CAPITOLO XX.
1855.
_Sommario:_ Il Piemonte accede al trattato d’alleanza della Francia e dell’Inghilterra nella guerra contro la Russia. — Cavour, Vittorio Emanuele, Lamarmora. — L’attentato di Pianori contro Napoleone. — L’Esposizione Universale in Parigi. — Cessa in Lombardia lo stato d’assedio, e Radetzki è nominato Governatore civile del Lombardo-Veneto e comandante dell’esercito. — Io e mio fratello Emilio andiamo a Parigi. — Pietro Maestri e gli emigranti italiani. — Le diverse opinioni. — Daniele Manin. — La vittoria di Balaclava. — Una serata al teatro dell’_Opera_ coll’intervento della Corte e della Regina d’Inghilterra. — Il nostro alloggio a Parigi. — Parole di Napoleone al conte Arese. — Nuove speranze. — L’autunno in Valtellina, il teatro di Tirano e il sarto declamatore. — Ritorno a Milano. — Le nuove speranze nel salotto della contessa Maffei. — Emilio Dandolo in Crimea.
Il 10 gennaio 1855 veniva firmata la Convenzione colla quale il Piemonte accedeva al trattato d’alleanza della Francia e dell’Inghilterra nella guerra contro la Russia. Così il nuovo anno principiava con quel grande avvenimento che doveva avviare l’Italia alla riscossa, e deciderne i destini.
Il trattato non fu discusso, soltanto nel Parlamento piemontese, ma da tutto il pubblico italiano; e per un pezzo da un capo all’altro d’Italia fu l’argomento di discorsi appassionati, di dubbî e di speranze. La _sinistra_ parlamentare piemontese si era mostrata avversa al trattato; ma gl’italiani, in gran maggioranza, e soprattutto quelli soggetti all’Austria, ne erano entusiasti e avevano avuto l’intuizione pronta e unanime che quel fatto poteva essere il punto di partenza di altri e maggiori avvenimenti. Questa giusta intuizione l’ebbe anche Cesare Correnti, che con un felicissimo discorso nella Camera piemontese si staccò dalla _sinistra_ alla quale apparteneva, e sollevandosi al di sopra delle convenienze di partito presentì in Cavour il condottiere della nuova Italia.
Sul Cavour, che al principio del 1855 aveva assunto il Ministero degli affari esteri, erano ormai rivolti e fissi gli occhi di tutti: la legge sulle corporazioni religiose, il riordinamento delle finanze e dell’esercito, e diverse altre leggi politiche ed economiche, avevano continuamente aumentata la rinomanza e l’autorità del nuovo capo del gabinetto piemontese. Nel tempo stesso Vittorio Emanuele, anche per episodi e motti che si raccontavano di lui, principiava ad acquistarsi quella popolarità nella quale doveva essere la sua maggior forza.
Per compiere grandi fatti i popoli vogliono l’_eroe_; e quando i fatti sono maturi anche l’eroe non tarda a sorgere, purchè egli abbia quelle qualità e quei difetti che sieno all’unisono con quanto si agita nelle menti popolari.
Di Garibaldi allora si parlava poco. Lo rammentavano, è vero, con entusiasmo i suoi volontari di Roma, e chi conosceva i primi suoi fasti, ma la sua popolarità non era ancora molto diffusa. Vittorio Emanuele in quel momento era più popolare di lui. La politica del Piemonte, attirando gli sguardi di tutta Italia, ne rendeva popolare anche il Re; il Re _Galantuomo_, come ormai lo chiamavano i più, il Re _democratico_, come incominciavano a dire con soddisfazione molti vecchi repubblicani, ormai sfiduciati della repubblica.
Vittorio Emanuele aveva infatti abitudini e modi semplici e familiari; aveva l’arte di piacere al popolo, ma la sua democrazia non aveva radici molto profonde nel suo animo; le forme in lui erano democratiche, ma l’uomo era un Re.
