CAPITOLO IV.
1848.
II.
_Sommario:_ Il secondo giorno della rivoluzione. — L’aspetto delle vie. — Broggi. — L’ing. Alfieri nostro casigliano prende il comando del quartiere e mi mette di guardia su un tetto. — Ospitalità nelle famiglie. — La mattina del lunedì. — Assalto alla casa del Duca Visconti. — Il figlio del mio portinaio. — Ferimento d’un ufficiale. — Don Cesare Ajroldi e la barricata di S. Babila. — Terza giornata. — Con mia madre e mio fratello passiamo in via Durini, nel Collegio Garnier. — Il Console Pontificio. — L’ing. Alfieri impazzito. — La barricata del Seminario e i palloncini dei seminaristi. — Formazione del Governo Provvisorio. — La proposta d’armistizio. — La guarnigione austriaca. — La presa della Caserma del Genio. — Note sull’armistizio e sui fratelli Borgazi.
All’alba del giorno seguente, una domenica, Emilio era uscito di casa di buon’ora, ed anch’io ero sceso, e m’ero fermato sul limitare del portone, socchiuso come tutti gli altri portoni.
Pioveva; nella via della Cerva non si vedeva nessuno; tutt’in giro era un profondo silenzio, non interrotto che dal suono continuo delle campane a storno, e da qualche colpo di cannone. Tutte le persiane eran chiuse, o socchiuse. Mi spinsi piano piano fino allo sbocco della strada, e vidi che anche la via Monforte era abbandonata e silenziosa. La barricata del ponte era stata distrutta dagli austriaci durante la notte e gettata in parte nel canale detto il _Naviglio_. Al di là del ponte, in vicinanza del palazzo del Governo, si vedevano dei soldati, che ora procedevano guardinghi, ora si ritiravano tenendosi ai lati della strada, sotto le gronde, coi fucili in direzione delle finestre, e pronti a far fuoco appena vedessero una persiana semiaperta.
A un tratto vidi venire dal piazzale di S. Babila, rasente il muro, un giovane armato di carabina; egli si fermò al vicolo Rasini, e si appostò dietro l’angolo. Questo valoroso, che doveva morire poche ore dopo, era Giuseppe Broggi. Dal punto in cui s’era messo, incominciò a far fuoco contro i soldati che erano nelle vicinanze del ponte, e ogni suo colpo ne faceva cadere uno. Così, solo, in meno di mezz’ora ricacciò fino al bastione i soldati che avanzandosi lentamente si preparavano ad occupare la via Monforte. Il Broggi, quando vide che tutta la via era sgombra, si avanzò fino al ponte, e presa la strada del _Naviglio_ si appostò di nuovo, facendo fuoco, all’angolo del Corso. Qui ebbe, sulle prime, il medesimo fortunato successo, finchè una palla di cannone, rimbalzando dallo stipite di una porta, che ne conserva ancora la traccia, gli squarciò il petto.
Per alcune ore tutto fu quiete e silenzio nelle vie Cerva e Monforte. Di tanto in tanto qualcuno si affacciava alle finestre, o con passo prudente usciva dalle porte, e allora si avviava in istrada un po’ di conversazione, per chiedersi e scambiarsi qualche notizia. Non tutti, naturalmente, erano eroi; chi aveva l’aria spaventata; chi sommessamente arrischiava qualche parola di prudenza o di biasimo; chi si millantava; chi, senza allontanarsi dalla porta, prudentemente, faceva progetti e propositi terribili. Tutti, anche i migliori, erano esaltati, e ben diversi del solito.
Tra le persone più agitate del quartiere osservai un certo ingegnere Alfieri, che abitava nella stessa nostra casa; uomo di solito tranquillo e di poche parole, diventato ora loquacissimo e di maniere strane. Egli s’era trovato il giorno prima in via Monte Napoleone nel momento di quel gran parapiglia in cui la folla, che ritornava dal palazzo del Governo, veniva accolta a fucilate da una compagnia di soldati. Vivamente impressionato, aveva avuto tutta la notte, come mi disse poi il suo servitore, una gran febbre, e improvvisamente era impazzito. Ma nessuno lo sospettò allora, e parve soltanto un patriota dei più ardenti.
