CAPITOLO V.
1848.
III.
_Sommario:_ La quinta giornata. — Preparativi per la presa di Porta Tosa. — Il prete che benedice i combattenti al ponte di Porta Tosa. — In piazza del Verziere. — I feriti. — I _Martinitt_ dell’Orfanotrofio. — La bandiera alla _Madonnina_ del Duomo. — La presa di Porta Tosa. — Di guardia su un tetto. — Il pittore De Albertis. — L’aspetto della città nella notte dal 22 al 23. — La ritirata degli austriaci. — Le vie di Milano e l’entusiasmo pubblico all’annunzio della ritirata degli austriaci. — Gli abiti detti alla _Lombarda_. — Nel Castello. — Partenza di un manipolo di volontari con Luciano Manara. — Gli ostaggi. — Le notizie dei paesi insorti in tutto il Lombardo-Veneto.
Sentivo dire che s’era pensato di dare l’assalto a Porta Comasina, ma che colla morte del Borgazzi l’impresa fosse fallita; e che poi si progettasse un assalto alla Porta Ticinese, ma la resistenza vigorosa che vi si trovò, e varie altre circostanze che rendevano difficile l’impresa, facessero mutar consiglio. Alla fine era prevalso il progetto dell’assalto a porta Tosa.
Questo fatto, che è certamente uno dei più importanti della rivoluzione, fu preparato e diretto con molte cautele, con ordine, e con un piano predisposto. Ci furono un’ala destra e un’ala sinistra di combattenti di fianco al corso, che si avanzavano attaccando le truppe dei bastioni per distrarle dal punto centrale, ch’era la porta; e contro la porta furono dirette, lungo il corso, le barricate mobili con le quali si doveva alla fine prenderla d’assalto. I meglio armati, e i più risoluti, avevano il comando dei vari gruppi di combattenti, ai quali era affidata l’esecuzione di questo piano.
Le barricate mobili erano grandi cilindri, fatti di fascine legate con corde, che venivano sospinte innanzi rotolandole, e dietro le quali stavano i nostri combattenti. Le aveva pensate, e fatte eseguire, Antonio Carnevali, già professore alla scuola militare di Pavia durante il Regno napoleonico. Furono queste barricate che resero possibile l’avanzarsi dei nostri sotto le fucilate d’un reggimento di fanteria, e sotto la mitraglia d’una batteria, che difendevano la porta.
Trovandomi sulla piazza del Verziere assistetti alla costruzione d’una di tali barricate; e più tardi, verso il mezzogiorno, spinto dalla curiosità e dal desiderio di far qualcosa anch’io, mossi verso il ponte di porta Tosa, per arrivare almeno fino all’imboccatura del corso.
Da lontano, nella direzione del bastione e della porta, si sentiva il rumore continuo delle fucilate dei soldati, e dei colpi di carabina dei nostri; e a brevi intervalli la mitraglia, rimbalzando sul selciato, giungeva fino al _Naviglio_.
Il ponte, tra il Verziere e il tratto di strada che conduce al corso di porta Tosa, era asserragliato da una forte barricata, alla cui custodia stava un drappello di cittadini armati. Quand’io mi presentai (ero un giovanetto mingherlino), non mi fecero neanche l’onore di domandarmi dove volessi andare. Uno diede un’occhiata, sorridendo, a me e al fioretto di cui ero armato, e mi fece un gesto che voleva dire di lasciare il passo ad altri, e di tornare indietro.
Infatti non si lasciavano passare che persone armate di carabine o di fucili, oppure popolani robusti, che venivano con fascine, con pali, con corde, per rafforzare le barricate mobili.
Passare il ponte voleva dire andare al fuoco sotto la mitraglia, voleva dire gettarsi in una mischia terribile, e affrontare la morte.
Mentre ero rimasto lì sui due piedi, un po’ mortificato, per essere stato tacitamente dichiarato inabile, e guardavo l’affaccendarsi affannoso di chi andava e di chi veniva, vidi che al di là della barricata stava ritto un prete: aveva un crocifisso in mano, e dava l’assoluzione in _articulo mortis_ ai combattenti, che si inginocchiavano dinanzi a lui prima di andare al fuoco. Quello spettacolo, grave e solenne nella sua semplicità, e tanto caratteristico di quei giorni e di quel tempo, non si cancellò più dalla mia memoria.
