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CAPITOLO XVIII.

1853.

IV.

_Sommario:_ Nostra madre ci avvisa a Genova degli arresti avvenuti in Valtellina, e d’una perquisizione fatta in casa nostra. — La spedizione del Calvi e il suo arresto. — Lettere di Mazzini al Calvi che, trovate, sono cagione degli arresti in Valtellina. — Il processo di Salis, Stoppani e Zanetti in Valtellina. — Ulisse Salis. — La strada dello Stelvio. — Episodio del cannone nascosto dai fratelli Ulisse e Giuseppe Salis. — Torelli e Guicciardi.

Nostra madre, in una lettera del 22 settembre, ci avvisava che in quel giorno stesso erano stati arrestati a Tirano il nostro amico conte Ulisse Salis e il caffettiere Antonio Zanetti; e a Bormio Gervasio Stoppani ch’era un noto patriotta di quel borgo. In una seconda lettera, posteriore di alcuni giorni, ci informava che un Commissario, venuto da Sondrio, aveva fatta una lunga e minuta perquisizione in casa nostra, sotto gli occhi di lei e di mio fratello Enrico che in quei giorni villeggiava in Tirano. La mamma impressionata, e temendo per noi, ci raccomandava di tenerci al largo.

Ci fermammo qualche giorno a Genova, cercando informazioni e notizie, in una certa perplessità: infine ci decidemmo a ripartire per Milano, e a raggiungere nostra madre. Parve a Emilio che il non ritornare a casa potesse svegliare maggiori sospetti; mentre poi egli era sicuro che in ogni caso Salis in prigione avrebbe taciuto, come aveva taciuto il Lazzati. Ma quali nuovi fatti avevano potuto provocare i nuovi arrestati, ora che il processo di Mantova era chiuso? A Milano e in Valtellina gli amici ci diedero alcune informazioni che ci misero sulla traccia in parte di quanto era avvenuto: ma soltanto più tardi si conobbe esattamente ciò che sto per dire.

Per quanto nuovamente dissuaso, per quanto abbandonato ormai dalla miglior parte de’ suoi amici, Mazzini era rimasto fisso nel suo nuovo progetto delle bande armate e d’una sollevazione nelle zone alpine della Lombardia e del Veneto. Alla stessa illusione partecipò disgraziatamente un uomo di molto valore, Pietro Fortunato Calvi, che essendo emigrato ascoltò le informazioni fallaci e la propria generosa impazienza.

Il Calvi nel 1848 aveva fatto prodigi di valore capitanando, spesso con fortuna, un corpo di insorti nel Cadore: ora egli aveva accettata la proposta di Mazzini di ritornarvi, e di ritentare la prova, essendo stato anche assicurato che la sua iniziativa sarebbe stata seguita da altri movimenti insurrezionali nelle vallate.

Egli doveva recarsi nel Cadore attraversando il Canton Grigione, la Valtellina, Bormio, il Corno dei Tre Signori e il Trentino, in compagnia di quattro suoi antichi ufficiali del 48. Ma non era ancor partito da Torino, ove era stata combinata la spedizione, che la Polizia austriaca n’era già informata, e conosceva anche la strada che il Calvi e i suoi compagni avrebbero seguita. La spia era stata una donna, amante d’un tal Mircovich dalmata, nella cui casa il Calvi aveva discusso il piano dell’impresa.

In quei giorni a Tirano Ulisse Salis, per una combinazione, era riuscito ad avere e a leggere un carteggio secreto del Commissario distrettuale, e in tal modo, era venuto a conoscere che la Polizia di Milano era informata di tutto. Il Salis ne scrisse subito a Maurizio Quadrio, l’amico intimo del Mazzini; ma il Calvi percorreva intanto la sua strada fatale. Seguito da un agente della Polizia fu arrestato in un’osteria della val di Sole nel Trentino, e mandato poco dopo alle prigioni di Mantova; dalle quali non doveva uscire che il 4 luglio dell’anno seguente per salire sul patibolo.

Al Calvi erano state trovate, al momento del suo arresto, tre lettere che si era procurate pel caso che gli fosse occorso l’appoggio di qualcuno nell’attraversare la Valtellina: eran dirette a Salis Ulisse, a Antonio Zanetti e a Gervaso Stoppani di Bormio. Fu una fortuna che si sapesse che Emilio non era in quei giorni in Valtellina, poichè diversamente il Calvi avrebbe forse avuta una lettera anche per lui.

