CAPITOLO XXII.
1856.
II.
_Sommario_: La sottoscrizione dei _cento cannoni_ per la fortezza d’Alessandria. — Sottoscrizione mazziniana per _diecimila fucili_. — Un mio nuovo viaggio in Francia e a Parigi. — L’emigrazione italiana a Parigi e i partiti _piemontese_, _murattiano_, _e repubblicano_. — Montanelli, Maestri, Sirtori. — L’annunzio di un viaggio dell’Imperatore d’Austria in Lombardia. — Propositi d’astensione, e di dimostrazioni, nell’occasione della venuta dell’Imperatore. — Sottoscrizione per offrire alla città di Torino un monumento dedicato all’esercito piemontese. — Casa d’Adda.
Il Congresso di Parigi, la parte avutaci dal conte di Cavour, la politica interna del Piemonte che andava svolgendosi con tanto onore e con tanta fortuna, creavano ogni giorno più in tutta Italia un’autorità morale intorno a cui le opinioni e gli animi si disciplinavano in una grande concordia, e questa era tutta intenta a una grande meta.
«Fra tre anni avremo la guerra!» soleva dire Cavour agli amici. Ciò veniva ripetuto, e con ciò egli irritava l’Austria sempre più, e la disponeva ad attaccare il Piemonte; ma questo era appunto ne’ suoi scopi, e intanto faceva convergere verso di lui tutte le speranze italiane.
L’Austria principiava già a prendere un’attitudine minacciosa, mentre si andavano stringendo sempre più i rapporti tra Cavour e i patriotti italiani. A Milano ormai non si viveva che della vita del Piemonte, e di Torino: le discussioni del Parlamento Subalpino, gli uomini politici piemontesi, e ogni fatto che avvenisse al di là del Ticino, erano l’argomento dei discorsi quotidiani in ogni punto della Lombardia: col mezzo di contrabbandieri si ricevevano i giornali torinesi, e si può dire che era principiata col Piemonte l’annessione morale. Alle feste che nel giugno Torino faceva ai soldati reduci dalla Crimea e al generale Lamarmora, partecipavasi a Milano con tutto l’entusiasmo dei nostri cuori pieni di speranze.
In quei giorni la _Gazzetta del Popolo_ di Torino aveva iniziata una sottoscrizione per un dono nazionale di _cento cannoni_ al Governo, da destinarsi alla fortezza di Alessandria. Era una evidente dimostrazione contro l’Austria, e si pensi con quale entusiasmo fu accolta. A Milano sorse il pensiero che ogni città lombarda dovesse mandare un cannone, e subito in ogni città si formarono dei Comitati per raccogliere le sottoscrizioni: in ogni ritrovo d’amici in ogni salotto di signore, si raccoglievano le offerte. Non si davano nomi, perchè la Polizia ogni tanto piombava qua e là con visite e perquisizioni.
D’accordo con Luigi Torelli ed Enrico Guicciardi, allora emigrati a Torino, si combinò di far partecipare la Valtellina alla sottoscrizione, affinchè sugli spalti d’Alessandria ci fosse anche un cannone col nome della della provincia di Sondrio. Ne parlai con Romualdo Bonfadini, cogli amici Salis, con altri di Tirano, di Sondrio e di Morbegno, ne scrissi agli amici di Grosotto per l’alta Valtellina; e così la sottoscrizione ebbe prontamente anche in quei paesi il risultato che si desiderava. Le classi dirigenti nelle provincie, a quei tempi, più che numerose erano energiche, influenti, altamente patriottiche. In parecchie provincie c’erano ancora dei vecchi patriotti che avevano cospirato nel 1821 e nel 1830, e tutte poi avevano dati dei contingenti di volontari e di persone operose negli avvenimenti del quarantotto. Così ogni parola d’ordine che partisse da Milano, trovava un’eco unanime nel patriottismo delle provincie.
Mazzini, anche dinanzi a queste manifestazioni della pubblica opinione, non apprezzava l’importanza della concordia, non comprendeva ciò che si andava svolgendo sotto la guida potente di Cavour. Alla sottoscrizione pei _cento cannoni_ egli ne oppose una propria che chiamò dei _diecimila fucili_, i quali dovevano servire a qualcuna delle sue solite imprese impotenti e disgraziate. Anche questa volta la sottoscrizione di Mazzini non diede che un risultato meschino. Giacomo Medici scriveva in quei giorni a Garibaldi: «Siamo alla vigilia di vedere altre pazzie mazziniane... quell’uomo rovina ogni cosa, non sa far nulla di bene, ed impedisce che altri faccia. Mazzini vuole imporre più che lo Czar di Russia» (BERSEZIO: _Storia del regno di Vittorio Emanuele_, vol. II, pag. 415). Tra Garibaldi e Mazzini da qualche tempo non c’era più buon sangue; e da Mazzini s’erano già staccati mano mano Manin, Montanelli, Sirtori, il generale Guglielmo Pepe, Orsini, Giorgio Pallavicino, La Farina.