A Casa di Savoja aveva procacciata molta simpatia anche il fratello di Vittorio Emanuele, il Duca di Genova, soldato bello e valoroso, giovane intelligente e colto. Nelle guerre del ’48 e del ’49 aveva date alte prove di sè ed ora era destinato a comandare la spedizione di Crimea; ma alcune settimane prima che le truppe partissero lo spegneva una rapida tisi.
L’ansietà con la quale si seguiva ogni notizia che riguardasse il corpo piemontese mandato in Crimea, era una prova, sebbene quasi inconscia, che in quelle truppe si presentiva il futuro esercito della riscossa. Ogni più piccolo fatto d’armi era l’argomento dei discorsi di tutti; e il nome del generale Lamarmora, che comandava la spedizione, era diventato subito popolarissimo; egli era già considerato come una speranza d’Italia.
Erano da poco partite le truppe piemontesi per la Crimea, quando venne una notizia a impensierire quanti osservavano con fiducia gli avvenimenti che andavano svolgendosi. Il 28 di aprile un italiano, Giovanni Pianori romagnolo, aveva attentato alla vita di Napoleone, con due colpi di pistola, al _bois de Boulogne_. Questo fatto aveva avuto da per tutto un’eco di sorpresa e di indignazione, e aveva dato un argomento di più a chi non vedeva negl’italiani che un volgo di rivoluzionarî e di settarî.
Nel maggio del 1855 veniva inaugurata a Parigi l’Esposizione internazionale, ch’era la prima che si teneva in Europa, dopo quella di Londra del 1851. L’Impero e Parigi erano in un periodo ascendente di forza e di splendore; da ogni punto d’Europa si accorreva a visitare la gran città che aveva ripreso il suo primato; e i Sovrani l’un dopo l’altro andavano a salutare il nuovo e fortunato Imperatore. Come rimanere a casa in una così bella occasione?
Si combinò dunque anche Emilio ed io un viaggetto, la cui meta doveva essere Parigi attraversando la Svizzera e alcuni paesi del Reno e del Belgio. Ci furono compagni alcuni amici, tra i quali Saule Mantegazza e Carlo Mancini; il Mancini studiava pittura e voleva conoscere le opere moderne e i principali artisti di quei paesi. Tutti poi, giovani e di buon umore, ci si voleva spassare un poco, e questa fu la parte del programma che riuscì pienamente.
Di tanto in tanto, noi sudditi _felici_ dell’Impero d’Austria, come ci chiamava la _Gazzetta Ufficiale_, sentivamo il bisogno di prendere una boccata d’aria in paesi un po’ meno felici, ma un po’ più lontani dagli occhi della Polizia. Lo stato d’assedio era cessato, ma le cose andavano su per giù come prima. Il maresciallo Radetzky era stato nominato Governatore Generale del Lombardo-Veneto, oltre all’essere il Capo supremo dell’esercito in Italia, con residenza a Verona, poichè Milano e Venezia avevano cessato di essere le capitali nominali delle due regioni. Nelle provincie era successo al governo militare il governo civile dei Delegati, ch’erano i Prefetti d’allora; nell’Amministrazione pubblica le forme erano tornate ad esser quelle di prima del ’48, ma eran rimasti lo spirito e gli andamenti della reazione militare. I militari e la Polizia eran tutto; e l’essere patriotti era un mestiere che aveva sempre dinanzi a sè, più o meno vicina, una forca in prospettiva.
C’era poi in noi molto viva la curiosità di sapere quale fosse l’atteggiamento, in mezzo ai nuovi fatti politici, di quella parte dell’emigrazione italiana che viveva a Parigi e che contava degli uomini illustri quali erano il Manin, il Sirtori, il Montanelli, il Maestri. Essi vivevano nel centro, allora, più importante della politica europea; potevano forse apprezzare più chiaramente i sentimenti di Napoleone, che di tanto in tanto accennava alle sue simpatie per l’Italia; e in fine si sapeva ch’essi si erano staccati da Mazzini, ma non si conosceva ancora quale indirizzo volessero dare alle loro aspirazioni e alla loro azione.
