CAPITOLO VI.
1848.
IV.
_Sommario:_ Dopo la partenza degli Austriaci da Milano. — L’opinione pubblica. — Arrivo di volontari. — La Guardia Nazionale. — Cartucce fatte dalle signore. — La Palestra Parlamentare. — Un orologio rubato e un corpo di guardia. — Il Circolo Repubblicano detto l’Associazione Nazionale Italiana. — La processione del _Corpus Domini_. — Mazzini. — I partiti e la _fusione_ col Piemonte. — I giornali. — Debolezza del Governo Provvisorio. — Cattaneo. — Cernuschi. — Dimostrazioni pubbliche, agitazioni. — Il battaglione dei volontari studenti e chierici. — In casa di mia nonna, zii e cugini.
Quando ritorno col pensiero all’impressione generale rimastami di quel breve tempo in cui allora Milano fu libera, e ci ripenso con più maturo giudizio, non ritrovo più ciò avevo tanto ammirato poco tempo prima, ciò che mi aveva tanto esaltato e commosso durante la rivoluzione, e nei mesi che la precedettero; non ritrovo quell’energia, quell’abnegazione, quella concordia di tutti che avevano lasciato nel mio animo dei ricordi così alti ed ammirevoli. Dopo la vittoria parve a molti che tutto fosse finito: l’eroismo si riposò.
Tutto ciò che viene dopo non ha più la stessa impronta, non ha più, oserei dire, la stessa serietà, ed ha bisogno di tutte quelle giustificazioni che s’invocano a favore dell’inesperienza.
Si passava parte della giornata in istrada. Nei primi giorni si gironzava di crocchio in crocchio a sentir notizie strepitose, che venivan dai paesi di fuori, dalle provincie e da Venezia; o a sentir discussioni politiche, già torbide nella loro ingenuità. Poi, ogni tratto, una dimostrazione patriottica, o una funzione religiosa per vivi e per morti. Poi un ricevimento di qualche drappello di volontari, che veniva dalle città lombarde o da altre regioni. Eran drappelli di solito male in arnese o vestiti in modi bizzarri, che vociavano cose ancor più bizzarre, inneggiando alla concordia con grida fatte per distruggerla.
Fra questi arrivi rammento quello d’una schiera di volontari napoletani condotti dalla principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, la quale li aveva arrolati, e ne faceva le spese.
Tutti questi drappelli venivano poi riuniti a diversi Corpi di volontari, che mano mano partivano per il campo. Questi Corpi, in cui c’eran pure dei giovani ottimi e valorosi, erano male ordinati, e dimostravano l’insufficienza dei concetti e dei metodi coi quali si credeva dai più che si potesse condurre a fine la guerra.
Allora c’erano anche quelli che credevano superflua la venuta di Carlo Alberto e dell’esercito piemontese!
Le vie di Milano furono subito inondate da agitatori, da tribuni, da arruffapopoli, che sono l’indizio, come i vermi, d’un corpo in via di dissoluzione.
Si dava una grande importanza alla Guardia Nazionale, che molti chiamavano seriamente il _Palladio della Libertà_; nome che le rimase anche per un pezzo. Era stata uno dei dogmi liberali del 1830, e quindi faceva parte dell’ortodossia del tempo. Tanti, che sarebbero stati pel disordine, passavano alla causa dell’ordine solo perchè vestivano l’uniforme di Guardia Nazionale.
Quando, il 26 di marzo, entrarono dalla Porta Sempione il generale Passalacqua e il generale Bes con un corpo di belle truppe piemontesi, cinquemila uomini di fanteria e mille lancieri, il fatto commosse meno di quando la gente correva a vedere cinquanta genovesi o venti pavesi, od altri gruppetti di volontari, vestiti alla lombarda, col solito camiciotto di velluto e le solite penne. _Il 22 marzo_, giornale ufficiale del Governo Provvisorio, il giorno prima dell’arrivo delle truppe piemontesi, esortava i buoni milanesi a fare ad esse buona accoglienza, e a non badare a _malumori per conflitto d’opinioni, poichè la loro venuta era un concorso fraterno, e non un intervento politico, ed anzi i piemontesi ci sarebbero stati grati d’aver loro offerta l’occasione di mettersi con noi nell’impresa di cui si trattava_.
I buoni milanesi, nella luna di miele della loro vittoria, erano gelosi che altri potessero venire ad acquistare un qualche alloro anch’essi, e forse maggiore. La vittoria li aveva inebbriati e accecati. Che dura lezione li aspettava tra poco!