I vecchi cospiratori mazziniani milanesi, di un grado inferiore di cui ne conoscevamo parecchi Emilio ed io, erano in un grande imbarazzo: non volevano sconfessare il Maestro, come lo chiamavan sempre; ma nel tempo stesso capivano che il mazzinianismo tramontava ogni giorno più. Cominciavano anche a riconoscere che Cavour aveva pur già fatto qualche cosa; sicchè non negavano il loro obolo ai _cento cannoni_ monarchici d’Alessandria, ma s’affrettavano poi a dare qualcosa anche ai diecimila fucili repubblicani. Il loro dispiacere era che Cavour non avesse ancora preparata la più piccola sommossa; e ciò li metteva in una certa diffidenza.
Venuto il mese di luglio, desiderando di prendere una boccata d’aria dopo aver fatti alcuni esami all’Università di Pavia, pensai d’accompagnare il mio amico Costantino Garavaglia che doveva recarsi per affari a Marsiglia, a Lione e a Parigi. Anche la curiosità di raccoglier notizie sicure di fronte alle infinite voci contradditorie che correvano su Napoleone, sul Governo francese, sul murattismo, sulle opinioni della parte più eletta dell’emigrazione italiana a Parigi, mi seduceva a far quel viaggio.
Si viaggiò a piccole giornate, a seconda di quanto esigevano gli affari del mio amico, e io intanto ne approfittavo per discorrere di politica con le persone che mano mano conoscevo, e per sentire che cosa pensassero sugli affari d’Italia. Non ne pensavano niente; e la mia sorpresa era pari alla mia ingenuità, sentendo quanto poco si curassero delle faccende nostre, e quanto si ignorasse tutto ciò che avveniva al di là delle loro frontiere. Solo le persone più colte parlavano con un po’ di simpatia dell’Italia, seguendo taluni l’ispirazione ufficiale che l’Impero cominciava a dare col mezzo de’ suoi giornali; ma era una simpatia molto vaga e debole, poichè se per caso accennavo all’eventualità d’una guerra, le faccie benevole diventavano subito arcigne e scandolezzate.
Nella ricerca di notizie mi aiutò non poco, quando fui a Parigi, il mio amico Tullo Massarani, il quale ci aveva molte ed importanti conoscenze. Nell’emigrazione italiana c’eran tre correnti di opinioni; la _piemontese_, come dicevasi allora, la _murattiana_ e la _repubblicana_. Il partito che aderiva alla monarchia piemontese era il più numeroso, e se n’era fatto capo Daniele Manin colla formula: _Unità e Monarchia; Italia e Vittorio Emanuele_. Egli aveva data questa bandiera al nuovo partito nazionale che doveva riunire la maggioranza degli italiani.
Seppi che Cavour, mentre era a Parigi pel Congresso, s’era abboccato con Manin e s’era messo completamente d’accordo con lui. Seppi pure che, auspice il marchese Giorgio Pallavicino, Garibaldi il 13 luglio s’era recato da Caprera a Torino, e che vi aveva avuto un abboccamento con Cavour. Dopo quell’abboccamento Garibaldi scrivendo a La Farina chiamava Cavour il _nostro grande amico_.
Manin, in quei giorni combatteva vivamente a Parigi contro un gruppo di emigrati, che si agitavano in favore del principe Murat, e avevano per programma di promuovere un movimento nelle provincie napoletane allo scopo di sostituire Murat alla dinastia borbonica, credendo che Napoleone avrebbe assecondato tale progetto. Con questi, che in realtà non erano molti, s’erano Saliceti, Lizabe, Ruffoni e il generale Ulloa.
