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CAPITOLO XV.

1853.

I.

_Sommario:_ Mazzini decide di ordire una rivolta in Milano. — Vive opposizioni de’ suoi principali amici. — Mazzini, fermo nel suo proposito, manda degli emissari a Milano. — _Organizzazione_ secreta di squadre di popolani, e piano della rivolta. — Il Piolti de Bianchi accetta d’esserne il capo. — Allarmi per l’inevitabile insuccesso, e vani tentativi per dissuadere Mazzini. — Il sei febbraio. — I capi delle squadre si trovano soli ai ritrovi, e scompaiono. — Il popolano Ferri con pochi assale il posto di guardia del palazzo di Corte. — Pochi insorgenti, isolati, feriscono nelle strade alcuni soldati. — Breve tafferuglio nelle vie al laghetto.

Negli ultimi mesi del 1852 c’erano stati, a quanto s’andava sussurrando, dei ritrovi segreti e frequenti tra persone notoriamente appartenenti al partito mazziniano. Da confidenze e da indiscrezioni s’era anche saputo che Mazzini voleva preparare e promuovere una sommossa, o una rivoluzione in Milano. Le prime voci venivano dal Comitato presieduto da G. B. Carta. Comitato che si chiamava _dell’Olona_ e che rappresentava solo una parte, e non la principale, del partito mazziniano.

Mazzini aveva effettivamente deciso che Milano dovesse quanto prima insorgere. S’era rivolto da principio ai suoi vecchi amici, alle persone più serie del suo partito, ad antichi ufficiali della difesa di Venezia e di Roma; ma tutti questi, per quanto audacissimi, avevano fortemente sconsigliato Mazzini dal tentare una simile impresa. Le ragioni erano evidenti, e il momento non poteva essere più inopportuno.

L’Europa era tutta in piena reazione e in piena tranquillità; il colpo di stato aveva soffocati e dispersi anche in Francia gli elementi rivoluzionari; il Piemonte, tutto intento a riordinare le sue finanze e il suo esercito, era in un periodo di completo raccoglimento. Milano e le provincie non s’erano ancora riavute dai disastri del 1848; la fiducia nella rivoluzione non era rinata; lo stato d’assedio e i forti presidii austriaci la rendevano impossibile; in nessuno c’era la volontà di tentare in quei giorni una rivolta.

Queste considerazioni furon fatte presenti con insistenza a Mazzini dai suoi amici più assennati, ma inutilmente. Parecchi lo avevano anche pregato di astenersi da ogni tentativo rivoluzionario sino a che tanti patriotti fossero nelle carceri di Mantova, per evitare delle rappresaglie su loro.

Tutto fu inutile. Mazzini, non persuaso da queste osservazioni, e non fidandosi dei vecchi e provati amici che lo sconsigliavano, mandò qualche emissario per avere informazioni da altri. Gli emissari si abboccarono con quelli del Comitato dell’Olona, e con qualche altro; gente volonterosa, ma che scambiava le intenzioni proprie con quelle del paese. A Mazzini bastò d’aver trovato chi gli dava ragione per convincersi sempre più di averla, e così si mise subito all’opera, a preparare attivamente un’insurrezione.

I primi discorsi sui progetti del Mazzini si tennero a Stradella col Depretis, col Cairoli e col Piolti De Bianchi, chiamatovi espressamente, volendo Mazzini affidare a questi la direzione del partito in Lombardia; poichè tutte le file ne erano rotte, in seguito agli ultimi arresti causati dal processo di Mantova. Il Piolti De Bianchi accettò.

Il Mazzini poco dopo gli mandava da Londra, dove viveva rifugiato, Eugenio Brizio di Assisi, già ufficiale col Pianciani durante la difesa di Roma; giovane risoluto, attivo, coraggioso, e in cui Mazzini aveva la massima fiducia. È, credo, quel Brizio che molti anni dopo fu sindaco di Assisi; uomo popolare e benveduto.

La cospirazione incominciò subito attivamente: il Piolti si diresse alla classe borghese, e il Brizio agli operai. Il Brizio intraprese una specie di arruolamento, nelle classi popolari, ma pigliando gli affigliati a fascio, senza conoscerli, pur di riunirne molti. I diverbi e i contrasti tra quelli che ordivano la cospirazione, e i patriotti che la deploravano e che avrebbero voluto impedirla, erano vivacissimi e continui. Carlo De Cristoforis, che all’occorrenza era pure un cospiratore audacissimo, ed altri pur del partito d’azione si mischiavano talora tra quei congiurati, e sconsigliavano i migliori da quell’impresa, di cui prevedevano male; ma inutilmente.