Per avere la Guardia Nazionale c’era da per tutto allora una smania quasi pari a quella che una ventina d’anni dopo ci fu per abolirla. Non era poco quindi l’affaccendarsi anche in Milano, in quei giorni, per ordinare la Guardia Nazionale, a piedi e a cavallo, per eleggere i graduati, per scegliere le uniformi, per stabilirne le prerogative e i servizî. Tutto era argomento di grandi discussioni e di gare; di gare anche tra quelli che avendo una bella barba aspiravano al grembiule di cuoio e alla scure dello zappatore. Quanti buoni padri di famiglia non ho veduto nelle parate, in grazia della barba, sfilare con l’uniforme e con l’aspetto truce del _guastatore_!
Più serio e più commovente era l’affaccendarsi in tutte le famiglie, ricche e povere, per apparecchiare biancherie, filacce, bende, e cartucce per i soldati. Ricordo mia madre, e tant’altre signore, che da mattina a sera vi attendevano con passione e con scrupolo. Le cartucce fatte nelle famiglie venivano portate alla caserma del Genio, situata ove ora sorge il palazzo della Cassa di Risparmio; e lì era un continuo andirivieni di signore e signorine, che andavano a portare le cartucce fatte, o a ricevere istruzioni e munizioni per il loro compito giornaliero. A questo ufficio sopraintendeva il dottor Giuseppe Terzaghi, che undici anni dopo doveva essere mio collega, valente e amatissimo, nella prima Giunta Municipale di Milano risorta.
Anche in ciò, come in tant’altre cose pubbliche, si procedeva con mezzi piccoli e inadeguati al bisogno, poco seri anche, ma pur rispettabili, per quell’alto e sincero sentimento che animava tutti; poichè la devozione alla patria, e i sentimenti generosi che avevano ispirata e diretta la rivoluzione, furono ancora l’ispirazione d’ogni atto in quei primi momenti della libertà.
La proprietà e l’ordine furono rigorosamente rispettati, e c’era in tutti una gara di sentimenti generosi. Erano stati fatti prigionieri non solo molti soldati, ma moltissimi agenti della Polizia, tristi arnesi di rigori e di fatti odiosi, che rammentavano giorni nefasti e privati dolori. Eppure furono perdonati; _offriteli a Pio IX!_ era detto ingenuamente in un proclama dei primi giorni. Nessuna vendetta fu compiuta, nessun fatto di sangue venne a smentire la generosità dei vincitori; nessuna rappresaglia fu fatta per gli uccisi, e per molti atti inutilmente feroci a cui s’erano abbandonati, in alcuni punti della città, i soldati austriaci.
Tra le cose poco serie d’allora, che ritrovo nella memoria, c’è anche un Circolo, tipico di quei giorni, e che si chiamava la _Palestra Parlamentare_. Era fatto, come diceva il suo nome, per preparare, con una ginnastica vocale, i futuri oratori della Camera; per trattare in astratto i maggiori problemi della politica e dell’amministrazione degli Stati; e per far piani di guerra e disegni politici per uso dell’Italia.
La _Palestra_ era frequentata, naturalmente, da tutti i chiacchieroni disoccupati di Milano, che andavano a sfoggiarvi una rettorica vuota e comica. Confesso però che allora non dicevo così. Giovanetto e inesperto qual’ero, pigliavo tutte quelle chiacchiere sul serio, e invidiavo meravigliato la facondia di quegli oratori. Ma pazienza, se fossi stato solo; il guaio era che moltissimi applaudivano a quelle ciarle, e ci credevano. Così si diffondevano nel pubblico i più strani e deplorevoli concetti sulle faccende pubbliche; e ciò in momenti di tanta gravità.
Avevamo la libertà da pochi giorni, e la _Palestra_ ne chiedeva le istituzioni e le forme a cui i popoli più civili non erano arrivati che dopo molti anni, e molte vicende. Mire precoci, che abbiamo vedute poi ripetersi anche più tardi.
Uno degli argomenti su cui più si affannavano gli oratori della Palestra era quello della _Costituente_. Lo Statuto di Carlo Alberto, dato da poche settimane, doveva essere abolito, dicevano, e un’Assemblea Costituente doveva, a guerra finita, fare al Regno dell’alta Italia il regalo d’un nuovo Statuto.
