CAPITOLO XIX.
1854.
_Sommario:_ Sfacelo del partito repubblicano in Lombardia. — Evoluzione nel salotto di casa Maffei. — Il conte Cesare Giulini e le sue relazioni in Piemonte. — Principio della guerra in Crimea. — Abolizione della legge sui cambi militari, servizio obbligatorio. — Molti fuggono per cansare la leva, altri ne sono esonerati corrompendo i medici militari. — Episodi. — La scuola dei pompieri. — In autunno a Tirano e a Grosio. — La guerra in Crimea. — La crittogama. — Il colera. — Il salotto di mia madre a Tirano.
Al principiare del 1854 la disposizione degli animi e l’atteggiamento politico in Milano andavano compiendo un’evoluzione che s’allargava ogni giorno più. Il periodo delle cospirazioni mazziniane e della preparazione a voti vicini era ormai definitivamente chiuso.
Mazzini, che era rimasto fermo nei suoi propositi e nei suoi metodi, cercava ancora, ogni tanto, di eccitare i vecchi amici, e chiamava _traviati_ quelli che, dopo aver messa tante volte la loro vita ne’ più terribili cimenti, chiedevano ora un cambiamento di metodi, per riordinare le file diradate e scompaginate, e cercar nuove vie. La parte più eletta del suo partito si staccava da lui, e le antiche relazioni andavano ogni giorno allentandosi per non riannodarsi mai più. Moltissimi del vecchio _partito d’azione_, repubblicani e mazziniani, in Milano e nelle provincie lombarde, dopo un periodo d’aspettativa, cominciarono a volger gli sguardi al di là del Ticino, ove già risplendeva fulgida la stella del conte di Cavour. Il così detto _connubio_ col centro sinistro capitanato da Rattazzi, segno visibile d’un indirizzo nuovo più attivo, che Cavour dava alla politica del Piemonte, era per molti repubblicani disingannati l’occasione, o il pretesto, per lasciar libero il corso all’evoluzione delle loro opinioni.
Vedevo di giorno in giorno le prove di questa evoluzione, di questa nuova situazione politica, nel salotto stesso della contessa Maffei, che frequentavo assiduamente, e dove convenivano, come già dissi, tante persone influenti e ragguardevoli. Chiarina, come la chiamavano i suoi intimi, tutta animata da un patriottismo ardente e da un liberalismo sentimentale, aveva naturalmente accolto, un giorno, nel suo animo con entusiasmo l’ideale d’un’Italia _una_ con la bandiera di Mazzini su cui era scritto: _Dio e il popolo_. Essa mentre con la parola calorosa, convinta, con la gentilezza dell’animo, con la devozione agli amici, diffondeva intorno a sè la fede ardente delle sue convinzioni, subiva poi alla sua volta l’influenza dei migliori che la circondavano. Ora, il 6 febbraio, i fatti che l’avevano preceduto e seguito dietro le scene, avevano alquanto smorzati nella contessa Clara certi entusiasmi; e non senza un doloroso disinganno vedeva il Mazzini voltar le spalle ad uomini altamente stimati, per scendere nei ranghi inferiori a cercarvi degli istrumenti ciechi della sua volontà.
Gli amici di lei, dopo il 6 febbraio, l’avevano rotta con Mazzini, dopo averlo seguito, soprattutto in nome dell’idea _unitaria_, contro le massime _federaliste_ del Cattaneo; l’avevan rotta con lui disgustati e dissidenti dai suoi metodi. Ed ora, vagando in un repubblicanismo ideale, aspettavano di scorgere la nuova spiaggia ove approdare; aspettavano la guida, l’idea, che li riunisse e li conducesse.
Il conte Cesare Giulini, ch’era uno dei frequentatori più assidui del salotto della contessa Maffei, si era sempre conservato fedele al principio Monarchico e alle speranze della Casa di Savoja. Si bisticciava spesso, con spirito e con amabilità, colla contessa per gli entusiasmi poetici, e spesso ingenui di lei, nella politica; ed ora trionfava e godeva nel vedere che essa e i suoi amici principiavano a lasciar la strada delle illusioni per accostarsi a quella delle speranze solide e pratiche.
