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CAPITOLO VII.

1848.

V.

_Sommario:_ Primi timori e prime inquietudini. — Il Ministro Wessemberg offre la _pace al Mincio_. — Ripulsa del Governo Provvisorio. — Carlo Alberto e i suoi generali. — Armamenti affrettati. — Offerte generose delle principali famiglie milanesi e lombarde al Governo Provvisorio. — Cattive notizie. — Allarmi. — Agitazione pubblica. — Nomina del Comitato di difesa. — Fanti, Maestri, Restelli. — Mobilitazione della Guardia Nazionale. — Mio fratello Emilio si arruola tra i volontari di Garibaldi, da poco venuto d’America. — Mia madre parte da Milano con me e con mio fratello Enrico.

I bei giorni della pubblica felicità cominciavano a tramontare. I loro ultimi raggi sereni erano stati, alla fine di maggio, il combattimento di Goito e la resa di Peschiera. Quei fatti erano stati accolti con uno scoppio di gioia che ricordava il 22 marzo.

Ma vennero presto a turbarla le brutte notizie della sconfitta di Curtatone e di Montanara, dei combattimenti dubbiosi di Rivoli, della defezione del re di Napoli, del ritiro delle truppe papaline, e poco dopo della caduta di Vicenza. La vittoria è un gran talismano, e guai a chi se la lascia sfuggire: noi ne facevamo in quei giorni la prima dolorosa esperienza.

A quegli indizî che la fortuna cominciava ad abbandonarci, si vedeva già in tutti un’inquietudine, un turbamento, che rannuvolavano gli animi. Andava vieppiù crescendo un vago malcontento; sorgevano accuse e sospetti su tutto e su tutti; le opinioni e le discussioni, specialmente politiche, si facevano più aspre.

Le fantasie fino ad allora inebriate dai felici successi, richiamate improvvisamente alla realtà, cercavano la spiegazione dei loro disinganni con le ipotesi più strane. Si principiava ad almanaccare su possibili tradimenti, e a cercare i traditori e le spie.

Incominciava così quella discordia degli animi, quell’eccitazione morbosa, quella strana disposizione a negare i fatti per accogliere ogni più strana fantasticheria; incominciava insomma quell’agitazione nella opinione pubblica, che aggravò i nostri disastri e lasciò lunghe e dolorose conseguenze.

Cagione di sospetti e di accuse era stata in quei giorni anche la voce corsa che il Governo Provvisorio e Carlo Alberto avessero avviato trattative con l’Austria ad ottenere la Lombardia fino al Mincio. I fatti smentirono la diceria, ma i sospetti continuarono.

La verità era ben diversa. Come è noto, nella seconda metà di giugno il Governo austriaco, in seguito a ufficî fatti dall’Inghilterra, erasi dimostrato propenso ad avviare delle trattative di pace con Carlo Alberto e col Governo Provvisorio sulla base della cessione della Lombardia, e il barone Wessemberg, ministro degli affari esteri, ne aveva fatto la formale proposta con un dispaccio ufficiale diretto al Governo Provvisorio di Milano.

Questo con una Nota nobilissima, forse più generosa che meditata, aveva respinta l’offerta, dicendo che non voleva fare d’una causa italiana una causa lombarda; poi aveva incaricato uno de’ suoi membri, Antonio Peretta, che si trovava al campo, di informarne il Re Carlo Alberto. I nemici del Governo Provvisorio negarono allora la ripulsa data e il documento del Wessemberg, ma ora tutto ciò è noto.

Il Re, che conosceva la iniziativa inglese, ascoltò la lettura della Nota del Governo Provvisorio; ascoltò in silenzio e pensieroso le ragioni, che l’avevano ispirata e che il Beretta gli espose: si contentò di rispondergli, con molta nobiltà e con finezza, queste parole: — _La risposta del Governo Provvisorio è degna della città delle Cinque Giornate_, — e lo congedò invitandolo a passare in una stanza vicina ove erano radunati alcuni generali e lo Stato Maggiore.