L’ingegnere Alfieri, a un tratto, chiamò tutto il vicinato e parecchi delle case vicine a raccolta in una corte; dichiarò che da quel momento egli prendeva il comando del quartiere e che tutti avrebbero dovuto obbedire a lui solo sotto la più severa disciplina. La cosa parve a tutti naturalissima, e l’ingegnere cominciò a dare i suoi ordini. Ordinò che si preparassero dei pannolini bagnati per spegnere le bombe, e che si mettessero delle caldaie al fuoco per gettare acqua ed olio bollente sui soldati; poi mandò alcuni nelle cantine, e sui tetti, per sorvegliare le spie e i nemici nascosti. Anche su ciò non si ebbe nulla da ridire. A me, che avevo le pistole, diede l’ordine di tenermi accovacciato dietro l’abbaino d’un tetto, ove mi condusse egli stesso, per sorprendere un nano che, a suo dire, faceva dei segnali dai tetti, ai soldati. A nessuno, dico, venne il sospetto che a quel nostro comandante avesse dato di volta il cervello. Erano tutti esaltati da un bisogno di fare e di credere; più un comando era misterioso, e più ci trovava devoti. Si viveva all’infuori della realtà; la realtà era il complesso dei sentimenti e delle speranze di tutti; era un amore infinito per l’Italia; era la sicurezza della vittoria!
Rimasi parecchie ore sul tetto, dietro il mio abbaino, osservando innanzi tutto se compariva il _nano_, e poi le linee dei soldati, che tratto tratto sfilavano sui bastioni, a passo rapido, e guardando i campanari che picchiavano a martello le campane sulle torri di tutte le chiese. Tutto ciò, tra un rumore continuo di grida, di fucilate, di cannonate, che assordavano l’aria, e tra il sibilo tetro delle racchette e delle bombe.
Nel guardare lungo la via, vidi presso il ponte sul _Naviglio_ di S. Damiano, stesi sul lastrico, due cadaveri, che vi giacevano probabilmente dal giorno prima. E infatti seppi poi che i soldati venuti dal bastione a rioccupare il palazzo del Governo, appena n’erano usciti O’Donnel e le Autorità milanesi, nel caricare la folla e nel risospingerla al di là del ponte, erano in alcune case, e saliti sui tetti, avevano gettato in istrada quei due infelici che vi stavano appiattati, e di cui vedevo i cadaveri.
In quel momento mi sentii risuonare nell’anima, con una profonda pietà, quel grido: _evviva i morti!_ con cui avevo sentito il giorno prima la folla salutare le prime vittime.
I morti erano là. E non ristavo dal guardarli da lontano, con quella specie di fascino che ci tiene avvinti alle cose che si fanno meditare. Chi erano quei morti?
Venne la sera, e il _nano_ non compariva; per di più avevo una gran fame, e ciò contribuì a persuadermi che la mia missione fosse pel momento finita. Cercai la scaletta per la quale ero venuto, ed ebbi l’ingrata sorpresa di vedere che l’uscio era chiuso a chiave. L’aveva forse chiuso il mio stesso comandante, per assicurarsi meglio che avrei eseguito la consegna datami.
Che cosa fare? Non mi rimaneva che di aggirarmi pei tetti, come un gatto, di fumaiuolo in fumaiuolo, col pericolo di finire in istrada, in cerca d’un’altra soffitta aperta e d’un’altra scaletta.
Le trovai; scesi; ed eccomi in una casa, e in mezzo a gente che non conoscevo. In altri tempi sarei stato accolto come un ladro, ma in quel giorno fui accolto come un amico, come un figliuolo di casa. Narrai la mia avventura a quella buona famiglia, in mezzo alla quale ero capitato; mi si fece una gran festa, si parlò del _nano_, e si voleva anche trattenermi a cena, se non avessi fretta di rivedere mia madre.