Amico del conte di Cavour, da quei giorni egli cominciò ad essere il tramite di informazioni e di confidenze, che più tardi, come vedremo, aumentando dovevano condurre ad importanti risultati. Amico parimenti dell’Arese, dell’Azeglio e di parecchi altri tra i principali uomini politici del Piemonte, aveva di recente saputi molti particolari sulla condotta ferma e patriottica della politica piemontese di fronte all’Austria in diverse vertenze diplomatiche, soprattutto in quella dei sequestri messi sui beni degli emigrati lombardi dopo il 6 febbraio.
E a proposito di questa vertenza, il Giulini aveva avuto delle informazioni confidenziali sull’attitudine di Napoleone e su parole da lui pronunciate, che dimostravano come l’Imperatore nell’intimità confermasse l’antica simpatia di Luigi Bonaparte per l’Italia e incoraggiasse il Piemonte. Queste notizie ripetute all’orecchio risvegliavano un vago sentimento di nuove speranze; e levigavano qualche ruga anche sulle fronti accigliate dei patrioti più arcigni, quando si parlava del nuovo imperatore.
L’alleanza della Francia e dell’Inghilterra colla Turchia, e la guerra contro la Russia, davano un nuovo e più forte argomento a quelle prime e vaghe speranze; era un primo soffio improvviso che, dopo cinque anni, spirava sulla gora stagnante della reazione e che poteva essere promettente di fatti inattesi e di mutamenti nella politica europea.
A richiamarci dalle speranze vaghe e lontane alla dura realtà del presente, veniva, nella primavera di quell’anno, una legge, affatto nuova nelle abitudini di quei tempi, e che doveva riuscire più insopportabile di quante altre leggi durissime erano state emanate durante lo stato d’assedio. Il Governo austriaco decretò obbligatorio per tutti il servizio militare, mentre fino allora erano sempre stati permessi e regolati dalla legge i _cambi_, sia col presentare un sostituto, sia col pagare una somma determinata. Il Governo, con la nuova legge, mirava a diminuire quella divisione assoluta che c’era tra noi e i suoi soldati, tra le classi superiori nostre e i suoi funzionari civili e militari.
È difficile oggi immaginare quale sentimento di ripugnanza e di rivolta suscitasse nell’animo della gioventù patriottica il pensiero di dover vestire l’uniforme austriaca. Nell’esercito austriaco infatti, a quel tempo, gli ufficiali italiani erano pochissimi, e anche questi non c’erano che per circostanze eccezionali.
Si pensi quale scombussolìo mettesse tra i giovani che n’erano colpiti, e nelle loro famiglie, quella nuova legge! Tra i giovani più animosi corse subito la parola d’ordine di sottrarsi al servizio militare austriaco fuggendo, espatriando. Fu questo un nobile proposito, grave e difficile per molti, ma che da parecchi fu mantenuto.
Anche tra i miei amici e compagni di studî ce ne furono alcuni colpiti da questa legge. Io per fortuna ero stato della leva militare dell’anno prima; dichiarato abile ed assegnato ai cacciatori tirolesi, avevo pagato la tassa, ossia tre mila lire austriache (La lira austriaca, detta _svanzica_, da _swanzig kreuzer_, ossia venti soldi, equivaleva circa a 80 centesimi di lira italiana e la lira milanese equivaleva a circa 60 centesimi) e così non ero diventato nè _cacciatore_ nè _tirolese_.
De’ miei compagni colpiti qualcuno fuggì ed espatriò; qualche altro trovò il modo di far scivolare alcuni rotoli di _svanziche_ nelle saccoccie di qualche medico militare; qualcuno si rassegnò, ed accettò il duro partito di servire. Rammenterò tra questi il mio compagno Antonio Frigerio, a cui la famiglia impedì la fuga, che pur aveva promessa ai compagni. Arruolato in un reggimento di ulani, diventò ufficiale e servì fino al 1859; ritornato, non rivide più i vecchi amici; ma nel 1866, entrò nei Garibaldini, fu capitano e morì combattendo valorosamente a Vezza in Valcamonica.
Tra quelli, de’ miei compagni s’intende, che espatriarono ed andarono ad arruolarsi in Piemonte, rammento Emilio Guicciardi e Augusto Verga che furono tra i primi; e tra quelli cui furono _ospitali_ le tasche d’un medico militare pronte ad accogliere i _rotoli_, rammento Lodovico Mancini e Costantino Garavaglia. Questi erano venuti a sapere che c’era una _tale_, per cui mezzo si poteva far arrivare a un medico militare della Commissione di leva una data somma e con questa venir dichiarati inabili. Bisognava però, com’era giusto, che ci fosse un qualche difettuccio che potesse essere di pretesto. Il difettuccio veniva accertato in una visita preliminare. Se la Commissione liberava definitivamente il coscritto, questo pagava a quella _tale_ quaranta marenghi; ma se lo rimandava soltanto d’anno in anno, allora se ne pagavano venti ogni volta. Quella _tale_, fatta l’intesa, consegnava al _cliente_ una camicia di colore, ch’era il contrassegno per farsi riconoscere dal medico il giorno della visita dinanzi alla Commissione di leva.
