Chapter 18 of 23 · 4534 words · ~23 min read

parte di

ottobre e di novembre) e duravano tre dì. Il primo dicevasi _giorno della cena_; il secondo, _giorno del sagrifizio_; mentre celebravasi il quale, molti Ateniesi in ricche vesti giravano intorno l’altare con tizzoni accesi cantando inni a Vulcano; il terzo, festa _Cureoti_ (_puellaris_), nella quale avea luogo l’iscrizione dei neonati sul registro della tribù e della curia a cui i genitori appartenevano (Platone, _Timeo_, I; Polieno, _Strat_., I; Scol. d’Aristof, nella _Pace_; Etym. M.; Suida. — Cfr. Meurs., _Graeca feriata_, e _Reg. Athen._, III, 10).

[358] «Considerando (Licurgo), quando la moglie andava a marito, che alcuni nel principio usavano eccessivamente con esse loro, determinò che fosse vergogna al marito se egli si lasciava vedere nello andare o nel partirsi dalla moglie. Onde seguiva di necessità che accoppiandosi occultamente a questo modo sentissero maggior diletto: e i parti che ne nascevano fossero più gagliardi che non quando si trovassero marito e moglie sazii di star insieme» (Senof., _Rep. Lac._, 1). «Si procacciavan le mogli per via di rapina; e la rapita consegnavasi alla prònuba, la quale radevale i crini d’intorno al capo, e messole un pallio da uomo e i calzari, la collocava sopra un mucchio di strame sola e senza alcun lume; lo sposo poi se n’andava dentro discioltole il cinto e levatala di peso la trasportava nel letto. Poichè trattenuto erasi non lungo spazio con lei, se ne partiva modestamente per andarsene a dormire dov’egli era usato cogli altri giovani; e così continuava, passando i giorni e le notti coi suoi coetanei, e portandosi di quando in quando alla sposa tutto circospetto e guardingo... Così pure la sposa con ogni arte adopravasi affinchè di nascosto trovar si potessero insieme: e ciò faceano per tanto tempo che alcuni ebbero figliuoli prima che avessero di giorno vedute le loro mogli» (Plut. in _Licurgo_).

[359] Clistene, cittadino effeminatissimo e lascivo, satireggiato per i suoi molli costumi in molti luoghi delle commedie di Aristofane (Vedi _Lisistr., Tesmof., Rane, Nubi, Uccelli, Cavalieri_).

[360] Adoperavano i Greci per la scrittura le tavolette od il papiro. Le tavolette (δέλτοι, πίνακες) eran generalmente di avorio e coperte di uno strato di cera sul quale scrivevasi con una punta o stilo (γραφεῖον): avean nel mezzo un bottone perchè non si incollassero insieme nel disporle a foggia di libro. Più comunemente usavano canne (κλαμοι, γραφεῖς) e calamaio (μελανοδόχον) per iscrivere con inchiostro di sostanza colorante sul papiro (βίβλος) che rotolavasi in volumi (διφθέρα), di cui i singoli fogli chiamavansi _carte_ (χάρτης). Questi rotoli applicati su due cilindretti erano scritti in colonna dall’alto al basso. Ogni volume segnato con un numero veniva chiuso in una scatola cilindrica o di forma ottagona; e cavavasi dall’astuccio mediante un cilindro che vi era attaccato (Polluce, VIII, 16; X, 58-61; Plut., _Demost_., 29; _Eum._, 1; Erod., V, 58; Demost., _A. Stef_., 2, ecc. Cfr. Gallus, t. II; Geraud, _Sur les livres dans l’antiq_., ecc.).

[361] Il popolo in Grecia facea sagrificj secondo le proprie forze: i ricchi sagrificavano animali (bovi, arieti, ecc.), i poveri focaccie di pasta cotte nel forno, talora anche foggiate colla forma degli animali che si solevano offerire al Dio. «_Tutti femmo a gara per placare con sagrifizj il cielo: chi offerse un ariete, chi un becco; il povero una stiacciata_» (Alcifr., _Lett._, III, 35. — Cfr. Tucid., _G. Pel._, I, 127; Aristof., _Pluto_, v. 138; Erod., II, 47).

