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CAPITOLO II.

1847.

_Sommario_: Ritorno a Milano. — Io e i miei fratelli continuiamo gli studi in casa. — L’amicizia con Cesare Correnti. — Prime letture patriottiche. — Gli amici del Correnti, e i ritrovi in casa sua. — I funerali di Federico Confalonieri. — Una carestia in Lombardia, e una grande questua a Milano con intenti politici. — La morte dell’Arcivescovo Gaisruck, e l’elezione del Romilli. — L’amnistia data da Pio IX e le prime dimostrazioni. — Ricevimento e dimostrazioni al nuovo Arcivescovo. — Primi tafferugli e primo spargimento di sangue. — L’autunno del 1847 in Lombardia. — Gli inni a Pio IX. — Amici di Tirano, Giacomo Merizzi. — Ritrovi in casa Correnti. — Il _Nipote del Vesta Verde_. — Prime dimostrazioni e pubblica agitazione. — La dimostrazione del non fumare. — Il Governo Austriaco aumenta le guarnigioni nelle città Lombardo-Venete. — Metternich manda a Milano Ficquelmont, poi Hübner con una missione politica. — Le rimostranze del Consigliere Nazari di Bergamo al Governo.

La morte di mio padre aveva mutato interamente l’aspetto di casa nostra. S’era partiti da Milano per la campagna, tutti lieti e felici, ed ora si ritornava alla città in condizioni tanto diverse, e tutti con la tristezza nell’anima.

Mia madre, accasciata da un dolore senza conforto, che le dava tratto tratto delle crisi nervose acute, spasmodiche, s’era rinchiusa nelle pareti domestiche, s’era allontanata da tutte le sue conoscenze, e non vedeva più che i suoi fratelli, le sue sorelle, qualche parente, e qualche vecchio amico. E così continuò finchè visse. La sua vita era spezzata; la sua natura gioconda era scomparsa; e ben rare volte le rividi sulle labbra il bel sorriso sereno di una volta.

Il mondo era finito per lei, come soleva dire; le sue cure non erano rivolte che ai suoi figli; e sorretta da una fede ardente, una fede pur sempre tutta indulgenza e bontà, non aveva altra speranza che di rivedere suo marito in una vita senza fine.

Noi riprendemmo i nostri studi, con professori che ci davano le lezioni in casa; e per non staccarsi, in quei giorni mestissimi, dalla famiglia, anche Emilio incominciò in casa il corso degli studi universitari di legge. Nostro padre, morendo, aveva fatto dire a Cesare Correnti che gli affidava la direzione degli studi letterari de’ suoi figli; sicchè s’incominciò subito a trovarci col Correnti con molta frequenza, e con molta intimità.

Questa direzione degli studi, veramente, non fu molto assidua, nè molto efficace; in quell’anno le menti erano distratte da ben altre preoccupazioni, e gli animi cominciavano a commuoversi al soffio di quelle vaghe aspirazioni, e di quei nuovi entusiasmi che preludevano al quarantotto. Ma se nel Correnti non ho trovato il maestro de’ miei studi, posso dire d’aver trovato presso di lui la mia prima educazione patriottica.

Convenivano in casa sua molti studiosi, e sopratutto, molti giovani in cui il sentimento della patria, raccolto dagli esempi dei primi martiri italiani del 21 e del 31, e da scritti recenti che li avevano infiammati nelle Università, cominciava a manifestarsi con un insolito bisogno di attività e di azione.

Li sentivo parlare dell’Azeglio, del Guerrazzi, del Giusti, del Gioberti, del Pellico, del Berchet, del Balbo, del Mazzini; e allora m’affrettavo a procurarmi anch’io i libri di questi autori, e li leggevo e rileggevo, riscaldandomi sempre più a questo nuovo fuoco della patria ideale.

Ma l’autore che prediligevo sopra tutti era il Berchet. Ne sapevo a memoria le poesie, le recitavo, le declamavo nella mia stanza, le ripetevo ai miei compagni, e se ne prendevano tutti insieme delle vere ubbriacature. Giovanetti e giovani s’infiammavano a quei versi, e nei loro animi scendeva intanto profondo l’amore all’Italia e l’odio al dominio straniero. Nel ripeterli, pregustavano la voluttà del farsi uccidere per la patria; e questo sentimento rimase alto nei loro animi fino al giorno in cui furono chiamati a farsi ammazzare davvero. Pochi poeti ebbero il vanto d’avere così profondamente scossa la fibra dei propri lettori, e d’avere avuto una così grande influenza patriottica nel loro paese.

