CAPITOLO IX.
1848.
VII.
_Sommario:_ Ritorno a Milano. — Aspetto della città. — Ripartiamo subito per la Valtellina. — I paesi governati militarmente. — Una condanna a Tirano. — I soldati croati, le loro usanze, i loro discorsi. — Gli alloggi militari. — Il maggiore Krall, comandante di Tirano. — Mazzini e la spedizione di Val d’Intelvi e di Chiavenna subito soffocate. — A Tirano studio, con poco successo, il tedesco e la musica. — Alla fine dell’anno ritorniamo a Milano per riprendere gli studi. — Aspetto sempre tristissimo di Milano. — Le notizie sui movimenti rivoluzionari che continuavano nell’Italia centrale.
Prima di recarci in Valtellina dovemmo anche noi passare da Milano, fermandoci alcuni giorni. Ci andammo da Arona con un legno, e si viaggiò di notte: al confine fummo ricevuti da un Commissario di Polizia, che dopo alcune interrogazioni ci lasciò passare, e si arrivò di buon mattino in città entrandovi dalla porta Sempione.
Che stretta al cuore nell’attraversare la piazza d’armi! Quante volte c’ero stato su quella piazza, nei mesi prima, a vedervi i soldati piemontesi, i volontari, o la guardia nazionale, con l’animo sereno e con la sicurezza che Milano, e forse tutta Italia, erano liberi ormai per sempre! E ora ci bivaccavano, o manovravano, i soldati austriaci tranquillamente, e da padroni.
I primi soldati che vidi furon quelli vestiti di color marrone, coi calzoni turchini stretti alle gambe, i croati. Proprio quei croati! che pel nostro sangue latino rappresentavano i barbari; su cui si era formata una leggenda di ferocia selvaggia, e ch’eran stati l’argomento del nostro disprezzo e delle nostre caricature più popolari! Ora i croati padroni colmavano la misura del nostro dolore e della nostra umiliazione!
Chiusi gli occhi, e me li sentii bagnati di lacrime. Ma in quel momento mi sentii anche rimescolare il sangue: il mio animo giovanile, ispirato fino allora a un patriottismo sereno, pieno di speranze e di illusioni, sentì tutto il dolore della patria perduta; e ne ebbi uno schianto, pieno di amarezza, e di proposito d’odio e di vendetta. Fu quel sentimento che ispirò e dominò gli animi della gioventù d’allora per dieci anni.
A Milano non ci fermammo che pochi giorni. Che squallore! Non riconoscevo più la città festosa, tutta movimento e entusiasmi, di poche settimane prima. Le strade erano spopolate e deserte; non vi si vedevano che frotte di uffiziali, e pochi cittadini che se ne andavano frettolosi, quasi vergognosi di trovarcisi. Le piazze invece e i luoghi pubblici eran gremiti di soldati, che ci stavano come in un accampamento; lungo i bastioni era accampata l’artiglieria, e nei giardini pubblici bivaccava un reggimento d’usseri. La maggior parte dei palazzi e delle case delle principali famiglie cittadine erano state destinati a caserma e ad ospedali militari. Era cosa ben triste; ed era frequente il vedere sulle porte e sotto i portici di quei palazzi i militari che facevano cuocere il rancio, bruciando gambe dorate di tavolini o di sedie ed avanzi di ricche mobiglie fatte a pezzi. Così, mentre l’amministrazione militare colpiva le principali famiglie con enormi tasse di guerra, i soldati ne occupavano e ne devastavano gli appartamenti.
Più presto che si potè fuggimmo da questo triste spettacolo, e si andò in Valtellina io, mia madre e mio fratello Enrico.
I paesi della campagna offrivano in quei giorni uno spettacolo non meno triste e disgustoso. Soldati in attitudine nemica dappertutto, e dappertutto prepotenze militari. Di solito un generale o un colonnello erano nelle provincie i comandanti supremi delle città; un maggiore lo era in una borgata, un capitano o anche un ufficiale subalterno in un piccolo paese. Accanto a queste autorità militari sussistevano di nome le autorità civili, ma i militari erano tutto; essi disponevano non solo d’ogni cosa pubblica, ma della vita stessa dei cittadini. Ritornati in un paese che dicevano proprio, lo trattavano come un paese di recente conquista e su cui fossero di passaggio in piena guerra. Vi applicavano le leggi marziali, con un rigore inutile e feroce; ed ogni giorno arrivavano le lugubri notizie di infelici inesorabilmente fucilati perchè trovati in possesso anche solo d’un’arma rotta o dei frammenti d’un’arma. E ciò per rappacificare gli animi: che sapienza di governo! Si sarebbe detto che ciascuno di quei soldati avesse una vendetta da compiere; la vendetta per essere stati cacciati nel marzo.