Passai quasi tutta la giornata nella piazza del Verziere e nelle strade vicine, facendo anch’io un po’ di tutto, per quel che potevo nel limite delle mie forze, aiutando a portar travi ed assi, sacconi e masserizie per rinforzare le barricate. Poi c’era sempre qualche notizia o qualche ordine da portare; o si era chiamati in un’osteria, o in un caffè, o in qualche casa a fonder palle e a far cartucce. Intanto venivano a mano a mano i feriti, portati nelle case o all’ospedale. Vidi tra questi, su una barella, un bel giovane, squarciato dalla mitraglia; mi si disse ch’era l’ingegnere Stelzi. Di tanto in tanto cadevano anche nella piazza dei razzi, o _racchette_ come le chiamavano allora, che erano ancora in uso nell’artiglieria austriaca.
Questi razzi molte volte riuscivano innocui; ma in quel giorno vidi parecchi cittadini rimanerne feriti.
Andavano e venivano dal ponte dei piccoli e coraggiosi messaggeri, che avevano libero il passo, e ch’erano gli alunni dell’Orfanotrofio, detti dal popolo i _Martinitt_. Col loro mezzo i combattenti del corso di porta Tosa comunicavano coi varî punti della città, e col Comitato della difesa. Questi valorosi figlioli della beneficenza cittadina erano argomento dell’ammirazione di tutti.
E tutti, ogni tanto, alzavano gli occhi in alto, nella direzione della più alta guglia del Duomo, sulla quale sta la statua della Vergine, con cui i milanesi sono in grande confidenza, come col genio tutelare della casa, e la chiamano la _Madonnina_. Essa vede da tanti anni le nostre gioie e i nostri dolori; situata sì in alto, pare più vicina al cielo, al quale i milanesi amavano sperare che dicesse in quei momenti una buona parola per loro. Quando, nella terza giornata della rivoluzione, si vide sventolare in mano alla _Madonnina_ la bandiera tricolore, nessuno dubitò più della vittoria. Da tutta la città si levò un grido di trionfo e di gioia, come se la _Madonnina_ avesse fatto causa comune con noi, e avesse preso Milano sotto la sua protezione[13]. E ogni tanto si guardava in su, per assicurarsi che la bandiera della _Madonnina_ sventolasse ancora.
Verso la sera della quinta giornata, le grida _vittoria, vittoria_, fecero accorrere e affollare verso il ponte quanti erano in piazza, e questa volta la barricata e i suoi custodi non valsero più a trattenere la gente. Potei anch’io passare il ponte, e avanzarmi fino all’imboccatura del corso.
La mitraglia non rimbalzava più; tutto il combattimento s’era ridotto alla porta. Era stata presa, poi incendiata, poi ripresa dagli austriaci, poi ancora dai nostri; ora bruciava. Gli austriaci si erano ritirati, lateralmente, sui bastioni, e facevan fuoco sulla folla che correva verso la porta. Le prime case del corso, in vicinanza al bastione, ardevano, e le fiamme si elevavano alte nell’oscurità, crepitando; il terrore di quello spettacolo era accresciuto dalle grida della vittoria, dagli urli degli assalitori, e dai lamenti acuti dei feriti, o di donne fuggenti. Ogni tanto qualche panico ricacciava e disperdeva la folla, che poco dopo ritornava con nuovo furore.
Corsi a casa a confermare anch’io la gran notizia della presa di Porta Tosa, chiamata da quel momento dal popolo Porta Vittoria (Decreto 6 aprile 1848), e trovai mia madre agitatissima, perchè ormai da ventiquattro ore non s’era più veduto Emilio. Non lo rivedemmo che la mattina seguente, e allora ci narrò le varie peripezie della giornata, che gli avevano impedito di venire in via dei Durini.
Calata la notte, e cessato il fuoco a Porta Tosa, si principiò a sentire un cannoneggiamento lontano, che pareva venisse dalle vicinanze del castello. Ed ecco subito giungere ordini nelle case di sorvegliare attentamente i tetti, le soffitte, i fienili, poichè pareva che incominciasse un bombardamento più vigoroso.
Eccomi ancora di guardia su di un tetto, questa volta della via dei Durini, passandoci una notte umida, fredda, appoggiato ad un fumaiuolo, e ravvolto in una coperta di lana; nè la stanchezza nè il sonno mi avrebbero potuto vincere dinanzi allo spettacolo spaventevole di quella notte. Dalle parti del castello e lungo un tratto dei bastioni, si vedeva una grande striscia di fuoco, che in vari punti si elevava con fiamme alte e sinistre nella notte nerissima.
