CAPITOLO XXXIV.
1859.
IX.
_Sommario:_ Milano dopo la pace di Villafranca. — Gli emigrati veneti. — Il Comitato di soccorso per l’emigrazione veneta. — Ricevimenti e feste a Milano. — Il conte Francesco Annoni comandante della Guardia Nazionale. — Viene fondato il giornale _La Perseveranza_. — Mio fratello Emilio a Modena presso il Dittatore Farini. — Emilio mandato da Cavour a Parigi e a Londra. — Nuove presentazioni nel salone della contessa Maffei. — Ufficiali e soldati francesi. — Ospitali e alloggi privati pei feriti. — Il Ministero Rattazzi e le sue leggi amministrative.
In quali condizioni differenti rivedevo Milano, dopo quattro mesi da quando ero andato in Piemonte! Allora in Milano si sarebbe detto che non ci fosse che un’anima sola, un pensiero solo. La concordia, ispirata a una grande speranza, teneva tutti in una severa disciplina, e quel ch’è più, faceva che tutti ragionassero bene: pareva proprio che il buon senso fosse diventato il senso comune.
E ora i pochi giorni ch’eran seguiti all’annunzio della pace di Villafranca eran bastati per scombussolar tutto; e quelli, che cercavano di spiegare gli avvenimenti e di ragionare, quasi si vergognavano di farsi sentire.
La gente faceva capannelli per le strade, e ogni buon bottegaio spiegava ai vicini, sulla porta della sua bottega, la politica delle Potenze e quella di Napoleone III: in ogni discorso faceva capolino, s’intende, qualche trama tenebrosa, e all’occorrenza qualche _tradimento_; i cittadini più pacifici e innocui non mancavano di pronunziare fiere parole, e di fare propositi audaci.
Il rapido passaggio da tante illusioni a una dura realtà, inattesa e piena di pericoli, giustificava questa volta lo sconforto e i sospetti: ma a quel tempo la fortuna era ancora con noi, e nuovi avvenimenti vennero presto a rialzare gli animi, e a riaprirli a più alte speranze.
Si formavano per le strade crocchi e capannelli che andavano di giorno in giorno ingrossando, aumentati anche dagli emigrati che dalle provincie venete riparavano in Lombardia, e soprattutto a Milano. Questa emigrazione, che si fece presto numerosissima, si componeva sulle prime di veri emigrati politici e di patriotti distinti; ma poi ci si mescolò una folla di oziosi, e di gente che veniva a chieder sussidi in Milano, vivendo poi a carico del Governo italiano e della generosità patriottica dei cittadini.
Quei primi emigrati che giravano per le strade di Milano, fuggiti dai loro paesi rimasti nelle mani dell’Austria, destavano in tutti una vera commozione e così sorse il pensiero, lì per lì, di istituire un Comitato di soccorso per l’emigrazione veneta[37].
Il Comitato mandò subito una parte degli emigrati ad arrolarsi nell’Emilia, e un po’ pei sussidi e un po’ per gli arrolamenti, in quel primo anno, spese oltre ducento mila lire, raccolte in Milano dalla pubblica beneficenza patriottica. Più tardi il Comitato, per una legge votata dal Parlamento, ebbe dal Governo un assegno annuo, oltre quanto gli veniva continuamente dalla beneficenza privata. Dal 1859 al 1866 il Comitato erogò complessivamente per la emigrazione politica oltre un milione.
La simpatia pei veneti, questi nostri antichi fratelli di sventura, toccava la fibra patriottica di tutti: e non solo in Milano, ma anche nelle città minori di Lombardia, la beneficenza, in quei giorni, si esplicava in mille modi a favore dell’emigrazione.
In quell’autunno le mie corse a Milano furono frequentissime: ero attirato, innanzi tutto, dalle feste e dai ricevimenti per le Deputazioni dell’Italia centrale, che passavano per portare a Torino a Vittorio Emanuele i voti per le annessioni. Venne prima la Deputazione Toscana, poi quelle di Modena, di Parma e della Romagna.
Le feste furono veramente pari all’entusiasmo ch’era nel cuore di tutti: quelle Deputazioni venivano a dirci che l’unità d’Italia, la grande aspirazione del patriottismo nazionale, era ormai moralmente compiuta. Il gran sogno era vicino a diventare una realtà, la meta era in vista, e se i cuori deliravano di gioia avevano ben ragione.