L’Ulloa nel 1859 venne in Italia, ed ebbe dal Governo Provvisorio Toscano il comando del suo piccolo esercito, che fu unito al corpo francese comandato dal Principe Napoleone, e con esso andò fino a Mantova. Avvenuta la pace di Villafranca, il Ricasoli richiamò l’Ulloa a Modena; poi, malcontento di lui, gli tolse il comando per darlo a Garibaldi. Ulloa, trascinato forse da un dispetto e forse dalle sue idee federaliste, o fors’anche dalla sua gelosia verso Garibaldi, finì col recarsi a Napoli, e coll’offrire la sua spada al Borbone, contro Garibaldi. Era stato a Venezia un valoroso soldato, ma la passione lo traviò.
Conobbi il Montanelli, ch’era stato fino allora uno dei capi nello Stato Maggiore del partito repubblicano. Mite, buono, andava in quei giorni avvicinandosi a Cavour, e staccandosi dalla repubblica. Ci soffriva nel distacco, come se subisse un’operazione chirurgica, senza cloroformio; ci soffriva, ma nella sua onestà trovava gli argomenti della rassegnazione.
Più deciso, più sicuro, il dottor Pietro Maestri, antico repubblicano, che esercitava molta influenza tra gli emigrati, seguiva ora risolutamente la bandiera di Manin, e lo proclamava senza esitazioni: era stato, come abbiamo veduto, uno dei tre del Comitato di difesa prima del ritorno degli austriaci nell’agosto del 1848.
Il Maestri ci diede delle notizie dolorose sulle condizioni di salute del Sirtori, e così anche quella volta non riuscii a conoscerlo. Giuseppe Sirtori, nativo della Brianza, era stato, come è noto, prete prima del 1848. Intento lungamente a studi e ad indagini teologiche, preso da dubbi e da scrupoli, turbato nella coscienza, s’era recato a Parigi per conferire con Lamennais. Aveva smesso l’abito sacerdotale, pur conservandosi credente; s’era immischiato in circoli politici repubblicani e aveva preso una parte attiva alla rivoluzione del febbraio contro Luigi Filippo. Ritornato poco dopo in Italia, s’era fatto soldato a Venezia, ove fece prodigi di valore ed ebbe una parte politica notevole in senso repubblicano.
Il Maestri mi disse che da qualche tempo nel Sirtori all’antico turbamento della coscienza per la fede religiosa s’era aggiunto anche il turbamento della fede politica: non aveva più fede in Mazzini, e nelle teorie repubblicane; voleva credere, e non credere a Napoleone, a Cavour, e al re di Piemonte; aveva in poco concetto Garibaldi. Il suo animo era agitato, la sua mente era turbata; i suoi discorsi, i suoi modi, parevano strani, e veniva sorvegliato. Egli si credette perseguitato dal Governo francese, e dagli amici; intanto la Polizia s’era occupata di lui, e lo aveva fatto ritirare in una casa di salute.
Più tardi quando i fatti chiarirono la politica, e la guerra d’Italia suggellò gli accordi tra Napoleone e Cavour, Sirtori ritornò calmo, sereno, e si recò a Torino. La sua mente alta, rifattasi lucida, e la sua onesta coscienza di patriotta non ebbero più dubbi: vide la salute della patria nella monarchia unitaria, e ad essa diede la sua fede e il suo braccio.
Egli era un nobile carattere. Sebbene supponesse d’essere stato offeso dalla Polizia imperiale, quando Milano volle fare un atto di doverosa riconoscenza a Napoleone coll’erigergli un monumento, Sirtori fu uno dei primi che la patrocinò e la sottoscrissero con una offerta generosa.
Passai a Parigi un mese, e ritornato ne impiegai almeno due, a Milano e in Valtellina, a vuotare il sacco delle notizie e delle impressioni raccolte. Non garantisco che le mie notizie allora fossero senza frange patriottiche, ma quando si parla con gente che non vive che di speranze, l’esserne avari diventa una crudeltà[26].
Un’improvvisa notizia venne nell’autunno a eccitare gli animi, e a mettere le fantasie in moto per trovare nuovi modi di dimostrazioni e di proteste. Si diceva che l’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe sarebbe venuto a Milano nel prossimo gennaio, con grande apparato, togliendo lo stato d’assedio e inaugurando, con concessioni e riforme, un nuovo regime di Governo. Si diceva che il Governo austriaco impensierito dall’attitudine del Piemonte, sospettando accordi tra Napoleone e Cavour, e sollecitato dall’Inghilterra, volesse assopire la questione italiana col dare prontamente al Lombardo-Veneto l’assetto, o almeno l’aspetto, d’un paese pacificato.