Non era poca l’influenza anche degli scritti di Giuseppe Mazzini, ma però meno unanime e più discussa. Le idee mazziniane erano diffuse e accolte con entusiasmo, soprattutto tra i giovani delle Università, ed avevano molti seguaci anche in casa del Correnti. I suoi frequentatori più assidui, di tanto in tanto, si passavano l’uno l’altro, di soppiatto, e con fare un po’ misterioso, qualche foglietto manoscritto o a stampa, e allora non sbagliavo nel pensare tra me ch’era uno scritto del Mazzini. Io non ne conoscevo ancora gli scritti maggiori, ma avevo per lui una vaga ammirazione, ch’era il riflesso di quella che mi manifestavano, a parole tronche e misteriose, i giovani maggiori di me.

In quei tempi, o poco prima, era stata fatta a Lugano un’edizione in tre volumi, di scritti letterari del Mazzini: _Scritti letterari di un italiano vivente_. Quest’edizione era stata diretta in secreto, a quanto mi si diceva, da Cesare Correnti, e da qualche suo amico. Si diceva che pure del Correnti fosse una prefazione ai versi del Giusti, che per qualche tempo erano corsi manoscritti per Milano.

Tra gli amici più intimi del Correnti ce n’erano d’ogni classe sociale. C’eran dei preti, come il Lega, il Mongeri, il Vignati, e qualche altro valente; c’erano dei giovani del patriziato, come il Porro, Cesare Giulini, Guerrieri, Giovanni e Carlo d’Adda, Giulio Carcano; c’eran degli artisti, dei giovani ingegneri, medici, professionisti seri e studiosi; e anche dei buontemponi compagni di Università, cacciatori e bevitori, ma pieni di buona volontà, che venivano a prendere gli ordini, e si incaricavano del contrabbando patriottico dei libri e dei giornali e, alla fine, dei fucili.

Fu questa varietà di conoscenze che rese possibile a Cesare Correnti di esercitare, in tempi difficili, una larga e forte influenza. La coltura, la gentilezza dell’animo, l’ingegno immaginoso, che sapeva trovare per ciascuno il linguaggio più affascinante, gli davano un grande prestigio e una grande autorità su quanti lo avvicinavano. Ed egli se ne valeva per infervorare tutti nell’amore all’Italia, e per tenerli pronti a qualsiasi audacia allo scopo di liberarla dagli stranieri. Queste varie sue amicizie gli resero possibile la molta influenza ch’egli ebbe nel mantenere, nella diversità delle tendenze e delle opinioni, la concordia per il grande intento comune. Anche in lui stesso le tendenze erano diverse, e più volte si contraddissero; ma il suo era uno di quegli ingegni larghi, critici, che d’ogni cosa vedendo tutti i lati, non sempre sanno appigliarsi con fermezza a un lato solo. Nella stessa vita giornaliera andava soggetto a mutamenti improvvisi, rapidi, passando dalla attività all’inerzia, dall’entusiasmo alla sfiducia.

I giorni più belli, più gloriosi, della sua vita furono quelli che precedettero il quarantotto. Allora ebbe l’intuizione chiara, sicura, della meta prima e immediata a cui si dovevano dirigere le aspirazioni e l’opera di tutti, e ch’era la _Rivoluzione per l’Indipendenza, col Piemonte e Casa di Savoia_.

Con questo programma egli cospirava in quei giorni, riunendo e disciplinando i suoi giovani amici mazziniani e i suoi amici monarchici del patriziato. In Milano c’erano parecchi altri gruppi di patriotti, ma i più, direttamente o indirettamente, facevano capo a lui. Da lui partivano consigli, istruzioni, parole d’ordine fino al gran giorno della Rivoluzione.

Questa fu fatta da tutti i cittadini, e se non ebbe un generale-capo, si può dire che nel prepararla ci fu un capo di Stato Maggiore, e fu Cesare Correnti.

L’elezione di Pio IX, avvenuta nell’estate dell’anno antecedente, e i primi atti del nuovo Pontefice avevano fatto vibrare anche nelle persone più tranquille, più ignare o lontane da ogni idea rivoluzionaria, come pure nelle persone più ardenti o meno religiose, un nuovo sentimento ch’era comune; un sentimento di patriottismo mistico e di vaghe idealità, che ravvolgeva e trascinava tutti.

