CAPITOLO XXXIII.
1859.
VIII.
_Sommario:_ Il Guicciardi chiama Garibaldi a Sondrio. — L’armistizio. — Il battaglione valtellinese. — Il soldato Antonio Pievani, e le sue convinzioni religiose. — Diventa uno dei Mille, poi si fa frate. — La notizia della pace di Villafranca. — Dolore e turbamento degli animi. — Scioglimento dei corpi volontari. — Mi ritiro da ogni incarico, e parto per Milano.
In coda ai Cacciatori degli Appennini, capitava in Valtellina, quasi giornalmente, qualche drappello di volontari mandati da vari punti delle provincie lombarde per essere aggregati ai corpi garibaldini. Eran di solito gente d’ogni condizione e d’ogni età, spesso laceri e con l’aria stanca e patita. C’eran dei vecchi e perfino dei fanciulli che, spinti dall’entusiasmo, seguivano per qualche tappa qualche corpo garibaldino, e venivano poi raccolti lungo la strada e spediti ai depositi principali, i quali ne facevano una scelta e ne rimandavano buona parte alle loro case. Uno degli spettacoli caratteristici e commoventi di quei giorni era l’entusiasmo, la foga irresistibile, con cui la gente accorreva sulle orme garibaldine, o si levava come mossa da un turbine se compariva Garibaldi. Il fascino che Garibaldi fin d’allora esercitava sulle moltitudini era meraviglioso, alle volte pareva quasi inconcepibile, e meritava di essere osservato e studiato. Garibaldi, quando attraversava un paese, sebbene allora non portasse la camicia rossa, non si sarebbe detto che fosse un generale, ma il capo d’una religione nuova, seguito da turbe fanatiche. Nè, meno degli uomini, erano entusiaste le donne, che portavano perfino i loro bambini a Garibaldi perchè li benedicesse, o perfino li battezzasse!
A queste turbe che gli si affollavano intorno Garibaldi soleva rivolgere la parola con quella sua dolcissima voce, ch’aveva pure la sua parte nel fascino ch’egli esercitava. «Fate arma d’ogni falce, e d’ogni scure» soleva dire ai suoi ascoltatori sulle piazze e per le strade. «Venite! Chi rimane a casa è un vile! Io non vi prometto che fatiche, stenti, e fucilate. Ma vinceremo o moriremo!»
E dopo simili parole, che non erano allegre, l’entusiasmo saliva al massimo grado: e non mancava mai anche quando le parole di lui erano insignificanti; ma, tra lui che parlava e la folla che lo ascoltava, c’era come una corrente magnetica. Detta da lui, ogni cosa, fosse pure la più semplice, aveva un effetto smisurato. «Grazie, figliuoli» gli sentii dire una sera da una finestra alla folla che gli faceva una dimostrazione: «Grazie, sono stanco, piove, andate a letto anche voi, buona notte a tutti!» Fu un delirio; e la folla si sciolse commossa, commentando le parole del Generale: molti avevano le lacrime agli occhi.
Tra quei nuovi volontari che ci arrivavano, insieme con molti inabili, c’eran, per di più, taluni pessimi soggetti, forniti dalla feccia dei sobborghi di Milano: approfittando di quei momenti favorevoli in cui la vecchia polizia era scomparsa e la nuova non era ancor costituita, avevan pensato che le file dei volontari potevano essere un campo propizio per le loro imprese.
Di questi bricconi ce ne capitaron parecchi che, creatisi da sè per strada caporali e sergenti, facevano requisizioni, e commettevano violenze, furti, ferimenti; procurando al Guicciardi e a qualche autorità comunale non pochi sopraccapi.
Questa affluenza disordinata di volontari, alla quale si aggiunse la venuta del nostro battaglione valtellinese, era per la piccola città di Sondrio un imbarazzo non piccolo, e si rendeva sempre più urgente che il comando dei volontari prendesse un qualche provvedimento. Fu perciò, e credo per le sollecitazioni del Guicciardi, che il giorno 8 di luglio capitò Garibaldi a Sondrio.