Al Garavaglia, nella visita preliminare, fu consigliato di procurarsi una forte irritazione alla gola, per far comparire il collo più largo. Egli allora, comperata una tromba, ci soffiava dentro finchè aveva fiato, da mattina a sera, in campagna, a qualche miglio dalla città. Per quella volta fu rimandato, e dovette pagare i venti marenghi più volte.
Il caso del Mancini era più grave, poichè, a Roma, egli era stato ferito in una gamba da una palla francese, e ne aveva ancora la cicatrice. I feriti del ’48 e del ’49 di solito venivano, senz’altro, dichiarati abili dagli austriaci pel servizio militare. Ma nella visita preliminare era stato consigliato a favorire una certa dilatazione che aveva alle vene delle gambe; ed egli da quel giorno non fece che percorrere i bastioni della città, finchè gli reggevan le forze. Le passeggiate raggiunsero lo scopo; e mediante i quaranta marenghi fu libero.
Se qualcuno ci domandasse, poichè eravamo degli studenti, che cosa succedesse intanto dei nostri studi, risponderei subito che si studiava ben poco. Le Università eran sempre chiuse, e coi nostri professori privati si discorreva più dei fatti del giorno che dei codici e delle pandette. Ci radunavamo in gruppi a ripassare le lezioni, ma gli studi si convertivano presto in passeggiate, in bicchierate, in esercizi ginnastici, e in un tantino di cospirazione politica che non mancava mai. L’esercizio prediletto era la scherma, nella nostra famosa sala, colle sciabole di legno.
Quelle sciabole di legno non erano un’illusione maggiore di tant’altre; ma fu traverso le illusioni che la generazione d’allora andò preparando la realtà.
Tra i miei esercizi ginnastici di quel tempo ce ne fu uno abbastanza bizzarro, e fu quello d’imparar le manovre dei pompieri. Nell’autunno antecedente mi ero inteso col mio amico Giovanni Salis, fratello di Ulisse, per istituire delle compagnie di pompieri a Tirano e in qualche altra borgata dell’alta Valtellina, assumendomi l’incarico d’esserne io l’istruttore per risparmiare la spesa ai Comuni. Detto fatto ne chiesi il permesso al Municipio di Milano, e ottenutolo, il comandante dei pompieri mi mise senz’altro tra le reclute dell’annata facendomi seguire tutto il corso della loro istruzione. Per un paio di mesi, ogni mattina all’alba dovevo trovarmi alla caserma dei pompieri a S. Maria delle Grazie a imparar gli esercizi e le manovre delle macchine in abito di fatica. Così imparai come si cammina sui tetti e lungo le gronde; come si può salire in alto anche senza le scale solite della casa, e saltare dall’alto senza rompersi il collo; imparai come si smorzan le fiamme, e come nei casi difficili si possa salvare il prossimo e sè stessi.
I miei pompieri tiranesi eran tutti antichi volontari del ’48 e del ’49, e anche nel manovrare le pompe ci si metteva sempre qualcosa di militare e di patriottico. Tra un esercizio e l’altro si parlava del passato, e poi ci mandavamo qualche occhiata d’intelligenza con allusioni all’avvenire.
Nella nostra casa di Tirano era cessata l’occupazione militare e avevamo principiato a riparare i guasti che non eran pochi, tanto più che parecchi mobili avevan servito a far bollire le pentole dei croati.
Ritornati in possesso delle nostre stanze eravamo anche tornati alle nostre abitudini e alle nostre occupazioni ordinarie: Emilio passava molte ore della giornata nel suo studio leggendo, studiando, scrivendo; io mi occupavo molto delle faccende campagnole, aiutato da mio fratello Enrico, e malinconicamente andavo osservando i bei vigneti tiranesi desolati sempre più dall’_oidium_. Nel mio viaggetto in Sicilia dell’anno prima avevo saputo che i vigneti vicini alle solfatare andavano in parte immuni dall’_oidium_, che a quel tempo colpiva la maggior parte dei vigneti in quasi tutta Europa. Dappertutto i viticoltori andavano esperimentando i vari rimedi che empiricamente venivano suggeriti, e sempre inutilmente, contro la _crittogama_. Alcuni cominciavano ad esperimentare anche lo zolfo, e anch’io mi ci provai in qualche mio vigneto. Ma i contadini erano riluttanti: a molti di loro lo _zolfo_ sembrava un rimedio diabolico contro un castigo di Dio. Intanto andavano aumentando la miseria, la fame e le malattie.