Con minore entusiasmo, io e mio fratello Enrico, dovevamo fare delle corse frequenti a Milano anche per la Guardia Nazionale, di cui eravamo militi rassegnati. La Guardia Nazionale, allora in formazione, non lasciava in pace nessuno. S’eran fatte delle rivoluzioni in Europa per avere la Guardia Nazionale, poi quando si ebbe, non si sarebbe certamente versato del sangue per conservarla. Ma intanto l’avevamo, e pareva una gran conquista, perchè era uno dei dogmi liberali del tempo.
A Milano, veramente, l’entusiasmo per la Guardia Nazionale non durò molto; ci furono presto i malcontenti, ai quali pareva di perder troppo tempo nel non far nulla. Questi, s’intende, non erano i militi graduati, che avevano le spalline da sfoggiare; e neppure gli zappatori, che vedevano finalmente apprezzate dalle libere istituzioni le loro belle barbe.
Era generale della Guardia Nazionale di Milano il conte Francesco Annoni, nominato dal Governo il 16 dicembre 1859.
Il conte Annoni, d’antica famiglia patrizia milanese, era uomo ricchissimo, benefico, di molto cuore, se non di molta testa. Da giovane, tra le molte sue leggerezze, ci fu anche quella di entrare volontario come ufficiale in un reggimento d’Ussari austriaci, per amore, pare, della bella uniforme; ma quando venne il quarantotto, piantò il servizio, e l’Austria gli mise sotto sequestro il ricco patrimonio. Riparò a Torino, ove rimase esule fino al 1859: gli rimanevano ancora altre ricchezze in Piemonte, delle quali fu larghissimo verso tutta l’emigrazione, e per opere patriottiche e di beneficenza. Diventò deputato, senatore, e in fine comandante della Guardia Nazionale di Milano, ma per breve tempo, in causa, credo, di dissensi col Ministero.
A Milano nell’autunno ero pure stato chiamato a diversi ritrovi, tra un gruppo di amici che, per iniziativa di Cesare Giulini e del Correnti, si proponevano di pubblicare un grande giornale politico, il primo che doveva sorgere in Milano. Questi ritrovi erano tenuti di solito in casa di Carlo d’Adda, e ci venivano Alessandro Porro, Luigi Sala, Antonio Allievi, Giulio Carcano, l’ingegnere Guido Susani, Pacifico Valussi, il Bonfadini ed altri che ora non rammento.
Il giornale doveva essere monarchico liberale, unitario; doveva disporre di larghi mezzi, assicurandosi scrittori e corrispondenti conosciuti per l’ingegno e per la rispettabilità; doveva chiamarsi la _Perseveranza_, ch’era l’antico motto del patriottismo nazionale. Il giornale fu fondato e uscì il 20 novembre del 1859.
Gli amici, e specialmente il Correnti, insistettero perchè anch’io mi assumessi una parte fissa e costante nella redazione; ma per diverse ragioni, e specialmente per una, non acconsentii: questa era il riguardo che volevo usare personalmente a Carlo Tenca. Al Tenca naturalmente era spiaciuto che una parte de’ suoi amici si raggruppasse intorno a un nuovo giornale il quale avrebbe ucciso il _Crepuscolo_, ch’egli continuava a pubblicare. Ma la cessazione del _Crepuscolo_ era inevitabile all’affacciarsi dei tempi nuovi, e di fronte alle nuove esigenze d’un giornale.
Il _Crepuscolo_, di piccolo formato, fatto per lettori colti, eletti, aveva ormai compiuta la sua missione; missione di combattimento durante i silenzi dello stato d’assedio, e nella resistenza tenace dei dieci anni. Aveva resi grandi servigi patriottici, ma era fatale che nel giorno del trionfo dovesse cadere, come altri eroi vittoriosi. Gli intimi amici del Tenca, però, non potevano subito schierarsi nelle nuove file di chi veniva a far le parti dell’erede fortunato: per ciò, durante il breve tempo in cui il _Crepuscolo_ sopravvisse, mi tenni con quelli che non vollero prender parte ad affrettarne la morte.