[362] κάμμα diceasi dai Lacedemoni una focaccia assai in voga fra di loro, impastata in ispecie di olio e farina, e avvolta in foglie di lauro (Aten., IV; Esich.) — Di altre sorta di focaccie, cibi a Sparta usatissimi, vedi in Meursius, _Misc. Lac_., I, 12.

[363] Intorno a questa ed altre leggi e all’intento generale della legislazione di Licurgo rispetto al matrimonio vedi più sopra nota 20.

[364] Vedi sopra nota 15.

[365] «Il popolo (a Sparta) era stupefatto del viver suo (d’Alcibiade) e di quel suo conformarsi interamente alle usanze di Lacedemonia: e quelli che il vedevano radersi fin su la pelle, lavarsi con acqua fredda, mangiar comunemente di quel cibo chiamato _maza_ e servirsi anch’egli della _broda nera_ usata dagli Spartani, restavan perplessi e non sapeano darsi a credere che un tal personaggio in casa sua avesse mai avuto cuoco o veduto mai profumiere o toccata mai veste di Mileto. Poichè egli avea fra l’altre molte quest’arte principalmente per cattivarsi gli uomini, l’assomigliarsi cioè e il conformarsi alle altrui inclinazioni ed usanze, avendo maggior abilità di cangiar costumi che non ha di cangiar colore il camaleonte» (Plut, _Alcib_., 23). «Gli storici narraron di lui che nato in Atene città splendidissima, tutti gli Ateniesi nella splendidezza e nel decoroso vivere superò; e che fra gli Spartani che poneano la virtù somma nella sofferenza, così dura vita menò che nella parsimonia del vino e del trattamento vinse tutti gli Spartani: che fu presso de’ Traci, uomini vinolenti e dediti alle cose oscene, e che questi ancora in cotali disordini superò» (Corn. Nep., _Alcib_., 11. — Cfr. Ateneo, _Deipn_., XII, 534 d.).

Intorno al vitto austero e ai costumi rigidissimi dell’educazione spartana, vedi Senof., _Rep. Laced_.; Plut., _Licurg_., 10 seg., _Agide_ e _Instit. Lac._, Aristot., _Polit._, IV, 9; Ateneo, IV, 8; Eliano, _V. St._, XIV, 7; Plinio, _Nat. Hist_., XXXIII, 1. — Cfr. Müller, _Dorier_, lib. IV; Cragius, _Rep. Lac._; Meurs., _Misc. Lac._; Manso, _Sparta_.

[366] _Fame melia_ — λιμός Μὴλιος — era frase divenuta proverbiale, per allusione all’orribile fame sofferta dagli abitanti dell’isola di Melo ribellatisi ad Atene e assediati da Nicia sin che dalla fame furono stretti ad arrendersi nell’anno sedicesimo della guerra del Peloponneso (Tucid., _G. Pel_., V, 85 seg.) — vale a dire nell’anno antecedente a quello in cui è supposta la presente scena: «_Farete morire gli Dei di fame melia_» (Aristof., _Ucc._, v. 186).

[367] Senof., _Repub. Laced_., 15.