Un primo avviso di queste nuove intenzioni del Governo fu una Circolare, che nell’autunno ricevettero tutte le famiglie nobili del Lombardo-Veneto, e colla quale venivano invitati _i Signori e le Dame a dichiarare se volessero prender parte alle festività che avrebbero avuto luogo nell’occasione della prossima dimora delle LL. MM. Imperiali e Reali in Milano, per ricevere a suo tempo i relativi inviti_.
Questa Circolare fece l’effetto d’un sasso lanciato in un vespaio. Non si parlò d’altro per parecchie settimane. Fra le famiglie dell’aristocrazia milanese e lombarda che avevano un’attitudine più risoluta e più battagliera contro il Governo austriaco, corse subito la parola d’ordine ferma e sdegnosa di respingere qualsiasi invito che venisse dal Governo o dalla Corte austriaca, e di astenersi rigorosamente dalle feste governative, pubbliche o private. Il proposito era buono ed energico, ma ciò che importava era che fosse seguito dal maggior numero possibile di persone, affinchè il vuoto che si voleva fare intorno al Governo e alla Corte fosse esteso, e riuscisse una grande dimostrazione.
Pochissimi risposero a quella prima Circolare governativa, ne fu quindi mandata una seconda, seguita da uffici e da pressioni che gli stessi Delegati provinciali (Prefetti) facevano personalmente, recandosi nelle famiglie a sollecitare una risposta, che quasi sempre era, evasiva o negativa.
A queste premure e pressioni dell’autorità ne venivano contrapposte anche di più energiche da parte dei cittadini, specialmente nella società e nelle famiglie più distinte e più in vista. La protesta dell’astensione e della resistenza alle nuove lusinghe, andò prendendo proporzioni sempre maggiori, e diventò all’occorrenza battagliera, di fronte alle difficoltà, sempre maggiori, che si dovevano superare. Per un paio d’anni, come vedremo man mano, fu questo il campo principale d’azione su cui combattè il patriottismo intransigente e militante.
Ma l’astensione non bastava, bisognava far subito qualcosa di più, qualcosa che facesse rumore anche fuori di Milano, e che fosse specialmente un attestato di simpatia verso il Piemonte. Si pensò quindi di raccogliere secretamente dei contributi per un monumento dedicato all’esercito piemontese, da offrirsi alla città di Torino in nome dei milanesi nell’occasione della venuta dell’Imperatore d’Austria in Lombardia. Chi primo suggerì questo pensiero, fu Cesare Correnti: la sottoscrizione fu accolta con entusiasmo.
Le signore, _le oche_ specialmente, come si continuava a chiamarle, raccoglievano i denari, e in breve si ebbe la somma occorrente: si diede la commissione del monumento allo scultore Vela, e se ne diffuse la notizia per tutta Italia e all’estero.
Queste dimostrazioni, colle quali si chiudeva il 1856, erano lo squillo di tromba che ordinava al paese di stare in guardia. Col nuovo anno stava per incominciare un periodo pericoloso, un periodo di blandizie e di promesse, che l’Austria iniziava col viaggio solenne in Italia dell’Imperatore. Bisognava dunque star desti, bisognava tenere eccitati gli animi, per respingere clamorosamente tutto ciò che l’Austria ci offriva.
In casa di Carlo d’Adda, col quale incominciai quell’anno a stringere una più intima amicizia, la vicina venuta dell’Imperatore d’Austria a Milano fu presto uno degli argomenti sui quali si accesero le più calorose conversazioni; conversazioni in cui tutti erano d’accordo, e alle quali davano una speciale importanza la qualità e il numero delle persone che vi prendevan parte.
Carlo d’Adda era uno dei figli di quel marchese Febo, mecenate d’artisti, a cui il Parini aveva dedicata l’ode alla Musa nel 1795, poco prima che la moglie, contessa Kevenhüller viennese, desse alla luce il suo primogenito. Il terzo figlio maschio, Carlo, in unione a Cesare e Rinaldo Giulini, con Carlo e Alessandro Porro, con Anselmo, Guerrieri Gonzaga, coi Prinetti, coi Mainoni, e con parecchi altri, apparteneva a quel nucleo della giovane aristocrazia milanese, che assieme ad altri gruppi di studenti e di giovani della borghesia più intelligente, formava prima del 48, una delle avanguardie in Milano del partito nazionale.
Quando scoppiò la rivoluzione delle Cinque Giornate Carlo d’Adda era a Torino: c’era andato poco prima, d’accordo col Correnti e cogli amici, e unitamente col conte Enrico Martini, ebbe allora degli abboccamenti con Carlo Alberto per sollecitare la venuta delle truppe piemontesi in Lombardia[27].
