parte il
carattere attribuitogli dalle nostre moderne idee (Cragius, _Rep. Laced._, lib. III; Meurs., _Misc. Lac._; Müller, _Dorier_, lib. IV, c. 5; Peyron, _I pari di Sparta_, ecc.).
[343] I _Dioscuri_, o i _Gemelli_ — Castore e Polluce, i due figliuoli di Leda e fratelli di Elena — detti anche _Dei Salvatori_ (Διόσκουροι, Σωτῆρες, σωτῆρες ἄνακτες) — perchè venivano invocati, in soccorso, come liberatori dai mali, nelle burrasche, nelle gravi malattie, nelle pestilenze, nelle battaglie, e in generale da chiunque versasse in pericolo imminente di morte (Teocr., _Idill._, 22; Eurip., _Oreste_; Teognide; Omer., _Inni_; Paus., _Lacon._; Oraz., lib. 1, od. III; Artemidoro, _Onirocrit._, II, 42). Onorati a Sparta di specialissimo culto, per essi i Lacedemoni solevano giurare ed esclamare. La qual esclamazione spartana — _per i Dioscuri!_ — forma preciso riscontro alla esclamazione ateniese _per le due Dee!_ La formula infatti dell’esclamazione era la medesima: _per le due Divinità!_ (νὴ τὼ θεὼ in dorico ναὶ τὼ σιὼ): solo che per esse ad Atene intendevansi Cerere e Proserpina, a Sparta i due gemelli di Leda (Aristof., _Pace_, v. 214; _Lisistr._, v. 142; e lo Scoliaste, _ibid._; Plut., _Apoft. Lac._; Meurs., _Misc. Lac._, II, 8).
[344] ὤ πολιὰς Αθηνᾶ (Elian., _Var. Stor._, II, 9), oppure semplicemente ὤ πολιὰς, o _Poliade!_ (Lucian., _Pescat._, 21). — Così chiamavasi Minerva in Atene, siccome protettrice della città (Cfr. Arist., _Nubi_, 602; Paus., _Arcad._, 47).
[345] Ogni Stato greco usava tenere nella principale città degli altri Stati greci un _prosseno_ (πρόξενος) od _ospite pubblico_: quel che noi diremmo oggi un console; il quale era cittadino della città in cui abitava, ed adempiva gratuitamente al suo uffizio. Così, per esempio, il prosseno di Sparta, in Atene, era non uno spartano, ma un ateniese: egli esercitava l’ospitalità verso i viaggiatori spartani che fossero venuti in Atene, li indirizzava ed assisteva del proprio credito nelle loro commissioni ed interessi, procurava loro tutti i comodi che dipendessero da lui, dava alloggio agli inviati di Sparta, ecc. Avveniva spesso che un prosseno, siccome partigiano della città da lui rappresentata, la sovvenisse nascostamente di consigli e informazioni politiche; così i Mitilenesi, prosseni di Atene, la avvertirono segretamente che Mitilene macchinava una defezione (Tucid., III, 2). Che i maggiori di Alcibiade fossero stati _prosseni_ di Sparta si desume da Tucid., VI, 89: e più avanti Tucidide parla degli «antichi e stretti vincoli di ospitalità che legavano Alcibiade coll’eforo Endio, cosicchè la loro famiglia in grazia dell’ospitalità ebbe anche il nome laconico: quindi questo si chiamava Endio di Alcibiade» (Tucid., VIII, 6. — Cfr. Tucid., I, 29; II, 85; Senof., _St. Ellen._, IV; Eustaz. in _Iliad._, 3).
[346] Intorno all’autorità ed all’influenza politica acquistatasi in breve da Alcibiade a Sparta — influenza a cui conferiva in parte anche l’assenza del re Agide, vedi Plutarco in _Alcib._; Tucid., VI, 93; VIII, 8.