Questi arresti, a cui ne seguirono molti altri, fecero riaprire un nuovo processo politico a Mantova, che durò oltre un anno e finì colla condanna a morte del Calvi e con diverse condanne per altri da scontarsi nelle fortezze.

Il Salis e lo Stoppani, più gravemente compromessi anche pel loro passato, salvarono la vita rimanendo fermi nella negativa e resistendo alle arti e alle sevizie del Krauss, benchè le informazioni della Polizia a loro carico fossero assai gravi.

La fermezza di Ulisse Salis fu ammirevole, ed a questa mio fratello Emilio dovette indubbiamente d’avere, per la seconda volta, sfuggito il pericolo di una prigionia e d’una condanna. Il Krauss aveva lasciato credere a Salis che Emilio fosse tra gli arrestati, e tra quelli che avevano fatto delle confessioni, per indurlo a seguirne l’esempio, pigliandone così due nella medesima rete; ma il Salis non ci cascò e chiese risolutamente all’inquisitore d’essere messo a confronto con Emilio. Questi allora non ne parlò più. Questa forma di interrogatorî suggestivi era uno dei metodi coi quali il Krauss procurava di aumentare il numero delle sue vittime: gli altri metodi erano, come è noto, le minacce, le catene, il freddo e la fame.

Il Krauss minacciò il Salis anche del bastone; «lei non può farmi bastonare» gli rispose allora questo fieramente «perchè io sono un nobile». L’auditore tacque. Nella procedura feroce e pedante dei consigli militari c’era infatti che non si potesse applicare ai nobili la pena del bastone[22].

Il 1.º luglio del 1854 al Calvi fu letta la sentenza di morte, eseguita il giorno 4. Il Calvi morì eroicamente, accompagnato al patibolo da don Martini, il pio sacerdote che già aveva confortate le altre vittime di Belfiore. In quei giorni si trovava nelle prigioni di Mantova l’Orsini, che poi fuggì prodigiosamente.

Col sacrificio del Calvi finì il progetto dell’insurrezione col mezzo delle bande armate che dovevano scendere dalle vallate e sulle quali Mazzini aveva di nuovo fatto tanti calcoli.

Nel frattempo però la cospirazione mazziniana era continuata. C’era stato un tentativo fallito a Sarzana di cui era stato offerto il comando al Medici, che aveva rifiutato. S’erano pure continuati i preparativi per un movimento sulla frontiera svizzera da Como alla Valtellina col mezzo di Maurizio Quadrio e del Chiassi, nel mese d’agosto. Il Governo austriaco ne ebbe sentore, ed avvisò il Governo svizzero; ma non ci fu bisogno di misure straordinarie, poichè i cospiratori si trovarono alla frontiera in piccolissimo numero, e quei pochi si dispersero. In Valtellina parecchi n’erano informati; ma nessuno si mosse, e nessuno dei _cospiratori_ si lasciò vedere.

Il Salis, dopo un processo che durò diciannove mesi, fu condannato a sette anni, e destinato a scontarli nella fortezza di Kufstein. Prima di partire potè salutare la sua bella e giovane sposa, e riuscì a dirle all’orecchio, in quei brevi momenti, che esortasse gli amici e soprattutto Emilio a fuggire, poichè il Krauss sapeva tutto ed era sulle peste di tutti. La contessa Salis si recò subito da Emilio a riferirgli le parole di suo marito; Emilio si tenne sempre più in guardia, ma non volle fuggire per non compromettere altri.

Egli ebbe però in quei giorni una lunga perquisizione a Milano e una chiamata dal direttore della Polizia, ch’era un colonnello della gendarmeria e riceveva sempre in uniforme. Il colonnello gli disse, senza preamboli: «La perquisizione che le fu fatta diede un resultato negativo, ma noi sappiamo, con certezza, che lei è uno dei più dichiarati nemici del Governo. Finora lei fu fortunato, e non s’è potuto ancora aprirle una speciale inquisizione. Ma si farà appena che lei ce ne dia l’occasione, e allora ci ricorderemo di tutto.»

Emilio non rispose; e se ne andò.

La contessa Teresa Salis, della famiglia Calvi di Edolo, era sposa da un anno e mezzo, quando le fu arrestato il marito. Recatasi subito a Mantova vi rimase per tutto il tempo che durò il processo, per seguirne l’andamento in quanto fosse possibile, e per tentare qualche secreta comunicazione col prigioniero.