I generali furono più espliciti, e meno riguardosi del Re. Dissero al Beretta che il Governo Provvisorio dimostrava di ignorare affatto la realtà delle cose; gli dimostrarono che il maresciallo Radetzki aveva nel frattempo raddoppiate le sue forze con truppe nuove venutegli da poco, mentre l’esercito piemontese era affaticato e diminuito senza la speranza di rinforzi, poichè tutte le riserve erano al campo. I generali poi si lagnavano che i soccorsi dei vari Stati italiani fossero venuti a mancare, e che la Lombardia stessa non avesse dato tutto ciò che si sperava da essa; infine conclusero dicendo che se il maresciallo Radetzki avesse fatto un energico movimento offensivo, l’esercito piemontese non sarebbe più stato in grado di respingerlo.

Il Beretta riferiva subito tutto ciò al Governo Provvisorio, e le sue lettere sono ora conservate nell’archivio milanese del Museo del Risorgimento.

Intanto che il Governo Provvisorio non accoglieva le trattative per la pace, anche Radetzki, che aveva avuto l’ordine dal suo Governo di prestarsi alla conclusione d’un armistizio, si adoperava vigorosamente, perchè tale progetto fosse respinto; e mandava a Vienna il generale Schwarzenberg per dimostrare all’Imperatore ch’egli si riprometteva in breve di respingere l’esercito piemontese e di rientrare a Milano.

Così non ebbe allora che pochi giorni di vita, tra le ripulse d’ambo le parti e gli sdegni dei patrioti più accesi, quel progetto della _pace al Mincio_, che dovevamo poi vedere effettuato dopo undici anni di sventure e di dolori per l’Italia.

Quegli armamenti, che sarebbero stati preziosi un mese prima, venivano allora affrettati alla meglio, e si vedevano, pur troppo tardi, partire pel campo alcuni corpi di truppe che si erano andati lentamente formando. Partiva, tra questi, un reggimento di fanteria arruolato a spese del Duca Uberto Visconti di Modrone, che n’era il colonnello; reggimento bene equipaggiato, ma composto di gente raccogliticcia, poco istruita e con l’aria poco militare.

Altre famiglie dell’aristocrazia milanese avevano contribuito con nuove offerte generose alle spese di guerra, e tra l’altre ricordo la famiglia ducale Litta che aveva allestita a proprie spese una batteria completa d’artiglieria. Ma tutto ciò non era accompagnato da quei vigorosi provvedimenti governativi che sarebbero stati richiesti dalle circostanze. Queste non erano abbastanza valutate nè dal Governo, nè dal paese.

Un nuovo e maggior senso di timore e di scoraggiamento cominciava, sul finire del luglio, ad agitare sempre più gli animi. Ogni giorno arrivavano soldati, feriti o ammalati, dagli ospedali delle città più vicine al campo, che ne rigurgitavano. Avevano l’animo depresso; diffondevano notizie scoraggianti, e si vedeva che anche fra le truppe piemontesi il morale era scosso, e la fiducia diminuita.

Negli ultimi giorni del mese di luglio si sparse a un tratto la notizia d’una grande battaglia e d’una grande vittoria. Poi si disse che la battaglia continuava; e il giorno dopo incominciarono a girare sommessamente alcune cattive notizie, alle quali nessuno credeva, ma che lasciavano tutti in un certo allarme e in una penosa ansietà. Allora non c’erano telegrafi e le notizie non arrivavano così presto, nè precise.

L’ansietà cresceva ogni ora, e le notizie di fatti disgraziati venivano da ogni parte ad accrescerla; notizie confuse, contraddette, confermate, che suscitavano negli uni commozione e dolore; in altri disperazione e furore.

Da quel momento fu un continuo succedersi di cattive notizie, di allarmi, di recriminazioni, di progetti inconsulti; le sole voci ascoltate, eran quelle che denunziavano misteriosi tradimenti.

Ogni volta che si fermava una carrozza alla porta del Palazzo Marino, e ne scendeva un uffiziale, o qualche altro che avesse l’aria di venire dal di fuori, la folla accorreva sulla piazza di San Fedele, e a grandi grida si chiedeva che i membri del Governo venissero al balcone a dar notizie che fossero, caso mai, allora arrivate. Il Governo, la cui autorità andava indebolendosi ogni giorno più, cedeva a tutti i desideri della piazza: e così ogni momento si vedeva qualcuno del Governo stesso, o qualche segretario, che veniva a leggere dal balcone lettere e dispacci.