Il Guicciardi condusse subito Garibaldi a vedere i volontari arrivati in quei giorni, ch’erano, non dirò accasermati, ma ricoverati alla meglio in qualche chiesuccia, in qualche magazzino, in botteghe sfittate, e nei pochi locali disponibili: parecchi non potevano uscirne, tanto erano laceri.
Garibaldi impiegò parecchie ore a passarli in rivista: messi in fila presentavano davvero un curioso spettacolo: ragazzotti sui quindici anni col berretto da operaio o da scolare; operai in manica di camicia e con la giacchetta sulle spalle; uomini maturi con la barba lunga e grigia; zerbinotti coi vestiti strappati, ma che tradivano una certa eleganza; alcuni portavano ancora la tuba e il soprabito, come se fossero in quel punto scappati dall’ufficio; chi era magro, chi aveva la pancia; alti e bassi come le canne d’un organo, tutti insieme parevan fatti venire per una rivista in caricatura.
Garibaldi li guardava con una certa compiacenza, poichè in fondo al cuore egli aveva una grande predilezione pei soldati in borghese che gli rappresentavano la rivoluzione. Prese nota di tutto, volendo assegnare i più validi ai corpi che ne abbisognavano, e disse al Guicciardi (forse non senza un po’ di rincrescimento), di chiamar subito alcuni fornitori per incaricarli di vestire militarmente quelli che di essere vestiti avevano maggior bisogno.
Il giorno seguente il Guicciardi mi raccontò che i fornitori, dopo aver ricevuti gli ordini da Garibaldi, eran venuti da lui coi contratti per aver la firma del Generale, o di chi faceva per lui. Il Guicciardi si era recato subito da Garibaldi, il quale mostrandosi grandemente sorpreso aveva esclamato: «Come? quei mascalzoni di fornitori a cui procuriamo l’onore di vestire quei bravi giovani venuti a dar la vita per la patria, mentre essi poltriscono a casa, osano domandare contratti, patti e firme? Non basta l’ordine mio o suo? Li mandi al diavolo! Se non sono nemici, non sono certo patriotti! Non se ne fidi!»
Più tardi si ebbero i contratti e le firme; ma quel primo scatto di sorpresa e di sdegno così spontaneo, dipingeva pienamente la natura di Garibaldi.
La sera del giorno seguente, ossia del 9 luglio, giunse la notizia che un capitano austriaco si era presentato ai nostri avamposti dinanzi a _Sponda lunga_ sullo stradale dello Stelvio, annunziando l’armistizio, e interrogando su gli accordi da prendersi. I nostri non ne sapevano ancor nulla; infatti la comunicazione ufficiale a noi non giunse dal quartier generale che il giorno 10.
Si pensi che improvvisata fu quella! Ma nessuno credeva finita la guerra prima che ne fossero raggiunti gli scopi. Si almanaccavano le supposizioni più inverosimili, pur di arrivare alla conclusione preferita che l’armistizio sarebbe stato di breve durata; e così non scemava in nessuno l’attività fiduciosa di prima.
In quei giorni cominciò l’invio di parecchi corpi nella Valcamonica e alle loro diverse destinazioni nelle alte valli lombarde, a seconda del piano di cui abbiamo parlato. Allora anch’io potei finalmente occuparmi del battaglione valtellinese, che era tornato a Sondrio, e provvedere a riordinarlo.
Il mio primo pensiero fu quello di mantenere la parola data alle guardie nazionali mobili; di rimandarle a casa appena cessato l’urgente pericolo, mentre il Montanari le aveva dichiarate arrolate per tutta la guerra, senza tanti complimenti; lasciai libero quindi chi voleva di tornarsene a casa. Se ne andarono quasi tutti, e non fu un gran male.
