone che andassero alla morte, e due di loro erano stati presi da un tremito nervoso che non riuscivano a dominare.

Garibaldi mosse loro incontro, e strinse a ciascuno la mano con aspetto affabile e cortese. Poi volgendosi a Thürr: «Domandate a questi bravi ufficiali se hanno qualche desiderio da esprimere; li affiderete a qualche nostro ufficiale perchè li accompagni a Milano, da dove poi saranno condotti ad Alessandria; viaggeranno in carrozza chiusa per sottrarli alla curiosità pubblica, e sarà lasciata a ciascuno la spada, chiedendo loro la parola d’onore che non tenteranno di fuggire».

Mentre il Thürr traduceva in tedesco queste parole, quelle sei facce avevano l’espressione di chi va trasecolando, e parevano improvvisamente illuminate da un raggio di sole. Garibaldi strinse di nuovo la mano a ciascuno, e li congedò dicendo: «Bravi e valorosi ufficiali, vi saluto».

Quei sei si piantarono prima nella posizione del saluto, poi strinsero anch’essi con effusione la mano al Generale, e se erano entrati indecisi parevano più indecisi ancora nell’uscire. Fu una scenetta breve e caratteristica, che non mi è mai più uscita dalla mente.

Dopo si riprese il nostro colloquio, in piedi e brevemente, perchè i minuti erano preziosi.

«Capisco, disse Garibaldi, l’impazienza di Montanari; quell’uomo è un valoroso, è una _perla_. Ma per ora è meglio che aspetti, e gli manderò i miei ordini scritti su ciò che deve fare».

Meno male, pensai tra me.

«A Bormio ci anderemo insieme, riprese Garibaldi, e lo ricompenserò destinandolo per l’attacco all’avanguardia col suo battaglione valtellinese. Col mandarle quel capitano, caro Commissario, le ho mandato una _vera perla_!».

Io che stavo spiando il momento per dire a Garibaldi che a comandare il battaglione mi mandasse un maggiore, perchè il Montanari pur essendo un eroe, mi creava troppi impicci, non trovai lì per lì il modo di metter d’accordo la _perla_ col discorso che volevo fare e mi accomiatai.

Garibaldi mi salutò molto cordialmente, e mi strinse la mano dicendomi: _Arrivederci in Valtellina_.