In Valtellina, specialmente nella parte centrale, l’uva è il prodotto principale; in alcuni paesi è il prodotto quasi unico. Nel 1854 la totale mancanza di quel prodotto, che doveva durare dieci anni, era al quinto anno, e già se ne vedevano i terribili effetti; ad accrescere la miseria pubblica c’era anche il _colèra_ che manifestatosi a Milano serpeggiava in tutta la Lombardia ed era penetrato anche in Valtellina.
Le vacanze di quell’autunno furono, dunque, poco liete. _Oidium_ e _colèra_ furono gli argomenti principali dei discorsi nel salotto che mia madre aveva riaperto alle amiche e agli amici tiranesi, dopo che gli alloggi militari erano cessati in casa nostra.
Emilio, di tanto in tanto, andava a Grosio, e spesso lo seguivo anch’io, passando alcuni giorni nella nostra vecchia casa, in mezzo ai nostri contadini e a tanta buona gente che ci voleva bene, e a cui ci legava un tradizionale affetto.
Emilio amava assai la caccia, quella specialmente dell’alta montagna, ed era un buon tiratore. Ma in quegli anni i cacciatori dovevano contentarsi di rammentare tra loro i fasti d’un tempo, poichè i fucili da caccia erano vietati dallo stato d’assedio. Io che non fui e non divenni mai un cacciatore, neanche colla civetta, pure mi divertivo a sentire i discorsi degli altri, tanto più se si trattava di avventure strepitose, raccontate sotto la cappa del camino, da qualche vecchio cacciatore d’orsi.
«È furbo l’orso! ed ha talento!» mi diceva una volta con serietà uno di essi. «Se l’orso avesse fatto gli studi nessuno mai lo piglierebbe!»
Nel vicino paese di Grossotto avevamo un gruppo d’amici, persone ottime, intelligenti come non sempre se ne trovano nei paesi piccoli; con essi ci comunicavamo le nostre speranze e si facevano chiacchiere infinite. Teneva il primo posto in mezzo a loro il medico del Comune, il dottor Benedetto Rizzi, uomo di studi e di molta intelligenza, che avrebbe emerso in qualsiasi campo più vasto, ma che s’accontentò di vivere nella sua piccola patria, esercitando una influenza benefica, soprattutto patriottica.
Rammento sempre con piacere le lunghe serate che si passavano con questi amici nel salottino o nella cucina dell’osterietta di Grossotto o di Grosio, discorrendo di politica e lasciando libera la fantasia a speranze, che allora si sarebbero dette follie; noi sognavamo la nostra Italia come gl’innamorati sognano il loro focolare domestico dell’avvenire.
L’oste di Grosio, certo Ettore, era persona fidatissima, e nella sua cucina la politica era al sicuro. Il buon Ettore era quasi un amico di noi tutti; pescatore, cacciatore, suonava l’organo e il violino, ammaestrava i gatti e gli uccelli, e raccoglieva qualche oggetto di antichità. In mezzo a tante occupazioni qualche volta si aspettava invano all’ora del desinare; ciò però non diminuiva la sua riputazione di buon cuoco.
Nel settembre del 1854, come è noto, c’era stata in Crimea la battaglia dell’Alma, poi nell’ottobre quella di Balaklava e ai primi di novembre quella d’Inkerman; tre fatti che nelle nostre fantasie venivano a portar legna al fuoco e a farci vedere traverso le vittorie degli alleati la possibilità di avvenimenti che per reggere avevano bisogno appunto di fantasie molto fertili; ma chi vuol sperare si contenta di così poco!
I discorsi politici si facevano ogni sera anche ai tavolini di giuoco di mia madre, ma i giudizi e i criteri erano più calmi e meno unanimi. Mia madre, che seguiva di solito le nostre opinioni, dava spesso l’aire con qualche esclamazione speranzosa; ma si metteva a brontolare subito mio zio Merizzi, gran pessimista, che trovava modo di brontolare contro quelli che credevano onnipotenti gli austriaci e contro quelli che credevano possibile di liberarsene.