Non fu che più tardi, quando il _Crepuscolo_ cessò le sue pubblicazioni, che acconsentii a scrivere per la _Perseveranza_ un _Corriere_ settimanale letterario e di cronaca cittadina; _Corriere_ che durò appena un anno, poichè mi capitò presto sulle spalle un assessorato municipale a Milano a darmi ben altre occupazioni.
In quell’autunno ricevevo di tanto in tanto delle lettere interessanti da mio fratello Emilio, ch’era a Modena; mi scriveva dal palazzo ducale ove risiedeva il Governo, cioè Farini col suo gabinetto, a cui appunto apparteneva Emilio, facendovi le sue prime armi nel trattare gli _affari esteri_. Le sue lettere eran piene di osservazioni acute e piacevoli su quel Governo dittatoriale improvvisato, sostenuto da un’opinione pubblica ammiratrice, ma diffidente, circondato da entusiasmi, ma anche da timori; intanto gli sguardi erano fissi al confine, al di là del quale stava accampato il piccolo esercito del duca, pronto a marciare su Modena, per far valere i diritti riservati dal trattato di Zurigo.
Quando, dopo la pace di Villafranca, furono richiamati dalle provincie insorte i Commissari regi piemontesi, a Modena una grande dimostrazione di popolo, un popolo di _prima categoria_, aveva acclamato dittatore il Farini, già Commissario Regio, improvvisandolo anche cittadino modenese. Il Farini rimase e accettò la dittatura per opporsi alla restaurazione: Cavour allora dimissionario, a cui aveva chiesto consiglio, gli aveva telegrafato: _il ministro è morto, l’amico vi applaude_.
Quello stesso popolo poi, se veniva improvvisamente qualche cattiva notizia, si affollava sotto i balconi del dittatore per rafforzare colla volontà pubblica il Governo: e il Governo, che non cercava di meglio, si piegava al voler del paese. Uno dei capi di queste dimostrazioni buon patriotta e amico del Farini, era Paolo Ferrari, a cui i suoi primi successi letterari e teatrali avevano già procurato fama e popolarità.
Le condizioni politiche tra le quali si trovava il Farini erano oltremodo difficili: le sole forze militari che aveva consistevano in un battaglione di volontari in formazione, non tutto armato, chiamato i _Cacciatori della Magra_, poi le squadre degli emigrati. Il duca di Modena avrebbe potuto cogliere l’occasione favorevole, e col suo esercito piccolo, ma bene ordinato, che aveva condotto seco nel campo austriaco, passare il confine e piombare su Modena. Ma probabilmente l’attitudine risoluta di Farini lo trattenne. Solo qualche tempo dopo, quando le truppe toscane lasciarono i loro accampamenti sotto Mantova per rientrare in Toscana, il Ricasoli le fece rimanere a Modena, ch’era il punto più minacciato. Ma intanto l’occasione pel duca era passata. Il Farini con l’abilità del suo Governo, con la forza del carattere, superò ostacoli, pericoli, e trionfò: egli teneva in freno gli esaltati, i paurosi e i malfidi; rincorava i patriotti, e spingeva tutti sulla via d’una audacia saggia e disciplinata. Si può ben dire che il Ricasoli e il Farini allora decisero, nell’Italia centrale, le sorti dell’unità d’Italia.
Emilio nel settembre fece una scappata a Tirano, e così ci trovammo riuniti, per qualche giorno almeno, intorno alla nostra buona mamma, ch’era sempre agitata e perplessa tra l’entusiasmo pei grandi avvenimenti che si succedevano, e le ansie per la vita randagia de’ suoi figli. Emilio approfittava intanto del suo breve riposo anche per andare a caccia sui nostri alti monti, poichè fu sempre un cacciatore appassionato. Io non lo seguivo, perchè con Nembrod ebbi sempre dei rapporti freddi.
Contro i nostri calcoli e le nostre speranze, la dimora di quei giorni a Tirano fu breve: Emilio dovette ritornare presto a Modena, e poco dopo ritornammo noi pure a Milano.