Ulisse Salis, giovane vigoroso, d’aspetto bello e virile, conservava il tipo d’un signorotto feudale. Della sua vita di studente, di alpinista, di cacciatore e di patriotta, si narravano parecchi episodi che ne attestavano il carattere risoluto ed audace. Nel 48, dopo avere valorosamente combattuto alle barricate di Milano, s’era subito recato in Valtellina ove si unì a un gruppo di giovani arditi che corsero ad occupare il passo dello Stelvio, prima che vi arrivassero le truppe austriache. Quel drappello di giovani, a cui si unirono parecchi montanari del luogo, scese audacemente sul versante tirolese del monte, e diede fuoco alle gallerie di legno che allora coprivano la strada per difenderla dalle valanghe. La strada fu pure guastata in vari punti in modo che gli austriaci non poterono servirsene durante la campagna.

E ora qui una breve disgressione.

La strada dello Stelvio era stata fatta dall’Austria, dopo che la Valtellina fu annessa nel 1815 al Lombardo-Veneto. L’antica strada, che aveva servito a tante invasioni tedesche, non varcava la Vetta del monte Braulio chiamata _Stelvio_, ma piegando a minore altezza attraversava, per giungere in Tirolo, alcuni lembi del territorio dei Grigioni. Il passo dello Stelvio, specialmente sul versante tirolese, presentava delle gravi difficoltà per la costruzione d’una strada; ma il Governo austriaco le volle superare ad ogni costo, e compì un’opera che fu considerata a quel tempo come un prodigio dell’arte.

L’Austria aveva voluto aprirsi una nuova via, tutta sul proprio territorio, che in poche tappe conducesse le sue truppe dal Tirolo a Milano. Ma la facilità con la quale l’audacia di poca gente risoluta aveva resa inservibile quella via pei bisogni della guerra, la disingannò affatto. Il maresciallo Radetzky, dopo le campagne del ’48 e del ’49, propose di abbandonare lo Stelvio, quale strada militare, e di sostituirvi il Tonale facendolo collegare alla Valtellina mediante una nuova strada, quella del passo d’Aprica. E così fu fatto. Gli Austriaci allora non s’occuparono più del passo dello Stelvio. Ma quando nel 1866 ci furono le trattative per la pace tra l’Italia e l’Austria, mio fratello Emilio, essendo ministro degli Affari Esteri, ottenne col mezzo del nostro ambasciatore Menabrea che la strada dello Stelvio fosse riattivata anche sul versante tirolese, e tenuta aperta almeno nella stagione estiva.

Ritornando a Ulisse Salis, mi viene in mente un episodio che merita d’essere ricordato.

Dopo la capitolazione di Milano, nell’agosto del 1848, le truppe del generale Griffini, venendo da Brescia, attraversarono la Valcamonica e la Valtellina per ritirarsi nella Svizzera. Nel valicare il passo di Aprica, dove allora non c’era che una strada mulattiera, furono perduti carriaggi e bagagli e precipitò giù per la china del monte un cannone. Ulisse Salis pensò di andarne alla ricerca prima che gli Austriaci se ne impadronissero; e infatti lo trovò, sprofondato in uno scoscendimento a valle del monte, nei dintorni del villaggio di Stazzona. Fece subito il proposito di portarselo a casa e di nasconderlo, ma non era certamente un’impresa facile portarsi in casa un cannone, da un luogo che dista da Tirano sei chilometri, in quei giorni in cui il paese era occupato e percorso continuamente da soldati austriaci, e mentre bastava lasciarsi trovare in casa una pistola, anche rotta, per venir fucilato. Ulisse Salis, aiutato da alcuni contadini, riuscì di notte a collocare il cannone su un carro, e, nascosto sotto un mucchio di fieno, lo condusse in un suo podere vicino a Tirano; poi lo seppellì, aiutato da un suo fratello prete. Quel cannone fu dissotterrato nel 1859, e Salis lo regalò a Vittorio Emanuele, che ammirando quel fatto, gli diede in ricambio una medaglia d’oro appositamente coniata[23].

