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_Alcibiade_... e non rifiniva di felicitarmi della _Agnese_. Al Caffè Manzoni, convegno dei comici, dei critici e degli autori in attività ed in aspettativa, ufficio postale di tutte le chiacchiere di palcoscenico, mi chiedeano del quando cominciavan le prove con una certa aria di interessamento, tra benevola e protettrice, che mi faceva meravigliosamente salire la senapa al naso.... E ogni dì ne passava uno — e le prove non si vedevano venire... O insomma che era successo? Solo questo: che, dopo la lettura del lavoro, fra i comici era stato sentenziato — e la voce era corsa in un attimo per tutti i crocchi di caffè e di palcoscenico — con grande letizia di certi critici e degli autori... in aspettativa, — che l’_Alcibiade_ era una cosa irrappresentabile e che non sarebbe arrivato in là del primo atto...
Soltanto — come il cuore umano è buono di sua natura — nessuno aveva il coraggio di dirmelo! E poi che io non mostravo la perspicacia di capirlo — e l’impegno con me era formale — alle prove ci si arrivò... in linea di filantropia... tanto per farmi toccare con mano quello che mi ostinavo a non intendere... e rendermi persuaso colle buone, che gli era proprio per risparmiarmi un disinganno... se giunti a metà della seconda prova, lì sul palcoscenico, mi si restituiva il manoscritto!
Proprio così. E i giovanetti autori che oggi si lamentano del sol di luglio e gemono, ravvolti nel manto dei genj incompresi, sulle difficoltà del riuscire a farsi conoscere, e del fare accettar dai capocomici il loro primo capolavoro — sono pregati a consolarsi pensando che quel po’ di mortificazione — _coram populo_ — capitava a me — dopo che avevo già dato alle scene tre lavori — e tutti tre confortati dal plauso dei pubblici italiani.
* * *
Che fare? Rassegnarsi? Ohibò: natura m’ha fatto più testardo del mulo.
Preso penna, carta e calamajo — scrissi quel dì a Luigi Bellotti-Bon — nome caro e rimpianto finchè l’arte italiana serbi il culto delle sue glorie più belle e delle sue tradizioni più gentili.
A Bellotti-Bon — ch’era a Venezia e veniva al _Manzoni_ nell’imminente carnevale — domandai, nudo e crudo, se era disposto ad assumersi la recita di un lavoro rifiutato alle prove. Ecco la risposta:
_Venezia, 18 novembre 1873_.
«Carissimo,
«Non ti dico che una parola: _Sono a tua disposizione_. Vieni qui — e c’intenderemo su tutto — e vedrò contentarti.
«Avvisami del giorno del tuo arrivo onde possa essere tutto per te.
«Rimane ben inteso che sarai il mio futuro avvocato presso la Comune e mi salverai dalla lanterna... ed io non abuserò della mia _onnipotenza_ presso il Tirrrrrrrrannico potere cui sono _venduto_. Ciao.
«_Il tuo affez_. «LUIGI BELLOTTI-BON.»
Povero gioviale amico!...
Corsi a Venezia. (Cioè, prima, per mandar via l’umor negro, corsi a Roma alla Camera a far arrabbiare l’on. Lioy e la maggioranza e il presidente Biancheri con quel tale affar del giuramento, e a far la scherma di sciabola con Avanzini del _Fanfulla_ al cospetto dell’ombre della via Appia). Nella città delle lagune lessi il lavoro a Bellotti — che volle alla lettura essere solo — finito ch’ebbi, egli mi abbracciò con trasporto, mi baciò... e: «Quel che ti davano Marini e Ciotti, da questo momento te l’offro io.»
Di lì a pochi giorni il cartellone del _Manzoni_ annunciava l’_Alcibiade_ fra le novità della Compagnia Bellotti-Bon N.º 2 — per la stagione di carnevale.
Cacciato dalla porta, l’eroe greco rientrava dalla finestra. Finalmente!... ero in porto. Adagio. Mi correggo. Credevo di esserci.
* * *
Santo Stefano e carnevale eran giunti, la compagnia Bellotti-Bon era giunta, l’_Alcibiade_ sul cartellone era giunto... solamente le prove non giungevano... e Bellotti-Bon se mi incontrava parea scansarmi e girar largo... come si scansa un creditore...
Ahimè! all’ottimo rimpianto artista — giunto appena da Venezia, entusiasta del lavoro mio — era toccato in proposito udirne di cotte e di crude. Sapeva, sì, e glie lo avevo detto, che nei dintorni del _Manzoni_ il mio eroe godeva cattiva reputazione, ma credeva acqua e non tempesta. Al caffè del teatro, nei crocchi artistici, dappertutto gli davan la baja. «O come! tu hai preso di quella... roba? Come! tu butti i denari a quel modo? E fai di questi servizi a Cavallotti? Così gli sei vero amico? E hai coraggio di far subire ai tuoi artisti una _corvée_ di quella fatta per un lavoro che non arriva al secondo atto? Ma non sai che la Marini qua, ma non sai che Morelli là...» Il pover’uomo avea l’orecchie intronate.
Dubitò di aver preso un abbaglio. Avea sentito una sola lettura alla sfuggita... e la prima impressione, chi sa, poteva averlo tradito. Ma la parola meco era spesa — e Bellotti-Bon era gentiluomo in tutto il rigore del termine. Per levarsi dai fastidi, lasciò Peracchi, direttore, nelle peste — e andò a Firenze.
Con questi belli auspicj lessi il lavoro alla compagnia. Ci volle tutta la deferenza personale delli artisti, di Giovanni Emanuel, e della signora Pia Marchi e di Zoppetti e degli altri, perchè subissero il supplizio con rassegnazione e non tradissero troppo visibilmente la impazienza... Io fingevo non vedere e tacevo.
Però allora parve obbligo di coscienza il tentar meco almeno un’opera di carità; si pregò il buon Lombardi, dirigente il teatro Manzoni di persuadermi, colle buone, a ritirare il manoscritto spontaneamente. Ma di far questa parte delicata il buon Lombardi, sapendomi testardo, non ne volle sapere. Si officiò Emanuel, il protagonista, a darsi per ammalato. Ma Emanuel, a quei dì non avendo con Bellotti buon sangue, non istimò di poterlo fare. Così le prove cominciarono... eppure, per un filo, ancora in _extremis_, di salvarmi mio malgrado, non si disperò.
Al dì della quinta prova doveva aver luogo nel pomeriggio una mia partita d’onore con Dario Papa. — La mattina, pregai Riccardo Castelvecchio — illustre e sempre giovane veterano dell’arte — a venir meco alla prova, per diriger egli in mia vece, in caso di disgrazia, le successive — lasciandogli all’uopo _carta bianca_, con procura scritta. Castelvecchio accettò ringraziandomi, con fratellanza artistica che riconoscente rammento. Alle quattro, finita la prova, vennero i padrini sul palcoscenico a prendermi: — appena io partito, gli artisti, per me inquieti, farsi intorno a Castelvecchio e consultar seco il modo di risparmiarmi il fiasco imminente. E affetto e desiderio eran sinceri: perchè la convinzione del fiasco e del dolore che mi avrebbe dato era intima: indi, per lo meglio, mi si augurava una piccola ferita leggiera, che mi obbligasse a letto pochi dì e permettesse a Castelvecchio di far uso de’ suoi pieni poteri: si sarebbe rabberciato alla meglio il lavoro, levatane la