Non è facile descrivere l’ospitalità che in quei giorni si trovava in ogni casa. I pericoli, e le vicende della lotta, obbligavano spesso a cercar rifugio nella prima casa che capitasse. Tutti trovavano dappertutto un’accoglienza fraterna e festosa. Pareva che Milano fosse una sola famiglia. Si era in quei giorni tutti amici e fratelli; tutti si soccorrevano a vicenda, si abbracciavano, si davan del tu. Dalle strade si saliva nelle abitazioni, e vi si trovava un letto per riposare, un bicchier di vino, un boccone per rifocillarsi. Ciò alle volte diventava una vera necessità. In alcune vie tutte le botteghe eran chiuse, e le comunicazioni erano difficilissime. Qualche cuoco, o qualche servitore che si era azzardato ad andare in cerca di commestibili, era stato ferito o ammazzato. La città era bloccata, e al quarto giorno i viveri cominciarono a scarseggiare. La larga ospitalità, che metteva in comune le provviste di quelli che ancora ne avevano, diventava una vera provvidenza.
I ricchi e le persone agiate distribuivano, nelle strade e nelle case, viveri e soccorsi a quanti si presentassero loro, fossero o non fossero poveri. I signori distribuivano larghi soccorsi ai popolani e agli operai, che in quei giorni della rivoluzione si trovavano necessariamente disoccupati. Soccorrevano in ogni maniera anche le loro famiglie, ed essi volonterosi e coraggiosamente si adoperavano in ogni più audace azione, e volonterosi ubbidivano a chi li dirigeva e li comandava.
Nessun furto avvenne in quei giorni, mentre tutte le case erano aperte a tutti e non guardate da nessuno. Milano era una famiglia sola; tale fu la fisionomia morale della rivoluzione.
La mattina del lunedì, di buon’ora, qualcuno venne ad avvisarci che i soldati si avanzavano, che avevano oltrepassato il ponte, e che pareva si disponessero ad occupare tutta la via. Sarebbe stata da parte loro una bella mossa, che avrebbe potuto condurli a pigliare alle spalle le barricate del corso di Porta Orientale.
L’allarme fu grande, tanto nella casa nostra, quanto nelle case vicine, e tutti si misero ad asserragliare le porte per timore d’una invasione. Il figlio del nostro portinaio, certo Cecco Migliavacca, giovanotto alto e robusto, detto fatto, principiò a disselciare il cortile, e a portar sassi su un balcone della casa dal quale si dominava l’imboccatura della strada. Io lo aiutai in questo lavoro, e in pochissimo tempo ci fu su quel balcone una abbondante provvista di sassi. Quando, ad un tratto, che cosa vediamo? I soldati si avanzano rapidamente, coi fucili puntati alle finestre, e quattro zappatori colle asce alzate, comandati da un ufficiale, principiano a menar colpi a tutta forza contro il portone della casa del duca Visconti di Modrone, che fa angolo tra via Monforte e via della Cerva.
Quella casa era zeppa di gente, venuta a ricoverarsi dalle case più minacciate di via Monforte, e trattenuta con una generosa ospitalità dal Duca.
Il mio giovanotto cominciò a lanciar sassi furiosamente: io l’aiutai del mio meglio, e i soldati qua e là retrocedevano, senz’accorgersi sulle prime da qual parte venisse quella grandinata. Tutto ciò fu l’affare d’un minuto.
Intanto il portone di casa Visconti stava per cedere ed era imminente una qualche grave sciagura: quand’ecco aprirsi la finestra d’una casa vicina, che fa angolo col vicolo Rasini, e nella quale abitavano alcuni canonici della chiesa di S. Babila. A quella finestra si affaccia un prete, il quale, tra le fucilate che gli tirano dalla strada i soldati, spiana un fucile, prende di mira l’ufficiale e lo colpisce. Questo fatto improvviso atterrisce i soldati, che rapidamente fuggono al di là del ponte, portando seco il ferito. La casa Visconti era salva.
Chi era quel prete? Il vicinato disse subito che era don Cesare Ajroldi. Io lo vidi, quel prete, mentre lanciavo i sassi, ma nella commozione del momento non potei ravvisarlo. Sul nome di quel prete si fecero poi correre voci disparatissime, con l’evidente intenzione di non richiamare una speciale attenzione su nessuno. Parecchi avevano anche l’indiscrezione di domandare all’Ajroldi stesso se fosse stato lui l’eroe di questo episodio, ma egli si schermiva sempre. Uomo d’ingegno e distinto predicatore, l’Ajroldi, dopo il ritorno degli austriaci, fu tenuto per dieci anni in una specie di esilio; lo mandarono curato in un paesello di poche centinaia d’anime; dopo il 1859 ritornò a Milano, diventò Monsignore del Duomo, ed occupò diverse cariche cittadine nella beneficenza, tra la stima generale.