[347] Rigorosissime ad Atene le leggi contro il furto. Dracone lo puniva di morte indistintamente a pari del sacrilegio e dell’omicidio: Solone statuì contro il ladro la multa del doppio, se il derubato ricuperava il suo; se nol ricuperava, la multa del decuplo, tanto pel ladro che per ciascun dei complici: senza pregiudizio del carcere: mantenuta la pena di morte contro chi rubava ad un privato al di sopra di 50 dramme o rubava nei ginnasi pubblici per l’importo di 10 dramme: lecito a chiunque uccidere il ladro notturno: e chi avesse denunziato tre ladri, riceveva un premio (Plut. in _Sol._; Eschine, _C. Timarco_; Demost., _C. Timocr._; Aul. Gell., XI, 18. — Meurs., _Them. Att._, II, 1).
[348] Egli è certo, nota il Müller (_Dorier_, t. II, 280) che «il matrimonio a Sparta lo si concepiva sotto una certa naturale nudità, e senza adombrare di alcun velo di sorta lo scopo essenziale del medesimo.» Leonida parte per le Termopili e dice per tutto addio a sua moglie: «_Rimaritati a uomo da bene e partorisci molti figli_.» Acrotato torna a Sparta vincitore, e le donne lo accompagnano in trionfo gridandogli: «_Gioisci colla tua Chelidonia e genera a Sparta prodi figliuoli._» Procrear figli, e robusti: ecco il primo dovere di ogni spartano e di ogni spartana, perchè di soldati e non d’altro abbisogna la città; e però a questo mirano _tutte_ le leggi spartane sul matrimonio; e le prescrizioni sul ratto delle mogli, sull’accoppiamento clandestino, ecc., per ringagliardire l’amor fisico degli sposi; e le pene severe contro i celibi, contro le nozze immature o tardive, o malassortite; e la trasmissione, in dati casi, dei diritti matrimoniali.
«Ordinò (Licurgo) che mentre fossero nel fior della età si maritassero: giudicando che questo dovesse giovar grandemente al perfetto generar dei figliuoli. E se per avventura accadeva che qualche vecchio avesse la moglie giovane, vedendo che per lo più elleno erano custodite diligentissimamente, anco in questa parte ordinò certe cose diverse dagli altri. Perchè volle che questo vecchio conducesse a sua moglie qualcuno che gli paresse eccellente di animo e di corpo e di lui ne ricevesse figliuoli. Ma se ci era chi non volesse abitar colla moglie, e nondimeno bramasse di aver figliuoli onorati, determinò anco questo, che costui, appostando una donna feconda e generosa, e persuaso il marito di lei a consentire alle voglie sue, potesse a questo modo allevarsi poi dei figliuoli. Ed altre cose molte concedette di questa maniera. Per il che le mogli vengono ad aver due case, e li lor mariti acquistano fratelli alli propri figliuoli, i quali partecipano insieme del nascimento e della gagliardia: ma sono esclusi dalla roba. A questo modo, tenendo diversa opinione dagli altri nel generar figliuoli, ognun vede come egli facesse gli uomini di Sparta più eccellenti di grandezza, di corpo e di forze» (Senof., _Rep. Lac._, 1). E Plutarco: «Era lecito a valentuomo che fosse preso da affetto per alcuna donna saggia e modesta e feconda di bella prole, il persuadere colui che l’aveva in isposa a concedergli di usare con esso lei, onde produrre e ingenerare in quel fruttifero campo figliuoli buoni e valorosi, che de’ buoni e valorosi fossero consanguinei e fratelli» (Plut. in _Licurgo._ — Cfr. Theodor., _Graec. aff._, 9).
Il Meursio, nella _Themis Attica_, I, 7, cita un passo di Sopatro (_in Hermog_.), da cui arguisce che anche in Atene fosse lecito agli uomini prestar ad altri la propria moglie — _juxta leges atticas licebat viro uxorem suam alteri fruendam tradere_ — ma Sopatro non cita che un esempio eccezionale ed isolato, e se si fosse trattato di un uso generale, se n’avrebbero altre testimonianze, nè Senofonte l’avrebbe notato come legge affatto speciale e caratteristica di Sparta.
