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CAPITOLO XXIV.

1858.

I.

_Sommario:_ L’Arciduca Massimiliano Governatore generale del Lombardo-Veneto dopo la morte di Radetzki. — Massimiliano cerca di attirare a sè diversi cospicui cittadini. — La Convenzione per le ferrovie italo-austriache. — Cesare Cantù. — Resistenze e lotte della società e dei patriotti milanesi contro Massimiliano. — Il salotto della contessa Maffei, il conte Giulini, e la resistenza all’Arciduca. — Parole di Cavour al Giulini e al Dandolo. — Casa Crivelli e casa Dandolo. — Timori che destava l’azione di Massimiliano. — Propositi di dimostrazioni e di duelli che si fanno in casa Dandolo.

L’anno 1858, al pari dell’anno antecedente, principiava a Milano con una viva preoccupazione nelle classi che chiamerò _dirigenti_; nella parte voglio dire più eletta e patriottica delle classi aristocratiche e borghesi che allora veramente dirigevano l’opinione pubblica cittadina. L’anno prima trattavasi della venuta dell’Imperatore, ora trattavasi dell’arciduca Massimiliano giunto da poco e già insediato tra noi.

L’arciduca era un bel giovane alto, biondo, e che vestiva di solito l’uniforme di ufficiale di marina. Lo aveva preceduto la fama di uomo intelligente, attivo, pieno di buona volontà, di maniere affabili, e di intenzioni larghe e liberali a favore dei paesi di cui doveva prendere il governo. Voci ufficiose cercavano di accreditare l’opinione ch’egli avesse dei poteri più larghi di quanto apparisse. A queste voci, o, dirò meglio, a queste speranze, aveva partecipato l’arciduca stesso. In cuor suo egli andava esagerando la sua missione, e credeva di cavarne quei risultati che gli prometteva la sua fantasia. Non privo di coltura, ma utopista, di mente fantastica e un po’ leggiera (come l’ha provato la tragica avventura del Messico), egli non si era accorto che a Vienna le cose erano intese ben diversamente: la sua missione era una lustra. Egli aveva creduto di diventare il Principe d’uno Stato quasi autonomo, mentre da Vienna era stato mandato a riprendere la tradizione dell’antico Vicerè, ossia di quel fantoccio che c’era prima del quarantotto: perchè l’Austria mutasse, ci volevano, prima Solferino, poi Sadowa.

La morte di Radetzki, avvenuta il 5 gennaio 1858, aveva contribuito a rinforzare le illusioni dell’arciduca. Il vecchio maresciallo dal 1848 aveva avuto il governo civile e militare delle provincie lombarde e venete, da lui riconquistate all’Austria, rappresentandovi colla durezza delle armi e del governo la politica della reazione e dell’assolutismo; ossia il governo di Metternich peggiorato.

Radetzki era uomo di mente mediocre e di poca coltura; ciecamente devoto al suo Imperatore, buon militare, bonario tra i suoi soldati, dai quali era amatissimo, duro, severo cogli avversari e nell’esercizio del governo. «Tre giorni di sangue assicurano trent’anni di pace», aveva detto alla vigilia delle Cinque Giornate, e nella sua mente angusta e tenace n’era convinto. Investito di poteri illimitati, governò il paese per quasi dieci anni senza pensare al domani; lo governò come un paese occupato in tempo di guerra, dimenticando che questo paese era una delle parti più importanti della monarchia ch’egli difendeva; e dimenticando che con un governo imprevidente, coll’odio che lo circondava, e ch’egli accresceva, poteva preparare, per l’avvenire, alla monarchia austriaca le più gravi e minacciose questioni politiche. E così avvenne. Le sue lettere all’amata figlia Federica, pubblicate dopo la morte di lui, sono piene di affetto paterno e di tenerezza; ma di ferro, di fuoco e di forche pei sudditi italiani malcontenti.

La sua morte capitava in buon punto: pareva segnasse la fine d’un fosco passato, e che col suo successore, il giovane arciduca, ora, sorgesse un’alba promettente.

Massimiliano si mise subito all’opera, e per alcuni mesi da Vienna lo lasciarono fare, e si lasciò che si impigliasse nell’equivoco. Egli si trovò da principio come in un deserto, e cercò d’attirarvi gente che piantasse delle tende intorno a lui. Pensò di conoscere un po’ di quei sudditi che doveva governare; cercò di attirarli a sè, e di crearsi delle simpatie e de’ partigiani, nulla risparmiando fin da principio per raggiunger tale scopo. Ma era tardi.