Mio fratello Emilio ed io andavamo dal Correnti la sera, parecchie volte per settimana. C’era sempre un andirivieni di gente, e una conversazione talora animata, talora a bassa voce, a crocchi, e con tutta un’apparenza cospiratoria. Io ero giovane assai, non capivo tutto, tacevo, e sorbivo ogni parola con un’attenzione religiosa. La mia mente, la mia anima intanto si informavano a quelle idee, a quei sentimenti che mi aleggiavano intorno, e che infondevano in tutto me stesso quell’idealità patriottica di cui dovevo sentir viva l’eco durante tutta la vita.

Le acque tranquille, stagnanti da tanti anni, della vita milanese andavano ora ogni giorno più increspandosi e sollevandosi. Il 1846 era finito con una _dimostrazione_, in occasione dei funerali del conte Federico Confalonieri, morto nel mese di dicembre a Hospenthal mentre ritornava in Italia. La Polizia aveva voluto che i funerali fossero modesti, e che sulla porta della Chiesa fossero scritte queste sole parole: «_A Federico Confalonieri requiem_». Ma all’uffizio funebre assistette una folla straordinaria di cittadini, che riempiva la Chiesa e la piazza di S. Fedele, folla nella quale vedevansi le persone più elette della cittadinanza, venute a rendere l’estremo omaggio al martire illustre. Contro il Confalonieri s’eran fatte delle leggende odiose, che facevano risalire a lui certe responsabilità nell’eccidio del Prina, e su ciò erano stati diffusi dei libelli, che poi si seppero provenienti dalla Polizia austriaca.

Far nascere sospetti, o diminuire il prestigio degli uomini che avevano tenuto alto il patriottismo italiano, era un compito della Polizia, contro cui cominciava a reagire il sentimento pubblico. E ora quelle leggende poliziesche cominciavano a venire sfatate.

Nei primi mesi dell’anno c’erano stati agitazioni e tumulti di contadini in molti paesi di Lombardia afflitti dalla carestia, cagionata da inondazioni e da una straordinaria scarsità dei prodotti. Ciò aveva promosso da parte dei proprietari molte misure di beneficenza, con evidenti propositi di fratellanza e di patriottismo. Anche in Milano il pane era rincarato, il lavoro era diminuito, e nelle classi operaie c’era disagio e penuria. Si formò allora un Comitato di signore, assai numeroso, nel quale erano rappresentate le famiglie più note del patriziato e dell’alta borghesia, con l’intento di fare una grande questua nella città, e di portar sussidi nelle famiglie popolane. Il Comitato si radunava in casa del conte Vitaliano Borromeo, ed era presieduto dalla contessa Maria Borromeo d’Adda.

Quelle signore andavano esse stesse, in commissione, in tutte le case dove c’erano delle famiglie povere, e salivano nelle abitazioni. Si faceva così un’opera di fratellanza, e si stringevano legami d’affetto tra le varie classi sociali. Gli episodi di queste visite, e dei colloqui che avvenivano, erano l’argomento di tutte le conversazioni di quei giorni.

Quest’opera di carità avveduta e patriottica fece molto rumore; ognuno ne comprese l’intento, ch’era quello di creare una viva corrente di simpatia tra le classi povere, affratellandole e preparandole ad incontrare concordi i grandi avvenimenti di cui gli animi cominciavano ad avere un vago presentimento.

* * *

Nella primavera di quell’anno venne a Milano Riccardo Cobden a tenere dei discorsi sul libero scambio, e la parte più eletta della cittadinanza gli fece una calorosa accoglienza con banchetti e con discorsi. Gli animi avevano cominciato a risvegliarsi dal lungo sonno, e alla notizia dell’amnistia politica data da Pio IX c’era stata una prima dimostrazione al Teatro della Canobbiana, dimostrazione imponente e clamorosa, nella quale si fecero ripetere più volte gli inni al Pontefice, che si cantavano a Roma.

Era un’eco delle dimostrazioni che si andavano facendo in quei giorni da un capo all’altro d’Italia, e che dovevano provocare presto una prima e grave misura da parte dell’Austria, l’occupazione, cioè, di Ferrara, quale minaccia al Papa; mentre poi nelle Provincie Lombardo-Venete l’Austria cominciava a prendere una attitudine sospettosa e rabbiosa.