Il numero dei volontari del nostro battaglione era abbastanza abbondante da permettere una scelta e di questa mi occupai subito, dopo aver congedato le guardie mobili. La certezza che si aveva in allora che la guerra sarebbe continuata, e la speranza che i nostri volontari sarebbero stati chiamati a oltrepassare i confini e a combattere nelle valli tirolesi, persuadevano sempre più i comandanti dei corpi ad approfittar di quei giorni di tregua per togliere dalle file i meno atti, non mantenendovi che i più vigorosi e i più sicuri: con questo concetto si incominciò a riordinare anche il battaglione valtellinese. Non era ancora stato nominato il maggiore, e, dopo la partenza del Montanari, lo comandava lo Strambio ch’era il capitano anziano.
Anche nel battaglione valtellinese accanto agli ottimi c’erano i mediocri, gli inetti e i guastamestieri: insieme coi giovani intelligenti e volonterosi, coi montanari coraggiosi e forti, c’erano i fianchi inabili alle fatiche, i ciarloni, i politicanti, i paurosi, i pentiti. Di questi ultimi ce n’erano parecchi: s’erano arrolati nei primi giorni per millanteria, ma poi le fatiche e i pericoli li avevano presto disillusi, e avrebbero voluto tornarsene a casa. Spavaldi nei loro paesi, paurosi nei ranghi, forti soltanto nella maldicenza, sfogavano il loro malumore col dir male di tutto e di tutti e con l’essere strumenti di indisciplina. Qualcuno di questi, dopo che il battaglione fu a Sondrio e fu incominciata l’_epurazione_, mi fece arrivare sollecitazioni e preghiere dalle famiglie o da amici, per essere mandato a casa.
Per scartare questa gente fisicamente e moralmente inetta, me la intesi con Agostino Bertani che, quale medico-capo dei volontari, percorreva in quei giorni i paesi della vallata per preparare ospedali e ambulanze in cui ricoverare i molti garibaldini malati.
Il Bertani mi disse che, per sciogliere dal vincolo dell’arrolamento quelli che avevano fatta cattiva prova, aveva appunto, d’accordo con qualche comandante di compagnia, ricorso al mezzo di licenziarli come fisicamente inabili. Fece quindi una visita medica di revisione anche al battaglione valtellinese, e, insieme con gli inabili davvero, scartò quei soggettacci di cui gli avevo dato una noticina.
E poichè ho parlato di quelli che non erano eroi, non voglio dimenticare uno che lo era davvero. Ogni sera, dopo la ritirata, andavo a visitare col capitano Strambio i posti dov’erano accasermati i volontari del nostro battaglione. In una chiesetta, dove stava una compagnia, avevo più d’una volta osservato che, mentre quasi tutti placidamente dormivano sulla paglia, un soldato vegliava in un confessionale, con un lumicino, e con un libro in mano.
«Che cosa fa quel soldato?» domandai una sera al sergente.
«È un originale» mi rispose: «mentre gli altri dormono passa tutta la notte a studiare: è il soldato Antonio Pievani di Tirano.»
Conoscevo la famiglia di lui; egli era studente, e per diverse combinazioni non l’avevo veduto da parecchi anni, e quasi non lo riconoscevo più; ma da quella sera incominciò tra noi un’amicizia che andò sempre più crescendo, e che fu pur troppo breve. La sua vita fu tutta un esempio di nobiltà di carattere e saldezza di convinzioni. Dopo la pace di Villafranca lasciò il battaglione, poi fu uno dei _mille_. In Sicilia si fece tanto onore che fu promosso capitano, ma rimase sempre come un compagno per i suoi soldati, coi quali divideva la sua paga. Dopo la campagna del 1860, ritornò agli studi della matematica, nella quale era fortissimo; il Brioschi lo diceva uno dei migliori scolari, e fu tra i prescelti del Governo per compire all’estero un corso di perfezionamento. Aveva profonde convinzioni religiose, e le proclamava altamente con la parole e con le pratiche.
Durante l’invasione del colera, che si diffuse anche in Valtellina dopo la guerra del 1866, egli, non contento di far l’infermiere ai colerosi, andava pei casolari di montagna a ricercare quelli che erano colpiti dal male, e li portava all’ospedale sulle sue spalle se li trovava abbandonati. Nell’ardore della sua fede credeva che il governo temporale dei Papi sviasse la Chiesa dai suoi ideali più alti e più puri, e per ciò era un avversario risoluto del potere temporale.