Si pensi quale Statuto, che specie di Costituzione, ci avrebbe regalato una _Costituente_ sorta in mezzo a tanta confusione di idee e a tanta inesperienza politica! La storia ce le ha mostrate più volte tali _Costituenti_ e tali Costituzioni sorte da esse; Costituzioni con le quali non si governa, e che conducono ai colpi di stato. Eppure il concetto della _Costituente_ si faceva strada ogni giorno più, ed era entrato nei propositi degli uomini politici più influenti, e dello stesso Governo Provvisorio, che doveva farne una condizione nell’atto di fusione col Piemonte. Inutile dire che anch’io, modestamente, ne ero fanatico; senza capirne nulla, si intende.
Un piccolo episodio capitato, proprio a me, mi dimostrò in quei giorni come fossero interpretati i nuovi diritti del libero cittadino, che sentivo predicare alla _Palestra_. Stavo leggendo, un dopo pranzo, in mezzo a un gruppo numeroso di persone, un proclama del Governo Provvisorio affisso a un muro, quando a un tratto vedo una mano che mi rasenta il vestito, e mi strappa l’orologio. Mi volto di botto, e piglio pel collo il ladro. Questo protesta, grida, e si appella al pubblico contro di me. Grido anch’io, e reclamo il mio orologio. La gente ci si fa intorno, ascolta or l’uno or l’altro, e non sa a chi dar ragione. Finalmente si fa innanzi un buon cittadino, il quale sentenzia che per decidere la questione bisognava andare a un posto, ch’era vicino, della Guardia Nazionale, ma non alla Polizia «trattandosi, diceva, d’un fatto presunto ma non provato;» e si offre di accompagnarci. Tutti gli danno ragione, ed eccoci poco dopo tutti e tre al corpo di guardia.
Il comandante del posto e i militi fanno circolo intorno a noi, e stanno a sentire le nostre ragioni con un contegno imparziale. Io chiesi innanzi tutto che si frugasse nelle tasche del mio contradditore, ma questo vi si oppose, perchè ciò era una violazione delle saccocce, contraria ai diritti d’un libero cittadino, come si diceva anche alla _Palestra_. Allora io proposi che ci conducesse tutti e due alla Polizia; ma anche ciò non fu gradito dal mio ladro, il quale rispose che se non spiaceva a me spiaceva a lui di attraversare la città in mezzo alle guardie.
Allora il buon cittadino, il probo-viro, che ci aveva accompagnati, sentenziò una seconda volta, e disse: che potevamo bensì andare alla Polizia, se eravamo d’accordo, ma soli e senza accompagnamento di guardie. Questo parere fu trovato savio da tutti, anche dal ladro.
Era sull’imbrunire, ed eccoci avviati noi due, pacificamente, dal corpo di guardia di S. Babila verso la Polizia, che risiedeva nella via di S. Margherita, attraversando la lunga viuzza Bagutta che a quell’ora era anche deserta. Io non ero molto tranquillo, a dir la verità, e mi domandavo come la sarebbe finita. La finì subito: come fummo vicini alla svolta della via Sant’Andrea, il mio compagno si guardò in giro, non c’era nessuno; allora mi diede improvvisamente un gran spintone, che mi fece perdere l’equilibrio; io andai a terra, dietro una barricata non ancora disfatta; e lui via a gambe; volli rincorrerlo, ma non lo vidi più. E non vidi più, s’intende, l’orologio!...
Poco dopo ero a casa a raccontare l’avventura alla mia buona mamma; le misi le braccia al collo e piansi. Quell’orologio era il mio primo orologio d’oro, ed era l’ultimo regalo che mi aveva fatto il mio povero babbo.
Un Circolo più serio della _Palestra_ e diversamente pericoloso, era sorto frattanto a Milano nell’aprile, sotto il nome di _Associazione Nazionale italiana_, fondato da Mazzini, e che aveva per organo l’_Italia del popolo_. Era un Circolo composto di soci prettamente repubblicani.
Io avevo letto diversi scritti di Mazzini, e n’ero entusiasta. La sua fede nell’Italia e in Dio, il suo linguaggio mistico, umanitario, trovavano facilmente la via del mio cuore giovanile e della mia mente vergine di esperienza e di riflessione. Mio fratello Emilio, in quei giorni, aveva conosciuto Mazzini personalmente; io ero troppo giovane per procurarmi questo onore; ma avevo un gran desiderio di conoscerlo almeno di vista.
La mia curiosità fu appagata, per la prima volta, in una circostanza che oggi i suoi correligionari crederebbero appena: lo vidi nel corteo della processione del _Corpus Domini_.