Dopo quel fatto venne l’ordine, non so da chi, di erigere una forte barricata di fianco a S. Babila, per difendere il Corso, e per proseguire poi, con altre barricate, di mano in mano fino al ponte.
Eccoci, dunque, tutti quelli del vicinato, a costruire in gran fretta una barricata, servendoci di masserizie e di materiali che generosamente ci venivan dati dalle case vicine. Don Cesare Ajroldi, sceso in istrada esso pure, aveva preso a dirigerne la costruzione.
La barricata era finita, e già si pensava a costruirne un’altra, quando gli austriaci avanzarono di nuovo fino al ponte con due pezzi d’artiglieria, e ci tirarono alcune cannonate. La nostra barricata si sfasciò, e in breve fu messa sossopra. Ci mettemmo in fretta a ricostruirla, ma mentre stavamo collocando dei sacconi e delle materasse per difenderla meglio, una palla di cannone l’attraversò, schiacciando e recidendo la testa d’uno ch’era in mezzo a noi, un certo Perelli. Don Cesare e il Migliavacca trasportarono il morto nella vicina chiesa di S. Babila, e tiratici tutti in disparte, commossi, assistemmo una seconda volta allo sfacelo della nostra barricata. Non tentammo allora di rizzarla nuovamente, e poco dopo anche gli austriaci ritirarono i loro cannoni, e pel momento non fecero più nessuna mossa in avanti.
Nullameno i fatti di quella mattina avevano messo in allarme tutto il quartiere. Il duca Visconti cominciò a raccogliere gente per farne dei difensori della sua casa, e questi furono il primo nucleo d’un reggimento di volontari, che poi equipaggiò a sue spese e condusse al campo. Il duca in quei giorni era sempre in mezzo alla strada, con un sacchetto di lire austriache, dette zvanziche, che vuotava e poi riempiva, distribuendo sussidi agli operai, ai popolani, alle donne del quartiere e dei quartieri vicini.
Intanto le case di via Monforte e di via Cerva venivano in parte abbandonate dagli inquilini, che cercavano di rifugiarsi in vie meno esposte, in punti meno minacciati. Correva la voce che gli austriaci si preparassero ad un nuovo e più vigoroso assalto, scendendo dalla via Monforte.
La mattina del terzo giorno Emilio, capitato a casa, dopo averci narrate le sue vicende, ma in modo da non spaventare la mamma, la persuase a lasciar la casa, e a portarsi altrove con me e col fratello Enrico. Mia madre pensò allora di recarsi nella vicina via Durini presso una certa _madame_ Garnier, ch’essa conosceva e ch’era la direttrice d’un Collegio di fanciulle situato nel palazzo Durini.
Non è à dire con quanta festa ci accogliesse quella buona signora, la quale aveva già messo a disposizione di altri, ch’erano venuti a chiederle ospitalità, i locali delle sue scuole. C’era perciò, in quel Collegio, un andirivieni continuo di amici e di amiche della Direttrice, di giovanotti armati e di combattenti che venivano a portare e a sentir notizie, a veder le sorelle, o le madri che v’erano accorse, a rifocillarsi, a riposarsi, o a farsi medicare se feriti. Tutto ciò in un Collegio di fanciulle! Ma chi ci badava allora? Tutti rispettosi, tutti fratelli; la gente aveva ben altro pel capo.
Dopo che ci fummo collocati alla meglio nella nuova abitazione, mi venne la curiosità di ritornare in via Cerva, e di dare una capatina in via Monforte per vedere se gli austriaci avanzassero. In via Cerva trovai un assembramento di persone, e pareva anche che ci fosse un po’ di parapiglia, precisamente dinanzi alla casa Perelli, dove noi abitavamo. Che cosa era avvenuto? In quella casa abitava pure un certo De Simoni, console pontificio; ora un messo, scortato da alcuni cittadini armati, era venuto ad invitarlo a un ritrovo dei Consoli che, come si seppe poi, volevano chiedere un abboccamento al maresciallo Radetzki. Ma il messo e la pattuglia erano stati bruscamente fermati dall’ingegnere Alfieri, il quale gridava che senza il suo permesso il Console non sarebbe uscito di casa.