Ma nessuno usciva ancora dalla legalità; e le autorità austriache dovevano ogni giorno mandarne giù qualcuna, fingendo di non accorgersene, o di pigliarsela in pace. Fra le più indigeste ci fu la missione a Torino del conte Gabrio Casati, Podestà di Milano, incaricato dal Consiglio Comunale di portare in dono alla sposa di Vittorio Emanuele, figlia dell’Arciduca Raineri Vicerè del Lombardo-Veneto, una coppa artistica che alcuni anni prima le era stata destinata in occasione delle nozze. Carlo Alberto e Vittorio Emanuele avevano accolto il Casati con distinzioni e con onori di cui s’era parlato molto a Milano, e che avevano fatto saltar la mosca al naso al conte Buol, ministro d’Austria a Torino. E poco dopo il conte Casati conduceva a Torino il maggiore de’ suoi figli facendolo inscrivere nell’Accademia militare.

Ma l’avvenimento più importante, che doveva fare scattare il governo austriaco e condurre quelle prime avvisaglie a fatti più gravi, fu la nomina del nuovo Arcivescovo di Milano. Nel novembre del 1846 era morto l’Arcivescovo Gaisruck, nato a Klagenfurt l’anno 1769, che occupava la sede di Milano da ventott’anni. Il Gaisruck era un uomo di costumi semplici, illibati; schietto e gaio; non aveva la mente molto alta, ma era di carattere fortissimo. Il suo spirito era abbastanza largo e liberale, o piuttosto _giuseppino_, come dicevasi allora, e non amava i frati e le monache, talchè, finchè visse, nella sua vasta diocesi non ce ne furono.

Egli non voleva nella sua Diocesi un Clero _regolare_, non dipendente da lui ma dai Generali di Roma. — «Cardinale ed Arcivescovo di Milano, nella mia Diocesi comando io» — soleva dire.

Conosceva gli uomini, e sapeva sceglierli bene: nei suoi seminari ci furono allora non pochi professori, sacerdoti, che emergevano per ingegno e per dottrina. A lui si deve in gran parte se a quei tempi si formò in Lombardia un clero colto, stimato ed amato, che seppe più tardi immedesimarsi nella vita del popolo e nelle aspirazioni nazionali. Nel primo quarto di secolo la Diocesi milanese era ingombra di preti scagnozzi, avanzi di conventi laicizzati, e di frati sfratati durante la rivoluzione e il governo giacobino; preti e frati che diedero tanti argomenti alla vena inesauribile del Porta: onde si disse più tardi che il clero milanese era stato purgato da Carlo Porta e dall’Arcivescovo Gaisruck. L’Arcivescovo fu il solo alto funzionario che a quei tempi sapesse resistere, all’occorrenza, e spuntarla, dinanzi al potere centrale di Vienna; per questo correva la voce che egli fosse figlio dell’Imperatore Leopoldo, e che da ciò gli venisse la sua autorità e la sua forza.

Egli morì mentre si recava al Conclave del 1846 portando il veto dell’Austria contro l’elezione al Papato del Cardinale Mastai Ferretti, che fu poi Pio IX.

Dopo la morte del Gaisruck, vennero, per molte cause, tempi meno buoni, e fu allora che anche il clero della Diocesi milanese andò mano mano declinando e scemando nella cultura; salvo, si intende, nobili eccezioni.

Gaisruck fu certamente un ottimo Arcivescovo, ma le sue qualità e la sua azione non dovevano essere apprezzate che più tardi. Quando morì, il sentimento pubblico cominciava a rivolgersi, in ogni cosa, verso le aspirazioni nazionali; in lui non si vide che il Prelato austriaco, e non fu rimpianto. Tutta Milano, da quel momento, non pensò più che ad avere un Arcivescovo italiano. Passaron, peraltro, parecchi mesi prima che questo desiderio fosse soddisfatto. Il Municipio, e molti autorevoli cittadini, non avevano risparmiato ufficî, per riuscire nell’intento. Il Governo austriaco voleva mandare uno dei proprii prelati, ma trovò difficoltà e resistenze ne’ suoi stessi candidati, sicchè non poteva venirne a capo. Finalmente Vienna e Roma si misero d’accordo col nominare Arcivescovo di Milano il Vescovo di Cremona, Bartolomeo Romilli, bergamasco. A Roma piaceva un Arcivescovo che non seguisse le idee _giuseppine_ del Gaisruck, e Vienna si rassegnò alla nomina d’un Arcivescovo italiano, sapendolo di carattere mite e debole.

Ma il pubblico non fece allora questi ragionamenti, e perchè l’eletto era italiano andò in visibilio.