Sul finire di quell’autunno la società milanese si affrettava a ritornare in città, e a riaprire i propri salotti. C’era in tutti il desiderio d’avviare un’invernata lieta, festosa, che rispondesse al giubilo patriottico, e al bisogno di sollevare gli animi depressi per tanti anni; tanto più che la brusca fermata della pace di Villafranca principiava a lasciar adito a nuove speranze e a una nuova fiducia. Un pessimista forse avrebbe potuto fare delle considerazioni meno liete. E infatti al Mincio stava accampato l’esercito austriaco, mentre gli italiani si preparavano a rompere il trattato di Zurigo; i principi spodestati tramavano il ritorno nei loro Stati; Garibaldi aveva lasciato il comando delle truppe dell’Italia centrale, additando nuove imprese; tutta l’Europa seccata di noi ci dava sulla voce, e Napoleone taceva.
Eppure, chi dubitava? Chi non teneva già in mano la vittoria definitiva? C’era bisogno di credere, si voleva vivere nella certezza, si voleva il giubilo sereno della vittoria.
Si pensi quale nuova onda di entusiasmi fosse entrata nel salotto della contessa Maffei: ogni giorno vi comparivano nuovi presentati, e le conversazioni vi si facevano sempre più animate, e quasi affolate. Vi si vedevano molti vecchi emigrati allora rientrati in Italia, e molti emigrati nuovi che venivano dalle provincie venete; parecchi forestieri, molti ufficiali francesi; e i soliti adoratori del sole nascente.
Fu sullo scorcio di quell’anno che vi conobbi la principessa Cristina Belgiojoso Trivulzio, di cui avevo tanto sentito parlare in passato, in casa mia, e tra gli amici. Essa ci venne qualche sera; le fui presentato, fu con me gentilissima, e mi invitò a casa sua, di cui divenni presto un frequentatore assiduo.
Quando la principessa Belgiojoso entrava in un salotto tutti gli occhi si rivolgevano su lei. Era alta della persona, ma portava il capo un po’ inclinato sul petto a cagione di una ferita che aveva ricevuta alla nuca, mentre era in Oriente, da un assassino il quale aveva tentato di ucciderla con un colpo di coltello. Aveva allora cinquant’anni; i tratti dell’antica bellezza erano scomparsi dinanzi a una vecchiaia precoce; ma gli occhi, grandissimi, conservavano tutta la loro antica espressione.
A rendere più numerose e più gaie le feste, le festicciole e le conversazioni nelle famiglie, contribuivano non poco i nostri nuovi ospiti, gli ufficiali piemontesi e francesi. Questi ultimi erano in maggior numero, anche perchè le nostre truppe erano scaglionate verso il Mincio, e nell’Italia centrale; mentre a Milano c’era ancora una forte guarnigione francese, col maresciallo Vaillant, che ne aveva il comando in capo.
I francesi avevano avuto a Milano e in tutta la Lombardia, quella calorosa accoglienza ch’era loro ben dovuta. Nelle fantasie popolari era rimasta, fin dai tempi napoleonici, l’idea fatidica che i francesi erano i predestinati a scacciare gli austriaci: si aveva quindi una gran fede in essi e in Napoleone III. In ogni famiglia, d’ogni classe sociale, era ancor viva la memoria del padre o del nonno che aveva fatte le ultime campagne napoleoniche, nella _grande armata_, o nell’esercito italico di Beauharnais. Erano stati sessantamila gli italiani che Napoleone aveva condotti in Russia, e n’erano ritornati ventimila, ma per questi Napoleone non aveva cessato d’essere un Dio, adorato e invocato ancora dopo oltre quarant’anni.
I fantaccini francesi, e soprattutto gli zuavi, avevano presto fatta amicizia con i popolani milanesi, anch’essi allegri, millantatori, e poco amanti della disciplina. I soldati del mezzogiorno della Francia avevano nei loro dialetti molti vocaboli, che somigliavano ai vocaboli dei dialetti piemontesi e lombardi, sicchè l’intendersi non era difficile e l’amicizia era più presto fatta.
Le autorità militari e le comunali avevano provveduto, subito dopo la battaglia di Magenta, a impiantar ospedali pei numerosi feriti che le ambulanze trasportavano a Milano. C’erano ospedali, antichi o nuovi, pei feriti italiani, pei francesi, per gli austriaci, tutti diretti e amministrati con larghezza e con amore. Moltissimi feriti erano stati nei primi giorni raccolti nelle case private, presso le famiglie dei cittadini; anzi ve ne furono raccolti troppi, sicchè le direzioni mediche militari provvidero poi a far trasportare negli ospedali quei feriti, pei quali erano meno opportuni gli alloggi privati.