[368] Un critico «_erudito_» del mio _Alcibiade_, il signor Stuart, si scandalizzò altamente ch’io avessi nell’opuscolo «_Alcibiade, la critica e il secolo di Pericle_,» calcolato a _duecentonove navi e sessantaquattromila_ uomini il totale effettivo delle forze mandate da Atene all’impresa di Sicilia: e scorgendovi la prova ch’io ho scritto l’_Alcibiade_ senza leggere Tucidide, ebbe la bontà fraterna di consigliarmi lo studio del grande storico ateniese. Infatti Tucidide «_il quale_, — secondo l’_arguta_ osservazione del signor Stuart — _ha la pretesa di saperne più del signor Cavallotti_,» enumera in sole 136 navi e 5100 soldati (lib. VI, 43) le forze ateniesi della prima spedizione di Sicilia, con Alcibiade, Lamaco e Nicia: e in 73 navi e 5000 soldati il totale della spedizione di rinforzo condotta da Demostene ed Eurimedonte. Ed ecco come la spedizione di Sicilia, a detta di Tucidide, cioè a detta del signor Stuart che _dice di averlo studiato_, non si componeva che di diecimila e cento uomini in tutto; nel qual numero è veramente un po’ difficile farci stare i 40,000 _uomini_ perduti, di cui parla Cimoto in questa scena: ed ecco come il signor Stuart, tutto trionfante, conclude che «_la raccomandazione da lui fattami di leggere Tucidide era tutt’altro che inopportuna._» C’è però un guaio: Tucidide e gli altri classici antichi non basta il leggerli bisogna anche _saperli leggere_: cioè leggerli con quel corredo di studj classici e di cognizioni sull’antichità, che sono indispensabili per capirli e per non leggerli a rovescio. E a questo per l’appunto non pensò il mio critico egregio: il quale, essendo stato poco tempo addietro colto in flagrante d’ignoranza completa intorno allo storico ateniese, e volendo, pare, liberarsi da quella taccia, credette ingenuamente che bastasse il mettersi a leggerlo senz’altro, per poterlo citare con cognizione di causa. E naturalmente lo ha citato a sproposito: poichè digiuno di studj intorno all’autore che leggeva, il poveretto, non s’accorse che il calcolo mio (ch’è per lo appunto il calcolo di un insigne ellenista, il Peyron) era per lo appunto dedotto dai dati di Tucidide; il poveretto non sapeva che in quella cifra dei 10,100 _soldati_, Tucidide indica, come è uso indicar sempre, la sola cifra degli _opliti_, ossia l’effettivo della fanteria pesante d’ordinanza e non già della forza numerica; che ciascun oplite aveva seco in guerra un servo (ὑπασπιστης) non contato nei quadri; che ogni trireme, oltre le truppe di sbarco, portava 200 uomini tra fanteria navale ed equipaggio: e non sapendo tutto questo, il signor Stuart, tutto intento a dimostrare che l’impresa di Sicilia era stata proprio una bazzecola, annunziò al mondo erudito la grande scoperta che Atene aveva mandato a quell’impresa non già 64,000, ma soli 10,100 uomini, i quali in Sicilia avran poi dovuto moltiplicarsi come i pesci della Bibbia, perchè dopo tutte le battaglie e dopo tutti i disastri subìti, e dopo le grandi stragi che ne vennero fatte, ne rimanessero ancora «non meno _di quarantamila_» (Tucidide, VII, 75) nell’ultima ritirata di Nicia! — E così si parla di storia e così si fa la critica da certi critici _eruditi_ ai giorni nostri!

Ecco dunque la statistica delle forze ateniesi in Sicilia, secondo i dati di Tucidide, illustrati dal Peyron:

1.ª spedizione con Alcibiade (Tuc., VI, 48): 134 triremi, in ragione di 200 uomini d’equipaggio ciascuna, totale uomini 26,800: 3 navi rodie da 50 remi, uomini d’equipaggio 100; opliti 5,100; loro servi 5,100; cavalieri 30; loro servi 30; truppe leggiere 1,300 — totale navi 136, uomini 38,460.

2.ª spedizione (VI, 94): cavalieri 250; loro servi 250; arcieri a cavallo 30. — Totale uomini 530.

3.ª spedizione (VII, 42): triremi 73; loro equipaggio 14,600; opliti 5,000; servi 5,000; truppe leggiere 500 — Totale 25,100.

Totale complessivo delle tre spedizioni 64,000 — con buona pace dell’_erudito_ signor Stuart.

E colla cifra dei 64,000 si spiegano i 40,000 uomini della ritirata, e i 7,000 prigionieri di cui parla Tucidide (VII, 75, 87); e si spiega come sulla sua scorta Isocrate (_Sociale_, 29) e sulla scorta di entrambi Eliano (_V. St_., V, 10) — e sulla scorta di tutti e tre il mio Cimoto — calcolassero le perdite ateniesi in Sicilia a 40,000 uomini. Isocrate ed Eliano parlano anzi di 40,000 _opliti_ perduti; è evidentemente un equivoco: gli _opliti_ dell’impresa non erano che 10,100. Ad ogni modo il signor Stuart, che _non sa leggere_ Tucidide, se l’aggiusti almeno con Isocrate e con Eliano!

[369] Tucid., _G. Pel_., VII, 87; Plutarco in _Nicia_. Le _Latomie_ erano le cave di pietra, dove i Siracusani gettarono accatastati i prigionieri ateniesi. Esistono ancora presso Siracusa le vestigia di queste cave; la più vasta delle quali, la Latomia, ora detta de’ Cappuccini, dal convento attiguo, credesi quella appunto in cui gli Ateniesi furon gettati.