Dopo la nomina, incominciarono tra il Governo e il Municipio, dietro cui stava tutta la cittadinanza, delle difficili e minuziose trattative circa gli onori da rendersi al nuovo Arcivescovo. Il Municipio voleva nascondere sotto quelle onoranze molti sottintesi patriottici, e fingeva che non ce ne fossero; il Governo fingeva di non capire, e voleva delle onoranze minori, fingendo di crederle più consone ai cerimoniali.

Con simili sottintesi, molto complicati, era facile che le cose finissero male, e così avvenne, presto.

Il nuovo Arcivescovo entrò in Milano il 4 settembre, attraversando mezza la città, da S. Eustorgio al Duomo, con un corteggio sfarzoso, che non finiva più. Lungo la strada erano stati eretti tre archi dedicati a S. Ambrogio, a S. Carlo e a S. Galdino, il Vescovo della Lega Lombarda, e sui quali c’erano delle iscrizioni, scritte da Achille Mauri, che avevano dato argomento a lunghe trattative colla Censura. San Galdino, soprattutto, aveva trovato delle forti resistenze; ma alla fine il Governatore, ch’era il conte Spaur, e il direttore di Polizia, il barone Torresani, dovettero ingollarsi anche S. Galdino.

La sera tutta la città fu illuminata, e ci furono grandi dimostrazioni all’Arcivescovo dinanzi al suo palazzo, in piazza Fontana. La dimostrazione però aveva un carattere le cui intenzioni erano evidenti, specialmente in uno dei punti della piazza, ove s’eran dato ritrovo un gruppo di giovani amici del Correnti, tra’ quali mio fratello Emilio. S’era gridato molto _viva Pio_ IX e anche _viva l’Italia_, ma, all’infuori di qualche colluttazione colle guardie di polizia, non era avvenuto nulla di grave.

La popolazione mostrò vivamente il desiderio che l’illuminazione fosse ripetuta. Il Governo non voleva; il Municipio insisteva; e alla fine l’illuminazione fu concessa, ma con un mal garbo che mostrava la volontà di farla finita. La seconda sera le dimostrazioni all’Arcivescovo furono più clamorose; e a un tratto una colonna di giovani irruppe nella piazza del Duomo e nella piazza Fontana, cantando gli inni a Pio IX. Allora il Bolza, ch’era un commissario di Polizia feroce e odiatissimo, si gettò sulla folla alla testa di guardie con le daghe sguainate.

Ne venne un grave parapiglia, nel quale i cittadini ebbero un morto, certo Abate, e nove o dieci feriti.

Il dado era tratto. Con quel primo sangue versato incominciava la lotta aperta tra i milanesi e il Governo austriaco; la lotta doveva essere lunga e terribile, e molto sangue doveva essere versato ancora, prima che si raggiungesse la vittoria.

La seconda sera della dimostrazione noi non eravamo a Milano. Dopo le scuole e gli esami, che allora terminavano alla fine d’agosto, si andava subito in campagna. Ma poco dopo avemmo a Tirano la visita di Cesare Correnti e di Romolo Griffini, giovane medico, amicissimo nostro, i quali ci narrarono tutto ciò che era avvenuto, ciò che s’era fatto, e ciò che si voleva fare, per tener viva e allargare l’agitazione patriottica.

Si fecero con loro parecchie gite, tra le quali una allo Stelvio, fermandoci in tutti i paesi e paeselli che si attraversavano, entrando nei casolari dei contadini, conversando, spiegando all’ingrosso la quistione italiana, e distribuendo a profusione certe medaglie con l’effigie di Pio IX e col motto _viva l’Italia_. Poi, se nessuno ci vedeva, armati d’un pezzo di carbone si scriveva su qualche muro: _viva l’Italia_, _viva Pio IX_, in alto, o in qualche punto ove le cancellature non fossero facili. E devo dire che non lo furono in fatti, perchè vedo ancora qua e là, con grande compiacimento, le traccie di quei primi miei saggi calligrafici, dopo tante vicende e dopo tanti anni.

L’autunno del 1847 fu lieto e festoso in tutta la Lombardia. In ogni paese si cantavano continuamente gli inni a Pio IX, da per tutto si vedevano archi a Pio IX, e su ogni muro c’era scritto _viva Pio IX_. C’era in tutti una grande animazione, una festività, una fiducia sicura, una speranza che non discuteva, e il vago presentimento di grandi avvenimenti.