Siccome in quei giorni tutto si faceva ancora in nome di Pio IX, e del connubio tra la patria e la religione, così anche la processione del _Corpus Domini_ era stata un avvenimento a cui aveva preso parte ogni ordine di cittadini. L’Arcivescovo era seguito da tutto il clero della città; c’era il Governo Provvisorio; c’erano tutte le autorità cittadine, e governative, e tutte le società, compresa l’_Associazione nazionale italiana_ e la redazione del giornale l’_Italia del popolo_, precedute da Giuseppe Mazzini.
La processione fece un lungo giro per la città, ch’era tutta riccamente ornata a festoni, a bandiere e ad arazzi. Alla processione facevano ala tutte le legioni della Guardia Nazionale. Ma finiti gli sfoghi della concordia e della fratellanza, che abbracciava tutti, da Pio IX a Mazzini, in un medesimo amplesso, quella luna di miele cominciò a intorbidirsi. Dinanzi alle questioni positive della politica, e ai diversi indirizzi delle faccende pubbliche che ne erano la conseguenza, incominciavano a sorgere le divergenze, e le opinioni si raggruppavano intorno ai vecchi partiti politici e ai partiti in formazione.
L’argomento che sollevò le prime discussioni tempestose fu quello della _fusione_, come dicevasi allora, e cioè dell’unione delle provincie lombarde col Piemonte. Chi voleva che la _fusione_ fosse votata subito, chi la voleva differita alla fine della guerra, e chi non la voleva affatto. Il partito della _fusione_ immediata era il più numeroso, come la votazione lo dimostrò; e infatti per la fusione ci furono 561 mila voti favorevoli e 681 contrari: ma gli altri due partiti erano i più chiassosi e irrequieti. Al primo partito appartenevano, naturalmente, i monarchici; agli altri due appartenevano gli ingenui, e tutti i repubblicani. I repubblicani poi erano in parte unitari, capitanati dal Mazzini, e in parte _federalisti_, capitanati dal Cattaneo; il quale in nome delle sue repubblichette dell’avvenire era diventato improvvisamente battagliero, e nemico acerrimo del Governo Provvisorio, di Carlo Alberto, dei monarchici e degli unitari.
Il Governo Provvisorio, pur composto di degnissime persone, era alquanto deboluccio, e lo rendevano ancor più debole e incerto le lotte dei partiti, le dimostrazioni della piazza e gli attacchi dei giornali. Talchè, sulla fine del maggio, un certo Urbino, capitanando una mano di esaltati, potè avere l’audacia di invadere il Palazzo Marino e tentare di rovesciare il Governo Provvisorio. Fu un atto breve, insensato, e subito represso, ma che dimostrò come nell’animo di parecchi fosse penetrata la convinzione della debolezza del Governo.
I giornali che più vivamente attaccavano il Governo Provvisorio erano l’_Italia del popolo_, organo di Mazzini, la _Voce del popolo_ in cui scrivevano alcuni giovani sotto la direzione del dottor Pietro Maestri e di Romolo Griffini, e l’_Operaio_ diretto da Pietro Perego, il quale ritornati gli austriaci offrì i suoi servigi a Radetzki, e diresse a Verona un giornale ufficiale del Governo militare. L’_Operaio_ era un violento e tristo libello giornaliero, in cui, è doloroso il dirlo, alle volte sfogavano le loro ire partigiane contro il Governo Provvisorio, il Cattaneo ed Enrico Cernuschi. Il Governo Provvisorio era difeso da un giornale ufficiale, _Il 22 Marzo_, in cui scrivevano G. Carcano, L. Sala, E. Broglio, ed altri.
Il Cernuschi, che veniva da una modesta famiglia di Monza e che doveva finire suddito francese e milionario, fu uno dei tipi più originali della rivoluzione milanese del quarantotto. Quantunque devoto a Cattaneo, fu tra quelli che vollero la rivoluzione, e vi diede prove di valore. Era un giovane d’ingegno, di qualche coltura e di molto coraggio. Di opinioni repubblicane e di gusti signorili, frequentava le famiglie più aristocratiche di Milano, e faceva l’agitatore contro Carlo Alberto e contro i monarchici; democratico fino a collaborare nel giornale plebeo l’_Operaio_, amava mostrarsi nelle migliori società, conservando abitudini ed amicizie distinte. Vestiva con una certa eleganza affettata, e diversamente dagli altri: aveva il viso completamente sbarbato; portava un cappello basso a larghe tese, sempre la giubba nera, un’ampia cravatta bianca, e il gilè pur bianco e a larghi risvolti alla Robespierre; in ogni stagione non usava che scarpini di pelle lucida.