Nelle famiglie signorili i feriti francesi ci rimasero più a lungo, circondati da cure premurose, e talora da simpatie più che ospitali. Da principio per un sentimento pietoso e generoso, poi anche per una specie di _moda_, tutti avevano la smania di ospitare un ferito francese. Non mancavano quindi gli episodi ameni, le storielle piccanti.
A rannuvolare la luna di miele della libertà erano venute le nuove leggi amministrative del ministro Rattazzi. Cavour, com’è noto, s’era dimesso dopo la pace di Villafranca, il 19 luglio 1859, e gli era successo il Ministero Lamarmora, nel quale era ministro dell’interno il Rattazzi. Prevalendosi dei _pieni poteri_, votati dal Parlamento alla vigilia della guerra, il Rattazzi pensò di dare una nuova legislazione amministrativa alle provincie sardo-lombarde da poco riunite; la quale sarebbe poi stata applicata a mano a mano alle nuove regioni che andavano annettendosi. La legislazione del Rattazzi, mirava soprattutto all’uniformità; al Rattazzi pareva con ciò di riuscire più rapidamente nel concetto _unitario_, dimenticando che non si trattava di fondere dei metalli, ma di tener d’accordo degli uomini; degli uomini che avevano tradizioni secolari diverse nei bisogni, negli usi, e nelle forme della vita civile e dell’amministrazione pubblica. Il principio unificatore di Rattazzi divenne poi un dogma, un metodo, che mano mano fu applicato a tutte le provincie d’Italia, procurando guai e malumori che si trascinano da tanti anni, e che non cesseranno così presto. Il Minghetti, spirito alto e coltissimo, propose poco dopo un sistema di amministrazione regionale destinato a preparare il paese gradatamente all’amministrazione unitaria; ma il _dottrinarismo livellatore_ ebbe il disopra, e il Minghetti ebbe scarso seguito.
Nelle sue leggi affrettate il Rattazzi, impressionato forse dall’amministrazione degli ultimi tempi del Governo austriaco, non aveva pensato che le provincie lombarde avevano pur avuto, nella seconda metà del secolo antecedente, delle amministrazioni saggie e illuminate, quella austriaca di Maria Teresa e la napoleonica, che vi avevano lasciato gli ordinamenti e le tradizioni amministrative di due grandi Stati.
Queste provincie, rapidamente assimilate, si trovarono a disagio; e ciò fu causa d’una grande impopolarità che in quei giorni piombò sul capo del Rattazzi in Lombardia, suscitando discussioni e opposizioni, ch’ebbero pure cattiva influenza politica.
In mezzo a questi malumori, imprudentemente suscitati, l’anno volgeva alla fine: l’anno dei grandi avvenimenti, che mettevano la pietra fondamentale dell’indipendenza e della libertà d’Italia. E ora spuntava il 1860, che doveva, con altri mirabili fatti, darci l’unità della Patria.
La storia d’Italia cercherà lungamente notizie, episodi, carteggi, che possano illustrare le fortunose vicende di quei anni memorabili. Questo pensiero mi spinge a scrivere ancora alcune pagine, per giungere all’ultima meta, la proclamazione del Regno d’Italia, il faro di così lunghe aspirazioni.
NOTA.
[37] Iniziatore del Comitato di soccorso per l’emigrazione veneta fu l’ingegnere Achille Villa; ne furono membri il conte Gaetano Manci, già podestà di Trento, il conte Stefano Medin di Venezia; il dottor Giovanni Soresina e Vito Bassano, mantovani; i signori Enrico Fano, conte Ignazio Crivelli, Antonio Grassi, Antonio Comerio, nob. Carlo Cagnola, marchese Carlo Ermes Visconti, Achille Villa di Milano: io ne fui eletto presidente, e fu segretario il conte Tiepolo veneto. Sorse anche un Comitato politico dell’emigrazione di cui furono membri i conti Giustiniani e Correr; comitato ch’ebbe pure molta parte nell’inviare un gran numero d’emigrati ad arrolarsi nell’Emilia; alle spese provvedeva il Comitato di soccorso per l’emigrazione.