Uno di quei popolani, che conobbi più tardi, mi diceva ingenuamente: «Ho preso parte all’insurrezione del 6 febbraio, perchè mi avevano assicurato che, se potevamo resistere alcuni giorni, varie Potenze d’Europa sarebbero venute ad aiutarci. In prova di ciò, da quelli che preparavano la rivoluzione ero stato assicurato che avevamo anche gli ungheresi con noi. Anzi un amico mi aveva condotto in una casa dove mi aveva mostrato in un baule l’uniforme d’un generale ungherese, diceva lui, che doveva arrivare tra poco: a quella vista, mi sentii rimescolare il sangue, ed esclamai: Se nel 1848 abbiamo fatto le Cinque Giornate, questa volta ne faremo dieci! Mi arrolai ed anzi divenni il capo d’una compagnia.»

Questo popolano era quel Francesco Ferri di cui feci cenno, parlando del Comitato di G. B. Carta; ed era il capo dei facchini municipali, che allora erano addetti al corpo dei pompieri. Era un uomo magro, asciutto, noto per il suo buon cuore e per la sua audacia. C’era in lui una strana mescolanza di bontà e di fierezza; per rendere un servizio a un superiore o a un amico esponeva la propria vita a qualunque rischio, e avrebbe anche ammazzato un uomo come si uccide un insetto. La sua qualità di facchino del municipio lo metteva a contatto cogli assessori e col Podestà, ai quali era sempre devotissimo. Professava poi rispetto ed affezione pei _signori milanesi_, specialmente delle vecchie famiglie, rispecchiando in ciò un sentimento che fino allora s’era conservato nel popolo milanese. Nelle Cinque giornate fu tra i più valorosi, e fece anche la parte di Renzo quando accompagnò Ferrer, precedendo e scortando a capo dei suoi facchini il Podestà che si recava al Palazzo di Governo. Non è quindi a stupirsi se, presentandosi ora una nuova occasione per menar le mani contro gli austriaci, il Ferri ci si mettesse corpo ed anima.

Mazzini non aveva trovato tra i suoi migliori amici di Milano e tra le persone di qualche importanza che uno solo, il quale fosse disposto ad assecondare il suo progetto. Questi era stato Giuseppe Piolti de Bianchi, giovane studioso, onesto, che metteva la sua devozione al Maestro al disopra d’ogni ragionamento. Mazzini che gli aveva affidata la direzione del proprio partito in Milano, gli affidò anche la direzione della rivolta che stava tramando. Ma anche a lui pose a fianco un luogotenente, il Brizio, venuto da Londra, il quale intanto andava formando le sue squadre e il piano di battaglia. Gli affigliati non lo conoscevano che sotto un nome: _il romano_.

Il Piolti de Bianchi, prima di accingersi alla grave impresa e di assumersi tanta responsabilità, volle avere un abboccamento con Mazzini. Si recò in una villa presso Lugano nel gennaio; vide il Mazzini, e non mancò di esporgli le gravi difficoltà dell’impresa. Ma Mazzini gli oppose le informazioni di altri, compreso il Brizio, il quale lo andava assicurando che tutto il popolo fremeva, che bastava una scintilla per sviluppare un grande incendio; che il popolo si sarebbe sollevato in massa, e che dopo due ore di combattimento le _marsine_, come dicevano il Comitato dell’Olona e il Brizio, ossia i _dissidenti_, sarebbero scesi in strada prendendo parte anch’essi alla rivoluzione, di cui in tutta Italia non si aspettava che il segnale.

Il Piolti aveva esposte tutte le ragioni che sconsigliavano in quel momento un’insurrezione; aveva fatto osservare che non si poteva iniziare un movimento, che avrebbe necessariamente avuto un carattere repubblicano, senza tener conto del Piemonte, il solo paese d’Italia che avesse un esercito su cui contare, per continuare poi la guerra da noi iniziata. Mazzini aveva risposto che bisognava seguire l’esempio del 48. «Ciò ch’egli voleva, disse, era l’Italia _libera ed una_ e credeva che solo la Repubblica potesse darcela, ma che rispettava le opinioni e le speranze dei molti che mettevan fiducia nel Piemonte costituzionale. All’annuncio che Milano è insorta, o il Re e i moderati decidono di accorrere, e di ritentare la prova del 48 e noi dobbiamo accoglierli a braccia aperte; o non intervengono, e il _popolo_ e l’_esercito_ verranno senza di essi, poichè è impossibile che il Piemonte rimanga freddo spettatore di tale avvenimento. Bisogna quindi astenerci dal proclamare la Repubblica, od altra forma di Governo, ma costituire un Governo Provvisorio, di tre o cinque persone che pensino alla guerra e a chiamare alle armi tutti gli italiani»[20].