Durante i mesi del Governo Provvisorio, il Cernuschi, bisognava pur dirlo, non fu che uno sterile agitatore; l’anno dopo, come è noto, chiuse a Roma con valore e dignità la sua vita di rivoluzionario italiano, per diventare poi un abile e fortunato finanziere francese. Non prese più nessuna parte agli avvenimenti patrii, e si fece francese.
Le agitazioni politiche, le dimostrazioni, le feste patriottiche, in mezzo a un popolo impressionabile e inesperto, nuovo alla politica, inconscio della grave condizione in cui si trovava, esercitavano una pessima influenza sull’andamento della cosa pubblica. Ogni momento si batteva la generale, e accorreva la Guardia Nazionale: ora c’era una dimostrazione per una vittoria; ora la partenza o l’arrivo di volontari; ora qualche forestiero illustre da festeggiare, e nominerò tra questi il poeta polacco Miçkzewich, che mise anch’esso sossopra mezzo Milano. E intanto l’ordinamento delle forze militari, della difesa e della finanza, procedevano a rilento e in modo affatto inadeguato al bisogno.
Li rammento ancora quei poveri volontari mal vestiti e mal disciplinati; e quel battaglione di studenti e di seminaristi, ai quali non s’era data neanche una propria divisa militare. Li avevano vestiti con certe giubbette ridicole trovate nei magazzini delle guardie austriache di Polizia, non mutandoci che le mostre gialle in mostre rosse. Se ne rideva; ma avrebbero potuto ispirare piuttosto un sentimento di mestizia. Quei bravi giovanotti, ch’erano il fiore degli studi e delle speranze, per un concetto ideale, ma imprevidente, partivano riuniti tutti in un medesimo corpo; cosa che avrebbe resa più grave la sciagura se nella guerra quel battaglione fosse stato colpito da un disastro che lo avesse in gran parte distrutto, annientando d’un colpo tante vite sulle quali la patria sperava.
Andai anch’io a vederli partire. Partivano tra gli evviva, tra gli abbracci, tra le lagrime delle famiglie, che li attorniavano e li baciavano. Era uno spettacolo, come tutto a quel tempo, pieno di poesia e di imprevidenza.
Tra quegli studenti, e quei chierici, ci avevo anch’io dei cugini e degli amici: tra i chierici ricordo il cugino Ignazio Borgazzi, che poi morì missionario a Borneo, e tant’altri, che più tardi dovevano diventare l’onore di quel clero lombardo, il quale sapeva così felicemente riunire il sentimento della religione e della patria.
In quell’anno io ero studente di ginnasio, e prendevo le mie lezioni in casa. È facile immaginarsi che annata scolastica fosse quella; un bollettino colle notizie gridato da uno strillone, o un rullo di tamburo, bastavano al professore e allo scolaro per interrompere la lezione e farli scendere in strada. Nel luglio poi si fecero degli esami in fretta e in furia, nei quali si veniva licenziati senza che si chiedesse molto, e con una specie di assoluzione.
Mio fratello Emilio era studente dell’Università, ma non credo che le _Pandette_ lo occupassero molto: lo occupavano invece la politica, gli amici, i circoli, i ritrovi. Egli aveva fatto la conoscenza personale di Mazzini, il quale aveva per lui molto affetto e molta predilezione. Al Mazzini piaceva circondarsi di giovani intelligenti, per farsene dei collaboratori e dei seguaci; ma seguaci obbedienti. E ciò otteneva facilmente, pel molto prestigio ch’egli sapeva esercitare sulle menti giovanili e entusiaste.
Mio fratello era pure legatissimo con Carlo Tenca, che aveva diretta in quegli anni la _Rivista Europea_, e intorno a cui si riunivano, come intorno al Correnti, molti giovani valenti. Per la _Rivista Europea_, ch’era un’ottima Rivista mensile, mio fratello, pur giovanissimo, aveva già scritto diversi articoli, che sentivo lodare.
Io ero troppo giovane per appartenere a simili società e a simili ritrovi politici; e dacchè in casa del Correnti, ora assorto nei lavori del Governo Provvisorio, non c’eran più le riunioni come in passato, io dovevo accontentarmi delle conversazioni in casa dei parenti, dove accompagnavo mia madre.