Arrivando a Parigi c’eravamo rivolti a Pietro Maestri; ed egli fu poi la nostra guida per tutto il tempo che rimanemmo a Parigi e ci fece fare parecchie e importanti conoscenze.
La maggior parte degli emigrati italiani viveva a Parigi assai modestamente, sicchè di solito era nelle più modeste camere, o nei più modesti caffè, o nelle così dette _maison bourgeoises_ dove si pranzava a trenta soldi, che si andavano a cercare parecchi dei nostri personaggi politici del ’48, i quali erano alle volte degli antichi ministri o degli antichi generali. Ciò sia ricordato a loro onore.
Tra questi emigrati trovai qualche vecchio amico e feci parecchie nuove conoscenze. Avrei desiderato di conoscere il Sirtori, ma non lo conobbi che parecchi anni dopo a Torino: allora egli viveva assai ritirato, tutto immerso nelle sue meditazioni filosofiche e religiose e in preda ad una misantropia che impensieriva i suoi amici.
Nella mia poca esperienza giovanile avevo sperato di trovare tra quegli emigrati una corrente uniforme di idee e di aspirazioni che avrebbero servito di guida anche alle mie opinioni politiche, che in quel momento vagavano nella mia mente come tante nebulose. Ma quegli amici mi parvero tante nebulose anch’essi; i più, divisi e discordi nella _querula sventura_, non avevano trovata ancora una bandiera che li riunisse. Quasi tutti però s’erano staccati da Mazzini. Quello che si elevava su tutti e aveva la percezione più chiara, era Daniele Manin; la sua formula: _Italia Una_ e _Vittorio Emanuele_, doveva essere infatti la fortunata bandiera della redenzione. Altri invece erano rimasti repubblicani, unitari o federalisti; altri si contentavano d’un regno dell’Alta Italia; e in mezzo a taluni meridionali infine era sorta l’idea di mettere al posto del re di Napoli un Murat, per accaparrarsi Napoleone. Questi facevan capo al generale Ulloa, che aveva fatte buone prove a Venezia.
In complesso il maggior numero di quegli emigrati erano, più o meno apertamente, conquistati dalla potenza dell’Impero Francese; disposti a credere che da questo, più che dal Piemonte, in cui erano ancora restii a confidare, dipendesse l’avvenire nostro; erano proclivi alle teorie di Giuseppe Ferrari, che considerava la rivoluzione italiana come dipendente dalla rivoluzione francese.
Le diverse correnti di idee si urtavano anche nel mio animo, il quale in mezzo a tanta confusione cominciava a raccogliere i suoi primi disinganni. La fede in certi ideali, e nella infallibilità di certi metodi e di certe persone, era già scossa grandemente in me. Che la resurrezione dell’Italia, e il trionfo d’ogni virtù nel mondo, dovessero venire dalle iniziative delle classi inferiori e meno educate della società, come predicavano certuni, era una dottrina che ogni giorno perdeva un puntello nella mia ragione. La quale principiava a sentire il bisogno di allargare il proprio orizzonte; ma la mente era tanto imbevuta in tutta quella letteratura politica sentimentale e dogmatica, a cui si ispiravano i giovani allora, che il ribellarsi e l’uscirne non era facile.
Una sera, il 16 agosto, passeggiavo con alcuni amici italiani sui _boulevards_, quando a un tratto un numero insolito di strilloni si sparse per le vie correndo, gridando e offrendo a chi passava le copie dei giornali usciti allora, e certi foglietti che recavano un dispaccio. Era la notizia della vittoria della Cernaia.
In un momento i _boulevards_ si affollarono da non potervisi più muovere; le finestre venivano illuminate, e dappertutto si sventolavano bandiere francesi, inglesi e la nostra dei tre colori collo scudo di Savoja. Quel dispaccio era del generale Pélissier, generale capo dell’esercito francese in Crimea, che annunziando la vittoria, chiudeva colle parole: _Les Sardes se sont vaillamment battus_. La folla, ai gridi di _vive la France_, univa quello di _vive l’Angleterre, vive le Piémont_.