[349] κατάκλειστοι, _rinserrate_, son chiamate da Saffo e da Callimaco le fanciulle joniche, siccome appunto cresciute, a differenza delle doriche, nella più rigorosa clausura domestica (Saffo, _Framm_., 15, ediz. Wolf). E sembra infatti che le vergini attiche fossero custodite e chiuse negli appartamenti a loro riservati (_talamo_ o _partenone_, παρθενών) proprio letteralmente sotto chiave «ὀχυροῖσι παρθενῶσι φρουροῦνται» (Eurip., _Ifig. Aul_., 738); come appare anche dal consiglio di Focilide: «Custodisci la vergine nei talami _ben rinserrati_ (πολύκλειστοις) e non permettere che prima delle nozze la si lasci vedere innanzi alla casa» (Focil., v. 203). E in Aristeneto una fanciulla innamorata si lamenta: «A che amore combatte con una verginella inesperta, _ancor rinserrata nel talamo e circondata di sentinelle?_» (ἔτι θαλαμευομένη ἔτι φρουρουμένη)? (Aristen., _Lett._, II, 5). Dall’oscurità del παρθενὼν non uscivano le fanciulle che in quelle poche solennità o feste religiose a cui erano chiamate a prender parte (come _portatrici di canestri_ nelle processioni, ecc.): ed erano quelle le rarissime occasioni in cui potea capitar loro di innamorarsi di un giovane. — Maggiore, ma non di molto, era la libertà concessa alle maritate o matrone (ἐλευθέραι). Anch’esse abitavano nella parte più remota della casa un appartamento riservato o _gineceo_ (γυναικωνίτις) separato affatto dall’_androne_ o appartamento degli uomini (ἀνδρωνίτις): e nel gineceo, di cui l’accesso era vietato rigorosamente a qualunque uomo che non fosse stretto congiunto (Corn. Nep., _Pref._), doveano le matrone vivere appartate e ritirate, poichè _le porte dell’atrio della casa sono il confine segnato alla matrona_ (Menand. pr. Stob., _Serm_., 74:) e non le è permesso varcarle senza soffrirne nell’onore e nella fama (Eurip., _Troad_. 642). Però rarissime volte poteano uscir di casa il giorno, in date occasioni, e sempre soltanto col permesso del marito (Aristof., _Tesmof_., 790): nè poteano viaggiar di notte fuorchè in carrozza, precedute da uno schiavo recante una fiaccola (Plut. in _Sol._). Uscendo poi dovevano avere il volto coperto di un velo densissimo (Eur., _Ifig. Taur._, 372), essere accompagnate da eunuchi e da schiave (Terenz., _Eunuc._; Teofr. _Carat_.), e modestissimamente vestite. Al che rigorosamente vegliavano in Atene appositi funzionarj detti _ginecònomi_ (γυναικόνομοι): i quali punivano di multa le matrone che uscissero di casa in toeletta appena men che modesta e decentissima; e i nomi di esse, scritte su tavolette, venivano affissi al platano, destinato a quest’uso, nel Ceramico interno, cioè nel corso più frequentato della città (Polluce, VIII, 9; Aten., _Deipn_., VI, c. 9). — Pel resto, intorno alla educazione e la vita domestica delle donne di famiglia in Atene vedi Aristof., _Lisistr._, v. 507 seg., _Eccles_., v. 214, _Tesmof._, v. 414 seg., v. 789 seg.; Senof., _Econom_., VII; Eschilo, _Coef_.; Sofocle, _Edipo a Col_., _Elettra_, _Antigone_; Eurip., _Oreste, Fenisse, Ifig. in Aul., Ifig. in Taur., Jon, Eracl._; Plut. in _Solone_ e in _Licurgo_; nei _Prec. matrim_.; e nelle _Quest. rom_.; Demost. in _Evergete_; Aristot., _Repub_., ecc. — Cfr. Becker ed Hermann, _Char_., II, 250 seg.; Limbourg-Brouwer, _Hist. de la Civilis. des Grecs_, IV; Meiners, _Gesch. des weiblichen Geschlechts_, tom. I; Wieland, _Aristippo_, tom. I, Müller, _Dorier_, lib. IV, c. 2, 4; Cl. Bader, _La femme grecque_, t. II, c. 1; Gauvet, _Organisation de la famille à Athènes_ (nella _Revue de legistation_ 1845); Fouquières, _Aspasie_, cap. 9; Lasaulx, _Gesch. und. Philos. der Ehe bei den Griechen_; Van Stegeren, _De conditione domestica et de conditione civili foeminarum atheniensium_; Fickler, _Die griech. Frauen im histor. Zeitalter_; Barthel., _Anac._, t. IV, c. 20; Whiston, _Matrimonium_ (Smith’s _Dictionn_.); Robinson, _Antiquities_, ecc.