Un primo addentellato, per incominciare, gli era offerto da una Convenzione stipulata a Vienna per una grande Società Ferroviaria, che aveva tra gli altri scopi l’esercizio delle ferrovie, fatte e da farsi, nel Lombardo-Veneto[31]. Fra i firmatari della Convenzione c’era stato il duca Lodovico Melzi, e l’arciduca lo fece chiamare offrendogli un’alta influenza nella amministrazione. Il Melzi accettò, a condizione che fossero nominate nei vari uffici le persone ch’egli avrebbe indicate: ma più tardi il direttore di Polizia osservò che i proposti dal duca erano tutte persone compromesse o sospette. Infatti molti dei giovani ammessi allora negli uffici delle ferrovie militavano nel campo patriottico, alcuni erano reduci da poco dall’esilio e dalle prigioni; anzi, poco dopo, v’ebbe un impiego anche il Lazzati. Massimiliano tuttavia li nominò tutti dicendo: «ora spero che questi almeno verranno da me.» Ma anch’essi trovarono dei pretesti per non andarci, e non ci andò nessuno. L’arciduca dovette accorgersi, fin da principio, che non otteneva neanche la riconoscenza _comandata_.

Fra i suoi progetti c’era stato anche quello di fondare un gran giornale, che doveva chiamarsi la _Gazzetta Italiana_: si concedeva a quella gazzetta il nome di _italiana_ purchè fosse sottinteso quello di _austriaca_. Alcuni dicevano che la direzione del nuovo giornale dovesse venir affidata a Cesare Cantù, che l’arciduca aveva voluto conoscere; ma altri asserivano che il Cantù fosse destinato a incarichi ben più alti. Il Cantù smentiva queste dicerie, soprattutto la prima. Il fatto provò ch’erano dicerie tutte.

Il giornale doveva essere il portavoce dell’arciduca Massimiliano e della sua politica, ma il solo annunzio datone destò nel pubblico una forte opposizione, e già si preparavano delle dimostrazioni. La _Gazzetta Italiana_ doveva in realtà essere diretta da un giornalista di professione, il Menini, circondato da altri redattori, tra i quali Emilio Treves, un giovane triestino assai promettente, che doveva farvi la parte letteraria. Ne fu preparato il primo numero, quale saggio, e si mandò a Vienna: ma ne venne subito la proibizione. Così il gran giornale morì prima di nascere, e l’arciduca veniva già sconfessato; come implicitamente si faceva per ogni atto di qualche importanza della sua politica, tutta fondata, come dicemmo, su degli equivoci.

Ma l’arciduca intanto procedeva impavido, e tra le prime persone a cui si rivolse ve ne furono alcune, tra le più notevoli, di parte clericale. Vi trovò alcuni seguaci, e gli argomenti coi quali cercavano di giustificarsi potevano essere speciosi: dicevano che bisognava una buona volta chiudere il passato; ch’era tempo di sollevare il paese da quello stato di inerzia e di prostrazione in cui giaceva da tanti anni, per metterlo sulla via del progresso economico; che ormai si dovevano mutare gli scopi e le speranze per l’avvenire; essere ormai un’utopia l’ostinarsi a sperare nel Piemonte, impotente qual’era: dicevano, che le potenze a ogni modo non volevano la guerra; che bisognava quindi preparare una soluzione nuova, giovandosi dell’arciduca Massimiliano, venuto appositamente per assecondarla ed effettuarla; che bisognava infine cercare l’autonomia e la libertà per altre vie.

Tale miraggio messo innanzi a un paese che da tanti anni, o languiva nell’attitudine rigida d’una astensione passiva, o combatteva senza speranze vicine contro il suo governo, era un pericolo grave. Da quasi dieci anni il paese aspettava invano la riscossa, e ormai principiava a dar qualche segno di stanchezza. Il contegno e il linguaggio di Massimiliano divennero in breve seducenti per molti, che già principiavano a discutere apertamente se si dovesse appoggiarlo e seguirlo. Dico subito, però, che tra questi non ce n’era neppure uno che avesse appartenuto al patriottismo militante; erano persone che in passato avevano seguita l’onda dei più, ma che non avevano partecipato all’azione attiva, e che, pur nutrendo sentimenti di italianità, non s’erano compromesse di fronte al governo austriaco. Gente mediocre, all’infuori di pochi, che non fece più parlare di sè, e che scomparve sommersa dall’alta marea degli anni che seguirono.