Il Console intanto s’era affacciato alla finestra, ed era principiato un curioso colloquio tra lui, l’Alfieri, il messo e quelli della strada.
Finalmente il Console, in uniforme, scese, e allora l’Alfieri si mise a gridare: «Vedete quest’uomo? Questa è la spia che tutti andiamo cercando da due giorni... ammazzatelo!»
Il povero Console, che non ne capiva nulla, si agitava, tremava; ma per fortuna le smanie dell’Alfieri furon tali e tante che tutti finalmente si accorsero, cosa non facile in quei momenti, che aveva smarrita la ragione. Dopo un chiasso indiavolato, l’Alfieri cadde a terra dibattendosi.
Raccolto da alcuni pietosi fu condotto all’Ospedale, dove pochi giorni dopo morì delirando. Non fu in quei giorni il solo caso di pazzia improvvisa.
La mattina del 21, sull’albeggiare, dopo parecchie ore dormite saporitamente su una branda, nell’anticamera del Collegio Garnier, non ostante lo scampanìo continuo di quasi tutti i campanili della città, scesi in istrada e m’imbattei subito in alcuni che, con una sciarpa tricolore a tracolla, si affannavano a dar ordini in nome del Comitato di difesa e a disciplinare l’insurrezione: non fosse altro, ne avevano la buona intenzione. Caduto anch’io nelle mani di questi capi, fui messo subito di sentinella ad una innocua barricata, che chiudeva la via Durini dalla parte del Verziere. Il mio comandante, dopo aver osservato le mie pistole, non trovandole forse abbastanza micidiali, volle aumentare il mio armamento, e mi mise in mano un fioretto da scherma, poi mi diede la parola d’ordine: _Papa Pio_.
Poco dopo venne un altro capo, il quale trovò opportuno di rinforzare il posto, e mi diede un compagno, ch’era un buon vecchietto, armato di una lancia antica. Gli confidai la parola d’ordine, e fummo subito amici.
Venne una pattuglia: «_Alt!_» gridò il vecchietto, «la parola d’ordine!»
— «_Concordia, coraggio_» rispose il capo della pattuglia.
— «Veramente», osservò il vecchietto, «la parola d’ordine sarebbe un’altra... però, siamo tutti italiani, e passino pure...»
Rimanemmo appoggiati alla barricata chiacchierando, io e il mio vecchietto, ch’era un impiegato in pensione, per un paio d’ore. Il vecchietto mi raccontò che il Podestà era stato _promosso a Governo Provvisorio_; e mi confidò le ingiustizie che aveva subite durante la sua carriera, concludendo che se _arriveremo a diventar noi i tedeschi_...
Alla fine cominciammo a domandarci che cosa facevamo noi lì. Il nemico non si lasciava vedere; si combatteva in tutt’altre parti della città; intorno a noi tutto era silenzio; la curiosità chiamava tutti altrove; e anche noi due, dataci la buona sera, ce ne andammo pei fatti nostri.
Riacquistata la mia libertà individuale, mi portai alla Corsia dei Servi (ora Corso Vittorio Emanuele), e poi mi spinsi innanzi verso il Corso di Porta Orientale.
Vidi con stupore la barricata dei chierici del Seminario, la più formidabile di quante ce ne fossero in tutta Milano; una barricata tutta fatta coi lastroni di granito dei marciapiedi, che sbarrava il Corso, ed era alta parecchi metri. Vidi sventolare sulla più alta guglia del Duomo la bandiera tricolore, messaci, seppi poi, dal Torelli, un amico di mio padre, che vedevo in casa nostra a Milano e a Tirano. Vidi poi alzarsi i palloncini, fatti dai seminaristi, per mandar fuori di città i bollettini e i proclami del Governo Provvisorio[10].
Vidi cose serie e cose buffe, ma che allora a me, e a tutti, parevano serie anch’esse; vidi le barelle su cui erano trasportati feriti e morti; e vidi dei bellimbusti, con corazze lucenti, sciarpe e cappelli con penne d’ogni colore, con spadoni antichi, che passeggiavano, come cantanti sul palcoscenico. Ammiravo anche loro.