[370] (λύκον εἴδες); _hai visto il lupo?_ (Teocr., _Idil_., 14). Proverbio greco giunto sino a noi; diceasi di chi avea l’aria stravolta e taciturna, come succedeva, secondo la tradizione del volgo, a chi avesse veduto un lupo, o ne fosse stato veduto. «_Non mi avvenga di vedere nè il lupo, nè l’usurajo_» (Alcifr., _Lett_., I, 26). Specialissima poi degli Ateniesi era la superstizione contro i lupi: ed era assegnato fra loro il premio di un talento a chi uccideva un lupicino, di due a chi ne uccideva uno grande (Scol. d’Aristof., _Ucc._, v. 368).

[371] Sulle armi e abbigliamento dei guerrieri di Sparta, vedi innanzi, note 64-69.

[372] «Una legge de’ Lacedemoni ordinava che nessuno de’ cittadini dovesse indicar mollezza nel colorito, o tanto fosse pingue di corpo che men atto paresse agli esercizi: perocchè l’una cosa dimostra pigrizia e l’altra non denota maschio valore. Di più era prescritto che ogni giorno gli efebi si presentassero pubblicamente nudi agli efori. Se venivano riconosciuti di gagliarda costituzione fisica, e negli esercizi quasi torniti ed intagliati, avevan lode ed approvazione; ma se in essi discoprivasi alcun membro rilassato o languido per la pinguedine dall’ozio proveniente, erano condannati e battuti» (Eliano, _V. St._, XIV, 7).

[373] πρόμαχε Αθηνᾶ (Alcifr., _Lett._, III, 51). — Con un pronome consimile — Minerva _promacorma_ (προμαχόρμα) — quale soccorritrice e protettrice d’Atene, vien la Dea designata in Pausania, _Corint._, 34. Da quella sua tutela sopra Atene, Minerva era anche, come si vide, soprannominata _Poliade_ (πολιὰς, πολιοῦχος), _clavigera_ o _custode delle chiavi della città_ (κληδοῦχος), _signora della rocca_, ecc. (Arist., _Cav._, 581, 763, _Tesmof._, 1142, _Nubi_, 602, ecc.). Altri soprannomi proprj di Pallade: _alalcomenia_ (soccorritrice), _obrimopatra_ (figlia di padre potente), _persepoli, fobesistrata_ (devastatrice di città, fugatrice di eserciti), _atritonia_ (invincibile), _erganea_ (madre dell’arti), _tritogenia_, dea di _molti consigli, dagli occhi azzurri, dalla lancia d’oro_, ecc., ecc.

[374] Καδμεία νίκη, _vittoria cadmea_: frase greca proverbiale, equivalente a quella dei Latini, rimasta nell’uso odierno: _vittoria di Pirro_. Vittoria acquistata a caro prezzo, sia materiale o morale. In quest’ultimo senso Aristeneto: «La mia disfatta val meglio della tua vittoria cadmea: perchè in un combattimento per cosa cattiva il più infelice è chi vince» (Aristen., _Lett._, II, 6. — Cfr. Platone, _Leg._, I, 641 c.).

[375] Permetteva la legge di uccidere sul territorio attico gli omicidi sbanditi che rompessero il bando: non però di ucciderli e nemmeno di perseguitarli fuor dei confini. «Chi ucciderà o sarà cagione di morte ad un omicida che s’astiene da’ mercati conterminali (cioè dai paesi confinanti), dai ludi e dai sagrifici anfizionici, sarà colpevole come se avesse spento un Ateniese.» «Chi fuor dei confini travaglierà con persecuzioni o carcere od altra molestia qualche omicida spatriato, che sia immune da confisca, sarà condannato in multa, come se in paese fosse venuto a tali eccessi.» Demost., _Contro Aristocr._: «Legge umana e bellissima! — esclama Demostene nel commentarla. — Pensava il legislatore che ben convenisse sbandeggiare l’omicida se scampò trafugandosi: ma ucciderlo ovunque gli parve nefando: perchè l’esempio inciterebbe gli altri, onde l’unico estremo scampo verrebbe meno ai raminghi, il posare in terra da loro non insanguinata... E in verità non è egli atroce che quei fuorbanditi a cui la legge, purchè non tocchino le cose loro interdette, concede riposata vita, sieno invece ludibrio di ferocia e si veggano contesa quella consolazione di cure che tutti, sebbene prosperità ci sorrida, dobbiamo alla sventura, incerti delle sorti a noi serbate dai cieli?» (Demost., _ibid._ — Meurs., _Them. Att._, I, 20).