Così aveva risposto il Mazzini al Piolti, rimanendo fermo nel suo divisamento, e fissando, per incominciare, il 6 febbraio, ultima domenica del carnevale, mentre i soldati sarebbero sparsi per la città. Promise ancora che ci sarebbero state delle intelligenze cogli ungheresi, e che sarebbe venuto da Londra il generale ungherese Klapka. Piolti chinò il capo e obbedì.

Quali erano i mezzi e le risorse, quali le forze e quali i concetti con cui sollevare Milano, e con cui attaccare le truppe austriache, che occupavano così fortemente Milano e le provincie Lombardo-Venete?

I mezzi finanziari consistevano in mille lire sterline mandate da Mazzini provenienti dal prestito, e le armi erano alcune centinaia di stiletti piantati in un rozzo manico di legno di cui Mazzini aveva mandato il modello, fatti eseguire da un tale Fronti, un ottonaio ch’era della congiura, nonchè alcuni tubi esplodenti dei quali pure Mazzini aveva mandato un campione e che il Fronti stava preparando. Quei tubi furono i primi tentativi che condussero poi alla fabbricazione delle bombe Orsini.

Il Brizio diceva d’aver pronti cinque mila affiliati, e infatti tale era il numero degli inscritti. E fu strano come la Polizia non se ne avvedesse o non agisse.

Veniamo agli ungheresi. Il Cairoli, tempo prima, aveva mandato da Pavia una lettera al Piolti per fargli conoscere un capitano ungherese, suo amico. Il capitano aveva accolto gentilmente il Piolti, ma quando sentì di che cosa si trattava, gli rispose francamente che insieme con truppe regolari gli ungheresi all’occorrenza potevano forse decidersi a far causa comune; ma in caso diverso, e cioè in una insurrezione, non era da far calcolo su di loro. E si lasciarono con promessa dell’assoluto silenzio, e di troncare ogni relazione come se non si fossero conosciuti.

Invece del generale Klapka, che non venne, era giunto un tal Furagy, già uffiziale degli Honveds, e allora emigrato a Ginevra. Era l’uniforme di costui che il facchino Ferri, ed altri, avevano veduta.

Secondo il piano del Brizio i cinquemila congiurati, divisi in compagnie di cinquecento o trecento uomini, dovevano dar l’assalto al castello, al palazzo di Corte, al fortino di Porta Tosa e ad alcune caserme, e impadronirsene contemporaneamente. Il Furagy intanto avrebbe fatto fare il _Pronunciamento_ dei soldati ungheresi in alcune caserme, per poi andare alla presa di altre.

Su questo piano c’era disaccordo tra il Brizio e il Piolti, a cui pareva impresa troppo audace e difficile l’assalto immediato al castello; ma la vinse il Brizio, dicendo che di tale impresa si sarebbe incaricato egli stesso.

I dissidenti, e le persone serie che conoscevano i particolari della cospirazione e la decisione di condurla ad effetto, erano grandemente impensieriti ed allarmati. Una insurrezione, promossa con mezzi così inadeguati e, diciamolo, in parte puerili, non poteva condurre che a risultati funesti. La sommossa, dicevano, verrebbe subito repressa nel sangue; essa sarebbe stata la giustificazione dello stato d’assedio rigoroso, delle condanne e di tutte le misure eccessive, crudeli, con le quali governava l’autorità militare; essa le avrebbe accresciute e rincrudite. Una sommossa impotente, e di pochi, avrebbe indebolita e sfatata quella resistenza che ritraeva la sua forza dalla sua misteriosa unanimità. Nulla di più esiziale, dicevasi giustamente, di quei moti convulsi, impotenti, che sono sintomi di debolezza, e che scuotono in un paese la fibra e la fede.