Furon molti in Valtellina i patriotti che, negli anni che corsero dal 1848 al 1860, in ogni borgo, in ogni villaggio, tennero alto il sentimento pubblico, combattendo o cospirando per la Patria, fiduciosi sempre ne’ suoi destini. Nel ’48 e nel ’59 la provincia di Sondrio diede alla patria numerose schiere di volontari, e molti uomini di senno e di valore. I suoi generosi sentimenti patriottici, e le sue stesse sventure economiche di cui parleremo, avevano circondata allora quella piccola provincia d’un’aureola di simpatia che la rendevano stimata e cara tra le maggiori sorelle lombarde.

Molti patriotti valtellinesi, dopo il 1848, rimasero tra gli emigrati; tra i più noti, ricorderò Luigi Torelli, Enrico Guicciardi e Maurizio Quadrio. Il Quadrio, amico devoto di Mazzini, viveva di solito in Svizzera, e fu talora anche a Londra, sempre occupato nelle cospirazioni grandi e piccole di Mazzini: in Valtellina conservava delle relazioni, e vi fece delle brevi comparse nel ’48 e dopo il ’59.

Luigi Torelli, rimasto in Piemonte dopo il 1849, dedicò tutto sè stesso alla vita politica: fu successivamente deputato, senatore, prefetto, ministro; guidato sempre, in ogni atto della sua vita pubblica e privata, da un alto sentimento di patriottismo e di rettitudine. Generoso, di instancabile attività, amante del pubblico bene, fu giustamente popolare ed amato in Valtellina, specialmente nelle classi non politicanti, tra i contadini, e tra quelli che sentono più schiettamente l’ammirazione per gli uomini rigidamente onesti e amanti dei poveri.

Nel 1853, quando l’Austria, dopo il 6 febbraio, tra le sue ingiuste rappresaglie colpì anche gli emigrati sequestrandone i beni, il Torelli ebbe sequestrati tutti i suoi averi di Valtellina.

Enrico Guicciardi, dopo aver comandata una compagnia di volontari al Tonale, ritiratosi in Piemonte riunì i volontari valtellinesi dei diversi corpi in un battaglione di bersaglieri che si distinse alla battaglia di Novara. Sciolti i corpi militari lombardi, rimase emigrato in Piemonte; nel 1859, come vedremo più innanzi, fu mandato da Cavour a reggere la provincia di Sondrio; poi fu nominato prefetto in altre provincie, ove il brigantaggio, che allora le infestava, od altre gravi ragioni richiedevano la direzione d’un uomo di molta saviezza e di molta energia; ebbe spesso dal Governo altri incarichi e missioni importanti. Nel 1866 comandò, quale colonnello, due battaglioni di volontari, in gran parte valtellinesi, coi quali compì allo Stelvio un fatto d’armi contro gli austriaci, audace e vittorioso.

Possa la memoria di questi patriotti rimanere duratura nella loro valle nativa, quale esempio di caratteri integri e saldi, devoti sempre al dovere e alla patria.

NOTE.

[22] Il Salis lasciò scritto sulla sua prigionia, e sul suo processo dei ricordi, letti da me, da mio fratello, da qualche amico, e dal prof. De Castro che ne pubblicò alcuni brani. Il Salis racconta come la sua posizione fosse aggravata dalle confessioni dello Zanetti; questi però chiamato al confronto, si rifiutò, e il Krauss non insistette per timore forse che lo Zanetti ritirasse le confessioni fatte, e fu condannato egli pure, ma credo meno del Salis.

[23] La famiglia Salis Sitzer si era stabilita in Valtellina durante il dominio dei Grigioni, e vi potè rimanere anche dopo la rivoluzione politico-religiosa del 1618, durante la guerra dei trent’anni, essendo essa una famiglia cattolica ed avendo seguite in ogni tempo le parti valtellinesi. È un ramo di quella famiglia Salis che diede tanti ufficiali ai corpi svizzeri degli eserciti d’Europa, e specialmente dell’Austria. Anzi da ciò venne il titolo di conte dato a questo ramo da Leopoldo I d’Austria. L’avo del conte Ulisse Salis era, alla fine del secolo scorso, il generale comandante le truppe svizzere del Re di Napoli. Nella guerra del 1848, mentre i fratelli Salis di Tirano militavano nei corpi dei volontari italiani, tre Salis della stessa famiglia, ufficiali austriaci, morivano sui campi lombardi. Il ramo di Tirano, sebbene il conte Ulisse avesse cinque fratelli, è ora vicino a spegnersi.