[376] Tucid., _G. Pelop._, VIII, 14-25.

[377] Tucid., VIII, 18. Il trattato fra la Persia e i Lacedemoni (anno 412 av. l’E. V.), di cui a questo paragrafo Tucidide ci trasmise il testo, dovette, al pari dei principali successi della guerra, esser opera massimamente d’Alcibiade; come si arguisce dallo stesso Tucidide (VIII, 14, 17) e da Plutarco, secondo il quale la voce pubblica in Isparta attribuiva ad Alcibiade «la prospera direzione della maggior parte degli affari» (Plut., _Alcib._, 25).

[378] Le _scitale_ (σκυτάλη) in uso fra gli Spartani per la corrispondenza segreta di Stato, erano bastoncini di legno nero, rotondo, lungo e levigato. Di due scitale perfettamente uguali l’una si dava al capitano che partiva per la guerra, l’altra era ritenuta dagli efori. Volendo questi scrivere una lettera al capitano o viceversa, che non fosse letta da alcuno, voltolavano intorno alla scitala una striscia lunga e stretta di cuojo o d’altro, bianca, a foggia di spirale, e sovr’essa scrivevano; quindi svolta la banda e piegatala in vari doppi, la davano a portare all’araldo. Il capitano ricevendola spiegava la striscia, la rigirava sulla sua scitala e così i lineamenti delle lettere sparsi sulle varie parti della striscia tornando a combinarsi per la identità del bastoncino, egli potea leggere l’ordine ricevuto (Tucid., I, 131; Pind., _Od._, VI scol.; Plut. in _Alcib._; Ttzetzes., _Chil._, IX, c. 258; Suida a q. v.; Auson. _ad Paul._, ep. 23).

[379] Del poter militare e politico degli efori, sopraintendenti in tempo di guerra alla direzione delle operazioni militari, alla conclusione dei trattati, ecc., si è accennato sopra alla nota 11 (Confr. su questi poteri militari e politici, Tucid., V, 19, 36; VI, 88; VIII, 12; Senof., _Anab._, II, 6; _St. Ell._, II, 4; III, 1, 2; IV, 2; V, 2, 4; VI, 4; _Rep. Lac._, 11; Plut. in _Lisand., Cleom._).

[380] Si è già notato altrove che nell’esercizio di quella loro autorità militare e politica, gli efori agivano come mandatari e rappresentanti dell’assemblea del popolo (ἐκκλησία), alla quale prendean parte tutti i cittadini, con voto deliberativo, benchè, sembra, solo gli efori e i magistrati vi avessero diritto a parlare; e le cui decisioni approvate si promulgavano come decreti dei magistrati. «Parve agli efori e _all’assemblea esser necessario uscire in guerra_» (Senof., _St. Ell._, IV, 6). «_Gli efori e il popolo della città_» (ib., V, 2). «_L’assemblea dei Lacedemoni delibera_» (Tucid., V, 77). — Cfr. Müller, _Dorier_, lib. III, 5.

[381] Essendo gli Spartani nelle cose di guerra osservantissimi dei segni celesti, l’accorto Alcibiade, capitano di Sparta, non era uomo da trascurarli. Una legge di Licurgo vietava uscir ad oste o dar battaglia innanzi al plenilunio «_perchè credeva non avesse eguale potenza la luna crescente e la mancante, e che ogni cosa fosse governata dalla luna_» (Luciano, _Astrol._). — Indi ricordavansi per proverbio le _lune laconiche_ (λακωνικαὶ σελήναι) (Diogenian., _Cent._, VI; _Prov._, 30) a proposito del troppo indugiare in una cosa, aspettando l’opportunità. Ricordavano gli Spartani di Eurota loro re, che per aver voluto dar battaglia agli Ateniesi, senza osservare quella legge, e sprezzando i segni astronomici, perdette la battaglia e la vita, e gettossi nel fiume che da lui prese il nome (Plut., _De flum._). All’epoca dell’invasione di Dario, Sparta, richiesta da Atene di soccorsi, li indugiò aspettando il plenilunio: onde gli Ateniesi dovettero pugnar soli a Maratona (Pausan., _Attic._). Bensì Ermogene riferisce che dopo appunto la battaglia di Maratona gli Spartani trattarono di abolire quella legge (Hermog., _De invent._, II); ma nè da Ermogene stesso, nè altronde si rileva che l’abolizione seguisse effettivamente (Cfr. Cragius, _Rep. Lac._, III, 12; Meurs., _Misc. Lac._, II, 9).