Si lasciava credere come dissi, che tra i fautori di Massimiliano ci fosse anche Cesare Cantù. Il Cantù, lavoratore indefesso, non viveva che nella cerchia ristretta dei suoi intimi, e di alcuni ammiratori. Da giovane era stato egli pure imprigionato dagli austriaci, ma poi non era più entrato nel secreto consorzio dei patrioti, non s’era unito a nessuno di loro, e viveva solitario tra i suoi libri e i suoi lavori.

Il Cantù era egli pure un avversario del Governo austriaco, ma sdegnoso delle opinioni altrui, non seguì nel 58 il movimento d’opposizione a Massimiliano, e il pubblico a cui doleva di non avere con sè, in quei giorni di lotta, un cittadino illustre, gli si mostrava severo e credette anche ciò che non era[32].

La società milanese di solito si occupava ben poco dei personaggi governativi e politici austriaci; anzi c’era quasi l’affettuazione di non parlarne mai: ma di Massimiliano, dopo solo due mesi ch’era a Milano, si parlava già molto. Era questo un risultato a cui nessun Principe, nessun Governatore austriaco, prima di lui, era arrivato mai. Egli amava far parlare di sè, e occupare di sè l’opinione pubblica: non essendo quindi possibile lasciar cadere lui e la sua missione nel silenzio, bisognava combatterlo tanto più vivamente, bisognava rendergli impossibile l’esecuzione di qualsiasi suo disegno, di qualsiasi sua buona intenzione.

Massimiliano, per la causa dell’indipendenza, era un pericolo. I suoi sforzi, l’opera sua assai probabilmente non avrebbero condotto a nulla, sarebbero riusciti alla fine a un disinganno per lui e pei suoi aderenti; ma nel frattempo potevano illudere, potevano attraversare la politica nazionale del Piemonte. Le lusinghe di Massimiliano potevano indurre molti a sperare in lui e ad abbandonare quella resistenza che durava da dieci anni e che, rendendo vani tutti i tentativi dell’Austria, aveva data tanta forza alla politica nazionale del Piemonte.

Bisognava dunque combattere Massimiliano più che i marescialli che ci avevano governati cogli stati d’assedio, colle prigioni e colle forche. _Combattere Massimiliano in ogni modo, e ad ogni costo_, fu la parola d’ordine che allora corse imperiosa tra i patriotti milanesi.

Quindici anni dopo, quando Vittorio Emanuele andò a Vienna a far visita all’imperatore Francesco Giuseppe, un ministro austriaco, discorrendo di Milano con mio fratello Emilio, che accompagnava il Re, ricordò gli anni corsi tra il 49 e il 59, e rammentò le nostre resistenze e le nostre lotte. Pareva al ministro austriaco che le classi dirigenti italiane avessero avuto sotto mano una cospirazione formidabile per mantenere il paese, con tanta disciplina, in quello stato di lotta continua. Mio fratello gli rispose: «Non c’era nessuna cospirazione permanente; ci fu qualche speciale cospirazione, ma breve e di pochi; ma c’era la grande cospirazione di tutti, naturale, spontanea: la fermezza e la disciplina erano mantenute nelle nostre file dai metodi di governo di quel tempo; erano mantenuti dai vostri governanti, dai vostri generali, dalle vostre Polizie. Una volta sola la nostra _cospirazione_ diventò difficile, e ci mise in pensiero... fu quando ci mandaste l’arciduca Massimiliano.»

Uno dei ritrovi, ove più gagliardamente ed efficacemente si preparava e dirigeva la lotta contro l’arciduca, era il _salotto_ della contessa Maffei: nella storia di quel salotto l’inverno del 1858 segna forse la data più memorabile. L’antica tinta repubblicana di alcuni anni prima era scomparsa: il patriottismo andava sempre più disciplinandosi intorno a una nuova fede, la fede in Vittorio Emanuele e in Cavour. _Casa Maffei_ voleva dire in Milano una società politica e battagliera; alcuni la credevano un ritrovo arcigno di letterati e di pedanti; ma era tutt’altro.

Nel piccolo appartamento di via Bigli, dove la contessa Maffei riceveva ogni sera, si incontravano persone serie, vecchi patriotti, uomini di studio e di bella fama, ma vi intervenivano anche signore del mondo elegante, artisti, giovani che vedremo poi nel 1859 varcare il Ticino e arruolarsi tra i volontari. Nelle serate in casa della contessa si discorreva piacevolmente di cose serie, e di cose liete; si discorreva di politica, di letteratura, d’arte, e dei fatterelli cittadini; si scherzava e si rideva, ma l’intonazione generale era sempre altamente patriottica. La contessa Maffei, di natura indulgente e mite, diventava fiera e intransigente ogni volta che fosse in questione il Governo straniero. Si pensi con quanto entusiasmo essa e i suoi amici prendessero parte, in quell’inverno del 1858, alla lotta contro l’arciduca Massimiliano che ferveva nella società milanese.