In mezzo a tanta serietà di avvenimenti non mancavano allora le scene più comiche. Fra il balcone del palazzo e la piazza si incrociavano dei dialoghi, succedevano dei battibecchi. Un giorno il conte Cesare Giulini, stanco d’aver dovuto uscire sul balcone troppe volte, gridò alla folla indispettito: — A questo modo non si governa! — _E ti governa no, mincion_ (E tu non governare, minchione) — gli rispose una voce dalla piazza. Quest’episodio lo raccontava poi, ridendo, il conte Giulini stesso.

Il pericolo si faceva intanto d’ora in ora più grave, e il Governo Provvisorio deliberò l’istituzione d’un _Comitato di pubblica difesa_ che fosse centro di tutti i provvedimenti straordinari richiesti dalla gravità del momento. Il 28 luglio venivano nominati membri del Comitato il generale Manfredo Fanti, l’avvocato Francesco Restelli e il dottor Pietro Maestri; tre oneste e intelligenti persone, e a quel tempo tutti e tre repubblicani. Anche questa circostanza non era fatta per rafforzare tra le diverse autorità civili e militari quella fiducia e quella concordia ch’erano tanto necessaria in quei supremi momenti.

Il Comitato di pubblica difesa emanò rapidamente decreti sopra decreti, di finanza, di difesa e d’ordine pubblico. Ma siccome non è coi decreti dell’ultim’ora che si mutano le sorti preparate da lunghi errori, così quei provvedimenti farraginosi dovevano riuscire inefficaci in mezzo al trambusto e alla confusione generale. Il Comitato aveva decretato l’arresto e il giudizio statario per coloro che diffondevano _notizie infondate e allarmanti_; ma il pubblico credeva più alle notizie allarmanti e infondate che alle minaccie del Comitato.

Il Governo Provvisorio fu allora, e poi, accusato di debolezza e di incapacità, e soprattutto da parte di quelli che avevano maggiormente contribuito a scuoterlo e a indebolirlo. Composto di egregie persone, indicate dalla pubblica opinione per la loro rispettabilità, per l’ingegno, per l’onestà, se non fu sempre pari all’ufficio suo, bisogna pur dire che anche l’intero paese fu inferiore a ciò che le circostanze esigevano. Il Governo Provvisorio ebbe le qualità e i difetti dei propri concittadini di quel tempo. Il governare in un modo diverso, e cioè con mano più vigorosa, rimorchiando tutta la corrente delle illusioni d’allora, sarebbe stato pressochè impossibile. Ci sarebbe voluta una mente unica e possente che si fosse levata al disopra di tutti. Ma quella mente non ci fu, nè gli avvenimenti la fecero sorgere.

Tra i molti atti patriottici che onorarono i membri del Governo Provvisorio, voglio qui rammentarne uno, che pochi ricordarono, e che ne rispecchia a un tempo le qualità e i difetti. Il Governo stretto da difficoltà finanziarie, e non sapendo provvedere coraggiosamente a una finanza che rispondesse ai più forti bisogni, cercò di supplirvi con un progetto nobile e generoso. Non riuscendogli di trovare un prestito, anche in piccole proporzioni, per le spese urgenti, pensò di iniziare una sottoscrizione tra i principali proprietari di Milano e di Lombardia, i quali coi loro beni offrissero una garanzia ipotecaria per un prestito di dodici milioni. La sottoscrizione, in capo della quale erano i nomi di Casati, Borromeo, e di altri membri del Governo Provvisorio, raggiunse subito la somma domandata, sicchè il Governo potè affidare al banchiere Carlo Brot, ginevrino stabilito a Milano, amico della casa Rothschild, l’incarico di procurare il collocamento di quei beni ipotecari. Il signor Brot stava compiendo la sua missione a Parigi, quando vennero a troncarla le sfortune della guerra. Alcune lettere del signor Brot, che si trovano al Museo del Risorgimento, fanno fede di questo atto che certamente onora assai i membri del Governo Provvisorio e molti tra i principali possidenti di Lombardia[16].