[382] Gelosissima era Sparta nell’accordar l’ambito onore della propria cittadinanza: tanto che Erodoto non ricorda se non in via di eccezione l’esempio di Tisameno e di suo fratello Egia, come dei _due soli_ stranieri ai quali quell’onore venisse, in un caso di suprema importanza, conceduto (Erod., IX). Di altri stranieri che nei tempi più antichi ottenessero la cittadinanza di Sparta, ricordavasi ancora il solo Tirteo: _al quale l’abbiam data_, diceva re Pausania, _affinchè non paja e si dica che abbiam avuto un capitano forestiere_ (Plut., _Apof. Lac._; Plat., _Leg._, I, 629). La quale osservazione applicavasi esattamente al caso di Alcibiade (Cfr. lo scoliaste di Tucid. al lib. I, 77: e il Meurs., _Misc. Lac._, IV, 10). Circa i vincoli antichi di ospitalità che già univano Alcibiade a Sparta, vedi sopra nota 17.

[383] «_Ibi_ (Spartae) _ut ipse praedicare consueverat, non adversus patriam sed inimicos suos bellum gessit quod iidem hostes essent civitatis_» (Corn. Nep., _Alcib._, 4). Così pure nel discorso agli Spartani, riferito da Tucidide, Alcibiade dice: «Niuno di voi prenda sinistra opinione di me, perchè, riputato una volta amator della patria, adesso di conserva co’ suoi capitali nemici vigorosamente l’assalgo... Esule, sì, io fuggo la nequizia di coloro che mi cacciarono. I nemici peggiori non sono quelli che come voi recarono qualche danno al loro nemico, ma bensì coloro che costrinsero gli amici a diventar nemici» (Tucid., _G. Pel._, VI, 92).

[384] Nello stesso discorso agli Spartani, Alcibiade prosegue: «La carità di patria io la pongo non dove sono oltraggiato, ma dove con sicurezza godo della cittadinanza: nè credo di andar adesso contro una patria ancor mia, ma di riacquistare quella che non è più mia. Giacchè giusto amator della patria non è quegli che avendola ingiustamente perduta si astiene dall’assalirla, ma chi per desiderio di lei tenta ogni modo di ricuperarla» (Tucid., _G. Pel._, VI, 92).

[385] _Alcib._ Io non vorrei neppur vivere se fossi codardo (οὐδὲ ζῆν ἀν ἐγὼ δεξαὶμην δειλός ὦν). — _Socr._ E ti sembra, n’è vero, la viltà il maggior dei mali? — _Alcib._ Mi sembra. — _Socr._ Eguale persino alla morte? — _Alcib._ Eguale (Platone, _Primo Alcib._, p. 115).

[386] Plut. in _Alcib._ — La famosa _zuppa_ o _brodo nero_ (μέλας ζωμός) formava insieme colla maza (vedi nota 8) il principalissimo alimento spartano. Che non dovesse essere un cibo delizioso, è lecito arguirlo dall’aneddoto del tiranno Dionigi di Siracusa, il quale, per curiosità, avendo ordinato ad un suo cuoco, spartano, di fargli la zuppa nera, appena assaggiatala, la sputò fuori nauseato: di che il cuoco gli affermò di non sorprendersi, «dacchè alla zuppa mancava il meglio dei condimenti: cioè _la fatica nella caccia, il sudore, i bagni freddi nell’Eurota, la fame e la sete: con tali cose condiscono i Lacedemoni i loro cibi_» (Plut., _Instit. Lac._, _Lic._, _Agide_; Stobeo, _Serm._, 29; Cicer., _Tuscul._, V).

[387] Plutarco in _Arist_. — Corn. Nep., _Arist_.

[388] Intorno a Pausania, re di Sparta, al suo tradimento verso la patria, alla sua morte ignominiosa, vedi la vita di lui in Cornelio Nepote; e Tucidide, I, 95, 128-134.