Le case dove s’andava di solito eran due; quella della nonna materna, e quella d’uno zio Luigi Borgazzi, il quale aveva una numerosa famiglia. Mia nonna, donna Rosa Borgazzi Caimi, aveva allora 90 anni, e presso di lei si radunavano la sera alcuni dei suoi figli e delle sue figlie; tutte persone mature, serie, un po’ pesanti, ad eccezione di mia madre, ch’era la più giovane di tutte, e conservava uno spirito fine ed arguto.
Primeggiava in quella società mio zio Giovanni Borgazzi, ch’era anche il mio tutore, uomo colto, grave, e che aveva occupato non so quale alto posto nell’amministrazione del primo Regno d’Italia. Sua moglie, donna Elena Taverna, era sorella di quel conte che fondò in Milano l’Istituto dei sordo-muti poveri di campagna. Gli altri fratelli erano: don Luigi, amico intimo del conte Mellerio e di tutti i maggiorenti dei conservatori clericali di Milano; don Gaetano, che in sua gioventù era stato insieme col fratello Carlo (morto parecchi anni prima) ufficiale nell’armata napoleonica, e aveva sofferto una lunga prigionia in Russia; e infine don Giacomo, il quale non aveva fatta nessuna delle cose serie che avevano fatte i suoi fratelli, ma si dava l’aria di averne fatte di più; e da mattina a sera era sempre a cavallo.
Le sorelle di mia madre, ad eccezione della zia donna Giuseppina Campeggi, non avevano l’aria grave dei fratelli, e si distinguevano tutte per una grande bontà e per una certa piacevolezza di spirito. Donna Giuseppina, invece, la quale in sua gioventù doveva essere stata un’assai bella donna, aveva l’aria severa e matronale, che le veniva forse dalla lunga convivenza col suo defunto marito, ch’era stato presidente d’una Corte d’Appello durante il Regno napoleonico. Lo ricordo ancora quello zio, sempre vestito di nero, con la cravatta bianca a due giri, e con la parrucca incipriata. Quand’ero piccino, gli zii Campeggi alle volte mi volevano a pranzo, ma la mia soggezione era tale che non parlavo finchè ero con loro. Finito il pranzo, lo zio diceva ogni volta con solennità: «I ragazzi dopo pranzo devono _sollazzarsi_;» e per _sollazzarmi_ mi consegnava a una vecchia cameriera, la quale mi faceva giocare al _gioco dell’oca_.
Questi miei zii e zie avevano pressochè tutti molti figlioli, parecchi dei quali erano giovani d’ingegno e d’energia, e in quei giorni prendevano parte attiva in vari modi agli avvenimenti della rivoluzione.
La conversazione nel salotto della nonna si svolgeva gravemente, e i discorsi erano press’a poco sempre i medesimi. La rivoluzione contro gli austriaci, che non eran più quelli di Maria Teresa, era stata accolta con qualche indulgenza, perchè fatta al grido di _viva Pio IX_; ma era osservata con diffidenza.
Sugli avvenimenti del giorno però non si parlava che sotto voce, perchè nessuno aveva osato dire a donna Rosa che c’era stata una rivoluzione. Questa parola, che si univa ai ricordi della rivoluzione giacobina, l’avrebbe fatta cadere in deliquio.
Durante le Cinque Giornate erano riusciti a farle credere che un tempaccio orribile impedisse ai soliti della conversazione di venire da lei, aggiungendo per di più che le cannonate erano tuoni. La grave età di lei, e la sordità, avevano reso possibile il lasciarla in questo inganno; ed essa, nei due o tre anni che sopravvisse al ’48, ricordava di tanto in tanto quel gran _temporale_ che per cinque giorni aveva interrotta la sua conversazione, obbligandola a tener chiuse le imposte delle finestre.
Più bella e più lieta era l’altra conversazione dove mia madre conduceva me ed Enrico: quella in casa di suo fratello, don Luigi. Ci si andava tutte le domeniche, ed era un allegro ritrovo di giovani e di belle fanciulle, figli di parenti e di amici. Lo zio, che sarebbe stato un vero spegnitoio, usciva di casa subito dopo pranzo, e non tornava che a mezzanotte. Intanto sotto gli auspicî della zia, ch’era una donna buona e simpatica, si faceva il chiasso. Eravamo tutti assai giovani; si giocava, si ballava, e si cantavano gli inni patriottici lietamente. Le belle cuginette! le amavo fraternamente un po’ tutte, per non far torto a nessuna.