Chiarina Maffei esercitava sempre molto fascino intorno a sè, il fascino della gentilezza e della bontà. Intelligente e colta, senza essere nè una letterata, nè una dotta, aveva l’entusiasmo d’ogni cosa buona e bella, l’entusiasmo della patria soprattutto. Era sempre in faccende per far del bene; e quando i suoi mezzi, ch’eran modesti, non le permettevano di fare quanto il suo cuore avrebbe voluto, allora ricorreva agli uomini ricchi, o influenti, ricorreva specialmente al conte Cesare Giulini, la cui carità e generosità erano inesauribili.

Il Giulini era sempre in Milano una delle persone più note e distinte; ricco, generoso, di mente alta, di sentimenti nobilissimi, aveva l’animo buono e caritatevole. La sua cultura era vastissima e la sua memoria era straordinaria, mentre poi era altrettanto straordinaria la sua distrazione, a proposito della quale si raccontavano tra gli amici i più divertenti episodî. Il dovere e la patria erano per lui una religione, e la parte ch’egli ebbe negli avvenimenti patrii, dal 48 al 59 in Milano, fu grande, pure svolgendosi con quella semplicità e con quella modestia ch’erano nella sua natura. Quando il paese fu libero, il conte di Cavour voleva fare di lui un Governatore, un Ministro; ma egli non accettò, e nel 1862 moriva non avendo che 47 anni.

Il Giulini, che aveva conservato dei legami d’amicizia col Cavour e coi principali uomini politici del Piemonte, trovava modo di fare di tanto in tanto delle gite, ora palesi ora secrete, a Torino; e di là portava alla contessa e agli amici più intimi quelle notizie ch’erano l’alimento delle nostre speranze. Non aveva mancato d’andarci in quei giorni, e col Cavour aveva discorso di Massimiliano e della nuova situazione che l’arciduca cercava di preparare in Milano: e ci aveva riferito che Cavour, come conclusione del discorso, gli aveva detto all’orecchio: «È urgente che facciate mettere di nuovo Milano in _istato d’assedio_!»

Questo motto, che diventava una parola d’ordine, corse rapidamente di bocca in bocca, con patriottiche indiscrezioni, e servì ad infondere in una cerchia di persone, che si facea ogni giorno più larga, un nuovo ardore e una maggiore audacia.

Emilio Dandolo era stato chiamato a Torino da Cavour, che gli disse: «Caro Dandolo, ci siamo: Napoleone mi promise, che se gli austriaci mettono piede sul territorio Piemontese, egli verrà in nostro aiuto. A farci invadere penseremo noi. A Milano fate cogli amici, e cogli amici del paese, del vostro meglio per tener viva la fiaccola del patriottismo e per tener viva l’agitazione.»

Il marchese Luigi Crivelli, quel medesimo che fu in prigione dopo il 6 febbraio in grazia della barba, e sua moglie, la marchesa Carolina, nata Medici di Marignano, riunivano in casa loro una società numerosa di persone, tra le quali predominava la gioventù. Si rideva, si ballava, e si faceva del patriottismo risoluto e chiassoso: il punto verso cui convergevano anche in casa Crivelli tutti i discorsi era l’arciduca Massimiliano; si può immaginare quale effetto vi facessero le parole di Cavour, ripetute all’orecchio in gran secreto... ma da tutti.

L’arciduca Massimiliano, a cui non era ancora riuscito di dare a Corte, nè una festa, nè un ricevimento, adoperava tutte le arti della sua seduzione personale per fare delle conoscenze, e per chiamar gente intorno a sè: si rivolgeva a persone notevoli per ingegno, per studî o per pratica amministrativa, ogni volta che gli si presentava qualche affare di pubblico interesse; e faceva chiamare, sotto i più futili pretesti, anche dei semplici gentiluomini per aver gente a Corte. In tal modo, ogni tanto, si veniva a sapere che qualche nuovo pesciolino era stato preso all’amo, e che qualche nuova recluta era entrata in palazzo reale a far visita all’arciduca. Era appunto ciò che non si voleva.

«Bisogna finirla,» s’era detto; bisogna arrestare queste diserzioni dal campo _intransigente_ che a un po’ per volta possono creare una situazione nuova, pericolosa, contraria ai nostri disegni, contraria alla politica che con tanta abilità e con tanta fortuna seguiva il Piemonte. Finirla, è presto detto, ma in qual modo?