[389] Vedi quadro I, nota 37.

[390] Alla battaglia di Coronea combattuta dagli Ateniesi contro i Beozj (447 av. l’E. V.) rimase morto il padre di Alcibiade, Clinia: e perciò ai morti di Coronea si riferisce l’epigrafe citata da Timandra in questo punto; la quale propriamente fu tradotta — salve alcune abbreviazioni e modificazioni mie — da quella di una lapide eretta in onor degli Ateniesi morti a Potidea, che fu trovata in una pianura dell’Accademia presso Atene e passò a far parte della raccolta dei marmi di lord Elgin (Boeckh, _Corpus Inscript. graec._, I, p. 300). Un’altra epigrafe sui morti nella battaglia di Cheronea (contro Filippo il Macedone), meno bella, abbiamo in Demostene, _Corona_. Intorno all’uso delle iscrizioni sui monumenti sepolcrali fra i Greci, vedi anche Gallus, III, p. 300; Becker, Char., III, 111; Robinson, _Anticq._

[391] Sugli onori e sulle offerte che davano i Greci alle tombe — e che erano destinati a placare le divinità infernali e i mani degli estinti, — vedi Esch., _Pers._, _Coef._; Sof., _Elett._, _Antig._; Eurip., _Elett._, _Alcest._, _Orest._, _If._ in _Taur._; Anacr.; Om., _Odiss._; Luciano, _Del lutto_, _Caronte_, ecc. Consistevano in ciocche di capelli, ed erbe e fiori sparsi sulle tombe — rose, mirti, amaranti, viole, prezzemolo (indi il proverbio _abbisognar di prezzemolo_, σελίνου δεῖσθαι, Plut., _Timol._, per indicar persona in punto di morte); in profumi preziosi e in libazioni (ἐνάγισμα, χοαὶ) di sangue, di vino, di latte fresco, di miele, di acqua. In ispecie il miele, come _emblema della morte_, θανάτου σύμβολον, raramente dimenticavasi nelle libazioni: indi il nome di μέλισσαι dato alle anime dei defunti, e di μειλίχιοι agli dèi infernali. I fanciulli non ancor giunti all’adolescenza, e i morti sotto l’imputazione di delitti commessi o di una condotta disonorante, non avean diritto nè alle libazioni, nè agli altri onori. Queste cerimonie avean luogo il nono e il trentesimo giorno dopo i funerali del morto; ma rinnovavansi in dati giorni del mese di antesterione, consacrati ai morti (μιαραὶ ἡμέραι — Esich.) — e in altri anniversarj detti _giorni nemesj_ (νεμέσια — Suid.) da Némesi, sotto i cui auspicj si celebravano; nei quali giorni credevasi che i mani degli estinti abbandonassero per alcuni istanti le eterne dimore e venissero a raccogliere le lagrime dell’amicizia (Lucian., _Caronte_). È ad uno di questi giorni che accenna Timandra in questa scena. — Gli Ateniesi si distinguevano poi fra tutti i Greci nell’onoranze agli estinti e nell’osservanza delle sepolture. Sappiamo da Euripide (_Suppl._) ch’essi intrapresero una guerra al solo fine di ottener sepoltura ai sette duci di Argo, caduti sotto Tebe; ed è nota la condanna dei capitani ateniesi vincitori degli Spartani alle Arginuse, puniti di morte per non aver ripescato dal mare e seppelliti i cadaveri degli Ateniesi morti nella battaglia (Diod. Sic., XIII, 18). E Demostene vanta gli Ateniesi perchè «soli fra tutti i popoli, agli estinti per la patria diedero onoranza di tombe e di funebri elogi ad eternar le gesta dei forti» (Demost., _Ad Leptin._) — Massimi infatti erano, fra tutti, gli onori ai caduti in guerra, ai benemeriti, pei grandi servigi, della patria, eguagliati agli dèi (ἰσόθεοι): sui quali onori funebri vedi Platone, _Meness._; Arist., _Panaten._; Diod. Sic., XI, _ecc._

[392] Questa idea religiosa di Timandra trovava un riscontro non solo nelle idee, ma anche nelle leggi ateniesi, che dichiaravano irrite e nulle _le cose fatte nell’ira_ (Siriano in _Hermog_.; Sulp. Vict., _Instit. Orat_. — Meursius, _Themis Att_., II, 23).