Alcuni ch’erano informati di ciò che si tramava, pregarono mio fratello Emilio e Enrico Besana, ch’era un patriota a tutta prova, di recarsi dal Mazzini per tentare ancora una volta di dissuaderlo dalla folle impresa. Essi acconsentirono, e partirono per Lugano, non curando i pericoli di quella missione; non avevano passaporto, e il cordone militare era rigorosissimo. Il giorno della loro partenza nevicava fitto, e nevicò tutto il giorno seguente; i monti e le strade fuor di mano erano talmente coperti di neve da divenire impraticabili, sicchè non riuscirono a passare il confine. Non avendo potuto compiere l’incarico, e non volendo essere assenti in un giorno di pericolo, ritornarono a Milano, ove giunsero la vigilia del 6 febbraio.

Molto probabilmente, però, la loro missione non avrebbe avuto nessun risultato.

Venuto il 6 febbraio, il Piolti, il Brizio e il Fronti impiegarono le prime ore della giornata in ritrovi coi capi dei gruppi e delle squadre, per ripeter loro gli ordini, ed assicurarsi che ciascuno avrebbe fatto il compito proprio.

Una prima difficoltà, che fece perdere qualche ora, fu quella delle pretese che alcuni capi squadra accamparono in nome dei loro uomini, i quali volevano una rimunerazione maggiore di quella che veniva loro offerta. Ciò prova come il Brizio avesse male scelto i suoi affiliati; se li avesse cercati tra i popolani delle Cinque Giornate, o tra i reduci di Roma e di Venezia, la sommossa del 6 febbraio avrebbe avuto certamente un’importanza ben maggiore e una ben maggiore serietà. L’errore era stato quello di affidare a un emigrato romano un arrolamento tra popolani milanesi, ch’egli non conosceva.

Il Piolti li rimproverò con severe parole: «Noi non intendiamo di pagare l’opera che state per compiere, non c’è denaro che possa rimeritarla; vi siete dichiarati disposti ad assalire gli austriaci, e noi siamo disposti a tentare la sorte, ecco tutto. Siccome dovrete raccogliervi in osterie vi darò due lire per ciascuno, ma guai a chi si ubbriacasse. Questa sera dopo il colpo sarò da voi. Se non accettate, siete ancora in tempo a ritirarvi. Vedendomi risoluto, piegarono la testa, ed accettarono.»

I capi avevano detto che gli affiliati erano cinquemila, e il Piolti diede loro diecimila lire. Il Fronti intanto distribuiva gli stili, e ritirava il rimanente del denaro, ossia dodicimila franchi, ch’eran rimasti al Piolti.

La rivoluzione doveva incominciare alle quattro pomeridiane, e venuta quell’ora il Piolti scese in strada con un amico, il Maiocchi, per vedere se il movimento incominciava. Tutto era perfettamente tranquillo.

Che cosa avveniva intanto? Il Brizio, che con quattrocento uomini doveva assalire il castello, non mancò al suo posto, ma non trovò che trenta persone. Aspettò un pezzo; propose a quei pochi di tentar l’impresa, ma gli altri non accettarono, e siccome calava la sera ognuno se ne andò pei fatti suoi.

Furagy aveva aspettato per un pezzo certi suoi ungheresi che dovevano unirsi con lui per entrare nella caserma di S. Ambrogio; non li trovò, li cercò per un pezzo per le vie vicino, si smarrì mentre scendeva la notte, e si rifugiò in casa di persone amiche. Di quelli che dovevano assalire il fortino di Porta Tosa non si seppe nulla.

Dovevano essere quattrocento anche quelli che si erano impegnati ad assalire la Gran Guardia del palazzo di Corte, e vi si trovarono soltanto in dieci o dodici, tra i quali il Ferri.

Il Ferri senza perdersi d’animo, visto il fascio dei fucili, con in mezzo la bandiera, vi corre su; ne prende un certo numero, con la bandiera insieme, e via di corsa con questi trofei. La sentinella gli tirò una fucilata che lo ferì.

In tutti gli altri punti della città, ove dovevano trovarsi le squadre della rivoluzione, o non comparve alcuno o ben pochi, che subito si sciolsero. Gli sbandati aggredirono qua e là qualche sentinella, o stilettarono qualche soldato che incontrarono per strada.

Il Piolti de Bianchi intanto correva affannosamente in cerca della _sua_ rivoluzione, ma non la trovava; per tutto una quiete profonda. Andò in cerca del Fronti, ma non lo trovò; e non trovò nemmeno i dodicimila franchi che gli aveva lasciati, dopo distribuite le diecimila lire ai popolani.