Anch’io e i miei fratelli quell’autunno si fece un gran cantare gl’inni a Pio IX; mio fratello Emilio, e i nostri compagni di Tirano, studenti e maggiori di me, li avevano imparati nelle scuole e li avevano diffusi tra gli altri amici del paese.

Si cantava specialmente la sera, tenendoci al largo dai gendarmi. Mi pare ancora di sentirle quelle stonature patriottiche; mi pare ancora di vederli quegli amici, che a braccetto e pieni di entusiasmo vociavano per le strade a squarciagola.

Tra quelli che ricordo di più c’erano i fratelli Ulisse e Giovanni Salis, un Zanetti e un Ricetti, studente di medicina, che vedremo più innanzi; due fratelli Della Croce, di cui uno, Benedetto, diventò poi un valoroso colonnello d’artiglieria; un Carlo Visconti Venosta nostro parente, che morì in fresca età; e un giovane rimpatriato da poco, e che si faceva notare pel suo camminare impalato, per le sue cravatte dure di crine, e pel suo accento italo-austriaco.

Questo giovane, di famiglia tiranese, si chiamava Giacomo Merizzi, e veniva dal collegio Teresiano di Vienna, dove aveva passato molti anni facendovi i suoi studi. Il Governo austriaco concedeva facilmente ai giovani di famiglie nobili italiane dei posti gratuiti nel _Teresiano_, ove si imparavano la lingua dell’Impero, la legislazione austriaca e il diritto amministrativo. Poi, persuaso di averne fatto dei buoni e fedeli funzionari, appena usciti dal collegio dava loro un buon impiego negli ufizî governativi.

Così era avvenuto del Merizzi, il quale aveva avuto bensì l’anno prima l’impiego a Milano, e aveva l’aria d’un perfetto austriaco, ma era uscito dal collegio con la testa piena di astruserie filosofiche-sociali, ed era un rivoluzionario. Ecco perchè ora, in attesa di meglio, stonava con noi gli inni a Pio IX.

Venuto il 1848, il Merizzi lasciò l’impiego, fu nei volontari, poi si ritirò a Tirano, e vi esercitò l’avvocatura. Visse sempre ritirato, anzi solitario; e amava vegliare le notti lavorando, e dormire di giorno. Durante il decennio della resistenza, delle cospirazioni, e nei giorni della riscossa, non partecipò molto agli entusiasmi dei giovani d’allora, forse perchè i suoi ideali si libravano in altre sfere. Ebbe qualche ammirazione per Mazzini e per Garibaldi, ma nessuna per Cavour. Odiò gli altri uomini principali del risorgimento, e dava in escandescenze a nominargli il Sella, come a pestargli un piede.

Era d’animo buono e gentile, e parlava con molta mitezza; ma poi, di tanto in tanto, usciva dalla sua solitudine, andava in qualche pubblica riunione, e allora teneva dei discorsi d’una incredibile violenza.

I radicali, e i malcontenti valtellinesi fecero di lui, naturalmente, un candidato alla deputazione, e lo opponevano di solito a mio fratello Emilio; finchè, andata la sinistra al potere nel 1876, e fatte le elezioni dal Nicotera, vinsero.

Fu eletto un paio di volte, andò all’estrema sinistra, pronunziò un paio di discorsi a frecciate repubblicane e violenti, ma non trovò molto favore, nemmeno fra i suoi vicini. La Sinistra era da poco al potere, voleva rimanerci, voleva essere un partito di governo, e non amava amici compromettenti e guastamestieri.

Si ritirò prestissimo dalla vita politica, e rientrò nella sua solitudine taciturna.

Morì sui cinquant’anni, e sebbene la mia casa e la sua a Tirano fossero vicine, non ci vedevamo che ad intervalli, e di parecchi anni. Allora, siccome il tema dei nostri discorsi era, come doveva essere, limitato, così ricordavamo qualche volta i tempi in cui si cantavano insieme gl’inni a Pio IX.

* * *

Finito l’autunno, e ritornati a Milano per riprendere gli studi, le nostre visite al Correnti diventarono anche più frequenti e interessanti. Ci si andava la sera, poichè di giorno egli era occupato nel suo ufizio del Debito Pubblico, ove era impiegato. I discorsi vi si andavano sempre più accalorando, e l’argomento principale era quello delle dimostrazioni che si volevano promuovere con atti, o con scritti, prendendo ogni occasione che si presentasse opportuna.