Erano incendi di case e colonne di fumo, era il fuoco dei battaglioni austriaci e delle artiglierie, che assieme tiravano contro la città, senza tregua, con un rumore indiavolato, che scoteva l’aria e la terra. Era uno spettacolo cupo, grandioso, che la notte rendeva più misterioso e spaventevole.
Tutti, come seppi poi, erano rimasti in piedi quella notte, compresi da un muto terrore; tutti s’erano domandati ansiosamente se un corpo d’insorti, o una avanguardia piemontese, fossero venuti a dar l’assalto alle mura; o se principiassero l’incendio e il saccheggio della città. Tutti erano trepidanti, silenziosi. Anche le campane a martello in alcuni punti tacevano.
— «_Alt!_ chi sei tu?» chiesi a un tratto ad un’ombra bianca che si avanzava verso di me pian piano, e facendo scricchiolare le tegole del tetto.
— «Sono una sentinella, viva Pio IX!»
— «Parola d’ordine!»
— «_Augusto Anfossi_».
E chi mi rispose così venne a sedersi accanto a me, tutto ravvolto in una coperta di lana bianca e con uno spadone antico a due mani sulla spalla.
Riconobbi in lui quel guerriero che avevo già osservato più volte il giorno prima al ponte di Porta Tosa, e che, pur accorrendo dove si sentivano le fucilate, procurava che la sua coperta di lana facesse sempre delle pieghe bizzarre con una certa pretesa artistica. Era un giovanotto sui vent’anni.
Si principiò, io e lui, con l’almanaccare su quello strepito diabolico e su quei fuochi. Il mio collega ne sapeva quanto me, ma soprattutto ammirava le tinte purpuree incandescenti del cielo. E intanto prese a narrarmi, con la voce rauca, e con un linguaggio un po’ slegato e fantastico, i mille episodi della presa di Porta Tosa e di altri fatti ai quali aveva preso parte, prima con un fucile che gli si era rotto, poi con lo spadone, uno spadone antico, che diceva essere una bellezza. Alla fine gli domandai:
— «Sei uno studente?»
— «Ma che!» mi rispose con una certa alterigia. «Sono un artista, un pittore!»
— «Ed hai fatto molti quadri?» gli domandai.
— «No, ma ne ho già in mente tre... ed ora penso a un quadro... _la scena di questa notte veduta da un tetto, la luce dll’alba, e il bombardamento della città!_ che contrasto!... una cosa magnifica! vedrai! che bellezza!»
— «Come ti chiami?»
— «Sebastiano De Albertis.»
Quell’amicizia, incominciata sul tetto, continuò; egli fece parecchi quadri, non la scena veduta da un tetto, che gli diedero una certa fama; fu garibaldino nel ’59 e dipinse delle scene militari; rammentammo più volte la notte passata insieme, appoggiati ad un fumaiuolo. La rammentammo anche pochi giorni prima che morisse, trovandoci in una Commissione che preparava pel 50.º anniversario delle Cinque Giornate quei festeggiamenti ch’egli non doveva vedere.
Alle tre dopo la mezzanotte tutto quel rumore diabolico improvvisamente cessò. Seguì un silenzio profondo, ansioso, che durò un paio d’ore; poi ad un tratto si sentirono delle grida lontane, che parevano degli evviva; poi alcuni campanili incominciarono a sonare non a martello, ma a festa; poi un rumore nuovo, come di voci allegre e di gente festosa, scoppiava da ogni punto, cresceva, e saliva distinto fino a noi.
— Che c’è? Che sarà? — esclamammo noi due, e corremmo rapidamente in strada.
In strada la gente scendeva da tutte le case. Non si sentiva più che un grido: _Sono andati! Sono andati!_
Tutti si ripetevano l’un l’altro la grande notizia, tutti si abbracciavano, si baciavano, piangevano; le porte, le finestre si spalancavano; da ogni finestra sventolava una bandiera fatta coi tre colori; molti vi accendevano dei lumi. Sono andati! Sono andati!
Oh, come descrivere a chi non l’ha veduta la gioia, la frenesia di quell’ora!
Chi aveva sopportato i dolori e la vergogna della schiavitù provava ora la fierezza del sentirsi libero, la confidenza nelle proprie forze, la fede nel proprio avvenire. Nessuno avrà fatto l’analisi di tutto ciò in quel momento, ma pure c’era tutto ciò in quel grido unanime, pieno di gioia e di ebbrezza — _sono andati, sono andati!_ — che erompeva come una voce sola.