[393] L’asta (δόρυ) era veramente l’arma nazionale laconica; nel cui maneggio la fanteria spartana primeggiava terribile fra tutti i Greci (Plut, in _Agesil_.; Procopio, _ep. ad Musaeum_; Greg. Naz., ep. 139). Indi Sparta medesima gloriavasi del titolo: _coronata d’aste_, δορυστέφανος (Diogen. Laerz. in _Chil_., 1). L’asta spartana sembra fosse all’epoca del dramma ancor quella dei tempi eroici: lunga, di frassino o altro legno duro, con punta di ferro. Più tardi Cleomene sostituì all’asta spartana la _sarissa_ maneggiabile a due mani (Plut. in _Cleom_. — Cfr. Meursius, _Misc. Lac_., II, 1).

[394] La siela (ξυήλη) era la spada spartana: o più propriamente, a differenza della spada propriamente detta (ξίφος), la siela non era che un pugnale di forma ricurva o falcata, e cortissimo: del quale gli Spartani, usi assalire in ordinanza coll’aste, non si servivano che al bisogno, quando trovavansi impegnati nella lotta corpo a corpo (Senof., _Anab._, IV; Poll., I, 10; X, 6; Esich.). Indi, a un ateniese che scherzava sulla brevità delle siele spartane, dicendole tanto corte che un cerretano le poteva ingojare, il re Agide rispondeva: _Eppure con esse noi raggiungiamo i nemici!_ (Plut. in _Licurgo_). E Antalcida a chi gli chiedeva perchè i suoi concittadini adoprassero pugnali così corti: _Per poter combattere coi nemici più da vicino_ (Plut., _Apoft. Lac_.). Fra gli Ateniesi, la siela spartana era nota, come arma speciale, sotto il nome di κνῆστις.

[395] Nello scolio di Ibria lo scudo (ἀσπὶς) dei Lacedemoni e in genere dei Dori è chiamato propriamente λαισηῖον; ch’era una targa fatta di foglie metalliche e pelli di bue non preparate, sovrapposte le une alle altre. Gli Spartani attribuivansi l’invenzione di quest’arma: — usavano servirsene col mezzo di correggie tese e attaccate con anelli; per le quali correggie (τελαμών) sospendevano, nel portarlo seco in marcia, lo scudo dietro le spalle; più tardi dell’epoca del dramma, Cleomene vi sostituì le anse (ὀχάνη) a forma di bracciale (Plut. in _Cleom_.; Stefano; Meurs, _Misc. Lac_., II, 2).

[396] Eustazio, _ad Iliad_, β’. — Pausan., _Messen_., 28.

[397] Portavano gli Spartani in guerra tuniche rosse (πυτὰ, φοινικὶδες) per ornamento militare e per nascondere il sangue delle ferite (Senof., _Rep. Lac_.; Plut., _Lic_.; Elian., _V. St_., VI, 6; Esichio; — Cragius, _Rep. Lac_., III, 6; Müller, _Dorier_, lib. III, 12). Alle tuniche poi sovrapponevano piccole e strette corazze di feltro, cioè fatte di lana costipata, macerata nell’aceto, come arguiscono il Peyron e lo scoliaste di Tucidide al lib. IV, 34.

[398] Il pileo (πῖλος) era la copertura del capo degli Spartani che serviva loro in battaglia da elmo, a riparo dall’aste e dalle frecce (Tucid., IV, 34; Festo; Licofr., _Cass_.). Lo portavano nella milizia i soli cittadini; e coperti del pileo raffiguravansi i due Dioscuri; onde il loro soprannome di _fratelli pileati_ (Catul., _Epigr._, 38; Paus., _Mess_., 27). Il pileo era fatto esso pure di feltro e aveva la forma appunto di una calotta o propriamente di un mezzo uovo: poichè diceasi che Castore e Polluce, generati dall’uovo di Giove trasformato in cigno, si servissero ciascuno del rispettivo mezzo uovo a guisa d’elmo (Tzetzes; Meurs., _Misc. Lac_., I, 17).

[399] Allude al fortissimo Brasida che sconfisse Cleone e gli Ateniesi nella battaglia di Amfipoli, dove morì (vedi Tucidide,