Che cosa avvenisse in quel momento nell’animo mio e in quello degli amici ch’erano con me, non lo saprei esprimere. Ricordo che ci siamo messi a gridare, come matti, per la gioia, _viva il Piemonte, viva l’Italia!_ L’evoluzione era avvenuta; la strada era trovata; quel _boulevard_ era stata la mia via di Damasco. L’orgoglio d’una vittoria italiana risollevava improvvisamente l’animo avvilito dalle sconfitte e additava un nuovo faro alle nostre speranze.
La vittoria delle armi piemontesi ebbe una grande influenza su molti, che i patiti disinganni avevano lasciati nel dubbio e nell’incertezza. Da quel giorno principiò un mutamento nell’opinione pubblica, che fu rapido e visibile anche tra gli italiani residenti a Parigi. I loro discorsi diventarono ogni giorni più benevoli verso il Piemonte e verso lo stesso Napoleone, in cui s’intravedeva meglio l’amico futuro: si cominciava a guardarlo non più come l’_uomo del 2 dicembre_, ma come il nostro alleato. Parlo dei più, s’intende, poichè c’erano anche quelli che non smisero di odiare il _tiranno_ anche dopo Magenta e Solferino; essi continuavano a tirare il cappello sugli occhi quando lo incontravano per istrada; non volevano veder lui, come non vedevano altre cose. Io invece cominciai allora a fargli di cappello; avvenimento questo di cui probabilmente Napoleone non si sarà accorto.
Una sera in cui l’Imperatore, l’Imperatrice e la Regina d’Inghilterra andarono al teatro dell’Opéra, fui ben felice di accettare l’invito di donna Teresa Kramer Berra ad assistere da un suo palchetto a quello spettacolo di gala. La signora Kramer, cognata dell’illustre chimico di tal nome, riceveva a Parigi nel suo salotto molte persone notabili italiane e francesi, appartenenti in gran parte al partito repubblicano. Ci andavo spesso, con mio fratello, la sera; e anche là mi accorsi che il linguaggio politico andava sempre più modificandosi. Quella sera dello spettacolo all’_Opéra_ i canocchiali di quanti c’erano nel palchetto erano costantemente rivolti al palco imperiale, non solo per ammirare la soave bellezza dell’Imperatrice, lo splendore delle uniformi, delle toelette e delle gioie di cui eran coperte le due Sovrane; ma ancor più per osservare l’Imperatore, per scrutare la sfinge da cui noi italiani d’ogni colore aspettavamo già il responso.
Quel po’ di buon sangue fatto nella politica ci aiutava anch’esso a goder meglio l’Esposizione universale, che allora era una gran novità, e tutto ciò che Parigi offre sempre di interessante e di divertente: ce la passavamo proprio allegramente. Alle volte improvvisavamo persino delle piccole festicciuole in casa nostra, dove avevamo un salottino nel quale, levandone tutti i mobili, e con della buona volontà, potevano ballare contemporaneamente due coppie. Non si facevano inviti, ma si lasciavano gli usci aperti e bastava che Carlo Mancini si mettesse al pianoforte a sonare un valtzer, o una polka, perchè capitassero dal vicinato le ballerine. Non si guardava troppo pel sottile: erano cameriere, o sartine, o stiratore, che scendevano dal quinto piano e ci pareva d’essere degli studenti sul tipo di quelli descritti da Paul de Kock.
E come i personaggi di Paul de Kock, ci divertivamo alle volte ad andare in cerca di quelle canzonature che a Parigi, e anche altrove, non mancano mai nelle occasioni d’un gran concorso di gente, e che son fatte per tirare in trappola i provinciali ingenui e i forestieri novizi. E così un giorno si andò a uno spettacolo che veniva annunziato con _entrata libera_ ma poi si pagava _l’uscita_; andammo in un elegante stabilimento di bagni a cinquanta centesimi, e vi si pagava a parte tutto, l’acqua fredda, l’acqua calda, la biancheria, il servizio, in totale quattro franchi; e andammo ai pranzi d’una lira che ne costavano sei.