— «_Giovanin Bongee_ è vendicato!» fu la prima parola che mi disse il Correnti quando lo incontrai in quel giorno.
Dopo avere scambiato anch’io molti abbracci e molti baci, non solo con mia madre, ma con quanti c’erano in casa Garnier, ritornai in fretta a girandolare per le strade, spingendomi verso tutti quei posti dove sentivo che c’erano stati i principali combattimenti. Dappertutto era il medesimo spettacolo; dappertutto sventolavano drappi, tele, cenci d’ogni qualità, purchè fossero bianchi, rossi e verdi; e la gente non cessava dal contemplare, dall’inebbriarsi quasi di quei colori, simbolo di tante speranze e di tanti dolori. Tutti portavano grandi coccarde d’ogni foggia ai cappelli e sui vestiti; e dalle coccarde pendevano medaglie col ritratto di Pio IX e col motto: _Italia libera, Dio lo vuole_.
Nelle strade era uno scambiarsi continuo di saluti, di rallegramenti, di abbracci, tra conoscenti e non conoscenti. A ogni passo c’era qualche crocchio in cui si scambiavano notizie, o si narravano i fatti, gli episodi di quei giorni; seppi allora che con quel grande strepito, che ci aveva colpiti nella notte, gli austriaci avevano protetto la loro ritirata.
Sentii anche che nelle corti del Castello si vedevano cose raccapriccianti, pozze di sangue, cadaveri di uomini e di donne, fucilati, mutilati.
_Sono andati! Sono andati!_ E in tutti era una festa, un entusiasmo che pareva un delirio; tutti eran mossi da una smania di espandersi, di affratellarsi, di affaccendarsi. Molti continuavano il lavoro alle barricate, specialmente quelli che ne erano stati lontani nei giorni antecedenti; le rinforzavano, e persino le abbellivano, gloriosi di quell’opera cittadina, che in quel giorno pareva il presidio eterno della comune libertà.
Non mancavano, anzi abbondavano, i tipi comici, che furono poi chiamati gli _eroi della sesta giornata_, che andavano in giro facendo pompa dei più strani costumi; con corazze antiche sul petto, con cappelli piumati o morioni, con stivali di cuoio giallo, con armature ed abiti da teatro. Queste strane fogge di _abbigliamenti patriottici_ continuarono, pur troppo, per molto tempo ancora; e anzi comparve una moda nel vestire, chiamata alla _lombarda_, e che consisteva in un camiciotto, o _blouse_, di velluto nero, di fabbrica nazionale, stretta alla vita da una cintura di pelle da cui pendeva una daga o una spada; colletto bianco, grande, rovesciato sulle spalle; calzoni corti di velluto nero; stivali che arrivavano fino al ginocchio; cappello alla calabrese con pennacchio; e una collana che scendeva sul petto, e da cui pendeva un medaglione, ch’era di solito il ritratto di Pio IX.
Anche ad alcuni uomini serî non era sembrato strano, in quei primi giorni, il vestire a un di presso così. E non era sembrato strano neppure a Cesare Correnti, segretario generale del Governo Provvisorio, chè appunto in quei giorni vidi anche lui vestito di velluto, alla _lombarda_, con la fusciacca tricolore a tracolla, e una sciabola al fianco.
Anche parecchie eleganti signore adottarono sulle prime questo strano genere di abbigliamento, e trovarono modo di adoperare, quali ornamenti delle _toilettes_, fusciacche tricolori, cappelli alla calabrese, pistole, e persino, Dio glielo perdoni!, spade e sciabole di cavalleria.
La festività, mezzo seria e mezzo comica, che seguì in Milano la ritirata degli austriaci, si protrasse per parecchi giorni. Nessuna stranezza stupiva, o pareva tale, usciti tutti come eravamo da quel grande avvenimento, che superava ciò che di più strano poteva figurarsi la nostra immaginazione.
Ci furono anche, ad onor del vero, delle manifestazioni e degli atti più serî. Il 24 marzo un manipolo di giovani, ch’erano stati tra i più valorosi durante la rivoluzione, sotto il comando di Luciano Manara, uscivano dalla città inseguendo la retroguardia austriaca. Quei giovani furono il primo nucleo di quel battaglione lombardo di circa ottocento, che, dopo avere valorosamente combattuto a fianco dell’esercito piemontese sui campi di Lombardia, e più tardi alla Cava in Piemonte, chiudeva la sua breve e gloriosa vita militare decimato sugli spalti di Roma.