La sera, dopo il teatro, andavo frequentemente coi miei amici dalla contessa Dandolo, e chiacchierando e fumando fino ad ora tarda, si facevano le nostre discussioni e le nostre piccole cospirazioni politiche. La contessa, intelligente, animosa, ardente di sentimenti giovanili come noi, era l’anima della conversazione. Alle volte, essa ci faceva imbandire qualche cenetta, improvvisandola, e si passavano in casa sua delle ore deliziose.

Una sera, mentre si parlava dell’arciduca e di quelli che abboccavano al suo amo, qualcuno di noi, forse Emilio Dandolo stesso, saltò su a dire che, per impedire le visite a Corte, bisognava pur pensarne qualcuna, se non bastava la pubblica riprovazione, se non bastavano il negare il saluto e il troncare i rapporti d’amicizia con chi ci andava.

Nei nostri discorsi, ch’erano l’eco dei discorsi e dei pensieri di persone più serie di noi, c’era una preoccupazione, c’era il sentimento secreto d’un pericolo che cominciava a manifestarsi. Quale potrà essere il risultato, pensavano già parecchi, dell’azione continua, instancabile dell’arciduca? Riescirà egli ad aprire una breccia nel patriottismo disciplinato, rigido, ch’era durato fino allora? quanti mano mano non andranno cedendo alle lusinghe governative? quali nuovi interessi non verranno per avvicinare il paese al Governo? Il pubblico, il gran pubblico, dicevano i patriotti, fino a quando ci seguirà nella resistenza inflessibile anche dinanzi a un regime che si annunzia mite e largo di promesse? E una tregua dei lombardo-veneti nella resistenza non avrà delle conseguenze fatali per la politica di Cavour?

E dunque? Dunque che cosa si fa?... Dunque si potrebbe far qualcosa di chiassoso... sfidare a duello, per dirne una, quelli che d’ora innanzi senza esserne obbligati andranno volontariamente a Corte, o si avvicineranno in qualsiasi modo alla politica dell’arciduca!

L’idea fu accolta con entusiasmo: questa bravata ci parve bellissima, ed era infatti al livello della temperatura delle nostre teste, e di quella in mezzo a cui si viveva.

Dopo ciò, quella sera ci separammo, colle teste calde di progetti e di duelli.

NOTE.

[31] Convenzione 14 marzo 1856, stipulata in Vienna, approvata colla Sovrana Risoluzione 17 aprile successivo, tra gli II. RR. Ministri Austriaci di Finanza e del Commercio, e i signori:

Principe Adolfo di Schwarzenberg, Presidente e rappresentante dell’I. R. Istituto privilegiato di Credito per il commercio e per l’industria a Vienna;

Conte Francesco Zichy juniore;

Barone A. S. de Rothschild, Vice-presidente e rappresentanti dell’Istituto suddetto;

La casa bancaria S. M. Rothschild, in Vienna;

Marchese Raffaele de Ferrari, duca di Galliera, in Bologna;

Duca Lodovico Melzi, in Milano;

S. E. Conte Giuseppe Archinto, in Milano, rappresentato dai sigg. Sebastiano Mondolfo e C. F. Brot;

Pietro Bastogi, in Livorno;

Fratelli de Rothschild, in Parigi;

E. Blonnt e C., in Parigi;

Paolino Talabot, in Parigi;

N. M. de Rothschild e figli, in Londra;

Samuele Laing, in Londra;

M. Uzielli, in Londra;

mediante la quale viene concesso ai suddetti signori

1) l’esercizio ed il godimento di tutte le II. RR. strade ferrate situate nel Regno Lombardo-Veneto, con eccezione del tronco che da Verona s’inoltra verso il Tirolo meridionale, con tutti i diritti ed obblighi alle medesime inerenti;

2) la costruzione e l’attuazione di nuovi tronchi.

[32] Il Cantù più tardi, nella sua Cronistoria dell’Indipendenza Italiana, disconobbe gli uomini più alti e più cari del risorgimento nazionale, e ciò gli fu poi d’ostacolo a entrare in Senato, onore a cui l’avrebbero chiamato i suoi titoli di scrittore e di storico.

Crispi, essendo ministro dell’interno, propose al Re Umberto la nomina di Cesare Cantù a Senatore. Domenico Farini, presidente del Senato e figlio dell’ex Dittatore dell’Emilia, saputo ciò, si recò dal Re e vivamente lo sconsigliò di nominare senatore l’autore della Cronistoria. Il Re non firmò il decreto.