Tra i molti progetti messi innanzi dal Correnti ci fu quello di pubblicare un almanacco popolare, per l’anno nuovo, nel quale si parlasse molto dell’Italia, in quei modi velati, s’intende, che fossero conciliabili con la Censura e con la Polizia.

Il progetto piacque a tutti, tutti ci si mise di buona volontà, e in poche settimane l’almanacco fu pronto alla meglio. Anche il nome fu presto trovato. C’era un vecchio almanacco, che dava le previsioni del tempo e i numeri del lotto; era nelle mani di tutto il popolino di Lombardia, e si chiamava il _Vesta Verde_. Il nuovo almanacco fu chiamato dunque il Nipote del Vesta Verde, il nome fece fortuna.

Ci scrissero il Correnti, Pietro Maestri, Romolo Griffini, Giovanni Cantoni, mio fratello Emilio, ed altri giovani studenti. Tra le cose scrittevi da Emilio ci fu anche una certa canzone dello _Spazzacamino_ che, messa in musica, ebbe i suoi giorni di voga e di popolarità.

Il _Nipote del Vesta Verde_ uscì col finire dell’anno, ed ebbe uno straordinario successo; successo che ora non si comprenderebbe. Ma tutti ci lessero quello che c’era e quello che non c’era, e parve quasi una parola d’ordine, un grido di guerra. La sua grande popolarità indusse poi il Correnti, e l’editore Vallardi, a continuare la pubblicazione per molti anni ancora.

Esso attraversò i dieci anni terribili che corsero dal 1849 al 1859; ci scrissero press’a poco i medesimi, parecchi dei quali erano emigrati, ed altri, tra cui Enrico Fano.

La parola del _Nipote del Vesta Verde_, dignitosa sempre, non era più pronunziata che con quel filo di voce ch’era consentito dalla durezza dei tempi; esso s’accontentava di tener vivo col suo nome la memoria dei giorni in cui era nato.

Il grand’affare di tutti, nello scorcio del 1847, e sul principio del 1848, furono quelle dimostrazioni, che mano mano andarono crescendo fino al giorno della rivoluzione. Alla rivoluzione però non ci si pensava ancora.

Alle dimostrazioni tutto serviva di pretesto. Ogni giorno c’era una parola d’ordine: _Tutti a Porta Romana!_ in omaggio alle riforme di Pio IX; e il corso di Porta Romana diventava, fino a nuovo ordine, il passeggio pubblico affollato, elegante, della città. Su quel corso c’era, e c’è ancora, una vecchia casa, sul cui portone si vede scolpito in caratteri antichi e rozzi: _tempo e pacentia_; la gente vi si affollava dinanzi come a leggere una _parola d’ordine_. (Casa Noseda, 9).

Giungeva la notizia di moti rivoluzionari in Calabria; e la parola d’ordine era che si portasse il _cappello alla calabrese_; e tutti lo portavano, col dovuto pennacchio. La Polizia lo proibiva; e allora si cercava di imitarlo, portando un cappello a tuba, che aveva una fibbietta sul davanti e il pelo arrovesciato da una parte per fingere il pennacchio. Poi venne la volta dei vestiti di velluto di fabbrica lombarda, in odio al panno austriaco. Insomma ogni giorno ce n’era una; e la Polizia, che il pubblico si divertiva a schernire in mille modi, montava sulle furie, ed era sempre in grandi faccende, alla ricerca del _Comitato_, poichè s’era messa in mente che tutto fosse misteriosamente decretato da un Comitato segreto.

La dimostrazione più importante, che superò l’aspettativa di quelli stessi che l’avevano pensata, e che doveva condurre a luttuosi avvenimenti, fu quella del non fumare. Asteniamoci, si disse, dalle contribuzioni volontarie; dunque col principio dell’anno nessuno fumi. E al primo di gennaio non si fumò più. Non si fumò più nè per le strade, nè in casa, per quanto il sacrifizio riuscisse duro a moltissimi. I nostri nemici sulle prime ne risero, e la cosa parve loro puerile; ma essa riuscì una così forte dimostrazione di disciplina, che non tardò a impensierirli, a irritarli, come vedremo presto, e a far loro perdere la testa.

Da Vienna intanto si mandavano nuove truppe nel Lombardo Veneto, e si rafforzavano in ogni città le guarnigioni. Ma il Governo Centrale non capiva che l’aria era mutata, e che i tempi cominciavano a farsi minacciosi; colla pedanteria, che gli era abituale, non sapeva staccarsi in nulla da quei sistemi e da quei metodi ch’erano il suo dogma politico.