Da Parigi tornammo direttamente a Milano con un ricco bagaglio di impressioni e di notizie, che l’immaginazione e la speranza ci facevano parer anche più belle e più importanti. Quelle impressioni erano accolte con gioia dalla nostra buona mamma e da mio fratello Enrico, che avevano come noi l’animo facile alla speranza, e dagli amici, che ci ascoltavano avidamente. Tra le notizie che noi portavamo da Parigi, c’eran quelle che correvano nei gruppi meglio informati dell’emigrazione a proposito dell’attitudine di Napoleone sempre piena di simpatia per l’Italia: spesso venivano ripetuti discorsi e parole da lui pronunziati con qualche italiano, e specialmente col conte Francesco Arese, suo vecchio amico.
Il conte Arese aveva infatti veduto l’Imperatore nel 1851, poi era stato da lui invitato ed alloggiato alle Tuileries nel marzo e nel maggio del 1852. Si diceva che Napoleone gli avesse allora parlato delle faccende nostre, e che gli avesse detto un giorno: — Che cosa potrei fare io per l’Italia? — E che poi gli avesse soggiunto: — Dite a Vittorio Emanuele che venga a Parigi e che conti sulla mia amicizia.
Queste parole erano state realmente dette, e me le confermò parecchi anni dopo lo stesso Arese, di cui divenni amico.
La fantasia pubblica ve ne aggiungeva delle altre; tutte insieme giravano di bocca in bocca, e il tono stesso di mistero col quale venivano ripetute le accreditava anche più, e le rendeva argomento di nuove e maggiori speranze. Mantener sempre accesa la speranza! era una suprema necessità nella lunga e difficile lotta che il paese era chiamato a sostenere contro i propri dominatori. Le speranze e le illusioni furono in quel tempo la nostra vita e la nostra forza.
L’eco dei discorsi che si facevano a Parigi, e la diminuzione dei rigori e degli arbitrii polizieschi, venuta dopo la cessazione dello stato d’assedio, avevano risollevati gli animi e messo in tutti nuova lena e buon umore. Si passò quell’autunno con l’animo meno oppresso, sebbene ci fosse il colera, e con le facce meno imbronciate del solito. Se nel secreto del nostro animo dovevamo pur confessare a noi stessi d’abbandonarci troppo ai voli della fantasia, nessun dubbio d’altra parte che c’era qualcosa di mutato nelle condizioni generali della politica, e che una breccia era aperta in quella fitta reazione che aveva asserragliata tutta l’Europa dopo il 1848.
In Valtellina, Emilio, io e il Bonfadini, che avevamo trovato a Parigi, raccontando le nostre informazioni e le nostre impressioni, commentandole in discorsi che le ingrandivano sempre più, avevamo messo nei nostri amici un grande entusiasmo. E devo concludere che ci fosse in noi proprio del buon umore, quando ripenso a una burla che si fece a Tirano, di cui rimase memoria per un pezzo.
A Tirano c’è un piccolo teatro, ove di tanto in tanto recitavano allora de’ dilettanti del paese, e ove capitava alle volte qualche compagnia di comici in bolletta a recitarvi de’ drammi, compreso quello, poverini, del loro appetito. Un sarto, che era un dilettante appassionato, se non fortunato, amava recitare insieme coi comici; ma in quell’autunno il direttore della compagnia ch’era venuta a Tirano non volle saperne di lui, sotto il pretesto ch’era un figura ridicola e che aveva una gamba storta. Ciò era vero; ma il sarto non sapeva capacitarsi di quel rifiuto, e se ne doleva altamente al caffè. Trovandomi presente una sera, mentre qualche maligno lo andava aizzando, gli diedi in tono serio ed amichevole il consiglio di vendicarsi recitando un monologo od una poesia. Il sarto accolse il consiglio, con gratitudine, e la mattina seguente lo vidi comparire nel mio studio per chiedermi il _monologo_, non sapendo precisamente che cosa fosse; e io gli risposi che tornasse tra qualche giorno per lasciarmi il tempo di farne venire da Milano uno nuovo, fatto fare appositamente per lui. La sua riconoscenza fu grande, e lo servii subito. Erano sopraggiunti intanto mio fratello Emilio e un nostro amico, Antonio Della Croce, che furono complici dello scherzo; e ci venne l’idea di mettere insieme delle strofe senza senso, meno quel po’ che ci sarebbe voluto perchè il sarto non se ne accorgesse. La poesia fu presto fatta; la diedi al sarto, gliela spiegai e gli insegnai anche il modo di declamarla. Il sarto non s’accorse dello scherzo; e ripenso ancora a quelle mattine in cui il poveretto veniva nel mio studio a farsi spiegare qualche punto che gli pareva un poco oscuro, e a farsi insegnare i gesti e le inflessioni della voce per dar risalto alla sua declamazione[24].