Quando Garibaldi nel 1867 al grido di _Roma o morte_ chiamò gl’italiani a quell’impresa che finì a Mentana, il Pievani, per dare una prova palese dei suoi sentimenti, partì per raggiungere gli antichi commilitoni garibaldini; ma a Genova lo fermò il proclama di Vittorio Emanuele che vietava l’impresa; e per non essere ribelle, come ebbe a dire, retrocesse. Continuò per qualche anno ne’ suoi studi matematici, e intraprese i teologici.
Sempre più addolorato pel contrasto tra le sue convinzioni e i voleri papali nella questione del dominio temporale, decise di andarsene lontano e di entrare nelle missioni, che gli rappresentavano i tempi più puri della Chiesa. Per raggiungere più presto il suo scopo si fece frate, e pochi mesi dopo morì in un convento della Valcamonica.
Nei mesi che passavo a Tirano facevo quasi giornalmente una lunga passeggiata con lui: i suoi discorsi erano sempre lo specchio della sua anima, ispirati a una bontà angelica e alle sue forti convinzioni patriottiche e religiose: c’era in lui qualcosa di primitivo e di puro che seduceva.
Ma torniamo al battaglione valtellinese. Mentre io e gli ufficiali c’eravamo messi con grande ardore per farne un bel battaglione, il Guicciardi mi annunziava d’aver proposto la mia nomina a capitano nello Stato Maggiore dei volontari. Ma, intanto, alcune lettere da Milano venivano a gelarmi il cuore con delle dolorose nuove sulla conclusione della pace; e, pur troppo, poco dopo ce ne arrivava la notizia ufficiale.
Che mutamento di scena! L’attività affaccendata di tutti, dei giorni prima, si fermò di colpo. Cittadini e soldati si affollavano per le strade, interrogandosi come colpiti da un’improvvisa sciagura, discutendo, imprecando. Nei volontari c’eran molti delle provincie venete e d’altri paesi, che la pace destinava a rimaner sotto l’Austria, e questi gettavano le armi, e piangevano.
Quel sentimento di disciplina e quel mirabile accordo che guidava gli animi da alcuni mesi, erano a un tratto rotti e sconvolti: la luna di miele della concordia era finita. Ciascuno si sentiva libero di sragionare a proprio modo, e quell’improvviso avvenimento della pace di Villafranca, di cui ancora non si poteva comprendere, nè i motivi, nè le conseguenze, offuscava e turbava le menti anche dei migliori. Ad accrescere la confusione degli animi, il timore che in quell’urto improvviso la nave intera sommergesse, si aggiungeva la nuova che anche il suo gran nocchiero, Cavour, ne aveva abbandonato il timone.
Nelle sventure non c’è tormento maggiore di quei lamenti volgari, di quei commenti spropositati, che vengono a infastidire l’anima già inasprita. E siccome di quei lamenti e di quei commenti ce n’era in quei giorni un subisso, così fui preso da una impazienza irresistibile d’andarmene, di lasciare ogni mio ufficio in Valtellina, tanto più che questi uffici ormai non avevano più uno scopo; e di correre a Milano, ove certamente si sarebbero svolti nuovi avvenimenti.
L’annunzio della conclusione definitiva della pace aveva di subito scossa così rapidamente la compagine morale dei corpi dei volontari, ch’era facile prevederne vicino lo sfacelo completo. Da quel momento anch’io non ebbi più che un pensiero: ultimare le mie faccende, e liberarmi dei miei incarichi e del grado che aspettavo, pregando il Guicciardi che ne ritirasse la proposta.
Feci bene, o feci male? È una domanda che poi rivolsi più volte a me stesso; ma in quel momento non istetti a pensar tanto; prova che anch’io ero stato trascinato da quella irriflessione, da quel bisogno di risoluzioni improvvise, che spingeva tutti in quell’ora di disinganni e di sfiducia.
In pochi giorni fui libero; le dimissioni da ogni mio incarico furono accettate, e partii per Milano con Romualdo Bonfadini.