Dopo il 1848 aveva fatto delle lunghe assenze da Milano, e aveva sposata una sua nipote, donna Mariquita figlia del principe Antonio Falcò, spagnuolo, stabilito a Milano, che aveva sposato successivamente due figlie del marchese Febo. Donna Mariquita era assai bella e un bel giovane era anche Carlo d’Adda, il quale pur si distingueva per la schiettezza e la lealtà del carattere, per la vivacità e la franchezza della parola. La forma risoluta con cui esprimeva i suoi principii patriottici e le sue opinioni politiche, lasciarono alle volte supporre, a quelli che male lo conoscevano, che fosse intransigente e intollerante; ma non era vero; aveva l’animo aperto e buono, intollerante solo di ciò ch’era volgare. Amico del Bertani, e di parecchi altri che non militavano nel suo campo, soleva dire: «Rispetto tutti i patriotti, ma preferisco» soggiungeva scherzando «quelli che si lavano, e che si battono.»[28].
Donna Mariquita, di carattere franco ed aperto essa pure, esercitava un gran fascino nella società che la circondava, colla vivacità e collo spirito della sua conversazione. Per molti anni non ricevette che nella sua camera da letto, trattenutavi da una lunga infermità; ma quella camera non cessò mai d’essere il ritrovo della società più eletta di Milano; ritrovo patriottico, elegante, ove regnava un’ospitalità semplice e signorile.
Una gran parte, di quelli che frequentavano casa d’Adda, avevano ricevuto nell’autunno di quell’anno gli inviti e le sollecitazioni governative per far omaggio all’Imperatore nell’occasione della sua venuta a Milano. Quegl’inviti e quelle sollecitazioni erano bersaglio ora dei fieri assalti di Carlo d’Adda e delle ironie di donna Mariquita. Quella lotta incominciata in quei giorni doveva poi prolungarsi, acutissima, durante l’anno seguente contro l’arciduca Massimiliano.
Il d’Adda esercitava molta influenza nell’aristocrazia patriottica milanese, e fu uno degli uomini più stimati nel partito liberale monarchico. Dopo il 1859 Cavour lo nominò Governatore di Torino, e in Milano tenne successivamente diverse cariche cittadine, con lo zelo e col cuore che lo distinguevano: fu Consigliere Comunale, Presidente degli Istituti ospitalieri, Presidente della Congregazione di carità e di molte altre pubbliche istituzioni, lasciando da per tutto traccia per le sue iniziative e per le sue sagge riforme.
NOTE.
[26] Sulla fine di quell’autunno scrissi uno scherzo poetico, al quale non è mancata una certa notorietà e che rammenterò qui seguendo l’ordine cronologico della mia narrazione.
Eravamo vicini alla riapertura delle scuole, e un giorno una buona donna, che abitava presso la nostra casa di Tirano, venne da me conducendo un suo figliuolo che era scolare di ginnasio, credo a Como. La madre mi disse che quel suo figliuolo era tutto mortificato, perchè non gli era riuscito di fare uno dei compiti autunnali datigli dal professore: veramente lo aveva principiato, ma non aveva saputo andare innanzi.
Il ragazzo piangeva, e io, lasciandomi intenerire, mi offersi di finirgli quel disgraziato compito. Trattavasi d’una poesia, il cui argomento, scelto tra i molti che correvano per le scuole a quei tempi, era: _La partenza del Crociato per la Palestina_. Lo scolaretto aveva cominciata la sua poesia così:
«Passa un giorno, passa l’altro Mai non torna il nostro Anselmo, perchè egli era molto scaltro Andò in guerra e mise l’elmo...»
Qui s’era fermato. Nel leggere quei versi mi balenò una tentazione cattiva, ma irresistibile; dissi alla madre e al figlio che ritornassero il giorno dopo, e che la poesia l’avrei finita io.
Corsi nel mio studio, ripetei quei quattro versi declamandoli, e il seguito venne da sè.
LA PARTENZA DEL CROCIATO
«Passa un giorno, passa l’altro Mai non torna il nostro Anselmo, Perchè egli era molto scaltro Andò in guerra, e mise l’elmo...»
Mise l’elmo sulla testa Per non farsi troppo mal E partì la lancia in resta A cavallo d’un caval.
La sua bella che abbracciollo Gli diè un bacio e disse: Va! E poneagli ad armacollo La fiaschetta del mistrà.