Ritornato sul tardi al mio quartiere generale, presso mia madre, in casa Garnier, ove continuava l’andirivieni di conoscenti e non conoscenti, seppi le nuove di tutti i fatti che s’erano andati svolgendo nella giornata.
Seppi ch’era stato costituito il Governo Provvisorio, e che il conte Martini aveva potuto penetrare dalle mura in città, recando da Torino l’assicurazione datagli da Carlo Alberto che le truppe piemontesi avrebbero varcato il Ticino. Seppi che i consoli s’erano recati dal maresciallo Radetzki, e che il giorno prima un maggiore austriaco si era presentato al Governo Provvisorio per proporre un armistizio.
A quella notizia, il viso di _Madame_ Garnier, che in cuor suo cominciava ad essere inquieta per l’andirivieni crescente degli ospiti, si illuminò d’un breve raggio di speranza. Ma subito chinò gli occhi, rassegnata, perchè, tra gli applausi degli astanti, si sentì che il Governo Provvisorio aveva respinto la proposta. Questa notizia veniva a mano a mano ripetuta festosamente da quanti venivano, e tutti la ripetevano a un modo ch’era evidentemente quello della verità. Il Governo, cioè, aveva riunito il Comitato di difesa, e i principali comandanti delle barricate. La discussione era stata breve. Il conte Durini e il conte Pompeo Litta, ex militare Napoleonico, avevano osservato che l’armistizio poteva esserci utile per lasciare a Carlo Alberto il tempo di giungere a Milano e prendere gli austriaci alle spalle. Ma gli altri, unanimi, dimostrarono le ragioni prevalenti per respingere la proposta, la quale era stata pur respinta dai Comitati di guerra e di difesa, recentemente nominati. Del Comitato di guerra, nominato il terzo giorno, aveva accettato di far parte anche il Cattaneo[11].
I felici e importanti successi ottenuti dagli insorti nella quarta giornata, la presa della caserma del Genio (l’attuale palazzo della Cassa di Risparmio) e di altre caserme, nelle quali s’eran fatti dei prigionieri, avevano nei più accresciuto l’entusiasmo e la fede, e dissipato in parecchi i dubbi e la paura.
Dopo la presa delle caserme e dei vari posti militari, il numero dei cittadini armati era di molto cresciuto, e si facevano più fitte le fucilate, di cui giungeva l’eco dai vari punti della città.
C’era già nell’aria il presentimento della vittoria, e si pareva tutti mezzo matti per l’esaltazione e per la gioia: non si vedevano che facce stravolte per la fatica, per l’insonnia, e per l’ebbrezza della lotta e del pericolo: tutti avevano la voce rauca, tutti avevan fame, e cercavano di rifocillarsi, sicchè pareva un boccone ghiotto anche il pezzo di pane secco che veniva offerto da chi ne aveva ancora un poco in serbo.
Gli austriaci, sia per indecisione, sia per un certo sprezzo militare di fronte a dei borghesi quasi senz’armi, s’eran lasciati sorprendere il primo giorno, e poi non avevan saputo riaversi con una offensiva risoluta e audace. Al quarto giorno la lotta era diventata difficile, ma nei primi due giorni, con un’azione vigorosa, le truppe avrebbero potuto soffocare la rivoluzione senza molta difficoltà, prima che fosse proclamato l’intervento di Carlo Alberto. Radetzki giustificò la sua ritirata con buone ragioni; ma le ha trovate dopo.
Alla fine, le barricate, le tegole che piovevano dai tetti, e quell’incessante sonare a stormo di tutti i campanili della città, avevano sbalordito, scoraggiato i soldati. I generali, tra le notizie incerte, allarmanti, di Vienna, di Torino, e delle città lombarde, pressochè tutte insorte, erano rimasti dubbiosi e inerti. Le truppe stettero quasi sempre sulla difensiva, certamente ostinata e valorosa, ma i loro assalti alle barricate furono pochi, e poco vigorosi.
La sera del quarto giorno gli austriaci avevano perduto quasi tutti i posti e tutte le caserme dell’interno della città; erano ancora però padroni del Castello e dei bastioni che circondano la città, e delle porte.