[350] Plutarco, _Solone_, 20.
[351] Due Veneri distinguevano i Greci: la _celeste_ od _Urania_ (Ἀφροδίτη οὐρανία) e la _popolare_ o _volgare_ o _Pandemia_ (Ἀφροδίτη πάνδημος). La prima, più antica e senza madre, figlia del cielo, presiedente all’amor puro e virtuoso, del bello e dell’onesto, all’amore dell’anime; la seconda, più giovine, figlia di Giove e di Diana, presiedente all’amor sensuale e lascivo, all’amore dei corpi. Luciano distingue una terza Venere, la _Venere degli Orti_ (ἤ ἔν κήποις). Nei sagrificj alla Venere celeste era vietato il vino; e ad essa come a quella degli Orti sagrificavasi una giovenca. Il re Egeo, padre di Teseo, implorandola per aver prole, dedicò per il primo alla Venere _Celeste_ tempio e culto in Atene. Alla Venere _Pandemia_, altrimenti detta Venere amica o _etéra_ o _meretrice_ (ἐταίρα, πόρνη Ἀφροδίτη), dea tutelare delle cortigiane — il culto della quale fu introdotto in Atene da Teseo, e a cui Solone dedicò nella città il primo bordello — offerivasi in sagrificio una bianca capra. Secondo altri la giovenca offerivasi a Minerva, e a Venere Celeste le colombe. — Vedi la distinzione caratteristica delle due Veneri in Platone, _Simp._, c. 8, 9. Cfr. Senof., _Simp._, 5; Aten., XIII, 559, 569, 572; XIV, 659; Polem. _ad Tymaeum;_ Alcifr., _Lett_., III, 64; Luc., _Dial. delle etére_; Stobeo, _Eclog. Physic._, I, 272; Pausan., _Att_., 14, 22; Cicerone, _De nat. deor_., III, 23.
[352] «Tolte alle fanciulle le delizie, il vivere all’ombra ed ogni sorta di effeminatezza, Licurgo le assuefece a lottar ignude non men che i fanciulli, e a saltare ed a cantare in certe sacre solennità alla presenza dei giovani che n’erano spettatori... La nudità poi di quelle fanciulle non era già cosa che avesse del turpe, stando sempre quivi il pudore, nè luogo avendovi l’incontinenza: ma produceva un costume semplice e schietto ed una forte emulazione intorno alla buona simmetria e complessione della persona: ed a quel sesso per sè medesimo imbelle gustar faceva pensieri non bassi ed ignobili, partecipe vedendosi anch’esso della gloria che ambiva. Erano queste cose anche incentivi ai maritaggi, voglio dire la pompa che faceano quelle fanciulle, _il mostrarsi spogliate_ (ἀποδύσεις) e il tenzonare sotto gli occhi dei giovani, tratti da necessità amorose» (Plut. in _Licurgo_). Questa descrizione delle danze delle vergini spartane (danza _cariatide, bibasi_, ecc.) fu dal Savioli parafrasata nei notissimi versi:
«Sparta, severo esempio Di rigida virtude, Trasse a lottar le vergini In su l’arena ignude: Nè di rossor si videro Contaminar la gota: È la vergogna inutile Dove la colpa è ignota.