Gli ultimi atti del Governo Provvisorio e i primi del Comitato di difesa, che gli succedette, dimostravano chiaramente la verità delle notizie allarmanti che arrivavano dal campo, e della gravità degli avvenimenti. Alla fiducia, alla spensieratezza succedevano l’allarme e lo spavento che d’ora in ora si diffondevano per la città, dandole un aspetto agitato e sinistro. La gente seria, di ogni condizione e d’ogni età, andava ad arrolarsi nella Guardia Nazionale mobile, accorreva nelle campagne ad apparecchiare la leva in massa, o faceva del suo meglio per aiutare il Governo nei suoi estremi provvedimenti. I ciarloni e gli arruffoni, che nei momenti gravi non mancano mai, schiamazzando, chiedendo disposizioni violente, impossibili, accrescevano il disordine e la discordia. Parecchi, presi dal panico, lasciavano la città.

In quei giorni mio fratello Emilio era partito per Bergamo, con alcuni suoi amici, per arrolarsi in un corpo di volontari che Garibaldi, venuto da poco dall’America, stava riunendo. I garibaldini non portavano allora la camicia rossa, che doveva venire inaugurata dodici anni dopo dai Mille; avevano un modesto cappotto grigio, e solo gli ufficiali, ch’eran quel manipolo che Garibaldi aveva condotto con sè da Montevideo, vestivano un’elegante tunica rossa, con paramani e risvolti verdi, tutta ornata di bottoncini d’oro.

«Ecco un giovane che vuol morire con noi,» aveva detto Garibaldi presentando Emilio a Giacomo Medici, ch’era capitano d’una di quelle compagnie. E così Emilio fu arrolato.

Chi avrebbe detto all’uno e all’altro, in quei momenti di sciagura e di speranze perdute, che si sarebbero ritrovati accanto un giorno, l’uno Generale e l’altro Commissario del Re di Piemonte, varcando il Ticino, e sulla via del trionfo?

Il mio zio e tutore Giovanni Borgazzi venne una mattina da mia madre e la persuase a lasciar Milano, su cui si avanzava ormai rapidamente l’esercito austriaco. Così fu decisa la partenza; e non c’era tempo da perdere, perchè il pericolo cresceva d’ora in ora, e ogni indugio poteva rendere più pericoloso il partire che il rimanere.

Come descrivere l’angoscia di quei momenti! Eppure alla severa scuola del dolore la generazione di quel tempo, e la nuova che le succedeva, dovevano imparare quelle virtù che sole potevano dar loro una Patria.

NOTA.

[16] Subito dopo la rivoluzione fu aperta in Milano una sottoscrizione per offerte alla causa nazionale, ossia per le spese di guerra. La sottoscrizione fu accolta dai cittadini con grande entusiasmo e durante i quattro mesi giunse a quasi tre milioni.

Diamo i nomi dei principali offerenti:

Duca Antonio Litta, Conte Giulio e Duchessa madre L. 154 mila e una batteria; Duca Tommaso Scotti L. 100 mila; Conte Giuseppe Archinto L. 100 mila; Marchese Arconati L. 100 mila; Conte Castelbarco L. 50 mila; Conte Taverna L. 60 mila; Duca Melzi L. 70 mila; Arnaboldi L. 50 mila.

Dalle 10 alle 20 mila lire: D’Adda, Arese, Soncino, Crivelli, Dal Verme, Greppi, Prinetti, Annoni, Ponzone, Bolognini, Besana, ed altri. Il Cattaneo parla sovente dell’avarizia dei patrizî milanesi. — (_Cattaneo, Archivio Triennale_).

Intanto veniva decretato dal Governo Provvisorio un prestito forzoso nella Provincia Lombarda di cinque milioni portato poi a quattordici, e un prestito volontario. Poi veniva aperta un’offerta di cavalli, di argenterie e di oggetti preziosi. All’offerta di argenteria contribuirono soprattutto le famiglie patrizie, con una larga generosità, spogliandosi di argenterie artistiche, antiche, preziose, per mandarle alla Zecca, con slancio più generoso che ragionevole. All’offerta di oggetti preziosi, grandi e piccoli, contribuirono tutte le classi cittadine, anche povere; e non si possono rileggere quelle offerte che con commozione. Una finanza severa avrebbe provveduto meglio ai bisogni del Governo, ma allora si preferiva una finanza sentimentale. Pochi mesi dopo, ai provvedimenti severi ed energici pensò il Governo austriaco per proprio conto.