Il prevosto di Tirano, don Carlo Zaffrani, un buon prete patriotta, e ottimista anche più di noi e di mia madre, vedeva gli Austriaci andarsene ad ogni più piccolo avvenimento; e intanto pigliava il largo, a buon conto, ogni volta che capitava in paese qualche commissario straordinario di Polizia, dacchè aveva visto che si imprigionavano e si impiccavano anche i preti.
Quarto al tavolino da giuoco sedeva di solito il signor Valentino Negri, consigliere di Tribunale in pensione, uomo grave, corpulento, sulla settantina, danaroso, complimentoso e che professava i principii più austeri, pur concedendo loro, di tanto in tanto, e in secreto, una qualche tregua galante. Egli soleva frammezzare il giuoco e i discorsi con qualche aneddoto o con qualche motto, che nella sua intenzione dovevano essere piacevolissimi. Quando si parlava di politica non si sbilanciava: l’Imperatore d’Austria era sempre _Sua Maestà_; e tutt’al più si permetteva qualche critica dubitativa a proposito di Metternich, o di qualche altro ministro morto, o fuori di carica da un pezzo. Soltanto dopo il 1859 la sua lingua diventò più sciolta: allora _Sua Maestà_ diventò il _Nerone_ austriaco e l’aborrito tiranno.
Nel salotto c’era alle volte un secondo tavolino da giuoco; c’erano poi sempre delle signore o delle signorine che lavoravano intorno a una tavola, ed altri amici di casa che discorrevano in crocchio. Tra questi uno dei più assidui era don Antonio Homodei, giuocatore appassionato, quando non era sotto gli occhi di sua moglie. Ma questa gli si metteva di solito al fianco per sorvegliarlo e per frenarlo all’occorrenza; soprattutto quando lo vedeva ostinarsi in qualche partita, sfortunata e sfrenata, nella quale si potevan perdere fin due lire.
Don Antonio allora, con suo dolore, doveva smettere; ma si confortava col dire una qualche facezia sugli sfortunati al giuoco; facezia che ripeteva da chi sa quanti anni, e di cui ogni volta rideva chiassosamente, sebbene sua moglie lo tirasse per l’abito, dicendogli: Homodei, non dir sciocchezze!
E le famose _bande d’insorgenti_ che avrebbero dovuto comparire nelle vallate quell’autunno? Qualche amico aveva domandato a Emilio notizie delle famose _bande_, poichè se ne parlava ancora secretamente in Milano. Ma le notizie erano presto date: le _bande_ non avevano mai esistito che nella fantasia degli emigrati di Londra e di Ginevra. Sui confini dei Grigioni e dell’Engadina, ove eravamo noi in quei giorni, non s’erano veduti che dei pastori, poichè a quel tempo non esistevano i _touristes_.
Ritornati a Milano avvenne un caso che poco mancò non mandasse Emilio in prigione, mentre l’aveva tante volte cansata. Un mio conoscente venne a dirgli che si trovava a Milano, presso un suo amico, che si chiamava Giuseppe Pozzi, un tal Bedeschini veneto, il quale aveva fatto un giro per le provincie, dicendosi incaricato da Mazzini, allo scopo di riordinare le fila del partito repubblicano. Emilio era pregato di intervenire all’adunanza, soprattutto per spiegare come l’antico partito _d’azione_ fosse uscito dal partito _mazziniano_, e avesse preso una nuova direzione.
Emilio, non conoscendo questo Bedeschini, non voleva sulle prime recarsi al ritrovo; ma dopo molte insistenze, e non volendo che si credesse ch’egli si asteneva per timore, ci andò! Il Bedeschini volle conoscere gl’intervenuti, ma Emilio sostenne vigorosamente che non si dovevano pronunziar nomi, e i nomi non furono pronunziati; poi disse le ragioni per le quali non era più possibile ritornare agli antichi metodi; e il ritrovo fu sciolto.
La mattina seguente il Pozzi, presso il quale il Bedeschini era ospite, e molti altri anche fuori di Milano, di cui questi conosceva il nome, venivano tutti arrestati. Il Bedeschini era un agente provocatore pagato dalla polizia, come si seppe più tardi: anzi si disse che per questa _retata_ ricevesse trentamila _svanziche_. Nuovi processi furono iniziati e le prigioni si aprirono ad altri infelici.