Finalmente andò in scena. Era giorno di fiera, e c’erano in teatro non solo persone del paese, ma anche parecchi d’altri paesi della provincia. Il sarto al primo presentarsi sulla scena ebbe un gran successo, e l’ilarità fu generale. Vi contribuirono la figura del pover’uomo, i gesti coi quali salutò il pubblico, e un gilè bianco che aveva delle proporzioni inverosimili. Poi, con una grande serietà, declamò la poesia da capo a fondo, accompagnandola coi gesti e colle pose tragiche che gli avevo insegnate. Da prima il pubblico rideva, ma non capiva, com’era ben naturale; poi parecchi s’accorsero della canzonatura, e ridevano ancora più, applaudendo. Ma ci furono anche quelli che, pur ridendo per le boccacce del sarto, non badarono al senso della poesia abituati forse a non badarci mai.
Il successo fu straordinario; il sarto dovette ripetere la declamazione più volte, e per altre sere; per molti giorni non si parlò in paese che della poesia e di lui. Il buon uomo mi fu riconoscentissimo; finchè visse ricordò sempre con compiacenza il gran successo di quella sera, e non si faceva pregare a ripetere quei versi ad ogni occasione che ne fosse richiesto. Non sospettò mai la canzonatura, e nessuno gliela svelò. Ho trovato in pochi, durante la mia vita, una riconoscenza più duratura.
Sul finire dell’autunno e al principiare dell’inverno nel salotto della contessa Maffei la conversazione s’era fatta più animata e più gaia per le nuove speranze, che allargavano il cuore a tutti. Non si parlava che del viaggio di Vittorio Emanuele a Parigi e a Londra, ch’era avvenuto nella seconda metà di novembre, e i commenti non eran pochi. Anche all’infuori dei crocchi politici le notizie e gli episodi che riguardavano quel viaggio, venivano avidamente raccolti, ripetuti e ingranditi. Ciò a mano a mano accresceva la popolarità di Vittorio Emanuele, e a formare la quale avevano non piccola parte certi suoi tratti, certi suoi motti, popolari, militareschi, e anche spavaldi, che gli venivano attribuiti.
Insomma il nuovo anno, che stava per principiare, si affacciava sotto buoni auspici; e le speranze, risollevando gli animi, tenevano viva la volontà di muoversi, di agitarsi, di fare.
Rividi in quei mesi Emilio Dandolo, e si rinnovò l’amicizia, che, fin da quando eravamo giovinetti e studenti, avevo stretta con lui e con suo fratello Enrico, morto poi sotto le mura di Roma. Dopo l’assedio di Roma, Emilio Dandolo era ritornato ferito, colle spoglie di Manara, di Morosini e del fratello: dopo un anno era partito con Lodovico Trotti, come già dissi, per un lungo viaggio nell’Egitto e nel Sudan, che descrisse in un libro da lui pubblicato nel 1853. Scoppiata la guerra d’Oriente volle ritornare alle armi, e riprendere la sua antica uniforme d’ufficiale dei bersaglieri piemontesi. Chiese a Cavour, e ottenne d’essere aggregato allo Stato Maggiore del corpo piemontese di spedizione[25] e il 12 febbraio 1855 partì per la Crimea. Ma il Governo austriaco, avvisatone dal suo ambasciatore a Costantinopoli, lo fece richiamare dopo alcuni mesi sotto minaccia di processo e di sequestro per emigrazione illecita. Aveva assistito per alcune settimane all’assedio di Sebastopoli.