Poi, donatogli un anello Sacro pegno di sua fè, Gli metteva nel fardello Fin le pezze per i piè.
Fu alle nove di mattina Che l’Anselmo uscia bel, bel, Per andare in Palestina A conquidere l’Avel.
Nè per vie ferrate andava Come in oggi col vapor. A quei tempi si ferrava Non la via ma il viaggiator.
La cravatta in fer battuto E in ottone avea il gilè, Ei viaggiava, è ver, seduto Ma il cavallo andava a piè.
Da quel dì non fe’ che andare, Andar sempre, andare, andar... Quando a piè d’un casolare Vide un lago, ed era il mar!
Sospettollo... e impensierito Saviamente si fermò. Poi chinossi, e con un dito A buon conto l’assaggiò.
Come fu sul bastimento, Ben gli venne il mal di mar Ma l’Anselmo in un momento Mise fuori il desinar.
Il Sultano in tal frangente Mandò il palo ad aguzzar, Ma l’Anselmo previdente Fin le brache avea d’acciar.
Pipe, sciabole, tappeti, Mezze lune, jatagan, Odalische, minareti, Già imballati avea il Sultan.
Quando presso ai Salamini Sete ria incominciò, E l’Anselmo coi più fini Prese l’elmo, e a bere andò.
Ma nell’elmo, il crederete? C’era in fondo un forellin E in tre dì morì di sete Senza accorgersi il tapin.
Passa un giorno, passa l’altro, Mai non torna il guerrier, Perch’egli era molto scaltro Andò in guerra col cimier.
Col cimiero sulla testa, Ma sul fondo non guardò E così gli avvenne questa Che mai più non ritornò.
Il giorno dopo, quando la madre e il figlio ritornarono, il delitto era consumato. Ascoltai senza rimorso le parole della loro riconoscenza, e consegnai il foglio.
Passati alcuni mesi, mentre facevo un esame di laurea all’Università di Pavia, osservai che i professori mi guardavano con una certa curiosità, parlando piano tra loro, e ridendo. Finito l’esame, uno d’essi mi accompagnò dicendomi: Dunque... _passa un giorno passa l’altro_... è lei l’autore della _Ballata_?
Allora, in bel modo, lo interrogai anch’io alla mia volta, e seppi che aveva avuto il mio _Crociato_ da un suo amico professore a Como; forse il professore di quel famoso studente.
Da quel giorno il Crociato peregrinò lungamente a mia insaputa, e me lo trovai dinanzi ogni momento, ora diminuito, ora accresciuto, e spesso spropositato. Per questa ragione, per gli spropositi cioè ond’è stato infiorato quello scherzo nelle varie copie e ristampe che ne sono state fatte, lo riproduco in questa nota nel suo testo originale, perchè in fatto di spropositi preferisco i miei.
E lo studente? L’anno dopo ebbe un posto in Seminario, divenne prete, e... _passa un giorno, passa l’altro_, oggi vive ancora; ma nella sua carriera non andò al di là della prima strofa, come gli era accaduto nel suo componimento poetico.
[27] Il d’Adda veniva introdotto nel gabinetto del Re dal ministro Casaretto, talora secretamente, e di sera; Carlo Alberto voleva essere informato di tutto quanto accadeva in Milano e in Lombardia; la parola schietta e franca del d’Adda era sempre d’eccitamento a Carlo Alberto, sopratutto negli ultimi giorni quando si trattava di prendere la gran decisione, sorpassando le gravi difficoltà che circondavano il Re e le urgenti pressioni che gli venivano dall’estero.
Nel tempo stesso Carlo d’Adda legato con parecchi dell’alta Società torinese, quali erano Azeglio, Balbo, Collegno, Alfieri, Cavour, in unione coi lombardi che si trovavano a Torino, e a parecchi del partito liberale, esercitava un’azione attiva sull’opinione pubblica che si agitava in quei giorni a Torino e in tutto il Piemonte per spingere il paese e il Governo alla guerra contro l’Austria.
[28] Fin dal 1848, quando si discuteva sull’annessione della Lombardia al Piemonte, il d’Adda scriveva in una lettera del 18 aprile da Torino al Governo Provvisorio: «Repubblica, o monarchia costituzionale, io servirò sempre fedelmente il mio paese; ma adesso è desiderio mio, come di tutti gli uomini ragionevoli, che la forma del Governo sia votata liberamente dal popolo, che nessun fatto si provochi che influisca sulla libera volontà del paese». _Lettera al Governo Provvisorio_ nel Museo del Risorgimento.