Quei soldati poi, meno gli uffiziali, erano per lo più irritati, pieni di sospetti e di spavento. Erano irritati perchè appartenenti in gran numero alle ultime riserve, avevano dovuto lasciare mogli e figli nei loro paesi; erano sospettosi, e sempre in allarme, avendo passate le Alpi con la fantasia accesa da leggende di tradimenti, di pugnali, di briganti, e di mille cose spaventevoli che avrebbero trovato in Italia.
Anche nelle campagne, e nei più piccoli paesi, bisognava dunque vivere ritirati e circondarsi di molte precauzioni. Queste però talora non bastavano. Un giorno a Tirano, per dirne una, un certo Ricetti, studente in medicina, se ne stava fumando alla finestra: passano dei soldati: uno di questi dice che il Ricetti aveva sputato su loro, e lo denuncia al maggiore, il quale lo fa arrestare, e senza verificare il fatto, gli fa dare venticinque bastonate nel cortile del Municipio, obbligando le autorità municipali ad assistere.
Il Ricetti era zoppo e sciancato. Il medico del paese, dottor Andres, e il capo del comune avevano invano protestato e supplicato: anzi in pena di ciò il maggiore li obbligò ad assistere al triste spettacolo.
I soldati che occupavano la Valtellina erano tutti croati, e appartenevano ai paesi chiamati allora i _confini militari_. Era una gente alta, bruna, e di costumi primitivi e barbara. In casa mia ne erano stati alloggiati parecchi, potevo quindi facilmente osservare le loro abitudini, e di tanto in tanto sapevo anche quel che pensassero, e quale fosse l’ordine delle loro idee. Per quanto barbari e incolti, essi, per quella nota attitudine degli slavi a imparare le lingue, dopo poche settimane di soggiorno in un paese, imparavano quel tanto di linguaggio che bastava loro per farsi capire. Alle volte mi divertivo a farne parlare qualcuno: in loro c’era sempre un non so che di ingenuo, di buono e di feroce a un tempo che facevano strano contrasto.
— «_Ti bona taliana_» mi dicevano se regalavo loro qualche cosa; ma poi, benchè non mi illudessi sui loro sentimenti, si affrettavano di soggiungere: «_ma mi mettere anche baionetta in panza a tutta briganta taliana rivoluzionaria._»
Erano tenuti con una disciplina severa; ma ad onta di questa rubavano a man salva, soprattutto i frutti di campagna, e quando i cittadini li sorprendevano: _Paga Pio IX!_ rispondevano. Pare che su ciò la disciplina severa chiudesse un occhio. Li vedevo alle volte fare il rancio in mezzo alla corte: piantavano in fila le caldaie, poi ci mettevano a bollire in una specie di grasso puzzolentissimo, insieme al loro rancio ordinario, tutto quello che ciascuno aveva rubato in quel giorno, e cioè fagioli, cavoli, patate, panocchie di grano turco, e persino de’ grappoli d’uva. Tra le cose che rubavano, con una certa predilezione, c’erano le candele di sego, e anche queste finivano nelle pignatte: a meno che non se ne servissero per un’altra loro strana usanza. La quale consisteva nella spalmare di sego delle bende, che attortigliavano intorno alle gambe, infilandole poi in quei loro pantaloni stretti, che tenevano, senza levarli, giorno e notte per delle settimane, e anche per dei mesi. Spalmavano di sego anche il corpo, coprendolo con corpetti attillati: e dicevano che ciò faceva molto bene alla salute, e che li preservava dagli insetti. Crediamolo pure; ma questo bel preservativo li faceva anche puzzare come ognuno può immaginarsi, talchè quando lasciavano un alloggio ci rimaneva un tanfo che durava persino degli anni.