Se poi quella nudità (γύμνωσις) dovesse intendersi proprio nel senso letterale, o riferirsi al più che leggero e cortissimo abbigliamento delle fanciulle spartane, dette appunto _fenomeridi_ (φαινομηρίδες) perchè mostravan le coscie (Cfr. Aristof., _Lisist_., 150; Eurip., _Androm._, 588; Poll., VII, 55; Ibico, _Framm_.) fu a lungo e oziosamente discusso dalla critica moderna (vedi Müller, _Dorier_, t. II; Manso, _Sparta_, t. I, 2; Becker ed Hermann, _Char_., II, 173). Per altro le parole di Plutarco accennano troppo chiaramente a nudità vera: e che proprio affatto nude le vergini di Sparta comparissero, non in tutti, ma almeno in dati esercizj ginnastici, è posto fuor di dubbio, da Plutarco non solo, ma dalla testimonianza concorde di altri scrittori dell’antichità (Cfr. Platone, _Leg._, VI, p. 771; VII, 806; Ateneo, XIII, p. 566; Teocr., _Idill._, 18; Marziale, IV, 55). E Properzio:
Multa tuae Spartae miramur jura palestrae: Sed mage virginei tot bona gumnasii, Quod non infames exercet corpore ludos Inter luctantes nuda puella viros. (III, 14)
E Ovidio:
More tuæ gentis nitida dum nuda palestra Ludis et es nudis fæmina mixta viris. (_Heroid_., XVI).
[353] Senof., _Repub. Laced_., 1; Plut., _Licurg_., 14, _Apoft. Lac._, p. 223; Aristof., _Lisistr_., 1297 seg.; Eurip., _Androm_.; Cicerone, _Quaest. Tusc_., III, 15. — Cfr. Manso, _Sparta_, I, 2; Müller, _Dorier_, lib. IV; Meursius, _Misc. Lac_., ecc.
[354] Sull’ingerenza ed influenza delle donne spartane negli affari dello Stato ai tempi dell’egemonia di Sparta, vedi Aristot., _Polit_., II, 6, 5. — Cfr. Plut., _Lic_.; Plat., _Leg_., VII, 805. Il Müller, parlando del livello elevato della coltura nelle donne spartane, scrive: «Sta in generale la osservazione che mentre presso gli Jonj le donne venivano considerate puramente come oggetti sensuali e come compagne di letto, e gli Eoli al contrario consentivano alla loro sensibilità un maggiore sviluppo, di cui fanno fede le poetesse erotiche di Lesbo, tuttavia i Dori, quasi soli, a Sparta come nella Magna Grecia, apprezzavano nella donna lo sviluppo delle facoltà superiori dello spirito e dell’intelligenza (νοῦς).» (_Dorier_, lib. IV, c. 4).
[355] Aristof., _Tesmof_., 414 seg.
[356] Aristof., _Tesmof_., 479 seg.; _Eccles_., 225.
[357] _Feste Apaturie_ o _feste delle frodi_, da (ἀπαταω, ingannare). Vi si commemorava la frode colla quale Melanto, messenio, campione degli Ateniesi, vinse ed uccise in singolar certame Xantio, re dei Beoti, che avevano invaso l’Attica; e terminò con quel duello la guerra. Mentre i due combattevano, comparve alle spalle di Xantio una larva coperta di pelle caprina: o almeno così finse credere Melanto, il quale gridò non istar bene che venisse un terzo in soccorso dell’avversario. Xantio si volse allora indietro per veder che fosse, ed in quella rimase dall’avversario trafitto. Gli Ateniesi, mostrando di credere che fosse stato Bacco che si era così travestito in lor favore, gli istituirono le _feste Apaturie_ che si celebravano nel mese _Pianepsione_ (