Tra i posti perduti nell’interno della città c’era stato, come ho detto, il palazzo del Genio militare, ove ora si trova la Cassa di Risparmio. Ne aveva diretta la presa Augusto Anfossi, che aveva militato all’estero. Dirigeva il fuoco da un balcone d’una casa dirimpetto, quando una palla lo colpì in fronte. Ma l’assalto era continuato, per opera del manipolo d’insorti capitanati dal Manara, in cui erano il Dandolo, il Morosini, Manfredo Camperio, i Mancini, il Minonzi, ed altri; finchè un ciabattino sciancato, Pasquale Sottocornola, si portò ad appiccare il fuoco alla porta della caserma, incendiandola, così fu costretta alla resa.
_L’assalto a una porta_ — fu il pensiero, fu la parola d’ordine dei combattenti, del Governo Provvisorio e del Comitato di difesa, nella notte tra la quarta e la quinta giornata. Con ciò si sarebbe rotto quell’anello che circondava la città; gli armati accorsi dai paesi vicini sotto le mura[12] sarebbero entrati in Milano, e con essi i viveri che cominciavano a scarseggiare.
L’impresa era certamente grave e difficile, ma in quel momento tutto pareva possibile nell’ebbrezza delle prime vittorie.
NOTE.
[10] La costruzione della barricata, e la costruzione dei palloncini, erano state dirette, come seppi più tardi, da uno dei chierici anziani, Antonio Stoppani, che aveva allora 23 anni. Lo Stoppani diventò poi sacerdote, e fu il celebre geologo e scrittore a tutti noto.
[11] Più tardi, quando alla verità si sovrappose la leggenda, molti vollero attribuirsi il merito d’aver respinto l’armistizio; si disse, tra l’altre cose, che il Governo Provvisorio lo accettasse, e che il solo Cattaneo lo respingesse: la verità è più semplice. Io mi atterrò a quanto ne scrisse Luigi Torelli, presente a quel Consiglio, nei suoi _Ricordi delle Cinque Giornate_, cronaca esattissima d’ogni fatto della Rivoluzione:
«Essendo presente anch’io a quel Consiglio, posso darne qualche ragguaglio. Riuniti in numero non minore al certo di quattordici o quindici, poichè, oltre il Governo Provvisorio, v’era il Comitato di guerra ed il Comitato di difesa (del quale io faceva parte), il presidente Casati espose la domanda di sospensione d’armi del generale Radetzki. Chi prendesse primo la parola non rammento; certo il signor Cattaneo fu uno di quelli che parlarono contro, ma sul numero di presenti tre soli opinarono per l’accettazione; gli altri, senza aver d’uopo di sforzi di rettorica di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè era evidente che, in ogni modo, era più utile a Radetzki che a noi.
«Quando venne il mio turno, senza ripetere le ragioni degli altri, aggiunsi solo: che nella mia qualità di capo delle pattuglie, dovevo poi dire che si andava ben errati, se mai si credeva che quand’anche si avesse accettata la sospensione, i combattenti l’avrebbero rispettata; di disciplina non vi era nemmen l’ombra. Inoltre potrei anche appellarmi ai molti che spero ancora esistano, per rammentar loro come, durante il breve tragitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gridasse ad alta voce, _no, no, non accettiamo sospensione_; e questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore di casa Taverna, che precede quella dove si tenne in Consiglio. Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito reale del signor Cattaneo, non è quella circostanza che si può addurre come di gran servizio reso al paese.»
[12] Da principio si decise di tentare l’assalto della città entrando dal bastione di Porta Comasina (oggi Porta Garibaldi). Se ne incaricò Gerolamo Borgazzi alla testa di alcune centinaia di persone ch’egli aveva condotte dalla campagna. Ma durante l’assalto rimase morto.
Questo era fratello d’un Alessandro Borgazzi che, durante le dimostrazioni, insultato da un ufficiale, nipote del Ficquelmont, lo aveva bastonato. La _Gazzetta d’Augusta_ aveva stampato che un nobile milanese aveva aggredito un Thurn, e ch’era stato arrestato. Questi Borgazzi erano cugini di mia madre.