NOTE.
[24] Le strofe erano parecchie, ma mi contenterò di darne un saggio; la poesia incominciava così:
Ei fu! Siccome l’agili Piume del firmamento Nel valicar le trepide Ali d’un suo lamento Non è possibil campo Non è possibil lampo D’inadeguata fè. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
poi continuava:
Ei ripensò le mobili Tende e i percossi calli E il lampo dei manipoli E i ferri dei cavalli, E col suo piede adusto Il secolo d’Augusto Si pose a contemplar . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Allor pensò alla vergine De’ patrii suoi covili Cinta di quattro pargoli Maschili e femminili Che con preghiere vane Andran cercando un pane Fra l’arabe tribù.
Così dicendo un gelido Miasma vespertino Strinse le fauci plastiche Al misero tapino Perchè prima l’udito Poi mosse ancora un dito Quindi non era più. . . . . . . . . . . Stava la bella estatica Sul tremulo verone . . . . . . . . . .
Alla novella terribile Della notizia amara Rimase muta estatica Qual marmo di Carrara Poi disse con trasporto Ahi, se non fosse morto Forse vivrebbe ancor!
E tracannò un bicipite Velen che seco avea. Poi con un brando ostetrico Donatole da Enea Si trapassava il petto; Poi si gittò dal tetto, Poi si affogò nel mar!
[25] AL CONTE DI CAVOUR
«_Signor Conte_,»
«Mi sono recato ieri, com’Ella m’indicò, al Ministero della Guerra, dove mi venne annunziato dal Colonnello Petitti essere io nominato al grado di sottotenente nel corpo dei bersaglieri, aggregato allo Stato Maggiore della spedizione. Mi occupai quindi subito dei necessari preparativi per la partenza, la quale potrò effettuare, ove Ella lo creda conveniente, prima della fine del mese. Il giorno 27 corrente parte da Genova un vapore in corrispondenza coi postali del Levante. Io per quell’epoca sarò pronto ad imbarcarmi, come sono pronto fin d’ora ad anticipare, sia a differire la mia partenza, a seconda degli ordini che V. S. Ill.ma vorrà comunicarmi e che io starò aspettando. Quando V. S. Ill.ma lo crederà opportuno, Ella non avrà che a farmi avvertire dell’ora in cui debbo recarmi al Ministero, sia per mezzo del conte Oldofredi, sia direttamente all’Albergo Trombetta dove alloggio, stantechè non oserei venire io stesso ad importunare inutilmente V. S. Ill.ma nelle sue molteplici e gravi occupazioni.
«Ella mi permetta, signor conte, che ora che io mi trovo d’aver conseguito lo scopo dei miei più vivi desideri, le rinnovi i miei caldissimi ringraziamenti per la bontà di cui m’ha dato tante prove, e per la valida sua protezione alla quale solamente attribuisco il buon esito ottenuto dalle mie domande. Cercherò col mettere il massimo zelo nel servizio, e la più grande premura nel disimpegnare quelle incombenze di cui Ella vorrà onorarmi, di mostrarle meglio che con parole la sincerità della mia riconoscenza e della mia devozione.
«V. S. Ill.ma mi perdonerà spero, se, prima di chiudere questa mia, io le rinnovo la raccomandazione che le porsi già a voce e che concerne un distinto giovane, mio amico, il quale desidererebbe di entrare nel corpo sanitario della spedizione in qualità di medico, sia di chirurgo. È desso Scipione Signoroni, figlio di un valente professore dell’Università di Padova, assai favorevolmente conosciuto a Milano e per la onorevole parte da lui presa come ufficiale dei bersaglieri nella passata guerra, e pel sapere e l’attività con cui da qualche anno attende all’arte sua. V. S. metterà il colmo ai suoi favori a mio riguardo se vorrà prendersi cura di questa mia rispettosa preghiera.
«Agradisca intanto la S. V. Ill.ma i miei omaggi.»
«EMILIO DANDOLO».