Saputosi che c’era stato qualche tafferuglio i cittadini rincasavano frettolosi, e venivano chiuse le porte e le botteghe: subito la città fu percorsa da numerose pattuglie. Così finiva la giornata del 6 febbraio.

Aggiungo che sulla scomparsa del Fronti e dei dodicimila franchi, il Piolti informò Mazzini, dal quale seppe poi che il Fronti s’era ritirato a Parigi. Fatto interrogare sulla somma della quale doveva render conto, disse che l’aveva in deposito sua moglie, ritiratasi a Codogno. Andarono a cercarla i fratelli Foldi, ma la Fronti li denunziò, ed essi fecero in fretta a fuggire, e andarono in America.

Io avevo passate le ore pomeridiane del 6 febbraio nella famosa nostra sala di scherma presso mio cugino, Lamberto Paravicini, in via S. Pietro all’Orto, ove s’erano dato ritrovo parecchi del gruppo dei _dissidenti_. Era stato un andirivieni continuo di amici che venivano da vari punti della città a portare notizie, e a sentirne. Alcuni ci rimanevano in permanenza per chiamare, se occorresse, gli altri: tra questi ricordo Vincenzo Strambio. S’era tutti in una grande ansietà, ma nessuno supponeva che l’attesa sommossa dovesse svanire così miseramente. In principio della sera qualcuno venne a riferire che nelle vicinanze dell’Ospedale Maggiore, nelle vie vicine che si chiamano _al laghetto_, erano state fatte alcune barricate, e si erano sentite delle fucilate. Pensammo d’andarci, per vedere noi stessi se la notizia fosse vera, io, mio cugino Lamberto Paravicini, Costantino Garavaglia e qualche altro. Trovammo per strada, che venivano dal caffè dell’Europa in via dei Servi, l’ingegnere Luciano Besozzi, il pittore Gerolamo Induno, Eleuterio Pagliano, e mio fratello Emilio; e ci avviammo tutti verso la piazza del Verziere: arrivati alla metà della via Durini, ci imbattemmo in una forte pattuglia che ci intimò di retrocedere e di dividerci. Ci salutammo, e ciascuno se ne andò a cercar notizie per conto proprio.

Trovammo anche Carlo De Cristoforis, che poco prima aveva voluto recarsi anche lui nelle vie dette _al laghetto_, ma una pattuglia lo aveva arrestato; egli però aveva saputo così bene fingere, che lo lasciarono andare. Questa sua presenza di spirito lo salvò. Se fosse stato condotto quella sera in Castello, come gli altri arrestati, o in un ufficio della Polizia, due giorni dopo sarebbe stato impiccato; tanto più ch’era armato.

Nelle vicinanze dell’Ospedale, _al laghetto_, c’era stato infatti un tentativo per parte di alcuni popolani, forse predisposti dal Ferri, per asserragliarvisi, e continuare la sommossa: c’eran stati anche dei colpi di fucile; ma i pochi insorti furono subito dispersi da una compagnia di soldati.

Il Ferri, come mi raccontò egli stesso molti anni dopo, s’era tenuto nascosto per parecchi giorni, girando di tetto in tetto sulle case del Verziere, soffrendo atrocemente per la ferita e per la fame. In seguito venne arrestato, e condannato a dodici anni di carcere duro in una fortezza; fu poi amnistiato cogli altri condannati politici, nel 1857.

Morì una ventina d’anni dopo; sempre capo dei facchini municipali, e ardente patriotta. Quando si parlava delle passate vicende soleva dire: «Le Cinque Giornate sono andate bene, perchè c’era quella bella concordia della gente del popolo coi signori; ma si andò male quando delle nostre cose se ne immischiarono altri, e non i milanesi veri di Milano».

NOTA.

[20] Queste parole del Mazzini, che esprimono il concetto ch’egli ebbe nel volere l’insurrezione di Milano, le riferisco quali le trovo nelle memorie sul 6 _febbraio_ 1853 di _G. Piolti de Bianchi_, pubblicate dal Senatore A. Bargoni nella _Rivista Storica del Risorgimento_ (anno 1897, fascicoli 7-8).

Le Memorie del Piolti de Bianchi sul 6 febbraio sono uno scritto calmo, coscienzioso, esatto; esse dovrebbero essere consultate da chi vuol avere un’idea veritiera e completa su quegli avvenimenti. Io non ci trovai nulla di diverso di quanto ho veduto, o sentito, a quel tempo; perciò me ne servii per comprovare i miei ricordi e le mie impressioni d’allora.