Il podestà Casati aveva fatto molte esplicite e coraggiose rimostranze, ma gli era stato risposto con dei sermoni e con dei consigli agro-dolci. Metternich aveva mandato a Milano nell’ottobre un suo diplomatico, il conte di Ficquelmont, con la missione di osservare, di persuadere i sudditi che avevan torto di lagnarsi, di distrarli, e di riferire.

Alla fine Metternich, quando cominciò a impensierirsi per gli affari d’Italia, nominava a Milano una speciale Commissione, chiamata _Conferenza_, allo scopo di mantenere unità d’azione tra le autorità politiche e militari. Appartenevano a questa _Conferenza_ il Vicerè Raineri, il Governatore di Lombardia conte Spaur, il maresciallo Radetzki, comandante supremo delle truppe del Lombardo Veneto, e il conte di Ficquelmont per la parte diplomatica, soprattutto pei rapporti coi diversi Stati italiani, in quei giorni pressochè tutti in fermento.

Ma il conte di Ficquelmont rimase poco a Milano. Richiamato a Vienna sulla fine del febbraio 1848, gli succedette ai primi di marzo il barone Hübner, il quale poi rimase prigioniero a Milano dopo le Cinque Giornate, ed è quel medesimo che si trovò a Parigi nel 1859 ambasciatore d’Austria, a sentire le famose parole di Napoleone III che furono il primo squillo di guerra.

Il conte di Ficquelmont, nel breve tempo in cui fu a Milano, aveva fatto allestire un bell’appartamento nel palazzo Marino, ove ora risiede il Municipio, e si preparava a tenervi dei ricevimenti e a dare dei pranzi, per incominciare a risolvere la questione italiana. Aveva con sè la moglie e una figlia, la contessa Clary, una bella e simpatica signora, la quale doveva, circa vent’anni dopo, diventare la suocera del conte di Robilant, ambasciatore d’Italia a Vienna. In quei vent’anni quanti avvenimenti!

Il conte di Ficquelmont, la moglie e la figlia, prodigavano gentilezze a quanti riuscivano a conoscere, ma questi eran pochi; andarono a far visita a moltissime signore dell’aristocrazia milanese, ma queste non si fecero mai trovare in casa. I ricevimenti e i pranzi non accoglievano, e malinconicamente, che poche famiglie di austriaci e di impiegati; e così anche questa parte della missione andò fallita.

Intanto le acque ingrossavano, e salivano ogni giorno più.

Nel 1815, quando era stato creato il Regno Lombardo-Veneto, venne istituito un Corpo amministrativo, chiamato la Congregazione Centrale, in cui erano rappresentate tutte le Provincie, simulacro d’una autonomia che non esistette mai. Questa Congregazione avrebbe dovuto essere l’interprete dei bisogni del paese. Essa però era stata sempre tenuta in nessun conto, e quindi era placidamente rimasta in un lungo sopore. Ma in quei giorni il rappresentante di Bergamo, l’avvocato G. B. Nazari, sorse a un tratto a proporre che la Congregazione si facesse interprete del pubblico malcontento, ne studiasse le cause, e ne proponesse i rimedi.

Una tale proposta, che usciva da un corpo sempre umile e silenzioso, mise il campo a rumore. I consigli delle Provincie vi fecero eco, e la seguirono; alcuni persino misero innanzi chiaramente il concetto dell’autonomia amministrativa. Il consigliere Nazari ricevette congratulazioni e festeggiamenti da ogni parte; e intanto il Vicerè Raineri, il Governatore conte Spaur, l’inviato straordinario di Ficquelmont, il maresciallo Radetzki, il direttore della polizia barone Torresani, e tutte le autorità austriache grandi e piccole, montavano sulle furie, strepitavano, si affaccendavano, e cercavano invano il bandolo di quella matassa che ogni giorno si ingarbugliava loro di più nelle mani. E cercavano il _Comitato_ secreto, quello che, secondo loro, dirigeva tutto.

Così finiva a Milano l’anno 1847.

Il Governo austriaco, pedantescamente fedele alle sue tradizioni, non sapeva prendere nessuna di quelle grandi risoluzioni che sole possono mutare il corso degli avvenimenti. E i suoi sudditi Lombardo-Veneti, pieni di entusiasmo e di fede, avevano preso la rincorsa giù per una china, in fondo alla quale c’era il precipizio o la salvezza.

La fortuna volle che i nostri nemici nulla capissero, e nulla prevedessero.