Quei soldati non nascondevano il malcontento d’essere stati condotti in Italia, e lo sfogavano contro noi. Essi erano soldati per tutta la vita, ma di solito oltre una certa età non venivano mandati fuori di paese. Questa volta l’Austria aveva dovuto ricorrere alle sue ultime riserve, e li aveva mobilitati tutti, per cui non era raro il caso di vedere nella stessa compagnia il figlio, il padre e il nonno.
Questi poveri diavoli, in qualche momento di nostalgia, mi dicevano, che in certi loro villaggi non c’erano rimasti che le donne, i fanciulli, e gli animali domestici; anzi uno di questi soldati confinari mi raccontò che nel congedarsi dalla moglie le aveva detto: _Mi ti lasciare tre porci, cinque pegore, sette galline, due piccoli figli; se mi tornato trovare quattro porci, sei pegore, otto galline dico brava moglie, ma se trovo tre figli mandar via con legnate moglie e figli_.
Tra gli uffiziali austriaci si vedevano di frequente persone educate, appartenenti a famiglie buone e distinte; ma tra gli uffiziali croati non ne vidi mai. Si capiva, dalle loro abitudini, ch’eran persone della campagna, di poca levatura e di pochissima educazione. Al pari dei loro soldati sfogavano volontieri la loro rabbia contro gli italiani ch’eran la causa per cui erano stati condotti fuori del paese; e al pari dei loro soldati avevano spesso la mente piena di vaghi terrori. Si trovavano in quei paesi che nella loro fantasia rappresentavano tutta una leggenda, ed erano sempre in attesa di avvenimenti misteriosi che le menti rozze accolgono tanto facilmente.
Un giorno uno di questi uffiziali, messo d’alloggio in casa nostra, ma col quale non avevo mai scambiato nè una parola nè un saluto, venne improvvisamente a cercarmi; poi con una strana espressione, e in un gergo che non era molto diverso di quello dei suoi soldati, mi fece a bruciapelo questa domanda:
«Se succedesse una rivoluzione, voi mi ammazzereste in casa vostra?»
Si noti ch’io era un giovine e lui un uomo grande e grosso. Poi soggiunse subito: «Voi non mi potete ammazzare perchè io sono vostro ospite!»
«Ospite no» risposi dopo averlo guardato con quella sorpresa che si può immaginare. «Voi siete qui conquistatore, non ospite».
«Sono in casa vostra, dunque ospite, ospite» continuava l’altro.
«Bisogna ch’io vi veda senza uniforme per chiamarvi ospite» replicai.
L’altro mi guardò fisso, poi se ne andò, meditando forse, sotto questo nuovo punto di vista, il problema dell’ospitalità. E si continuò come prima, incontrandoci qualche volta, senza guardarci e senza salutarci.
Il comandante militare e civile di Tirano era un maggiore che chiamavasi Krall, talora feroce e talora bonario, come i suoi soldati. Era buono soprattutto quando aveva bevuto molto, circostanza questa che per fortuna si verificava assai di frequente. I suoi sudditi tiranesi, che se n’erano accorti, quando avevano bisogno di placarlo o d’ottenere qualche cosa sapevano come fare. Più volte le bottiglie dei buoni vini valtellinesi ottennero grazie e favori, e salvarono anche la vita a qualcuno. «Io sono imperatore di Tirano,» aveva esclamato una volta essendo brillo; «e mia moglie intanto conduce i porci al pascolo!»
A mantenere i sospetti e gli allarmi dei soldati in Valtellina aveva contribuito quel piano d’insurrezione del Comitato di Lugano, che tutti conoscevano, e ch’era finito coi brevi fatti di Val di Intelvi e di Chiavenna. Ma questi erano bastati perchè la Valtellina fosse tutta fortemente occupata con truppe lungo i suoi confini con la Svizzera.
La Valtellina aveva presa una larga parte all’insurrezione del 48, col dare numerosi contingenti di volontari e di disertori dalle file austriache ai vari corpi franchi lombardi. Con gli avanzi di questi corpi, s’era formato in Piemonte un battaglione di bersaglieri valtellinesi sotto il comando del maggiore Enrico Guicciardi di Ponte. Altri patriotti militavano come ufficiali in questi o in altri corpi piemontesi; tra i quali Luigi Torelli di Tirano, che vedemmo nelle Cinque Giornate piantar la bandiera tricolore sul Duomo, e che allora era maggiore di Stato Maggiore nella brigata Solaroli.