Un altro gruppo di cittadini milanesi s’avviava intanto penosamente, dietro i carriaggi austriaci, verso Verona: erano gli ostaggi.
In seguito all’assalto e alla presa del _Broletto_, eseguiti per ordine del generale Wallmoden, sull’imbrunire del 18 marzo, erano stati presi circa cinquanta cittadini, e condotti prigionieri in castello. Tra questi, n’erano stati scelti una ventina quali ostaggi, al momento in cui l’armata si ritirò, nella notte del 22 marzo[14].
Le truppe giunsero la sera del 23 marzo a Melegnano, conducendo seco gli ostaggi, affidati alla custodia d’un Commissario di Polizia, un tal De Betta. Furono rinchiusi in un camerone oscuro, ove poco dopo si vide una luce sinistra, seguita da un colpo, e da un grido; uno degli ostaggi cadde mortalmente ferito; era il conte Carlo Porro. Ne fu incolpato il Commissario De Betta, che poi se ne scolpò, e attribuì il colpo a un soldato, e a un caso fortuito. Il Porro morì il giorno dopo, e fu una grave perdita. Cultore di scienze naturali, fu uno dei fondatori del museo di Milano; cittadino autorevolissimo, era stato in quei giorni uno dei dirigenti il movimento del paese, di cui era un onore e una speranza[15].
Gli ostaggi furono condotti a Klagenfurt, e più tardi vennero scambiati con prigionieri austriaci.
Così si chiudeva quel primo giorno di trionfo. I gridi di gioia coprivano molti gemiti, e molte lacrime, come segue la sera d’ogni trionfo; ma la gioia era tanta, che perfino gli afflitti gioivano, o almeno erano più rassegnati nel dolore.
Intanto giungevano notizie da ogni parte della Lombardia e del Veneto. Dappertutto era la stessa cosa; come in una polveriera dove si fosse dato fuoco a una miccia, nel tempo stesso in ogni città, in ogni borgata, in ogni villaggio, ognuno a suo modo aveva fatto la sua rivoluzione, quasi vi fosse stata un’intesa, e con gli stessi caratteri di concordia, di entusiasmo, e talora di imprevidenza generosa e ingenua.
Le lezioni dell’esperienza vennero poi: inesorabili e dure; ma non turbiamo quei momenti felici.
NOTE.
[13] Durante i primi due giorni della rivoluzione il terrazzo più alto del Duomo era occupato dai cacciatori tirolesi, che colle loro carabine tenevano sgombre la piazza del Duomo e le vie vicine. Appena cessò il fuoco nel terzo giorno, Luigi Torelli, che fu poi ministro e senatore del Regno, accompagnato da un altro cittadino, ebbe l’idea felice e coraggiosa, di salire sul Duomo per assicurarsi che i cacciatori si fossero ritirati, e di piantarvi la bandiera tricolore per indicare ai cittadini che si era padroni del centro della città; fatto che non solo rialzò gli animi in tutta la città, ma anche nei paesi circonvicini.
[14] Fu dato ordine di prendere il Palazzo del _Broletto_, ove risiedeva il Municipio, _a qualunque costo_, al colonnello Perrin che comandava un reggimento boemo. Lo Schönhals però, nella storia sulla campagna d’Italia, attribuisce la presa del Broletto al colonnello Döll comandante del reggimento Paumgater.
[15] Gli ostaggi erano: Antonio Bellati delegato (Prefetto) di Milano, conte Giuseppe Belgiojoso assessore municipale, conte Ercole Durini, nob. Pietro Bellotti assessore municipale, marchese Giberto Porro, conte Giulio Porro, nob. Filippo Manzoni, nob. Carlo De Capitani, nob. Francesco Giani, Enrico Mascazzini, nobile Alberto De Herra, dottor Antonio Peluso, Enrico Obicini, Mascheroni, Citterio, ing. A. Brambilla, Carlo Crespi, Carlo Pozzi, Guglielmo Fortis, nob. Carlo Porro. Lungo la strada ne furono aggiunti altri sedici, arrestati tra i notabili dei paesi che le truppe attraversavano nella ritirata. Carlo Porro era fratello del conte Alessandro Porro, che divenne poi Senatore e Presidente della Cassa di Risparmio di Milano.