Gli altri nostri amici, che s’erano riparati a Poschiavo, o in altri paesi del Canton Grigione, erano ancora assenti.
Emilio, dopo il colloquio avuto con Guicciardi, e dopo essersi convinto che il movimento per l’insurrezione in Valtellina, non esisteva che nella fantasia del Comitato di Lugano, partì per la Toscana ove pareva che si preparassero dei serî avvenimenti, per prendervi parte; e anche per fare l’università, a tempo perso, come i giovani d’allora, tra una rivoluzione e l’altra.
Intanto io m’occupavo ad almanaccare sugli avvenimenti, con quel criterio che potevo avere alla mia età, e a quei tempi in cui tutti ne avevano poco. L’insurrezione ungherese continuava; Venezia resisteva ancora. Si preparavano molti rivoluzionari in tutta Italia, e in questi si sperava molto. Si sperava anche in un ministero democratico a Torino, che avrebbe obbligato Carlo Alberto a rompere l’armistizio Salasco e a ritornare sui campi di Lombardia.
C’eran dunque argomenti in abbondanza per alimentare le illusioni nelle teste, a cui solo la dura esperienza di dieci anni doveva dare poi una più giusta visione delle cose.
Il tempo passava lento e monotono; io escivo raramente di casa e, per occupare le giornate, e le serate eterne, mi proposi di intraprendere due studî per me nuovissimi, la lingua tedesca e la musica. L’imparare il tedesco non era, e non fu sino al 1859, una cosa lecita al patriottismo puritano d’allora, e tutt’al più si studiava di nascosto quando ce ne fosse la necessità. Mi parve di trovarmi nelle condizioni volute, e mi rivolsi all’unico professore di tedesco che fosse in Tirano, capitatoci da poco. Era un engadinese, un vecchio maestro elementare, il quale mi insegnò i principii di non so quale lingua che fece ridere molto il primo vero professore di tedesco che ebbi più tardi.
L’arduo compito di darmi le prime lezioni di pianoforte l’ebbe l’organista del paese. Quel bravuomo ci mise la migliore volontà; e veramente ce ne misi un po’ anch’io; ma, dopo quattro mesi di lezioni indefesse, mi convinsi che in me l’inettitudine ad imparare il pianoforte era pari al piacere che mi dava la musica. In questi casi deplorevoli non bisogna ostinarsi.
Io e mio fratello Enrico dovevamo pur continuare i nostri studii, perciò sul finire del dicembre nostra madre decise che si ritornasse a Milano. Le Università e i Licei erano chiusi, e gli studenti era soltanto permesso di seguire i corsi privatamente, riunendosi in piccoli gruppi, che non oltrepassassero il numero di dieci. Io dovevo fare il primo anno di Liceo, ed Enrico la terza classe di Ginnasio. Questi corsi incominciarono per tutti solo col principio dell’anno, e proseguirono alla meglio, o alla peggio, con professori e con scolari che in quei momenti avevano la testa a tutt’altro che agli studi.
Che triste invernata fu quella! Chi appena aveva potuto era rimasto all’estero o in campagna; la città era spopolata, e per le strade squallide, deserte, non si vedevano che pattuglie, o torme di soldati. Lo stato d’assedio era duro e inflessibile; quasi ogni giorno comparivano sui muri della città degli affissi del Governo militare, chiamati _Notificazioni_, che intimavano qualche nuova sentenza dei consigli di guerra.
A rialzare un po’ gli animi venivano tratto tratto dal Piemonte delle parole di speranza, la speranza che si riaccendesse la guerra; e giungevano le notizie degli avvenimenti della Toscana e di Roma. Veramente quegli avvenimenti non erano che dei moti convulsi di triste augurio, ma la speranza ce li raffigurava in quel momento come il principio d’una nuova risurrezione.
Mio fratello Emilio che si trovava in mezzo a quegli avvenimenti, ora a Pisa, ora a Firenze, ce ne mandava di tanto in tanto le notizie; notizie ch’eran l’eco, s’intende, di quelle illusioni di cui si viveva in quei giorni. Persuaso che la guerra per la rivincita fosse vicina, egli s’era arrolato in un battaglione di studenti.